L’ANGELO OSCENO DI LEONARDO DA VINCI

Le mie lacune nel campo, peraltro immenso, dell’arte o forse una subdola e dilatata censura tesa a sottrarre la figura di Leonardo da Vinci, autore dell’Ultima cena e di tanti capolavori di soggetto sacro, dalla contaminazione con un’opera profana, quasi blasfema, hanno fatto sì che scoprissi soltanto ora l’esistenza dell’Angelo incarnato, un disegno eseguito dal Maestro a carboncino su foglio azzurro intorno al 1503.

Ricomparso in Germania nel 1991 dopo essere stato sottratto dalle raccolte reali britanniche custodite nel Castello di Windsor, si suppone con il consenso della regina Vittoria, turbata dall’immagine dell’angelo che esibisce una imbarazzante erezione, appartiene attualmente a una famiglia tedesca che per oltre cent’anni lo ha tenuto nascosto. Nel 1994 venne esposto a Stoccolma, successivamente in altre città del mondo e a Stia, in Italia, nel 2001.

E nella figurazione dell’invisibile, Leonardo rappresentò con questi caratteri l’ermafrodito o l’”Angelo incarnato” allorché emerge, come un languido adolescente, dall’oscurità con tratti perversi e demoniaci in un’ambiguità strutturale anatomica e morale, per il seno dal taglio tipicamente femminile, il sorriso beffardo e compiaciuto nella sua ostentata virilità, complice di un ideale di bellezza inequivocabilmente sensuale ed erotica.

La testa è reclinata a sinistra, il braccio destro, piegato ad angolo retto, è teso verticalmente con l’indice alzato verso il cielo, mentre la sinistra trattiene con le dita la veste, da cui traspare il membro maschile in forte erezione. (Carlo Starnazzi)

L’angelo incarnato è Gian Giacomo Caprotti, garzone di bottega, allievo, modello e, si suppone, amante di Leonardo, ritratto in altri capolavori come San Giovanni Battista, tra le ultime opere del Maestro e, secondo alcuni, anche nella Gioconda, di cui Caprotti dipinse, forse con il contributo dello stesso Leonardo, una versione nuda, dai tratti androgini, intitolata Monna Vanna o Gioconda nuda. Questa tesi è avvalorata da una rilevante somiglianza con i ritratti del Salaj (nomignolo derivato da “Saladino”, nel senso di infedele, assegnato a Caprotti per la sua malizia e slealtà) eseguiti da Leonardo.

Gian Giacomo Caprotti entrò nella sua bottega milanese il 22 luglio del 1490, come annota il Maestro sul primo foglio del Codice C, conservato a Parigi: “Iacomo venne a stare con meco il dì della Madonna del 1490, d’età d’anni 10” e non si comportava bene se lo stesso Leonardo aggiunse poi: “Il secondo dì gli feci tagliare due camicie, un paro di calze e un giubbone, e quando mi posi i dinari a lato per pagare dette cose, lui mi rubò detti dinari della scarsella, e mai fu possibile farglielo confessare, bench’io n’avessi vera certezza” e ancora: “ladro, bugiardo, ostinato, ghiotto”.

Evidentemente il Caprotti aveva anche delle caratteristiche positive se Leonardo lo trattenne con sé per lungo tempo e Salaj lo raggiunse in Francia quando era vicino alla fine.

A chi volesse approfondire il tema dell’Angelo incarnato suggerisco l’interessante intervista a Carlo Pedretti, uno dei maggiori studiosi di Leonardo Da Vinci, su Stilearte.it:

http://www.stilearte.it/leonardo-il-ghigno-conturbante-dellangelo-bisex/

Alfredo Spanò

LA ROCCA DI MAIOLETTO

di Gaetano Dini

C’era una volta un paese posto dove adesso c’è la Rocca di Maioletto, chiamato Maiolo e formato da un borgo di case sottostanti ad un bel castello eretto in cima a quel monte. Era chiamato Castrum Maiulus inteso come castello meno grande rispetto al Castrum Maius, il castello grande, quello di Monteferetrio, San Leo che gli era molto vicino in linea d’aria. Entrambi i castelli eretti su rupi scoscese, erano all’epoca imprendibili.

Fin dall’VIII – IX sec. tra le mura delle due fortezze di Maiolo e San Leo, si svolgevano i Parlamenti Feretrani dove si dirimevano controversie e si amministrava la giustizia per le popolazioni del luogo.

Il castello di Maiolo importante per la sua posizione strategica che dominava la valle, appartenne alla Chiesa, in seguito fu dei conti di Faggiola di Casteldelci, poi dei conti Montefeltro di San Leo passando anche nelle mani dei conti Malatesta di Rimini fino ad appartenere al Ducato d’Urbino. Il borgo e la rocca seguirono le vicende storiche del Ducato d’Urbino fino alla devoluzione di quest’ultimo allo Stato Pontificio nel 1631.

Sulla rocca di Maiolo nel 1647 cadde un fulmine che colpì l’edificio contenente la polveriera, distruggendo parte della vicina muraglia costeggiante la strada che conduceva al forte.

Tra il 29 e 30 maggio 1700, il paese venne distrutto da una gigantesca frana alimentata da un diluvio durato quasi due giorni che cancellò completamente il borgo fortificato. La frana interessò infatti la parte superiore ed inferiore del monte con crollo di massi e smottamenti sotto il castello. Rimase intatta solo la chiesetta di San Rocco non toccata dalla frana perché si trova alla pendice destra del monte.

La leggenda attribuisce il tragico evento alla punizione divina causata dai balli angelici (balli pagani orgiastici) che si erano tenuti nel castello per di più in tempo di Quaresima.

La popolazione sopravvissuta si spostò nella sottostante Valmarecchia e su alla Serra dove oggi sorge Maiolo che ereditò quel nome dal paese andato distrutto.

La rupe dove sorgeva il castello di Maiolo si chiamò col tempo Rocca di Maioletto traendo il nome dalla piccola località che era posta tra la rupe stessa e la Serra dove intanto era sorto il nuovo paese di Maiolo.

Racconta una cronaca manoscritta dell’epoca che «staccossi dal monte il terreno ove era posta questa nostra terra, e rovinò tutto sottosopra, restando solo quattro piccole case verso tramontana, restando sotto le rovine della medesima morti gran parte degli abitanti».

Prossimo alla rupe c’è oggi un cippo posto dall’amministrazione di Maiolo con una scritta tratta certamente da un testo risalente all’epoca dei fatti:

Majolo

Terra del Montefeltro, Stato d’Urbino,

lieto soggiorno e fruttifero paese, ora

affatto rovinato e sepolto per uno

staccamento di terra del monte

superiore e rupina della parte inferiore,

seguito li ventinove maggio, in tempo di

notte, l’anno del Giubileo 1700,

regnante Innocenzo XII, nel mentre che

cadeva dirottissima pioggia, durata per

lo spazio di ore quaranta, restando sotto

le rovine morti gran parte degli abitanti.

Il monte su cui sorge la Rocca di Maioletto è a componente argillosa, quindi soggetto a smottamenti. Una domenica di marzo 1964 non ricordo quale, verso le 7 di mattina si verificò un altro smottamento del costone sotto i ruderi del castello, creando la conformazione attuale della Rocca. Noi avevamo la casa in alto a Novafeltria, in linea d’aria proprio di fronte alla Rocca di Maioletto, quindi in un attimo dopo il boato abbiamo visto cambiata la morfologia del monte.

