INCONTRI: BEPPE COSTA

Incontrarsi con uno straordinario artista, soprattutto una straordinaria persona, non è cosa di tutti i giorni; avere la possibilità di scambiare le proprie opinioni, di ascoltarlo narrare la sua vita e, infine, avere l’opportunità di alternarsi nella lettura, ciascuno delle proprie opere, di fronte a una raccolta, attenta e benevola platea di amici è un’esperienza che appaga e inorgoglisce. E di questa straordinaria occasione devo ringraziare la mia amica, anche lei poetessa sensibile e valente, Rosana Crispim Da Costa.

Che dire poi se questo grande poeta, il giorno dopo, ti racconta che è rimasto sveglio fino alle cinque del mattino per leggere il tuo libercolo di racconti?

Caro Alfredo, dopo la serata da Rosana ho letto tutti i tuoi racconti, così da addormentarmi solo alle cinque … Devo dire che a parte qualcuno molto breve, i tuoi delitti ben scritti e senza fronzoli toccano tutti i punti (lievi) della nostra società malata e si coglie naturalmente una amara ironia che stupisce soprattutto perché unita alla grande sintesi che credo sia la tua caratteristica principale, almeno in questo libro.”

Cos’altro avrebbe potuto farmi sentire più lusingato se chi scrive queste righe è Beppe Costa ?

Le poesie di Beppe Costa scaturiscono dall’anima, grondano sudore, lacrime e sangue: sudore, lacrime e sangue di una vita vissuta intensamente da un uomo che condivide, con l’istinto di un bambino, le passioni, le debolezze, il dolore, i peccati degli uomini intorno a sé e si esprime con una forza e una capacità di coinvolgimento che pochi poeti del Novecento sono stati capaci di interpretare e che oggi non saprei dove ricercare.

Vi invito a leggere “Rosso”, dall’intensità lirica e dal ritmo trascinanti. Non sarà mai come ascoltarla dalla voce appassionata e roca, da accanito fumatore, dell’autore, ma ugualmente vi fenderà anima e mente e non ve ne staccherete più.

“Rosso” di Beppe Costa

Del rosso abbondante in strade morenti

del rosso di cuori che non vedono sole

del rosso di sole che non vedono cuori

di cuori al macello

di albe infuocate da spari di cielo

di rosso del sangue di fuochi

di giochi

di rosso del sangue d’una vita

che nasce

di rosso della madre che muore

di rosso annerito da miniere e sudori

del rosso del vino che ha sconfitto

la vita

del rosso del vino che ubriaco di te

del rosso di palco di sera da sballo

di rosso d’amore a volte al tuo fianco

del rosso tramonto che scambia

i miei giorni

del giorno che vita che mi riporta a te

del rosso di luce di quadri d’autore

di rosso di fiamma al camino che scalda

del rosso di croce quand’è solidale

di rosso che brucia ma non porta calore

di rosso d’un fiore per errore raccolto

di rosso di viscere di lava

alla terra che lava

di rosso chiarore che esplodendo non vedi

di rosso che vesti quando svesti il pudore

di rosso di labbra che apri alle labbra

del rosso ferita al tuo ventre e così

la mia vita comincia.

UN RACCONTO IN CENTO TWEET 2

Terminato il 20 giugno con il 141° tweet il primo racconto in 100 tweet “Per caso, in libreria” (http://capoversi.it/racconti-in-100-tw/), ho vissuto un periodo di crisi d’astinenza essendomi venuta a mancare, dopo oltre quattro mesi e mezzo, una pratica quotidiana a cui mi ero piacevolmente assuefatto. E ho subito pensato a un nuovo racconto, di cui in passato avevo già steso una traccia, pur decidendo di lasciar intercorrere una pausa e di concedermi il tempo per concludere altri impegni.

Il titolo del nuovo racconto è “Una storia torbida” e la trama vedrà protagonista un poliziotto sui generis alle prese con un assassinio dai contorni oscuri compiuto in una tranquilla cittadina di provincia (nihil novi sub sole, quindi). Posso svelare l’incipit; il primo tweet sarà assolutamente originale: “Era un notte tempestosa e buia.”, ma vuole essere un omaggio al grande Charles Schulz, un poeta più che un fumettista, come lo definì Umberto Eco, e al suo bracchetto Snoopy.

In definitiva, “Per caso, in libreria” non mi dispiace affatto e l’ho già ripreso e modificato utilizzando una prosa più fluente. Forse non starebbe a me, perché non c’è peggior giudice (e più parziale) di se stessi, esprimere pareri su questa esperienza, ma credo opportuno fare alcune considerazioni soggettive.

I tweet sono stati più di 100, ma è inevitabile allontanarsi dalla meta stabilita se si decide di non preconfezionare il racconto nella sua completezza e di procedere a tratti con libertà creativa ed espressiva.

Il numero di battute inferiore a 140 per ogni periodo è un limite ristretto, ma rappresenta un esercizio di stile che, soprattutto per un giovane, può essere una buona scuola. In quante occasioni per un copywriter o un giornalista la brevità è assunta come un pregio!

Vedo questo come un esercizio di scrittura più proficuo di tanti altri che imperversano sui social network e che mi paiono molto più improduttivi, fine a se stessi e assimilabili a un gioco, più che altro.

In definitiva un’esperienza che mi sento di consigliare a chi ama scrivere, non solo a chi lo fa per passione, ma anche a chi dello scrivere ha fatto, o vuole fare, una professione.

 

 

 

RIDURRE IL LIVELLO CULTURALE PER GOVERNARE MEGLIO

Mi hanno colpito alcuni dati proposti da Domenico De Masi in un’intervista ad Antonello Caporale su il Fatto del 9 luglio. Dice De Masi: “Negli Stati Uniti 94 studenti su 100 che completano il ciclo scolastico proseguono per l’università. In Germania sono 78 su 100. In Italia siamo inchiodati al 36 per cento. E di questa minoranza 22 si fermano alla triennale e 14 proseguono per la laurea magistrale.” Conclude il sociologo: “Come si fa a non capire che il livello della cultura generale è direttamente proporzionale al livello della partecipazione democratica? Più sei colto più ti appassioni alla politica. Washington ha il 49 per cento dei suoi cittadini che sono laureati. Alle elezioni la soglia dei votanti è del 70 per cento. Yuma, e siamo sempre negli Usa, ha l’11 per cento dei suoi cittadini laureati. I votanti si fermano al 30 per cento. Se sei colto hai minori possibilità di essere razzista, di essere violento. Anche la criminalità subisce la dura relazione con la cultura… Ma la cultura media occorrente per una società complessa dev’essere elevata. Altrimenti non la governi.”

Io penso invece che la cultura è un ostacolo al governo di un Paese, quando questo non persegue gli interessi del popolo e il suo sviluppo, ma quelli dei politici, delle lobby, dei potentati, delle mafie che assicurano serbatoi di voti ai politici e delle nazioni che hanno il predominio economico e militare nel mondo. In questo caso la scarsa partecipazione alla vita democratica del Paese e l’astensionismo elettorale costituiscono un beneficio per i partiti e le classi al potere che consapevolmente tendono a ridurne il peso ai minimi termini.

“L’Italia è diventata una Repubblica fondata sugli asini” da: Il Fatto Quotidiano, 9 luglio 2016

 

LIBRI: “DEL FURORE D’AVER LIBRI” DI GAETANO VOLPI

Chi ama i libri non può non leggere il delizioso volumetto “Del furore d’aver libri” – “Varie Avvertenze Utili, e necessarie agli Amatori de’ buoni Libri, disposte per via d’Alfabeto”: da ACQUA a VOLTE DELLE PERGAMENE.

Lo sto rileggendo, appassionato, ironico, pungente, dopo 25 anni con lo stesso gusto di allora e sto rileggendo con altrettanto piacere il saggio che lo accompagna, di Gianfranco Dioguardi, anch’esso sistemato per voci. L’edizione è quella di Sellerio Editore “La memoria”, 1991.

L’abate bibliofilo Gaetano Volpi (Padova, 1689 – 1761) fu intelligente e accorto editore. Animato da grande passione, impartisce in quest’opera consigli per il buon uso dei libri infarciti di curiosità e aneddoti e rivela singolari abitudini dell’epoca, come quella di non indicare il titolo dell’opera sul dorso dei libri onde renderne più difficile l’individuazione e scoraggiare i furti.