IL TESORO DEL MONTEFELTRO

di Gaetano Dini

Circolava una voce nell’800 che nel Montefeltro vicino San Leo era stato trovato un tesoro. La voce popolare diceva che poteva essere solo il tesoro di Berengario II re d’Italia assediato a San Leo da Ottone I dal 961 al 963.

Un erudito un tal Moroni nel 1847 in un suo libro riporta questa informazione “Nel 1823 presso le vicinanze di San Leo in certi scavi sul Colle Acquiro, si trovò una gran cassa rinchiudente vasi e scettri d’oro, fornita di diamanti, vari candelabri, pezzi di stoffe d’amianto ornate d’oro e arnesi muliebri in gran numero. Si crede che questi effetti appartenessero a Berengario II che si difese per lungo tempo sul monte San Leo, prima di cadere nelle mani di Ottone I, essendovisi recato co’ suoi tesori.”

La notizia fu rilanciata nel 1862 in un passo del libro di tal Dorilo Magarese “Il Tesoro di cui parlaron le Gazzette di Roma nella State del 1823, rinvenutosi in uno de’ Colli del Montefeltro detto Acquiro, probabilmente fece parte delle ricchezze di Berengario e della regina Willa, onde si favella.” Subito si cercò di localizzare questo Colle Acquiro vicino San Leo, senza risultato. Neanche consultando le carte dell’Istituto Geografico Militare si trovò il toponimo Colle Acquiro o Monte Acquiro.

Si dovette risalire allo scritto di un erudito del 600 tal Pier Antonio Guerrieri “Del Castello già di Monte Aguino. Al riscontro di Monte Tassi sopra la destra riva del fiume Conca dalla parte verso il meridiano è un Monticello, sopra di quale anticamente era un castelletto nominato con l’istesso nome di Monte Aguino….”

Gli abitanti attuali chiamano quel monticello dove non si vedono più neppure i ruderi del castello, Monte Jacquino.

Finalmente si riuscì a localizzare la zona interessata che quella volta nell’800 era posta nel territorio di Macerata Feltria, nella parrocchia di S. Maria Valcava, di fronte alle case della frazione di Conca di Monte Grimano che si trovano a nord del fiume Conca.

Oggi quel sito sia con la frazione di Conca di Monte Grimano che con quella di Monte Tassi fa parte del Comune di Monte Grimano Terme.

La cassa con vari preziosi dentro non fu mai trovata.

Ci fu anche un processo contro i presunti scopritori della cassa di preziosi.

Uno scritto del 1867 di un sacerdote del luogo, Francesco Dominici, parla genericamente dell’epilogo del processo dicendo che gli imputati furono condannati “ed ebbero a soffrire lunga carcerazione, e molto dispendio (soldi spesi) per le proprie difese: talché ne furono rovinati nei loro interessi, e si ridussero a povertà, mentre prima erano possidenti abbastanza agiati nel loro Stato…”

Tesoro di Berengario II? Certo che la zona del presunto ritrovamento è piuttosto lontana da San Leo e trasportare lì una pesante cassa piena di preziosi da una San Leo cinta da assedio serrato era cosa poco fattibile.

Tesoro forse degli Ostrogoti, occultato durante gli anni della guerra greco/gotica?

Oppure tesoro d’epoca romana trovato in quello che potrebbe essere stato un avamposto della città di Pitinum Pisaurense (l’odierna Macerata Feltria)?

Questo a tutt’oggi non ci è dato sapere.

SAN LEO CAPITALE D’ITALIA

di Gaetano Dini

Dal 931 erano re d’Italia e imperatori Ugo di Provenza e suo figlio Lotario II. Il loro potere però era debole. Così i feudatari italiani contrapposero a loro un contendente sempre italiano, Berengario II Marchese d’Ivrea.

Berengario era per linea maschile di ascendenza franca, come lo erano quasi tutti i nobili del nord Italia. In più suo nonno materno era addirittura Berengario I Marchese del Friuli, anche lui di ascendenza franca il quale era stato re d’Italia ed imperatore.

Berengario II fin dal 941 era rimasto in Germania alla corte di Ottone I, accreditandosi presso di lui. Nel 945 Berengario, rientrato in Italia, destituì Ugo di ogni potere mentre rimase re d’Italia ed imperatore suo figlio Lotario II. Per Ugo rimanere senza potere era insopportabile, così nel 947 tornò in Provenza lasciando il figlio Lotario in Italia il quale conferì a Berengario in quello stesso anno il titolo di correggente.

Alla morte di Lotario II nel 950, forse fatto avvelenare dallo stesso Berengario, questi aveva imprigionato Adelaide vedova di Lotario, spogliandola di parte dei suoi beni. Moglie dell’ultimo imperatore e figlia del re Rodolfo di Borgogna, Adelaide vantava diritti dinastici sulla corona italiana. Berengario II come nuovo re d’Italia, con la sua condotta politica si era invece alienato le simpatie dei feudatari italiani e del clero che adesso gli doveva versare dei tributi. Così papa Giovanni II chiamò in suo soccorso Ottone I. Entrato in Italia nel settembre 951, Ottone marciò su Pavia capitale del regno senza incontrare resistenze. Ottone assunse il titolo di re d’Italia per diritto di conquista e sposò Adelaide che gli portava in dote i propri diritti dinastici. Berengario II si rifugiava allora nelle montagne del Montefeltro, a San Leo.

Era tradizione che chi volesse diventare imperatore doveva essere anche re d’Italia e cingere la corona di ferro che era custodita in una delle regge italiane, quella di Monza. Quindi sia il re di Germania che il re di Francia per essere imperatore doveva diventare anche re d’Italia. Esercitava il potere diretto sulla propria nazione e sull’Italia ed era riconosciuto imperatore dall’altro re che continuava ed esercitare il potere nella propria nazione. Il re d’Italia poteva invece essere eletto imperatore governando solo l’Italia, avendo il riconoscimento formale di imperatore dagli altri due re.

Ottone dovette rientrare in Germania per problemi interni, così Berengario intavolò trattative diplomatiche con lui fino a quando nella Dieta di Colonia dell’agosto 952, alla presenza dei grandi di Germania e di una rappresentanza di grandi feudatari italiani, Berengario II e suo figlio Adalberto prestarono giuramento di fedeltà ad Ottone che li investì del titolo di re d’Italia. Intanto Ottone in quegli anni dovette affrontare in Germania una rivolta interna e le incursioni degli Ungari e degli Slavi. Berengario e suo figlio ritennero quindi non più valido il loro atto di sottomissione a lui, governando l’Italia in maniera autonoma.

Ottone riuscì a sconfiggere tutti gli avversari e chiamato di nuovo da papa Giovanni II scese ancora in Italia. Era il 961.

Raggiunse di nuovo Pavia come nella sua prima calata in suolo italico e riprese per se la corona del regno. Berengario intanto abbandonato nel nord Italia dal suo esercito, si rifugiò con pochi fedeli di nuovo a San Leo come aveva fatto una decina d’anni prima. Sua moglie Willa, regina consorte si asserragliò invece nel castello dell’isola di San Giulio nel lago d’Orta. Ottone espugnò il castello ma cavallerescamente permise a Willa di raggiungere suo marito a San Leo nel luglio del 962.

Ottone intanto nel 961 aveva posto sotto assedio San Leo e Berengario II capitolò per fame nel 963.

Berengario e la moglie Willa erano quindi rimasti re e regina d’Italia dal 952 al 963, anche se gli ultimi anni resistendo in armi. San Leo invece ultima roccaforte di Berengario, divenne di fatto capitale d’Italia dal 961 al 963.

Dopo la loro resa Berengario II e Willa lasciarono definitivamente San Leo nel 964, condotti prigionieri a Bamberga in Germania. Willa rimase vedova nel 966 e subito si ritirò in un monastero prendendo i voti ecclesiastici.

Intanto il 2 febbraio 962 Ottone I era stato consacrato Imperatore a Roma da papa Giovanni II.

COPYWRITING: LE FIGURE RETORICHE

Il “Vocabolario della lingua italiana” di Nicola Zingarelli definisce la retorica come “Arte e tecnica del parlare e scrivere con efficacia persuasiva, secondo sistemi di regole espressive varie a seconda delle epoche e delle culture”. Ugualmente, Marcello Sensini ne “La grammatica della lingua italiana” indica la retorica come “arte del parlare e dello scrivere bene” e le figure retoriche come “quei particolari procedimenti espressivi che, utilizzando la lingua secondo schemi inconsueti, tendono ad arricchirne l’efficacia. Considerate un tempo come caratteristiche essenziali ed esclusive del linguaggio letterario e soprattutto poetico, le figure retoriche sono in realtà un espediente espressivo operante in ogni tipo di atto linguistico o di testo.”

A dar retta a queste definizioni è facile comprendere che, se la retorica è nata per convincere un uditorio, in un senato o in un tribunale poco importa, non può non interessare anche un moderno copywriter. “Il linguaggio nelle figure retoriche perde il suo significato oggettivo, la propria funzione denotativa, per acquisirne un altro più psicologico, legato alla funzione espressiva… Parlare per immagini significa allora aggiungere un significato a quello preesistente. Il significato aggiunto mette in gioco la psicologia dell’individuo. Essere creativi comincia da qui, dalla capacità di tradurre in figure retoriche la relazione psicologica tra le cose da dire e l’immagine usata.” (Michelangelo Coviello, “Il mestiere del copy”)
Spesso il copywriter deve addensare in una o poche parole molti concetti e le figure retoriche possono aiutarlo a ottenere l’effetto desiderato o ad accrescere l’efficacia di uno slogan, un titolo, una frase.

Vediamo sinteticamente le caratteristiche di alcune figure retoriche.

ACCUMULAZIONE

Dal tardo latino accumulatio -onis.

È una successione di parole disposte in forma ordinata o caotica allo scopo di enfatizzare il discorso.

Diverse lingue, orribili favelle,


parole di dolore, accenti d’ira,

voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s’aggira

sempre in quell’aura sanza tempo tinta,

come la rena quando turbo spira.

Siamo nel III canto dell’Inferno e Dante è all’inizio della sua avventura; Virgilio gli ha appena fatto attraversare la porta dell’Inferno e lo sta conducendo all’incontro con gli ignavi.

ALLEGORIA

Dal greco ἀλληγορία, parola composta da ἄλλος «altro» e ἀγορεύω «parlo».

L’allegoria è la figura retorica per mezzo della quale, attraverso un’immagine concreta, si esprime un concetto astratto, a volte particolarmente complesso.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di province, ma bordello!

Nel canto VI del Purgatorio Dante incontra il poeta Sordello, vissuto nella seconda metà del Duecento, che gli offre il destro per una lunga digressione sulla situazione politica dell’Italia nel Medioevo, descritta come una nave senza timoniere in balia della tempesta.

La “Divina commedia”, viaggio immaginario nel regno dei morti, è essa stessa, secondo le intenzioni di Dante, l’allegoria del percorso compiuto in direzione della salvezza dell’anima.

Altra splendida allegoria è quella creata da Giacomo Leopardi nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia,” scritto tra il 1829 e 1830, dove il ”vecchierel bianco” rappresenta il corso della vita che si conclude nell’”abisso orrido” della morte.

Vecchierel bianco, infermo,

mezzo vestito e scalzo,

con gravissimo fascio in su le spalle,

per montagna e per valle,

per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

al vento, alla tempesta, e quando avvampa

l’ora, e quando poi gela,

corre via, corre, anela

varca torrenti e stagni,

cade, risorge, e più e più s’affretta,

senza posa o ristoro,

lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

colà dove la via

e dove il tanto faticar fu volto:

abisso orrido, immenso,

ov’ei precipitando, il tutto oblia.

Vergine luna, tale

è la vita mortale…

ALLITTERAZIONE

Dal latino allitteratio -onis.

L’allitterazione consiste nella ripetizione di una lettera o di una sillaba in più parole consecutive o vicine tra loro.

Sine sole sileo” o “Sine sole silet” (“Senza sole taccio” o “Senza sole tace”) è un motto che si trova spesso sulle meridiane.

L’allitterazione è frequente nei messaggi pubblicitari, in cui ha la funzione di colpire l’ascoltatore e di spingerlo a memorizzare il prodotto.

ANADIPLOSI

Dal greco ἀναδίπλωσις, derivato da ἀναδιπλόω «raddoppio».

Consiste nella ripetizione enfatica, all’inizio di un verso o di una frase, di una o più parole poste in conclusione del verso o della frase precedente.

O patria mia, vedo le mura e gli archi

e le colonne e i simulacri e l’erme

torri degli avi nostri,

ma la gloria non vedo,

non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi

i nostri padri antichi. Or fatta inerme,

Nuda la fronte e nudo il petto mostri…

Giacomo Leopardi, “All’Italia”

ANAFORA

Dal tardo latino anaphora -ae e dal greco ἀναϕορά «ripetizione».

Consiste nella ripetizione enfatica di una o più parole poste all’inizio di più versi o proposizioni.

La differenza con l’anadiplosi sta nel fatto che l’anafora ripete una o più parole in principio di verso o di proposizione.

Voi che vivete sicuri

nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera

il cibo caldo e visi amici:

considerate se questo è un uomo

che lavora nel fango

che non conosce pace

che lotta per un pezzo di pane

che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

senza capelli e senza nome

senza più forza di ricordare

vuoti gli occhi e freddo il grembo

come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

stando in casa andando per via,

coricandovi alzandovi;

ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi, “Se questo è un uomo”

ANASTROFE

Dal greco ἀναστροϕή «inversione».

Consiste nell’alterare l’ordine sintattico delle parole che compongono una frase.

Mi scosse, e mi corse


le vene il ribrezzo.

Passata m’è forse

rasente, col rezzo


dell’ombra sua nera, 
la morte…

Giovanni Pascoli, “Il brivido”

ANTIFRASI

Dal greco ἀντί-ϕρασις composto da ἀντί «contro» e ϕράζω «dico».

Consiste nell’usare un’espressione per esprimere l’opposto di quanto significato dalle parole, spesso con intento ironico o drammatico.

E qui si fece a dipinger con colori terribili il brutto incontro; e, nel discorrere, accorgendosi sempre più d’una gran collera che aveva in corpo, e che fin allora era stata nascosta e involta nella paura, e vedendo nello stesso tempo che Renzo, tra la rabbia e la confusione, stava immobile, col capo basso, continuò allegramente: – avete fatta una bella azione! M’avete reso un bel servizio! Un tiro di questa sorte a un galantuomo, al vostro curato! in casa sua! in luogo sacro! Avete fatta una bella prodezza! Per cavarmi di bocca il mio malanno, il vostro malanno! ciò ch’io vi nascondevo per prudenza, per vostro bene!

Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”

ANTITESI

Dal greco ἀντίϑεσις «contrapposizione».

Consiste nel rafforzamento di un concetto attraverso l’accostamento di espressioni di senso opposto.

… La procellosa e trepida

gioia d’un gran disegno,

l’ansia d’un cor che indocile

serve, pensando al regno;

e il giunge, e tiene un premio

ch’era follia sperar;

tutto ei provò: la gloria

maggior dopo il periglio,

la fuga e la vittoria,

la reggia e il tristo esiglio;

due volte nella polvere,

due volte sull’altar…

Alessandro Manzoni, “Il cinque maggio”

ANTONOMASIA

Dal greco ἀντονομασία che significa «il chiamare con nome diverso» da ἀντονομάζω «cambio nome».

Si ha quando si sostituisce un nome proprio con un nome comune o una perifrasi che definisce il personaggio.

Nel linguaggio comune:

L’eroe dei due mondi = Giuseppe Garibaldi

Il sommo poeta = Dante Alighieri

Il maligno = Il demonio

Il bel paese = L’Italia

L’arma = I carabinieri

I mille = I garibaldini

APOSTROFE

Dal greco ἀποστροϕή, derivato da ἀποστρέϕω «volgo altrove».

Chi parla interrompe la forma espositiva del discorso per rivolgersi direttamente a un soggetto che non è presente.

Italia mia, benché ’l parlar sia indarno

a le piaghe mortali

che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,

piacemi almen che ’ miei sospir’ sian quali

spera ’l Tevero et l’Arno,


e ’l Po, dove doglioso et grave or seggio…

Francesco Petrarca, “Canzoniere”

ASINDETO

Dal greco ἀσύνδετον, composto da -ἀ privativo e συνδέω «lego insieme».

Consiste nel coordinare più componenti di una frase senza congiunzioni.

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,


le cortesie, l’audaci imprese io canto,


che furo al tempo che passaro i Mori


d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,


seguendo l’ire e i giovenil furori


d’Agramante lor re, che si dié vanto


di vendicar la morte di Troiano


sopra re Carlo imperator romano…

Ludovico Ariosto, “Orlando furioso”

EPANALESSI

Dal greco ἐπανάληψις «ripresa».

Ripetizione di una o più parole per sottolineare un concetto.

Cristo perdona ogni peccato: usuria

cortellate, tumurti der paese,

bucìe, golosità, caluggne, offese,

sgrassazione in campagna e in ne la curia

tutto: ma ‘in vita sua la prima ingiuria

ch’ebbe a vede ar rispetto de le chiese,

lui je prese una buggera, je prese,

ch’escì de sesto e diventò una furia…

Giuseppe Gioachino Belli, “Sonetti”

Con anadiplosi (la ripetizione, all’inizio di un verso o di una frase, di una o più parole poste in conclusione del verso o della frase precedente), l’anafora (la ripetizione di una o più parole poste all’inizio di più versi o proposizioni), l’epanalessi (la ripetizione di una o più parole per sottolineare un concetto) è la terza figura retorica che classifica una ripetizione nel testo di una poesia o di un brano di prosa.

EUFEMISMO

Dal greco εὐϕημισμός, derivato da εὐϕημίζω «dico parole di buon augurio», composto da εὖ «bene» e ϕημί «dico».

Consiste nel sostituire la descrizione di una situazione spiacevole o l’espressione di un giudizio negativo in forma meno sgradevole.

Angelica a Medor la prima rosa


coglier lasciò, non ancor tocca inante:


né persona fu mai sì aventurosa,


ch’in quel giardin potesse por le piante.


Ludovico Ariosto, “Orlando furioso”

IPERBOLE

Dal greco ὑπερβολή, da ὑπερβάλλω «getto oltre».

È l’uso di un’espressione inverosimile, esagerata, per difetto o per eccesso, con cui si vuole dare maggior efficacia al discorso.

Come sei più lontana della luna,

ora che sale il giorno

e sulle pietre batte il piede dei cavalli!

Salvatore Quasimodo, “Ora che sale il giorno”

LITOTE

Dal greco λιτότης, che significa «semplicità», derivato da λιτός «semplice».

Attenuazione di un concetto mediante la negazione del contrario. Rappresenta un’alternativa all’eufemismo.

Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone.

Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”

METAFORA

Dal greco μεταϕορά «trasferimento», derivato da μεταϕέρω «trasferisco».

Espressione di un concetto per mezzo di una parola o di una frase il cui significato letterale è lontano da quello espresso.

Non ho voglia di tuffarmi

in un gomitolo

di strade.

Ho tanta stanchezza

sulle spalle.

Lasciatemi così come una

cosa posata

in un angolo

e dimenticata.

Qui non si sente

altro che il caldo buono.

Sto con le quattro

capriole di fumo

del focolare.

Giuseppe Ungaretti, “Natale”

METONIMIA

Dal greco μετωνυμία «scambio di nome», composto dal prefisso μετα e ὄνομα «nome».

Consiste nell’utilizzo in senso figurato di una parola che ne sostituisce un’altra sulla base di un rapporto di contiguità logica, a differenza della metafora, che è molto più libera.

I casi più frequenti di metonimia.

Il contenitore con il contenuto (Bevo un bicchiere per: bevo il contenuto del bicchiere)

La causa per l’effetto (Ha una bella mano per: dipinge bene)

L’effetto per la causa (La mia gioia per: chi mi procura gioia)

L’astratto per il concreto (I soprusi della nobiltà per: i soprusi dei nobili)

Il concreto per l’astratto (È un uomo di buon cuore per: è un uomo buono)

L’autore per l’opera (Leggiamo Dante per: leggiamo un’opera di Dante)

Il luogo o il mezzo per chi lo occupa (L’ammutinamento del Bounty per: l’ammutinamento dei marinai del Bounty)

La località di origine per il prodotto (Abbiamo bevuto un ottimo Franciacorta per: abbiamo bevuto un ottimo spumante prodotto in Franciacorta)

La materia per l’oggetto (L’acciaio solca la terra: l’aratro solca la terra)

Il simbolo per ciò che rappresenta (La croce uncinata per il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori)

ONOMATOPEA

Dal greco ὀνοματοποιία, derivato da ὀνοματοποιέω, composto di ὄνομα -ατος «nome» e ποιέω «faccio».

L’onomatopea si prefigge di riprodurre per mezzo del suono di una o più parole l’effetto fonico del racconto.

Clof, clop, cloch,

cloffete,

cloppete,

clocchette,

chchch…

È giù,

nel cortile,

la povera

fontana

malata;

che spasimo!

sentirla

tossire.

Tossisce,

tossisce,

un poco

si tace…

Aldo Palazzeschi, “La fontana”

OSSIMORO

Dal greco ὀξύμωρον, composto da ὀξύς «acuto» e μωρός «stupido», con allusione al forte contrasto.

Consiste nell’accostamento di due termini di significato opposto in contraddizione fra loro.

I fanciulli battono le monete rosse


contro il muro. (Cadono distanti


per terra con dolce rumore.) Gridano


a squarciagola in un fuoco di guerra.


Si scambiano motti superbi


e dolcissime ingiurie. La sera

incendia le fronti, infuria i capelli.

Sulle selci calda è come sangue.

Il piazzale torna calmo.

Una moneta battuta si posa


vicino all’altra alla misura di un palmo.


Il fanciullo preme sulla terra
 la sua mano vittoriosa.