Scrive alla voce: “ORINA. Di cani, di gatti, e di sorci è pestilenziale pe’ Libri, e nondimeno spesso vengono da essa infestati. Chi poi avrebbe potuto pensare di dover nominare anche quella degli uomini? e pure conviene accennarla; mentre si son trovati alcuni così svergognati, che, tenendosi in capo di certa gran Sala, ornata d’una Pubblica Libreria, tratto tratto erudite Accademie, dall’altro canto l’hanno depositata sulle stesse scanzìe de’ Libri, o tempora! o mores! cosicché si è risoluto anche perciò di mutar luogo alle dette Accademie. Ma non è ciò gran maraviglia, mentre da’ poco timorati di Dio si orina anche sovra i Sagrati, e su le pareti, e su le porte de’ Templi alla Divina Maestà consagrati, con nausea fin degli stessi Turchi, un de’ quali in celebre piazza d’una gran Metropoli schiaffeggiò sonoramente un Cherico, avendolo veduto ciò praticare; con approvazione comune. Vedi il Libro intitolato, l’Ossequio dovuto a’ Sacri Templi del Giupponi.”

E a quella: “TABACCO. Erba usatissima a’ nostri tempi, benché sordida, e bene spesso sporcante le vesti; e massime i Libri con macchie indelebili. Confesso il vero, e in ciò la mia debolezza, io ho sempre temuto che i nostri Libri fossero danneggiati da’ cani, e da’ tabacchisti; quando i primi entrano nella Libreria, e gli altri ne aprono, e maneggiano i Libri, principalmente stampati in carta distinta, rari, e legati con eleganza.

Spiega Gianfranco Dioguardi: I fratelli Giannantonio e Gaetano Volpi furono editori in Padova dal 1717 al 1756 in quanto pubblicarono a loro spese – quindi con proprio rischio imprenditoriale – libri che stampava Giuseppe Comino, tipografo e libraio. Nacque la tipografia Volpi-Cominiana, vera e propria casa editrice che si affiancò all’attività del Comino quale venditore di libri disponibili nel proprio negozio anche se stampati altrove: un’impresa dunque assai moderna e simile a quelle delle più note odierne case editrici.”

La gustosa narrazione dell’abate Gaetano Volpi aiuta a comprendere la materialità del libro antico e dei suoi componenti: la carta, l’inchiostro, la pergamena, le qualità che danno valore all’oggetto, le calamità a cui è esposto e i danni che possono produrre l’ignoranza e la superficialità di un cattivo padrone.

Nel suo commento, intitolato “Magia editoriale”, Gianfranco Dioguardi traccia la storia della tipografia Volpi-Cominiana e lascia comprendere come, se esercitata con conoscenza e capacità tecnica, equilibrio e passione, al tempo quella della stampa fosse da considerarsi una vera e propria arte, ma anche come fosse articolato il mercato dei possessori di libri, composto da chi li apprezzava per i contenuti e da chi li acquistava solo per apparenza e spiega quale fosse, e sia, la differenza tra un bibliofilo e un bibliomane.

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ARTICOLO 1 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

ARTICOLO 1 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA.

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Come cittadino di questa Repubblica mi piacerebbe che l’articolo 1 trovasse piena applicazione e non fosse solo una dichiarazione utopica.

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”; queste prime parole della Costituzione mi fanno dubitare della credibilità e dell’affidabilità di questo documento.

Se c’è scritto che questo paese è fondato sul lavoro, perché c’è un tasso di disoccupazione giovanile pari al 44,2%? Perché il tasso complessivo sta al 12,3%?

C’è qualcosa che non quadra…

Se ai piani alti non hanno intenzione di far abbassare queste cifre, almeno abbiano il coraggio di modificare l’articolo 1.

“L’Italia è una repubblica democratica, NON fondata sul lavoro.”

Alessandro Cannata @alessandro5997


Commentare le sue considerazioni sul primo articolo della Costituzione non è impresa da poco e la ringrazio per la fiducia. Ci proverò, punto per punto.

Non lo faccio partendo da conoscenze giuridiche, che non mi appartengono, ma sulla base dell’esperienza personale e di un lungo impegno in ambito sociale e culturale.

La Costituzione è stata scritta a costo di approfondite discussioni e faticose mediazioni dalle intelligenze politiche e culturali più acute e capaci della neonata Repubblica Italiana, appartenenti a tutte le forze che avevano contribuito ad abbattere il fascismo, ma ispirantesi a ideologie contrastanti fra loro e a progetti sociali diversi. Tuttavia, è stata approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947, promulgata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre ed è entrata in vigore il 1 gennaio dell’anno successivo.

La Costituzione è il corpo fondamentale delle leggi dello Stato Italiano a cui tutte le altre leggi devono conformarsi.

Non è dell’affidabilità e della credibilità del documento che dobbiamo dubitare. La Costituzione è stata scritta con l’intento di fissare i capisaldi di una nuova Repubblica ed è chiaro che quanto definisce non può essere se non il risultato di un lungo percorso di ricostruzione materiale, morale, giuridica e civile di un Paese sconfitto e distrutto dalla Seconda Guerra Mondiale.

Si deve dubitare piuttosto dell’affidabilità e della credibilità di una classe politica che in quasi 70 anni non è riuscita a realizzare compiutamente il dettato costituzionale.

Questo è accaduto per incapacità, per subalternità a interessi diversi e perché chi ha governato, soprattutto negli ultimi decenni, non ha condiviso i principi e gli scopi dei padri costituenti.

Dagli anni Settanta in poi è iniziata una profonda ristrutturazione dei criteri e dell’organizzazione del lavoro sulla spinta dell’esplosione tecnologica e della globalizzazione, controllata dai centri di potere economico mondiale, indirizzata alla precarizzazione del lavoro, alla competitività, alla mobilità e allo sfruttamento della manodopera al fine di ridurne i costi, di assottigliare i compensi, di impoverire le garanzie e i servizi sociali, di indebolire le difese dei lavoratori e le organizzazioni sindacali. Anche il cosiddetto Jobs Act (si potrebbe spendere qualche pagina per analizzare le scelte comunicative in lingua straniera, ridondanti e d’effetto, ma comprensibili a pochi) ne è un esempio.

In Italia, in particolare, si è rinunciato a scelte precise in merito agli indirizzi di sviluppo economico, alle pianificazioni a medio e lungo termine nei campi dell’istruzione, della formazione professionale, della ricerca e della produzione, tali che permettessero di identificare i settori di sviluppo fonte di più vaste opportunità occupazionali. Ciò ha contribuito alla creazione di una vasta area di giovani che non riescono a trovare lavoro nel settore per il quale si sono preparati, ma vanno ad alimentare la massa di manodopera a basso costo destinata ai lavori temporanei, stagionali, irregolari.

LIBRI: “DICIASSETTE RACCONTI NOTTURNI” DI RAFFAELLA COSTI

 

Eccolo, finalmente tra le mie mani, il libro di Raffaella con la copertina lucida e le pagine che profumano di carta buona. Contiene, come spiega il titolo, “Diciassette racconti notturni”, Hemingway Editore.

Ero curioso e, insieme, circospetto quando l’ho aperto per leggere il primo racconto e mi sono chiesto se sarebbe stato meglio seguire l’ordine in cui vengono presentati, aprendo una pagina a caso o scegliendo il titolo più accattivante dall’indice. Dopo una veloce ponderazione, ho preferito adeguarmi alla scelta dell’autrice e ho cominciato a leggere “Il numero quattro”.

All’inizio ho centellinato riga dopo riga; poi, blandito dallo scorrere della narrazione, ho accelerato la lettura gustandomi qualche pagina in ogni frazione di tempo libero e ho continuato consumando velocemente il libro fino alla conclusione.

Trascinano la voglia di conoscere l’epilogo di ciascun racconto, per lo più imprevedibile, e la curiosità di affrontare l’argomento del successivo, sedotti dalla capacità di coinvolgere il lettore, di emozionarlo e di indignarlo dell’autrice, che è però molto abile nell’apparire fredda e distaccata descrittrice dei fatti.

Spesso i temi affrontati sono tra i più scottanti della nostra contemporaneità e spesso vengono trattati con realismo e crudezza, che l’autrice attenua manovrando sapientemente lo stile della narrazione, con accuratezza ed eleganza.

Raffaella Costi usa abilmente l’ironia, il paradosso, l’eccesso, è capace di stupire, spalancando improvvisamente scenari inusitati e inattesi, sa colpire con spietatezza come usasse arco e frecce intinte nel curaro, che tolgono il respiro, e sa suscitare sensazioni, moti d’animo profondi, sa rinnovare ricordi.