Leonardo Sinisgalli, “Monete rosse”

PERIFRASI

Dal greco περίϕρασις, derivato da περιϕράζω «parlo con circonlocuzioni», composto da περι e ϕράζω «dico».

Consiste nell’indicare una persona o una cosa attraverso una sequenza di più parole.

… A egregie cose il forte animo accendono

l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella


e santa fanno al peregrin la terra


che le ricetta. Io quando il monumento


vidi ove posa il corpo di quel grande


che temprando lo scettro a’ regnatori


gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela


di che lagrime grondi e di che sangue;


e l’arca di colui che nuovo Olimpo


alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide


sotto l’etereo padiglion rotarsi


piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,


onde all’Anglo che tanta ala vi stese


sgombrò primo le vie del firmamento:


Te beata, gridai, per le felici

aure pregne di vita, e pe’ lavacri


che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!…

Ugo Foscolo, “Dei sepolcri”

RETICENZA

Dal latino reticentia.

Consiste nel troncare una frase e nel lasciarla in sospeso per provocare maggiore interesse e colpire il lettore.

Mi dica un poco vostra paternità, schiettamente, da buon amico… questo soggetto… questo padre… Di persona io non lo conosco; e sì che de’ padri cappuccini ne conosco parecchi: uomini d’oro, zelanti, prudenti, umili: sono stato amico dell’ordine fin da ragazzo… Ma in tutte le famiglie un po’ numerose… c’è sempre qualche individuo, qualche testa…

Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”

SIMILITUDINE

Dal latino similitudo -dĭnis.

Esprime un concetto attraverso un’associazione di idee, paragonando una persona, una cosa, un’idea a un’altra con caratteristiche simili.

… Ed io pensavo: Di tante parvenze

che s’ammirano al mondo, io ben so a quali

posso la mia bambina assomigliare.

Certo alla schiuma, alla marina schiuma

che sull’onde biancheggia, a quella scia

ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;

anche alle nubi, insensibili nubi

che si fanno e disfanno in chiaro cielo;

e ad altre cose leggere e vaganti.

Umberto Saba, “Ritratto della mia bambina”

SINESTESIA

Dal greco συναίσϑησις «percezione simultanea», composto da σύν «con, insieme» e αἴσϑησις «sensazione».

Accostamento di due parole il cui significato fa riferimento a sfere sensoriali diverse.

… le parole


tra noi leggere cadono. Ti guardo


in un molle riverbero. Non so


se ti conosco; so che mai diviso


fui da te come accade in questo tardo


ritorno. Pochi istanti hanno bruciato


tutto di noi: fuorché due volti, due


maschere che s’incidono, sforzate 
di un sorriso.

Eugenio Montale, “Due nel crepuscolo”

ZEUGMA

Dal greco ζεῦγμα, «legame, unione».

Consiste nel riferire un unico verbo a due o più parole che invece ne richiederebbero ciascuna uno diverso.

… Leva in roseo fulgor la cattedrale


le mille guglie bianche e i santi d’oro,


osannando irraggiata: intorno, il coro


bruno dei falchi agita i gridi e l’ale…

Giosuè Carducci, “Sole e amore”

Alfredo Spanò

MASTER CHEF: LO SBERLEFFO DEL POETA OLINDO GUERRINI

Rileggendo la lettera di Olindo Guerrini che Pellegrino Artusi inserisce all’inizio de “L’arte del mangiar bene”, in cui il poeta si esibisce in un ben riuscito esercizio linguistico con cui si burla del linguaggio proprio di chi si occupava di gastronomia, non ho potuto fare a meno di pensare alle esibizioni glottologiche degli chef “stellati” nostri contemporanei, altrettanto astruse e forzate quanto gli accostamenti e le metodologie usate per imbandire i loro piatti. Alcuni esempi? Linguine con colatura di gamberi rossi, carpaccio di mazzancolle e rapatura di broccoletti; petto d’anatra brasato con purè di sedano rapa, gel di barbabietola, riduzione di balsamico, granella e cialda di focaccia; tartare di salmone con nachos e maionese al wasabi; polpo croccante in due consistenze di caciocavallo e crosta di pane al carbone… e chi più ne ha, più ne metta.

Ecco gli accostamenti più improbabili di ingredienti tipici di Italia, Giappone e Messico espressi in piatti del diametro di parabole, di cui occupano una parte infinitesimale, disposti in architetture audaci, contornati da schizzetti di salse multicolori, ambaradan di erbe profumate, qualche petalo colorato o, elemento classico di quest’”arte” un unico filo di erba cipollina.

Naturalmente i moderni master chef schifano gli utensili della tradizione culinaria e adottano strumenti da laboratorio di biologia o, peggio, da teatro anatomico.

Che dire poi dei più astrusi mezzi di cottura? Come la lavastoviglie, sì, la lavastoviglie, impiegata per cucinare cibi a bassa temperatura.

Olindo Guerrini, contemporaneo e conterraneo di Pellegrino Artusi, nativo di Forlimpopoli, apprezzava la buona cucina, tanto che, nella sua vasta bibliografia, è contemplato anche il manuale di culinaria: “L’arte di utilizzare gli avanzi della mensa”.

La sua ricetta del “grillò abbragiato”, che attribuisce a un tal Vialardi, ma inventa di sana pianta, è un altro esempio dello spirito e dell’abilità di Olindo Guerrini, che scrive all’Artusi: “On. Signor mio,

Ella non può immaginate che gradita sorpresa mi abbia fatto il suo volume, dove si compiacque di ricordarmi! Io sono stato e sono uno degli apostoli più ferventi ed antichi dell’opera sua che ho trovato la migliore, la più pratica, e la più bella, non dico di tutte le italiane che sono vere birbonate, ma anche delle straniere. Ricorda ella il Vialardi che fa testo in Piemonte?

Grillò abbragiato. – La volaglia spennata si abbrustia, non si sboglienta, ma la longia di bue piccata di trifola cesellata e di giambone, si ruola a forma di valigia in una braciera con butirro. Umiditela soventemente con grassa e sgorgate e imbianchite due animelle e fatene una farcia da chenelle grosse un turacciolo, da bordare la longia. Cotta che sia, giusta di sale, verniciatela con salsa di tomatiche ridotta spessa da velare e fate per guarnitura una macedonia di mellonetti e zuccotti e servite in terrina ben caldo.

Non è nel libro, ma i termini ci sono tutti.

Quanto agli altri Re dei Cuochi, Regina delle Cuoche ed altre maestà culinarie, non abbiamo che traduzioni dal francese o compilazioni sgangherate. Per trovare una ricetta pratica e adatta per una famiglia bisogna andare a tentone, indovinare, sbagliare. Quindi benedetto l’Artusi! È un coro questo, un coro che le viene di Romagna, dove ho predicato con vero entusiasmo il suo volume. Da ogni parte me ne vennero elogi. Un mio caro parente mi scriveva: Finalmente abbiamo un libro di cucina e non di cannibalismo, perché tutti gli altri dicono: prendete il vostro fegato, tagliatelo a fette, ecc. e mi ringraziava…

Alfredo Spanò

Il LAGO DI ANDREUCCIO E LA SUA LEGGENDA

 

di Gaetano Dini

Il Lago di Andreuccio si trova nel comune di Pennabilli vicino alle frazioni di Soanne e Scavolino.

L’anno dei fatti è indicato in un generico 1300.

Il conte Evaristo di Carpegna era anche signore di Soanne e Scavolino. Evaristo aveva una giovane ed incantevole figlia chiamata Elisabetta. Quando da Carpegna andava con la bella stagione nelle residenze paterne di Soanne e Scavolino, Elisabetta soleva fare delle passeggiate nelle amene campagne del luogo. Un giorno, durante una passeggiata, aveva incontrato Andreuccio, giovane e bel pastorello del luogo che governava i propri animali. I due ebbero occasione di vedersi ed incontrarsi altre volte fino a quando Andreuccio non dichiarò ad Elisabetta il suo amore, ricambiato da lei.

Ma i due giovani erano spiati da un cavaliere del castello che riferì tutto al conte Evaristo. Non sia mai che mia figlia di nobile lignaggio frequenti o addirittura sposi un villico del popolino, così pensava il conte.

Un pomeriggio sul tardi, come aveva fatto altre volte, la bella Elisabetta aspettava di incontrare il suo Andreuccio nei pressi del laghetto. Ma Andreuccio non si vedeva. La contessina alla fine tornò a casa.

I giorni seguenti si venne a sapere che sulla riva del lago erano stati trovati un pugnale e tracce di sangue. Le voci dicevano che il conte aveva fatto uccidere Andreuccio facendo poi sparire il corpo. Allora Elisabetta si precipitò al laghetto e gli chiese dove fosse finito il suo amore. Ma il laghetto non rispose, rimase muto per non darle un dolore. Elisabetta intuendo la verità, vinta dalla disperazione si buttò nelle sue acque affogando.

Il conte disperato per ciò che era successo, decise allora di dare al lago il nome del pastorello, Andreuccio.

Storia questa inventata di sana pianta dalla fantasia popolare del 1500, 1600 o 1700, da raccontare le sere d’inverno accanto al focolare. Oggi i frequentatori del lago generalmente non conoscono l’esistenza di questa leggenda e chi sa che esiste ne conosce la trama in maniera vaga.

Noi che adesso la conosciamo in maniera precisa, proviamo pietà per i due sfortunati amanti e quando andiamo al Lago di Andreuccio lo guardiamo in maniera diversa rispetto a prima.

LIBRI: “L’OBBEDIENZA NON È PIÙ UNA VIRTÙ” DI DON LORENZO MILANI

“L’obbedienza non è più una virtù” propone l’attualità e la forza del pensiero di Don Lorenzo Milani.

Tre sono i testi editi nella breve antologia: l’ordine del giorno dei cappellani militari della Toscana in congedo, pubblicato dalla Nazione il 12 febbraio 1965, la risposta ai cappellani militari di don Milani del 23 febbraio 1965, pubblicata il 6 marzo da Rinascita, la lettera del 18 ottobre 1965 ai giudici del processo avviato dopo una denuncia per apologia di reato, presentata da un gruppo di ex combattenti alla procura di Firenze.

Nel febbraio del 1965, i cappellani militari della Toscana emisero un comunicato in cui definivano l’obiezione di coscienza “espressione di viltà”. Don Lorenzo Milani scrisse la sua risposta, stampata in 1000 copie, in cui difendeva il diritto di obiettare, ma soprattutto svolgeva una lezione di dignità e di libertà di pensiero di valore universale. La pubblicazione del testo da parte di Rinascita fece esplodere la polemica e il sacerdote venne denunciato da alcuni ex combattenti alla procura di Firenze. Don Lorenzo Milani aveva confidato alla madre: “Sto scrivendo una lettera ai cappellani militari… Spero di tirarmi addosso tutte le grane possibili.” E le grane arrivarono: lettere minatorie, polemiche giornalistiche, la reprimenda dell’autorità ecclesiastica, la denuncia e il processo per apologia di reato in cui venne coinvolto assieme al vicedirettore di Rinascita, Luca Pavolini. Il processo si svolse a Roma, dove la rivista comunista si stampava; non potendo partecipare alle udienze a causa delle pessime condizioni di salute, il sacerdote rivolse una lettera ai giudici che assolsero lui e Luca Pavolini.

Lorenzo Milani morirà prima del processo d’appello in cui la corte sentenzierà la condanna di Pavolini a cinque mesi e dieci giorni e decreterà, per il priore di Barbiana: “il reato è estinto per morte del reo”.

Anche in questa dura polemica, il fine di don Milani è quello di dare una lezione di libertà e di autonomia di pensiero nei confronti delle istituzioni più consolidate, delle convenzioni più radicate, che poggiano su una retorica vetusta e sono accettate acriticamente: “… il processo può essere solo una nuova cattedra per fare scuola…”.

Sorretto da una lucida razionalità, da una radicata convinzione nelle proprie idee, il priore di Barbiana traduce il suo pensiero schietto, il suo logico ragionamento in una espressione tagliente, arguta, spesso ironica, talvolta aggressiva; la sua parola non ha nulla del linguaggio clericale, “pastorale”, si basa sulla certezza, di cattolico credente e sacerdote votato alla propria missione, che la verità si mostra, è inconfutabile e non può non essere palese a tutti.

Lorenzo Milani non poteva che essere toscano, uno di quei “maledetti toscani” il cui profilo così bene aveva saputo tracciare Curzio Malaparte.

Lorenzo Milani proviene da una famiglia della borghesia intellettuale fiorentina. Nasce a Firenze il 27 maggio del 1923 da Alice Weiss, di origine ebrea e da Albano Milani, chimico e filologo. Nel 1930 la famiglia si trasferisce a Milano e nel 1933 i coniugi Milani, che erano sposati civilmente, celebrano il matrimonio in chiesa e battezzano i tre figli (assieme a Lorenzo, il maggiore Adriano e la minore Elena), per timore delle leggi razziali. Nel 1934 Lorenzo si iscrive alla prima ginnasiale al Berchet e, poi, con qualche difficoltà, frequenta il liceo; ottenuta la maturità, rifiuta d’andare all’università per dedicarsi alla pittura. Superando l’opposizione del padre, diviene allievo dell’artista Hans Joachim Staude, a Firenze. Più tardi torna a Milano e apre uno studio. Risale al 1943, dopo l’incontro con don Raffaele Bensi, che diventerà il suo consigliere spirituale, la conversione.

Già al suo ingresso nel seminario di Cestello in Oltrarno, il carattere estroverso e spavaldo gli provoca i primi contrasti col rettore, monsignor Giulio Lorini, e con don Mario Tirapani, che più tardi, in qualità di vicario generale della diocesi, lo confinerà a Barbiana. Il 13 luglio 1947 viene ordinato sacerdote a Santa Maria del Fiore e, poco dopo, è destinato ad affiancare il parroco don Daniele Pugi nel borgo operaio di San Donato, a Calenzano. Qui inizia l’elaborazione del catechismo storico, fonda la scuola popolare, crea il nucleo di Esperienze pastorali.

Alla morte di don Pugi, viene nominato priore di Sant’Andrea a Barbiana, nei monti del Mugello, sopra Firenze, dove arriva il 6 dicembre 1954. La strada è poco più che una mulattiera, mancano la luce e l’acqua. Tutta la parrocchia raccoglie poche povere famiglie sparse sui monti per i ragazzi delle quali crea una nuova scuola.

Nel 1958 viene pubblicato “Esperienze pastorali”, in cui il priore di Barbiana affronta il tema di una nuova pastorale che ricostruisca il rapporto con le classi umili. Il libro suscita polemiche e poco dopo il Sant’Uffizio ne ordina il ritiro.

Nel 1960 compaiono i primi sintomi della malattia ai polmoni, un linfogranuloma maligno, che lo porterà alla morte.