Il filo del racconto a volte sorprende, a volte ferisce, duole ancor più profondamente sullo sfondo di una narrazione garbata, uno stile pacato e accattivante, che rammenta quello dei grandi autori di gialli e noir di lingua inglese. Ma non sono gialli e noir i racconti di Raffaella Costi, non c’è un Auguste Dupin, uno Sherlock Holmes, un Hercule Poirot a svelare l’autore del delitto, che è palese ed è quotidiano e prossimo a noi.

Non sempre è facile, all’inizio della lettura, rendersi conto della strada intrapresa, ma di questo la scrittrice è astutamente consapevole: è lei che traccia il percorso nella penombra della narrazione, che lo rischiara poco a poco fino a illuminare l’epilogo. Forse è per questo che il titolo parla di “racconti notturni” o forse perché alcuni si insinuano nella notte dell’uomo, nelle sue più meschine, incomprensibili discriminazioni, crudeltà e abiezioni. E capita di richiudere le pagine del libro con l’amaro in bocca, ma è la prova che Raffaella ha ottenuto il suo scopo: ha lasciato il segno.

Una cosa non mi è piaciuta di questo libro. Sulla quarta di copertina qualcuno, tracciando il profilo dell’autrice, ha scritto: “Complessivamente, ha un gran brutto carattere.” Non è vero! Raffaella è una delle persone più ammodo e buone che io conosca.

 

LA BARBARIE DELLA REALPOLITIK

Soprattutto due interventi, all’interno del dibattito nato dal caso Regeni, rispecchiano tutta l’ipocrisia, l’inadeguatezza e la barbarie della realpolitik.

Se lo stile e la forma garbati velano i contenuti dell’articolo di Sergio Romano sul Corriere della Sera, le dichiarazioni di Edward Luttwak, intervistato durante una trasmissione radiofonica, rivelano con brutalità e volgarità tutta la violenza e l’opportunismo politico del suo pensiero.

E sappiamo che non vi è purtroppo un forte sistema di sicurezza, in un Paese minacciato dal terrorismo islamista, se il governo non lascia ai suoi servizi di polizia un certo margine di libertà.” Dice Romano, che dietro ai giri di parole nasconde la realtà di una dittatura in cui non esistono margini né per il dissenso né per l’opposizione e in cui la violenza, la tortura e l’assassinio sono elevati a sistema di governo.

Da quando Al Sisi è al potere, denunciano le organizzazioni per i diritti umani, si contano centinaia di sparizioni, decine di migliaia di arresti e oltre 1700 condanne a morte; la tortura è praticata abitualmente, la libertà d’espressione è pesantemente limitata, i sostenitori dei diritti umani e i giornalisti subiscono persecuzioni e processi.

Secondo Romano e Luttwak dobbiamo rassegnarci al fatto che in Egitto ai cittadini, come Shaimaa el-Sabbagh, l’attivista uccisa da un poliziotto un anno fa durante un corteo pacifico a Il Cairo, non sia consentito di svolgere attività politica e siano negati i più elementari diritti civili. Poiché l’Egitto sta combattendo contro l’Is siamo obbligati a tollerare che venga negato qualsiasi spazio democratico, che non possa esistere libertà di stampa, che vengano usati i mezzi di repressione più barbari e feroci e che qualsiasi tentativo di espressione contraria al regime venga represso nel sangue. Alla faccia del progresso civile e dei diritti dell’uomo internazionalmente riconosciuti.

Che cosa sarebbe successo se avessimo preteso di spiegare al governo britannico quali erano i metodi accettabili per la lotta contro il terrorismo dell’Ira. Che cosa sarebbe successo se le democrazie europee, dopo gli attentati alle Torri Gemelle, avessero detto al governo americano che i metodi della Cia erano intollerabili, che Guantanamo era un orrendo lager, che non era giusto rapire un imam nelle strade di una delle nostre città per trasferirlo in un Paese (spesso, guarda caso, l’Egitto) dove sarebbe stato torturato?” Si chiede Romano. Infatti, in nome della subalternità a Stati Uniti e Gran Bretagna ben poche voci si sono alzate a denunciare le gravi violazioni compiute in quelle occasioni.

L’Italia ha sempre chinato il capo di fronte alla prepotenza dell“alleato” americano (basta pensare all’umiliante comportamento tenuto dopo la strage del Cermis), e se la magistratura, in occasione del rapimento di Abu Omar ha fatto il suo dovere, di recente il nostro ingessato capo dello stato ha provveduto a graziare gli agenti della Cia coinvolti nel sequestro, a cui seguì la consegna dell’imam all’Egitto, dove fu interrogato sotto tortura.

Come non provare disgusto per le affermazioni irridenti di Edward Luttwak che ha trascorso una vita a sostenere la supremazia degli Usa nel mondo con qualsiasi mezzo ed è stato uno degli artefici del golpe del 1973 in Cile?

Magari Regeni è stato ucciso da un’amante, da un poeta o da chissà chi. Il governo egiziano ci sta proteggendo… Un disappunto, una critica o qualsiasi dichiarazione italiana che eroda l’Egitto sono irresponsabili. Il governo italiano non deve dire niente.”

In concreto, non siamo solo alleati di Al Sisi, che il presidente del consiglio Renzi considera “un grande leader” e della cui “amicizia” va fiero, ma complici e, come nel caso di Abu Omar, lasciamo che sia l’Egitto a fare il lavoro sporco per conto nostro.

Questa realpolitik serve a sostenere il sistema di sopraffazione che le nazioni più potenti esercitano su altre più deboli a fini politici ed economici, un sistema di ingiustizie che alimenta gli odi e i movimenti terroristici, provoca le migrazioni di massa, dà spazio alle organizzazioni criminali e alimenta la rete di guerre sciagurate che infiammano continuamente diverse regioni del mondo, “una terza guerra mondiale combattuta a pezzi con crimini e massacri” alla cui base ci sono “la cupidigia, l’intolleranza, l’ambizione al potere”, come ha denunciato chiaramente Papa Bergoglio.

È possibile che non esista altra strada se non quella dell’acquiescenza nei confronti delle superpotenze e dell’alleanza con stati altrettanto barbari e feroci quanto i nostri nemici?

L’Europa sta costruendo attorno a sé un baluardo contro il fanatismo dell’Is e le correnti migratorie costituito da democrazie esautorate, come l’Ucraina, o monarchie assolute e dittature sanguinarie in cui la popolazione non ha diritti, come la Turchia e l’Egitto, l’Arabia Saudita e il Bahrein.

Oggi dobbiamo chiederci se è questo che vogliamo: barattare la nostra civiltà e i nostri ideali con una presunta sicurezza fondata su muri e barriere di filo spinato, la cui difesa affidiamo a satrapi senza scrupoli e ai loro tagliagole, rifornendoli di armi che saranno usate per opprimere il proprio popolo e massacrare quelli degli stati con cui sono in guerra per procura nostra.

Abbiamo oggi davanti agli occhi i risultati delle strategie espansionistiche e delle guerre condotte dalle grandi potenze, della complicità degli stati satelliti, come il nostro, della rinuncia a una nostra politica estera. L’instabilità regna sovrana, ogni giorno scoppia un nuovo focolaio di guerra e la realpolitik dimostra chiaramente di essere incapace di risolvere definitivamente i problemi, al contrario, di amplificarli e di creare per il futuro situazioni di maggiore tensione.

Basta guardare come si sia inserita la Russia nella guerra in Siria e come sia riuscita in poche ore, con i suoi bombardamenti indiscriminati (ma certo non possono essere gli Stati Uniti, maestri nei bombardamenti “intelligenti” su popolazioni e ospedali, a fornire lezioni di morale), ad ampliare il fronte della guerra e a destabilizzare ulteriormente l’Europa provocando nuove ondate di immigrazione che creeranno nuove tensioni e fratture fra gli stati.

Mentre la guerra allo Stato Islamico si rivela, almeno in parte, una copertura per altre losche contese, la linea della realpolitik ci trascina piuttosto al disastro che alla salvezza e, se si presenta come furbizia tattica, alla resa dei conti appare autolesionistica e fondamentalmente stupida.

http://www.corriere.it/opinioni/16_febbraio_14/domande-cairo-caso-giulio-regeni-4c1a0402-d293-11e5-be28-b2318c4bf6d8.shtml?refresh_ce-cp

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/02/12/luttwak-choc-regeni-magari-lha-ucciso-unamante-se-uno-fa-cose-pericolose-si-assuma-i-rischi/479596/

RICORDIAMO GIULIO REGENI

Mi è capitato di ascoltare alcuni interventi dell’onorevole Pier Ferdinando Casini in merito all’uccisione di Giulio Regeni e ai rapporti tra Italia ed Egitto, che probabilmente rispecchiano la visione di buona parte della nostra politica, molto attenta al ruolo del paese mediorientale come baluardo nei confronti dell’Is e partner commerciale. 