Nonostante la grave malattia viene preparata collettivamente dalla scuola di Barbiana “Lettera a una professoressa”, contro la scuola classista che emargina i poveri. Il libello sullo stato della scuola italiana è un j’accuse agli intellettuali al servizio di una sola classe. L’opera viene pubblicata nel maggio del ’67 ed è tradotta in più lingue.

Lorenzo Milani muore nella casa della madre, a Firenze, il 26 giugno 1967. Ha 44 anni.

Alfredo Spanò

COPYWRITING: ANNOTAZIONI SULLA SCRITTURA PROFESSIONALE

Nell’ideazione di qualsiasi prodotto destinato a una qualsiasi forma di pubblicazione è indispensabile che chi scrive applichi un criterio espositivo conforme al mezzo impiegato unificando lo stile e rendendo omogenea la comunicazione in accordo con l’immagine che si vuole proporre.

Le aziende hanno di fronte a sé un mercato sempre più ampio e diversificato, devono comunicare e intendersi con clienti, fornitori, partner che sono situati in aree molto distanti (anche culturalmente) e, contemporaneamente, fronteggiare una competizione esasperata. Perciò è sempre più importante che l’impresa sappia sviluppare e articolare la propria comunicazione per far conoscere le proprie qualità, le opportunità e i servizi che è in grado di offrire.

Quello della scrittura è un ruolo primario che assume una funzione strategica e contribuisce con le altre funzioni aziendali alla realizzazione del fatturato.

Il testo deve essere corretto, comprensibile, concreto e, a esso, deve corrispondere l’oggettività di quanto proposto, se non si vuole compromettere il buon nome dell’azienda.

Un testo inopportuno può esser controproducente, un testo scorretto delinea un profilo scadente non solo di chi lo ha composto, ma di tutte le componenti dell’azienda e si ripercuote sull’immagine della stessa.

Un comunicato stampa lungo e prolisso non verrà tenuto in considerazione dai giornalisti che dovrebbero provvedere a pubblicare la notizia e, nella migliore delle ipotesi, i tagli e le modifiche che ne seguiranno rischieranno di snaturare il messaggio che si voleva trasmettere.

Le parole definiscono l’immagine pubblica di una persona, come di un’azienda, concetto che deve essere tenuto nella massima considerazione.

Oggi sono le stesse enormi potenzialità di Internet, come le facoltà ipertestuali e i collegamenti simultanei, a offrire nuove e più coinvolgenti forme di comunicazione e più articolate modalità di percezione.

Internet moltiplica le occasioni di comunicazione e spesso propone un eccesso di informazioni che può essere dispersivo, offre diversi livelli e sistemi di approfondimento delle conoscenze, muta la percezione della comunicazione e sollecita lo sviluppo di nuove forme di espressione. Di queste trasformazioni chi scrive non può non tener conto; deve lavorare per comprendere, per adeguarsi e, se possibile, per anticipare, adattandosi alla complessità che offre il Web e utilizzandola adeguatamente per dare ricchezza al sistema espressivo e articolare le informazioni.

Parzializzare il testo rendendo indipendente ciascun brano può essere un metodo per mantenere la concentrazione del lettore sui contenuti e facilitargli la comprensione e l’acquisizione dei diversi argomenti che vogliamo proporgli.

Non è detto che chi legge Internet legga anche libri e giornali e, forse, già ora esistono generazioni che leggono esclusivamente lo schermo di un computer o di un e-book.

Questi mutamenti, sollecitati dall’evolversi delle tecnologie, hanno vaste ripercussioni sul modo di comunicare e sulla scrittura, sulla struttura e sulla forma del linguaggio.

Nel caso dell’ipertesto è necessario verificare attentamente gli elementi di rilievo, che vanno approfonditi, illustrati, commentati, organizzare le “porte” dei link e renderle accattivanti in modo che incuriosiscano e non appesantiscano la lettura concentrando immediatamente l’attenzione del lettore sull’argomento focale del testo.

A monte deve esserci un disegno studiato approfonditamente e progettato accuratamente, in grado di esprimere concetti ben definiti e di evocare immagini nitide, quasi palpabili; a valle, l’agilità della scrittura, che permetta una maggiore leggibilità, la facile comprensione dei significati, la corrispondenza tra contenuti e forma d’espressione, concisa, non involuta, che dia forza alle idee e mantenga la concentrazione del lettore sui contenuti.

Necessitano conoscenza delle regole grammaticali e competenze nel campo degli strumenti della comunicazione per adeguare lo stile alle finalità che si intendono raggiungere e al pubblico a cui le informazioni sono rivolte.

Facebook, Twitter e gli altri social consentono di comunicare per mezzo di ipertesti, in genere brevi, semplici e incisivi: ne fanno parte testo, fotografie, inserti vocali e musicali, gif, hashtag, emoji, che vale la pena di sfruttare per colpire l’attenzione di coloro ai quali il messaggio è indirizzato.

Alfredo Spanò

LIBRI: “DEI DELITTI E DELLE PENE” DI CESARE BECCARIA

“Cesare Beccaria non appartiene né alla storia letteraria né a quella del diritto: egli appartiene alla storia.

Le idee delle quali egli si fece apostolo preesistevano alla sua comparsa. Ma esse avevano forse bisogno di chi sapesse scioglierle dal ghiaccio dei puri trattati scientifici, trarle dal chiuso ambiente di dotti e di sapienti nel quale erano imprigionate, e dar loro palpito e ali per diffondersi ovunque…

Questa del Beccaria è una delle opere che han rinnovato l’umanità, talché si stenterebbe a credere che il quadro che egli traccia sia quello di neanche due secoli fa. Né l’uomo potrà mai più, pur tra sperdimenti ed errori, sempre passeggieri, dimenticarne l’insegnamento.”

Non si potrebbe introdurre meglio l’opera di Cesare Beccaria “Dei delitti e delle pene” di quanto non faccia l’anonimo autore della nota introduttiva all’edizione nelle mie mani, pubblicata dalla gloriosa Biblioteca Universale Rizzoli nel 1950.

In tempi di “sperdimenti ed errori” come gli attuali, in cui il sistema giudiziario italiano mostra tutte le sue crepe, l’autonomia decisoria della magistratura è sottoposta ad attacchi irosi, la nostra legislazione viene assoggettata al tornaconto di pochi e il diritto internazionale è condizionato dai centri forti del potere politico ed economico, una rilettura del trattato scritto fra il 1763 e il 1764 dal giurista milanese può servire a rammentarci alcuni criteri basilari del diritto da cui una società civile non può derogare.

Brevemente, i principi fondamentali di cui Cesare Beccaria invoca l’applicazione prevedono:

  • che la definizione dei delitti e delle pene non sia arbitraria, ma perfettamente determinata dalle leggi
  • che agli accusati vengano risparmiate umiliazioni, minacce e crudeltà prima del processo che ne accerterà la colpevolezza
  • che i giudizi si svolgano pubblicamente
  • che non si tenga conto di accuse anonime, spesso figlie del tradimento o della vendetta
  • che venga abolita la tortura, un metodo inumano e di dubbia efficacia ai fini dell’ottenimento della verità
  • che le pene non siano spietate, ma proporzionate al male procurato
  • che venga abolita la barbarie della pena di morte
  • che la pena sia pronta onde rendere evidente la consequenzialità di colpa e castigo
  • che venga soppressa l’istituzione della grazia che infirma l’autorità della legge e non ha ragion d’essere in uno stato che applica correttamente il diritto
  • che le leggi siano chiare e possano essere comprese per essere rispettate da tutti

In conclusione, sostiene Cesare Beccaria: “Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi.”