Casini chiede piena verità al presidente egiziano Al Sisi, ma giustifica il cinismo dello Stato nei rapporti internazionali. Per lo stesso Al Sisi il presidente del consiglio Matteo Renzi ha avuto recentemente espressioni di grande stima: “Penso che Al Sisi sia un grande leader… In questo momento l’Egitto sarà salvato solo con la leadership di Al Sisi… Sono fiero della mia amicizia con lui.”

Le dichiarazioni di Casini e Renzi suonano come giustificazione o perlomeno indifferenza, in nome della ragion di stato, verso i metodi usati da Al Sisi per mantenere il potere e debellare le opposizioni. Negli ultimi due anni in Egitto, secondo Amnesty International, sono stati uccisi 1400 oppositori del regime, tra cui numerosi giornalisti; dal nostro governo mai si è alzata una voce forte di esecrazione delle persecuzioni e delle atrocità compiute dalle autorità egiziane, come anche da altri governi “amici” in Arabia Saudita o in Turchia, sempre in nome del ruolo che questi paesi svolgono al nostro fianco nello scacchiere internazionale e degli affari che intrecciamo con loro.

The least we can do is stand here and say that we consider him to be one of us,” one friend, Sally Toma, told The Associated Press. “Unfortunately, he died the same way Egyptians die every day.”: “Giulio Regeni è morto come muoiono gli egiziani ogni giorno” ha detto un suo amico e Casini e il nostro governo dovrebbero tenerne conto.

Alla luce della considerazione di Sally Toma suona beffarda e poco rassicurante la dichiarazione del ministro dell’interno egiziano, Magdi Abdel Ghaffar: “Trattiamo il caso dell’italiano come se fosse egiziano.”

Oggi inorridiamo e ci indigniamo di fronte alle efferatezze rivelate dal referto dell’autopsia sul corpo di Giulio Regeni, ma ricordiamoci della “macelleria messicana” nella scuola Diaz e delle torture nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova, di come sono stati uccisi Stefano Cucchi e tanti altri. I nostri aguzzini e i loro complici, le istituzioni che li coprono non sono migliori di quelli egiziani. Ricordiamoci che stiamo attendendo da trenta anni che il legislatore promulghi una legge contro la tortura, sollecitati anche dalle istituzioni europee, e oggi il dramma di Regeni può suggerirci quanto sia importante raggiungere questo obiettivo e permetterci di onorare la sua memoria dedicandogli una legge Regeni che punisca la tortura.

La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci.” Ha detto Isaac Asimov, ma anche di quelli che conoscono la debolezza delle proprie idee.

http://www.nytimes.com/2016/02/08/world/middleeast/egypt-italy-giulio-regeni-cairo.html?mwrsm=Email

http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/10/02/news/l-italia-affossa-il-reato-di-tortura-e-ora-l-europa-prepara-nuove-condanne-1.232727

UN RACCONTO IN CENTO TWEET

AmantiCi ho pensato per un po’ di tempo, poi ho deciso.

La cosa mi stuzzicava perché rappresenta una sfida alle capacità di costruzione del linguaggio. È possibile scrivere, utilizzando 140 caratteri, una o più frasi con cui comporre un racconto capace di riflettere la dignità di questo nome? In tanti anni di scrittura professionale destinata a ogni tipo di media, avevo esercitato sia la capacità di sintesi che l’elasticità compositiva; forse avrei potuto farcela.

Un’altra sfida era quella relativa all’organizzazione del lavoro: avrei scritto l’intera storia in uno stile tale da consentirmi di suddividere il testo in frasi che non superassero le 140 battute e di pubblicarle quotidianamente o avrei scritto un tweet al giorno architettando estemporaneamente la trama? Essendo un perfezionista, abituato a limare i miei componimenti all’infinito, la prima soluzione sarebbe stata quella più confacente alle mie caratteristiche. Ma la trovavo accademica e poco eccitante, un semplice esercizio stilistico preconfezionato in cui la creatività soccombeva insieme al fascino, proprio di questo esperimento, di scrivere una storia “aperta”, a puntate, in cui gli eventi aleggiassero nella mia mente, ma fossero fino all’ultimo suscettibili di variazioni e di cambiamenti di rotta. Magari sull’onda delle critiche e dei suggerimenti di qualche lettore.

Alla fine ho scelto una terza via, quella che dava più spazio alla libertà creativa, decidendo di avanzare nella scrittura senza limiti prefissati, ma in base al tempo disponibile e all’ispirazione, mantenendo la cadenza del tweet quotidiano. Scrivere di volta in volta, più o meno, una cartella mi avrebbe dato modo di controllare la fluidità del testo e la congruità della trama.

E niente “mezzucci”: abbreviazioni, elisioni di vocali e spazi, simboli o cifre al posto di termini completi sono assolutamente banditi. Il testo ricomposto deve essere conforme a quello di un racconto tradizionale.

Naturalmente proiettare ogni giorno su Twitter una frase non avrebbe avuto senso se chi l’avesse letta non avesse avuto modo di capire di cosa si trattava e di contestualizzarla, se non avessi offerto la possibilità di associarla a quanto pubblicato in precedenza. Inserire nel tweet un hashtag e l’indirizzo della pagina del mio sito dove sono raccolti tutti i tweet avrebbe significato ridurre notevolmente le già misere 140 battute e rendere pressoché impossibile l’esperimento; quindi ho deciso di ritwittare il mio tweet inserendo i dati identificativi necessari: il titolo PER CASO, IN LIBRERIA, l’hashtag #1raccontoin100tw e la pagina del sito dove sarà possibile leggere tutti i tweet pubblicati http://capoversi.it/racconti-in-100-tw/.

Il numero 100 è puramente simbolico perché, ovviamente, in partenza non mi è possibile calcolare i tweet necessari al completamento del racconto.

Ho voluto poi documentarmi, andando alla ricerca di pregresse esperienze di questo tipo. Ho scoperto così il termine twitteratura, coniato per indicare la riscrittura sintetica, attraverso un unico twitter, di un’opera letteraria, in genere un classico o un best seller. Non sono riuscito a trovare invece un’esperienza sovrapponibile alla mia. Questo non significa che non sia stata tentata, magari in qualche remota parte del mondo in un’altra lingua. In realtà non mi sono affannato a cercarla più di tanto perché penso che comunque non aggiungerebbe o toglierebbe nulla alla mia “prova”, che avrà il valore che riuscirà a guadagnarsi intrinsecamente.

Un cenno al titolo. Per il momento la scelta è caduta su “Per caso, in libreria”, ma se troverò un titolo più convincente, sarà suscettibile di cambiamento in corso d’opera.

Si comincia il 1 febbraio.

In conclusione, voglio segnalare TwLetteratura in cui mi sono imbattuto durante la mia ricerca, un progetto a cui hanno dato vita Paolo Costa, Edoardo Montenegro e Pierluigi Vaccaneo nel 2012 con il lodevole intento di promuovere la lettura e di divulgare la cultura sfruttando le potenzialità dei social network, in particolare di Twitter. TwLetteratura invita la comunità di partecipanti, che oggi coinvolge migliaia di persone e numerose scuole, a leggere e poi a riscrivere o reinterpretare un libro seguendo regole precise.

http://www.treccani.it/enciclopedia/microletteratura_(Lessico-del-XXI-Secolo)/

http://www.rcseducation.it/scuola/twitteratura/

http://www.twletteratura.org

http://www.doppiozero.com/materiali/web-analysis/twitteratura

 

THERESIENSTADT: LA CITTÀ CHE IL FÜHRER REGALÒ AGLI EBREI

Nel 2007 pubblicavo nel mio sito Scrivereperleimprese.it il seguente articolo su Terezin, un campo di concentramento poco noto ai più, non un vero e proprio campo di sterminio, che è stato luogo di eventi straordinari. Lo ripropongo oggi in ricordo di tutte le vittime del Terzo Reich: non solo gli ebrei, ma anche gli zingari, gli omosessuali, i malati psichici, i partigiani e gli oppositori politici travolti dalla feroce fabbrica della morte escogitata dal Nazismo.

Tra il 1780 e il 1790 l’imperatore d’Austria Giuseppe II fece erigere a nord di Praga un’imponente fortezza, capace di ospitare 7000 persone, e la chiamò Theresienstadt (oggi Terezin, in territorio ceco) in onore della madre, l’imperatrice Maria Teresa d’Austria.

La storia contraddisse le intenzioni di Giuseppe II e Theresienstadt non fu mai protagonista di eventi bellici, venne abbandonata dal presidio militare e adibita a prigione.

Tra il novembre e il dicembre 1941, 3000 ebrei cechi furono adibiti dai tedeschi a trasformare Theresienstadt in un lager, in cui, dalla fine del 1941 alla fine del 1942, vennero deportate 109 mila persone. Nel gennaio 1942 partirono da Theresienstadt i treni carichi di prigionieri destinati ai ghetti orientali e, più tardi, a Treblinka e Auschwitz. In circa un anno vennero trasferite nei campi di sterminio 44 mila persone.

Pur non essendo un campo di sterminio come Auschwitz o Treblinka, l’affollamento e le misere condizioni di vita rendevano difficile la sopravvivenza nella fortezza di Theresienstadt. Scarsità di cibo, promiscuità, lavori forzati, condizioni igieniche disastrose (lo stesso carretto serviva per il trasporto dei cadaveri e del pane) provocavano gravi malattie infettive, tra le quali il tifo. Per far fronte alla elevata mortalità, il comandante del campo Siegfried Seidl fece costruire dei forni crematori capaci di incenerire i corpi di 200 persone in un giorno.

Nell’ottobre del 1943 vennero deportati a Theresienstadt 456 ebrei danesi. La maggior parte degli ebrei che risiedevano in Danimarca era riuscita a fuggire in Svezia grazie all’appoggio della popolazione, mentre una piccola parte era stata catturata dai nazisti. La Croce Rossa danese e svedese chiesero di poter verificare le condizioni dei prigionieri.

Nel dicembre 1943 venne dato ordine di risistemare il campo in modo da offrire l’impressione di una cittadina in cui la vita fluiva tranquillamente. Tuttavia l’affollamento era eccessivo e, tra il 15 e il 18 maggio 1944, 7500 prigionieri vennero deportati ad Auschwitz e Bergen Belsen.

A Theresienstadt l’insegnamento era proibito, ma in occasione della visita della Croce Rossa un edificio venne destinato a rappresentare la scuola della città e su di essa venne appeso un cartello con la scritta “chiusa per le vacanze”.

Il giorno prestabilito, il 23 giugno 1944, alla delegazione della Croce Rossa, guidata dallo svizzero Maurice Rossel, venne mostrato un asilo, costruito pochi giorni prima e subito dopo smantellato. Rossel lo fotografò, scrisse nel rapporto di essersi trovato in un ambiente accogliente e pulito, dotato di una cucina spaziosa, e descrisse Theresienstadt come una “normale città di provincia”.

Naturalmente agli abitanti era stato dato ordine di non rivelare le reali condizioni di vita del campo, pena la morte.

La tragica beffa non finì con la visita di una distratta delegazione della Croce Rossa: poco dopo la partenza di Rossel la propaganda nazista girò un film propagandistico intitolato “Il Führer regala una citta agli ebrei”, in cui venne ripresa la commedia inscenata davanti a Rossel. Il cortometraggio venne proiettato nei cinema tedeschi.

Fra i prigionieri di Theresienstadt ci furono circa 15 mila bambini, in prevalenza ebrei cechi, deportati insieme ai genitori. La maggior parte di essi morì nel corso del 1944 nelle camere a gas di Auschwitz. Non se ne salvò nemmeno un centinaio e di questi nessuno aveva meno di quattordici anni.

In un primo tempo gli adulti poterono alleviare le pene dei bambini almeno sotto il profilo psicologico. Educatori e insegnanti riuscirono, tra infinite difficoltà, a organizzare clandestinamente l’insegnamento e alcune iniziative culturali, ad allestire compagnie teatrali e gruppi musicali.

I bambini di Theresienstadt scrissero molte poesie, una parte delle quali è stata recuperata. Assieme a queste si è salvata anche una raccolta di circa 4000 disegni, frutto dei corsi di arte figurativa diretti da Friedl Dicker Brandejsovà.

Per poter svolgere questa attività venivano utilizzati i più vari tipi e formati di carta: formulari, prestampati, carte assorbenti.

Sotto il profilo tematico i disegni si possono suddividere in due grandi gruppi: disegni tipici dell’infanzia, come l’ambiente di vita da cui provenivano, i cibi della tradizione familiare, giocattoli, prati, farfalle, immagini fiabesche. Un secondo gruppo è costituito da disegni che rappresentano il ghetto di Theresienstadt e la crudele quotidianità a cui erano costretti: le costruzioni, la vita delle strade e delle baracche con le cuccette a tre piani, i guardiani, i malati, i funerali e perfino un’esecuzione.

Nonostante tutto, i bambini di Theresienstadt sperarono in un domani migliore e spesso raffigurarono il loro ritorno a casa.

Oltre al messaggio che si esplicita nel soggetto raffigurato, nei disegni troviamo la firma, talvolta la data di nascita e quella della deportazione a Theresienstadt o da Theresienstadt e questa è anche l’ultima notizia che i bambini hanno lasciato di sé.

La stragrande maggioranza dei bambini di Theresienstadt morì vittima del nazismo, lasciandoci una toccante testimonianza letteraria e figurativa dell’abisso morale di cui è capace la natura umana.

IL LINGUAGGIO DELL’INNOCENZA E DEL DOLORE

Terezin02

Se le atrocità del nazismo ci colpiscono ancora per la loro efferatezza, una certa consuetudine a letture, immagini, documentari, film hanno forse attutito in parte le emozioni che possiamo provare di fronte a nuovi documenti e testimonianze dell’olocausto.

Ma visitare la mostra dei disegni e delle poesie dei bambini di Theresienstadt, come mi è accaduto nel Giorno della Memoria, provoca un sentimento indescrivibile, confuso, che ti attanaglia le viscere e ti trascina in un unico gorgo nero che confonde e inghiotte stupore, dolore, indignazione, rabbia e non so cos’altro, ti annichilisce mentre ti chiedi di quale tremendo iddio sia figlia la stirpe umana.

Quale istinto bestiale può spingere gli uomini a decidere di sterminare scientemente e scientificamente un’intera razza accanendosi perfino su neonati, bambini e adolescenti?

La storia dei bambini di Theresienstadt è tracciata nei loro disegni, il loro stato d’animo si esprime nelle poesie che ci hanno lasciato: a volte sembra quasi che il destino crudele che li ha travolti non ne abbia scalfito l’innocenza e la certezza della vita, a volte sembrano possedere una consapevolezza propria di un’età ben più matura.

IL LINGUAGGIO DELLA PROPAGANDA NAZISTA

“Theresienstadt. Ein Dokumentarfilm aus dem jüdischen Siedlungsgebiet” (Theresienstadt. Un documentario sul reinsediamento degli ebrei), più noto come “Il Führer regala una città agli ebrei” venne girato da Kurt Gerron, attore e regista ebreo che aveva recitato al fianco di Marlene Dietrich ne “L’angelo azzurro” , internato a Theresienstadt.

Lasciata la Germania per sfuggire alle leggi razziali, Gerron lavorò come regista in Olanda. Quando anche l’Olanda venne occupata dalla Wermacht, fu costretto ad apparire nel film di propaganda antiebrea “Der Ewige Jude” (L’eterno ebreo), voluto da Joseph Goebbels.

Nel 1943 venne internato a Theresienstadt, dove scrisse uno spettacolo di cabaret: “Karoussel”. Successivamente alla visita della Croce Rossa, gli venne imposto di girare un film in cui Theresienstadt apparisse come un normale centro di provincia in cui gli ebrei vivevano da normali cittadini. Terminato il suo lavoro, Gerron venne trasferito ad Auschwitz dove finì in una camera a gas pochi giorni prima dell’arrivo dei liberatori.

Joseph Goebbels si iscrisse al Partito Nazionalsocialista nel 1924; nel 1933 venne chiamato da Hitler a rivestire la carica di Ministro della propaganda, che mantenne fino alla fine del Terzo Reich, quando, uccisi i figli, si suicidò assieme alla moglie nel bunker della Cancelleria.

Goebbels ebbe la completa fiducia del Führer, che gli affidò il controllo dell’informazione e della vita culturale tedesca (cinema, teatro, sport).

Goebbels viene considerato il primo uomo politico moderno che abbia percepito le potenzialità dell’informazione come strumento di propaganda politica e il primo che sia stato capace di gestirla scientificamente sottomettendola ai fini del Terzo Reich.

Gli viene attribuita la frase: «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità», un suggerimento che gli uomini politici del nostro tempo non hanno trascurato di cogliere e applicare.

LE POESIE DEI BAMBINI DI THERESIENSTADT

Siamo abituati a piantarci su lunghe file alle sette del mattino, a mezzogiorno e alle sette di sera, con la gavetta in pugno, per un po’ di acqua tiepida dal sapore di sale o di caffè o, se va bene, per qualche patata. Ci siamo abituati a dormire senza letto, a salutare ogni uniforme scendendo dal marciapiede e risalendo poi sul marciapiede. Ci siamo abituati agli schiaffi senza motivo, alle botte e alle impiccagioni. Ci siamo abituati a vedere la gente morire nei propri escrementi, a vedere salire in alto la montagna delle casse da morto, a vedere i malati giacere nella loro sporcizia e i medici impotenti.

Petr Fischl (Praga, 1929 †Auschwitz, 1944)

L’ultima, proprio l’ultima,

di un giallo così intenso,così

assolutamente giallo,

come una lacrima di sole quando cade

sopra una roccia bianca

– così gialla, così gialla! –

l’ultima,

volava in alto leggera

aleggiava sicura

per baciare il suo ultimo mondo.

Fra qualche giorno

sarà già la mia settima settimana

di ghetto:

i miei mi hanno ritrovato qui

e qui mi chiamano i fiori di ruta

e il bianco candeliere del castagno

nel cortile.

Ma qui non ho visto nessuna farfalla.

Quella dell’altra volta fu l’ultima:

le farfalle non vivono nel ghetto.

Pavel Friedmann (1921 †1944)

Un piccolo giardino,

fragrante e pieno di rose.

Il viale è stretto,

lo percorre un piccolo bambino.

Un piccolo bambino, un dolce bambino,

come quel fiore che sboccia.

Quando il fiore arriverà a fiorire

il piccolo bambino non ci sarà più.

Franta Bass (Brno, 1930 †Auschwitz, 1944)

Voi, nuvole grigio acciaio, dal vento frustate,

che correte verso mete sconosciute

voi, portatevi il quadro dell’azzurro cielo

voi, portatevi il cinereo fumo

voi, portatevi della lotta il risso spettro

voi, difendeteci! Voi, che siete fatte solo di gas.

Veleggiate per i mondi, semplicemente, spazzate dai venti

come l’eterno viandante aspettando la morte

voglio una volta – così come voi – i metri misurare

di lontananze future e non tornare più.

Voi, cineree nuvole sull’orizzonte

voi, siate speranza e sempiterno simbolo

voi, che con il temporale il sole coprite

vi incalza il tempo! E dietro a voi è il giorno!

Hanus Hachenburg (Vedem, 1929 †1944)

In quella che è chiamata la piazza di Terezin

è seduto un piccolo vecchio

come se fosse in un giardino.

Ha la barba e un berretto in testa.

Col suo ultimo dente

mastica un pezzo di pane duro.

Mio Dio, col suo ultimo dente:

invece d’una zuppa di lenticchie

povero superstite!

M. Kosck (1932 †Auschwitz, 1944)

GIORNALISMO: IL COMUNICATO STAMPA

Il comunicato stampa non è cosa di oggi, come dimostra la lettera di Giuseppe Garibaldi del 4 agosto 1854, pubblicata dall’Italia del Popolo di tre giorni dopo.

Siccome dal mio arrivo in Italia, or sono due volte che io odo il mio nome mischiato a dei movimenti insurrezionali – che io non approvo, – credo mio dovere pubblicamente manifestarlo, e prevenire la gioventù nostra, sempre pronta ad affrontare pericoli per la redenzione della patria, di non lasciarsi così facilmente trascinare dalle fallaci insinuazioni di uomini ingannati od ingannatori, che spingendola a dei tentativi intempestivi, rovinano, e screditano la nostra causa.”

Genova, 4 agosto 1854.

Giuseppe Garibaldi

(Italia del Popolo, 7 agosto 1854.)

E sono sicuro che, andando indietro nel tempo, la storia ce ne renderebbe altri.

Compito dell’ufficio stampa di un ente o un’azienda è quello di comunicare all’esterno i contenuti elaborati dai diversi organismi o dalle figure gerarchiche e istituzionali. Per fare ciò lo strumento principale è il comunicato stampa che si distingue da altre tipologie testuali, come l’articolo, la relazione, la lettera ecc. perché deve essere stilato con precise caratteristiche rispetto ai contenuti e alla forma:

– deve avere un titolo e, a volte, un sommario

– deve contenere notizie assolutamente veritiere e verificate

– deve presentare le informazioni secondo un opportuno ordine

– deve essere scritto in modo chiaro e leggibile

– deve essere svolto sinteticamente

– deve essere composto da periodi brevi

– deve essere articolato in blocchi

Tutto questo per venire incontro alle esigenze dei giornalisti, che decideranno se e come pubblicarlo e lo filtreranno in base a criteri personali, e alle nostre: quelle di raggiungere i cittadini con un’informazione corretta e leggibile riguardo alle nostre idee e azioni.

Ad esempio, se diamo la possibilità al giornalista di ritagliare velocemente il comunicato senza stravolgerne il contenuto, avremo fatto un buon lavoro; quasi mai, per motivi di spazio o per scelta soggettiva, il comunicato viene stampato integralmente.

E avremo fatto un buon lavoro, se avremo individuato in anticipo e inserito nel testo le risposte alle domande che passeranno per la mente del giornalista leggendo il comunicato.

Il comunicato stampa può essere accompagnato da allegati, di particolare importanza in quanto contribuiscono a favorire la pubblicazione delle informazioni o a metterle in maggior risalto agli occhi del lettore:

– fotografie (con le relative didascalie compilate in modo esaustivo)

– profili

– schede tecniche

– grafici

Soprattutto alcuni giornali locali non hanno un archivio fotografico particolarmente ricco e una buona foto può risolvere un problema di impaginazione o arricchire una pagina altrimenti graficamente pesante; d’altra parte, una fotografia indirizza l’occhio del lettore verso l’articolo che la accompagna e ne accresce il peso.

Allo stesso modo sarebbe opportuno realizzare delle foto da allegare al comunicato qualora questo riguardi temi collegati a strutture o avvenimenti riproducibili.

Un comunicato stampa che contenga argomenti validi, redatto professionalmente, bene impaginato e accompagnato da allegati di qualità è il preludio alla pubblicazione e a un rapporto di fiducia tra giornalista e ufficio stampa, che si traduce in disponibilità all’ascolto.

IL PROCURATORE GUARINIELLO LASCIA LA MAGISTRATURA

A 74 anni lascia la magistratura il procuratore di Torino Raffaele Guariniello. Nella sua lunga carriera è stato autore di 30mila inchieste, pubblico ministero nei processi per il doping nel calcio e in quelli a carico di Thyssen Krupp e di Ethernit, strenuo alfiere della sicurezza nei luoghi di lavoro.

 

Pubblico di seguito una mia intervista realizzata nel 2012 in occasione di Ambiente Lavoro Convention.

AMBIENTE LAVORO CONVENTION 2012

Bologna, 12 ottobre 2012

Intervista al dottor Raffaele Guariniello, coordinatore del gruppo Salute e sicurezza presso la Procura della Repubblica di Torino

Il dottor Raffaele Guariniello, protagonista di importanti inchieste, tra cui quelle che hanno coinvolto le multinazionali Eternit e Thyssen Krupp, ha partecipato a Ambiente Lavoro Convention, intervenendo al convegno “RSPP e consulenti della sicurezza: compiti e responsabilità penali”, promosso dalla rivista Ambiente & Sicurezza sul Lavoro in collaborazione con l’Istituto Informa.

Abbiamo colto l’occasione per rivolgergli alcune domande.

La legislazione italiana attribuisce agli RLS compiti precisi. Attualmente questa figura è in grado di svolgerli nella loro completezza?

I compiti degli RLS previsti dal Decreto Legislativo 9 aprile 2008, n. 81 sono molto importanti, a volte, complessi, come quello del controllo dell’adeguatezza delle misure di prevenzione e protezione, e richiedono una preparazione adeguata, tanto è vero che il legislatore si è posto il problema della preparazione degli RLS attraverso i corsi di formazione. Nella realtà constatiamo che non sempre gli RLS posseggono gli strumenti culturali e scientifici indispensabili ad affrontare i compiti previsti dal legislatore.

La preparazione non sempre adeguata degli RLS è dovuta anche all’avvicendamento nel ruolo, che si verifica di frequente e interrompe la trasmissione della memoria storica degli eventi che si succedono in una fabbrica.

Come è possibile affrontare i gravi problemi posti dal Documento di Valutazione dei Rischi senza gli strumenti culturali necessari a colloquiare in funzione dialettica con il datore di lavoro?

Qual è il rimedio?

Vedo la necessità che gli RLS abbiano un retroterra culturale nell’organizzazione sindacale. I sindacati non debbono lasciare soli gli RLS.

L’impresa sicura è prevista dalla legislazione italiana, giudicata molto valida; perché allora è ancora così alto il numero degli incidenti sul lavoro e delle malattie professionali?

Noi abbiamo le leggi migliori al mondo, è l’applicazione concreta che lascia a desiderare. L’impresa sicura ha dei capisaldi e uno di questi è indubbiamente il Servizio di Prevenzione e Protezione dei Rischi; nella realtà delle aziende spesso questo servizio non riesce a raggiungere tutti gli obiettivi indicati dalla legge per mancanza di organizzazione o perché, a volte, gli RLS sono indotti ad autocensurarsi, in quanto la loro azione li porrebbe in contrasto con il datore di lavoro.

La sicurezza è un elemento fondamentale nei luoghi di lavoro; che rischi corre in questo periodo in cui la crisi tende a metterla in secondo piano?

Se guardiamo all’applicazione concreta delle leggi sulla sicurezza, mi sembra che il Paese sia stato sempre in crisi. La difficoltà a realizzare condizioni di lavoro sicure era presente anche in tempi passati e non vorrei che la crisi diventasse un comodo alibi per dimenticare un principio scritto nella nostra Costituzione e cioè che un’iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. È importante che lo ricordi anche l’attuale governo, per due ragioni. La prima è che nel nostro Paese vi sono aree in cui la giustizia in materia di sicurezza non funziona oppure ci sono processi che vengono fatti con troppa lentezza e si risolvono con la prescrizione del reato. Ci vuole una nuova organizzazione giudiziaria che consideri l’istituzione di una procura nazionale sulla sicurezza del lavoro, che tarda a essere presa in considerazione. D’altra parte, alcuni progetti di modifica delle leggi sulla sicurezza del lavoro lasciano molto perplessi perché potrebbero portare a una riduzione dei livelli fondamentali di sicurezza.

La sicurezza sul lavoro, ha detto oggi il ministro Elsa Fornero, “è un bene imprenditoriale e la mancanza di sicurezza ha rilevanti costi diretti e indiretti per le imprese”; è un concetto che condivide?

Partiamo da un dato: abbiamo le regole, dobbiamo applicarle compiutamente. Oggi come oggi, l’applicazione lascia a desiderare; gli organi di vigilanza non riescono a fare tutto quello che dovrebbero, la magistratura non fa tutto quello che dovrebbe. Se vogliamo passare dalle parole ai fatti bisogna cambiare approccio; se c’è la volontà, gli strumenti ci sono e qui interviene il ruolo delle istituzioni. Non si può semplicemente dare la croce addosso alle imprese perché non sentono l’impegno morale di garantire la sicurezza o alle organizzazioni sindacali perché non si impegnano a fondo; qui sta il grande ruolo delle istituzioni pubbliche. Se nel nostro Paese vi sono stati tanti morti a causa dell’amianto, questo è avvenuto per colpa, certo delle imprese, ma anche perché le istituzioni non hanno fatto il loro dovere.

Accontentarsi della situazione attuale significa continuare ad avere quel certo numero di morti e di malattie professionali, non c’è un cambiamento effettivo senza una riorganizzazione delle istituzioni pubbliche. È giusto dire che le imprese hanno interesse ad adottare le misure di sicurezza e che garantire la salute dei lavoratori è irrinunciabile, ma bisogna far capire che se non lo si fa, si va incontro a delle responsabilità, altrimenti si sviluppa l’idea devastante che le regole ci sono, ma possono essere violate senza conseguenze.

Alcune modifiche legislative, attualmente allo studio, lasciano molto perplessi perché, con il pretesto di eliminare le formalità, si eliminano elementi sostanziali. Per esempio, la mia preoccupazione è che, per quanto riguarda la valutazione dei rischi, non si intervenga solo per eliminare i formalismi, ma fattori sostanziali.

Lei è fautore di una procura nazionale per la sicurezza sul lavoro e della caduta delle barriere nazionali nelle attività di perseguimento dei reati a livello europeo. Si tratta di ipotesi realizzabili?

La Procura Nazionale non è prevista ancora da alcuna norma, il Pubblico Ministero europeo è previsto dall’art. 86 del trattato dell’Unione Europea, ma non ha avuto concreta attuazione con la conseguenza che l’Europa è un paradiso penale perché le frontiere non esistono per i criminali, ma esistono per i magistrati e i poliziotti che li combattono.

Il crimine ambientale ha ormai una dimensione internazionale e una multinazionale che ha stabilimenti in Italia e in altri paesi, subisce trattamenti differenziati e questo è causa di gravi ingiustizie; inoltre le imprese sono stimolate a trasferirsi dove hanno meno vincoli.

Potrebbe essere perseguita un’azienda italiana che non applica le leggi sulla sicurezza italiane in un altro paese?

È già capitato. Un’azienda italiana che opera in un altro paese e non ha protetto adeguatamente i dipendenti ha dovuto affrontare il processo in Italia e ha subito delle condanne.

Il processo Eternit ha coinvolto anche Rubiera, in provincia di Reggio Emilia, non lontano da qui, dove esisteva uno degli stabilimenti Eternit; qual è lo stato attuale del giudizio contro i responsabili di tante morti?

Il processo si è concluso con una sentenza di primo grado e, il prossimo anno, si dovrà affrontare il grado d’appello, ma contemporaneamente sono in preparazione altri processi: il bis, il ter per altre situazioni di reato che dovremo prendere in considerazione.

http://www.repubblica.it/cronaca/2015/12/12/news/_deluso_dalla_giustizia_l_addio_di_guariniello_pm_da_30mila_inchieste-129304909/

LIBRI: LA PASSIONE DI SCRIVERE / TRAME

 

Come nasce la trama di una novella o di un racconto? In genere, chi inizia a scrivere una storia, di qualsiasi genere sia, ne conosce la trama e la conclusione.

Avere in mente una traccia ben definita su cui imbastire il racconto può essere vantaggioso e permette di procedere più speditamente nella scrittura, ma è certo meno affascinante di una trama che prende corpo ogni volta che si inizia a scrivere e si intraprende come un viaggio: si sa da dove si parte e, forse, dove si arriverà, ma l’itinerario si costruisce giorno per giorno, parola per parola, virgola dopo virgola, seguendo e sviluppando le vicissitudini di uno o dell’altro personaggio. Nulla vi è di certo quando si alza la penna sulla carta o si accende il computer la mattina e neppure quando il testo compare nero su bianco perché qualcosa può succedere che vi faccia cambiare idea e vi spinga a riscrivere un tratto lungo o breve della narrazione. E sicuramente questo metodo è estremamente più coinvolgente, affascinante e fertile perché pone l’autore in uno stato di tensione febbrile e lo stimola a creare nuove situazioni. È quello che preferisco e su cui mi sto cimentando. È estremamente stimolante e gratificante svegliarsi con un’idea, un tratto del racconto, anche lontano temporalmente e contestualmente da quello che si era scritto il giorno prima, chiaramente definito e buttarlo giù di getto, avendo comunque chiara la sua collocazione nell’iter della narrazione. Si crea così una specie di mosaico che deve poi essere rifinito e armonizzato attraverso le diverse stesure che porteranno alla definiva versione in cui le cesure devono essere assolutamente irriconoscibili e la fluidità della narrazione impeccabile

LIBRI: LA PASSIONE DI SCRIVERE / PERSONAGGI

SnoopyWriter02Chi pensa allo scrivere come a un esercizio freddo e meccanico basato sull’abilità e la volontà, sull’esercizio e la razionalità si sbaglia. Certo, la capacità di scrivere è anche la somma di tutte queste proprietà, che però non bastano a garantire un risultato che non sia solo tecnicamente valido.
Tutti conosciamo la celebre frase di Gustave Flaubert: “Madama Bovary c’est moi”, a indicare che una parte almeno dell’autore si riversa nel personaggio principale, che ne incarna alcuni risvolti caratteriali, ne veste le abitudini, ne sviluppa le pulsioni.
Io direi che, in fondo, l’autore è naturalmente portato a immedesimarsi in ognuno dei suoi personaggi, anche in una semplice comparsa. Per paradosso, quanto più un personaggio è lontano sotto il profilo caratteriale e comportamentale dalla figura dell’autore, tanto più può accadere che lo solleciti a immedesimarsi in una figura che ragiona e agisce come lui mai riuscirebbe a fare. Il personaggio diventa in qualche modo il mister Hyde dello scrittore dottor Jekill. In questo caso, di fronte a situazioni di una certa complessità o fortemente caratterizzate, che l’autore non ha mai vissuto, è giocoforza documentarsi e studiare e, a volte, richiedere la consulenza di chi ha esperienza in quel campo; poi chi scrive troverà certamente il modo di adattare alle sue esigenze l’ambientazione, il profilo dei personaggi, il corso degli eventi ecc.

IL PIAZZISTA DI PAROLE

Un comportamento risulta particolarmente insopportabile tra le tante nefandezze della politica in questa cosiddetta Seconda Repubblica, che, con l’avvento di Matteo Renzi e della sua schiera di caudatari, si è diffuso e  affermato: quello di fare asserzioni palesemente scorrette o false e di pretendere di essere creduto, pena l’assegnazione di epiteti denigratori, quale “gufo”, l’equivalente del “remare contro” di berlusconiana memoria. Dovremmo cioè accettare di essere presi bellamente per imbecilli e tacere perché il presidente del consiglio ineletto possa continuare nella sua opera di normalizzazione della Repubblica e di rastrellamento del consenso.

L’ultima perla del Nostro è la dichiarazione secondo la quale “abbassare le tasse è giusto” e non è di destra né di sinistra. A parte la leziosa gaberiana polemica su ciò che sia di destra o di sinistra (… Una bella minestrina è di destra / il minestrone è sempre di sinistra…) non ci vuole molto a capire che eliminare la tassazione sulla prima casa di un povero cristo che possiede un appartamento di 60 mq in un condominio di periferia grazie a un mutuo ventennale non equivale a esentare dal pagamento della medesima tassa il proprietario di Villa San Martino ad Arcore.

Perché è profondamente ingiusto togliere indiscriminatamente a tutti la tassa sulla prima casa? Semplicemente perché, così facendo, le entrate che sarebbero dovute provenire dalle tasche dei contribuenti ricchi e ricchissimi verranno a mancare con un ulteriore aggravio del debito pubblico a carico di tutti o dovranno essere recuperate per altre vie, con l’impoverimento dell’assistenza sanitaria per esempio, colpendo i contribuenti che hanno un reddito fisso e i cittadini meno abbienti. Ecco perché questa manovra è iniqua e, se vogliamo anche, indubitabilmente, di destra.

ITALIANO: ALCUNE NOTE SULLA SCRITTURA PROFESSIONALE

Confesso che mi sono stupito nel leggere su una Cartolina dell’Accademia della Crusca pubblicata su Twitter la risposta a una signora che esponeva le proprie perplessità di fronte a un manifesto pubblicitario in cui, per due volte, si poneva l’apostrofo dopo l’articolo un prima di un sostantivo maschile.

Chi aveva redatto la risposta, nel 1993, (Giovanni Nencioni, che ci ha lasciato nel 2008, uno dei maggiori storici della lingua italiana, presidente dell’Accademia della Crusca e professore alla Normale di Pisa) dopo aver considerato l’errore quale semplice errore di ortografia, si soffermava a elencare una serie di attenuanti.

Mi dispiace prendere spunto proprio dall’intervento di una persona di così alto profilo, che non c’è più, per esporre il mio parere, ma ritengo importante chiare alcune cose.

Intanto, in merito al caso specifico: il copywriter che ha redatto il testo del manifesto (la pubblicità di un rossetto) era evidentemente inadeguato, come l’agenzia pubblicitaria per cui lavorava, incapace di individuare l’errore, e l’azienda che aveva commissionato il lavoro, superficiale nel controllo della propria comunicazione, che avrebbe dovuto ritenersi screditata e bloccare la diffusione del manifesto.

C’è stato un periodo in cui, quando si voleva impiegare qualcuno senza capacità e senza esperienza, ma con buone amicizie, gli si dava una penna in mano e se ne faceva un copywriter, un giornalista o, dio ce ne scampi, uno scrittore. Entrare nel campo minato del self publishing, un’altro fenomeno devastante per la lingua italiana, richiederebbe pagine di considerazioni, da cui mi astengo, non senza ricordare la folla di personaggi pubblici, soprattutto televisivi, che annusato il business assieme a compiacenti case editrici, hanno tappezzato i banchi delle librerie di libri insignificanti, il cui prezzo era calcolato sulla base del peso molto più che della qualità e del contenuto.

Ricordo che, ancora alle elementari, dovetti subire un’accesa reprimenda da parte del maestro di fronte a mia madre per avere scritto “malvidente” invece che “malvivente”, un termine che avevo sentito e che usavo per la prima volta.

Non credo di aver mai scritto “ha piovuto”, ma se lo avessi fatto, mi sarebbe costato due spesse sottolineature blu e l’insufficienza. Quello dell’ausiliare avere accostato a verbi come piovere, nevicare, grandinare, universalmente accettato, ha rappresentato un cedimento all’ignoranza e all’incapacità formativa della scuola (e della famiglia). Tanto che oggi devono essere introdotti a livello universitario corsi di recupero per consentire a futuri dottori, ricercatori, magistrati ecc. di esprimersi in un italiano perlomeno decente.

Questo lassismo, che poco ha a che vedere con l’evoluzione della lingua, ha naturalmente nuociuto a chi ha dedicato studio, passione e tempo al perfezionamento e all’aggiornamento della lingua italiana a fini personali o professionali e ha dovuto competere sul mercato con illustri incapaci.

Del resto l’onda lunga, e probabilmente inarrestabile, dell’ignoranza ha raggiunto ogni campo della vita del Paese, compresa la politica più alta di cui Razzi e Scilipoti rappresentano le ben note vette dell’iceberg.

Per finire, oggi, è il correttore automatico il più perfido degli strumenti, sempre in agguato, pronto a tradire chi scrive. Basta dare una scorsa a Twitter, dove i messaggi vengono inseriti quasi sempre di getto, per rendersene conto.

Per chi ha acquisito un po’ di esperienza e ha un occhio attento è facile individuare questo tipo di errori, che a volte sono giustificabili; non lo sono per un professionista, che dovrebbe essere in grado di lavorare anche escludendo il correttore automatico e ha l’obbligo di controllare e correggere i testi prima di pubblicarli.

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/verbo-piovere-vuole-lausiliare

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/09/ebook-pro-e-contro-del-fenomeno-self-publisher/1114856/

LE MAFIE RINGRAZIANO I SERVI SCIOCCHI

L’attenzione di tutti è oggi incentrata sulle polemiche seguite al funerale di Vittorio Casamonica, assurto alla gloria dei Cieli da un carro funebre trainato da sei cavalli, sotto una pioggia di petali di rosa rossi e con l’accompagnamento della colonna sonora del film “Il Padrino”.

Forza Italia e gli altri partiti di opposizione si sono scagliati contro il ministro dell’interno, il prefetto, il sindaco di Roma per un episodio che ha i connotati del capolavoro cinematografico e, come tale, ha guadagnato immediatamente un’eco internazionale che porterà ulteriore discredito a quello che dai tempi dei “nani e delle ballerine” non ha mai smesso di essere un paese da operetta.

Pochi giorni prima, senza che si alzasse una voce a denunciare il fatto, il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Tullio Del Sette, ha rimosso il colonnello Sergio De Caprio, più noto con il nome in codice di Ultimo, artefice nel 1993 dell’arresto di Totò Riina, dalla guida del Nucleo Operativo Ecologico, impegnato a contrastare i reati ambientali, nelle cui reti sono rimasti impigliati nomi di primissimo piano della politica e del management nazionali.

I due fatti, così apparentemente dissimili, rivelano quanto siano radicate, riverite e protette nel nostro Paese tutte le mafie: quelle dei padrini con la croce al collo e l’anello d’oro al mignolo, che gestiscono traffici di ogni genere e hanno le mani sporche di sangue, e quelle dalle mani bianche: delle lobby politiche e finanziarie, imprenditoriali e militari, corrotte dal denaro e dal potere, impegnate a mantenere il Paese nel marciume, a impedirne il riscatto e a eliminare solertemente chiunque possa rappresentare un ostacolo al raggiungimento dei loro interessi e di quelli dei loro compari.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/21/la-lettera-di-ultimo-ai-suoi-uomini-contro-i-servi-sciocchi-grazie-per-la-lotta-ai-poteri-forti/1972469/