Beccaria parte dal concetto di “contratto sociale” espresso da Jean Jacques Rousseau per affermare la necessità che le leggi siano conformate al fine di ottenere lo scopo attraverso la minima severità necessaria, non sulla base di criteri punitivi, ma di autodifesa della società, nei quali non possono essere contemplate la tortura e la pena di morte.

L’opera, tradotta immediatamente in molte lingue, ebbe una grande ripercussione, non solo in Italia, e ottenne un grande successo, dovuto all’attesa per le riforme che auspicava, tanto che l’autore venne apprezzato da filosofi e giuristi quali D’Alembert, Diderot, Voltaire, che commentò l’edizione francese dell’opera, Helvetius, Hegel, Hume, e fu invitato in Francia e in Russia dalla zarina Caterina II.

Tra i meriti di Cesare Beccaria vi fu quello di avere sostenuto che non vi può essere libertà laddove non vi sia rispetto per l’imputato.

Dei delitti e delle pene” fu inserito nell’Indice dei libri proibiti dalla Chiesa, schierata sulle posizioni più conservatrici.

Di famiglia nobile, Cesare Beccaria nacque a Milano nel 1738, vi morì nel 1794. Laureatosi in giurisprudenza a Pavia nel 1758, nel 1761 sposò Teresa De Blasco dalla quale ebbe due figlie: Maria e Giulia, che sarà madre di Alessandro Manzoni.

Cesare Beccaria si legò d’amicizia con i fratelli Alessandro e Pietro Verri, che nel 1776 scriverà “Osservazioni sulla tortura”, il cui salotto accoglieva i più brillanti e anticonformisti membri della società milanese del tempo, con i quali collaborò alla pubblicazione della rivista “Il caffè”.

Alfredo Spanò

STORIA: UN’ENCLAVE TOSCANA IN TERRA ROMAGNOLA

di Gaetano Dini

Monterotondo è una frazione del comune di Badia Tedalda che con le altre frazioni di Santa Sofia, Cà Raffaello, Cicognaia, rappresenta un’enclave toscana in terra romagnola.

Nel 1207 Castrum Montis Rotundis apparteneva alla famiglia dei conti di Montedoglio della Valtiberina.

Dal Libro dei Censi, nel sesto anno di pontificato del Papa Gregorio IX (1233) un certo Ugutio Dadei de castro Aldicae donò pro anima sua alla santa sede apostolica vari possedimenti tra cui Villa Montis Rotondi.

Nel 1285 era signore di Monterotondo Rainerio Lancia, figlio di Alberico. E ancora nel 1311 i signori del luogo Ubaldo, Battista e Cionino Manfredi, vennero nominati col titolo di Dominus di Monterotondo in un atto di compravendita stipulato coi conti di Carpegna.

Con la pace di Sarzana del 10 gennaio 1353 Castrum de M. Rotundo fu posto sotto la signoria di Neri (o Nerio) della Faggiola.

Il territorio di Santa Sofia e quindi anche il Castello di Monterotondo, tornò poi in potere dei Montedoglio. Donna Paola, figlia del Conte Prinzivalle di Guido unico primogenito maschio del casato dei Montedoglio, alla fine del secolo XV sposò un Gonzaga, conte di Novellara, portando in dote questa località. Il Granduca di Toscana Ferdinando I dei Medici, con rogito in data 5 giugno 1607, lo comprò dai pronipoti di donna Paola Monterotondo con vari territori annessi per il prezzo di 7000 scudi.

Successivamente, il 23 settembre 1615, Cosimo II eresse in feudo con il titolo nobiliare di Marchesato, il territorio di Santa Sofia ed il vicino Castello di Monterotondo, investendone il barone Fabrizio Colloredo (o Collaredo) allora suo maestro di camera e priore di Lunigiana dell’Ordine di Santo Stefano.

Nel XVIII secolo il feudo passò ai Conti Lorenzo e Paola Barbolani di Montauto (FI), signori di origine longobarda. Il 25 novembre 1774, il Conte Bartolomeo Barbolani ed altri coeredi vendettero per la somma di 6000 scudi fiorentini il feudo di Monterotondo a Pietro Leopoldo, Granduca di Toscana che lo unì al Vicariato di Sestino.

Tre anni più tardi, l’amministrazione del Granducato di Toscana vendette i beni allodiali (cioè posseduti in piena proprietà) di Monterotondo a Giuseppe Gambetti di Talamello, per la somma di 1500 scudi. Questi era un taumaturgo, alchimista, medico, veterinario, pranoterapeuta, chimico.

Il 17 dicembre 1788 Monterotondo e gli altri territori limitrofi passarono alla Santa Sede che li incorporò nel Comune di Badia Tedalda di cui amministrativamente fanno tuttora parte.

OGNUNO HA IL SUO PASSO

Ognuno ha il suo passo e camminare da soli consente di farlo nel modo più consono alla propria natura e ai propri interessi realizzando profittevolmente un personale rapporto con il territorio. Così, chi predilige l’aspetto sportivo del camminare assumerà un passo spedito, chi invece desidera unire all’attività salutare del movimento altre passioni, come la lettura, la fotografia, l’osservazione della flora e della fauna, la raccolta di erbe, funghi e frutti alternerà il camminare a pause più o meno brevi.

Dopo aver praticato il trekking nell’ambito di gruppi che sembravano avere come scopo principale quello di arrivare quanto prima alla meta, mi sono chiesto che senso avesse raggiungere di notte la cima di un monte senza potersi fermare a contemplare i panorami circostanti, resi magici e surreali dalla luce diafana della luna piena, o percorrere speditamente un sentiero sassoso a occhi bassi senza guardarsi intorno per non mettere a repentaglio i garretti o sfiorare macchie di noccioli, prati di fragole e roveti carichi di more senza poterle raccogliere o rasentare boschi e radure popolati da splendidi animali, in cui non sarebbe stato possibile incappare in compagnia di una combriccola chiassosa e celiante, o ancora incrociare qualche invitante via traversa sconosciuta senza poterla esplorare.

Accortomi che avevo la fortuna di vivere in una regione, il Montefeltro, che, estendendosi dagli Appennini all’Adriatico a quote digradanti, offre una singolare ricchezza di tipologie orografiche, una natura scarsamente contaminata, depositaria di una sorprendente varietà floreale e faunistica, costellata di piccoli borghi antichi ben conservati e di città custodi di patrimoni d’arte e di tradizioni secolari, ho deciso di imprimere una svolta al mio andar per strade e sentieri e di accompagnarmi da me solo o con chi condividesse la mia filosofia e i miei interessi.

Ogni sortita è preceduta da uno studio del territorio sorretto da una piacevole ansia di conoscenza, vive degli interessi che ogni stagione sa suscitare, legati alla scoperta di piante, fiori, frutti, insetti e animali che vi albergano e di luoghi naturali oppure esito dell’opera dell’uomo, è costellata di incontri inattesi con persone che hanno piacere di raccontare le tradizioni, le esperienze, i mestieri del luogo, ed è seguita dal ritocco e dalla registrazione delle fotografie scattate e, a volte, dall’approfondimento del profilo scientifico o storico dei siti visitati o dalla pulizia, dalla preparazione e dalla ghiotta fruizione dei prodotti naturali raccolti.

Sostare tra i ruderi di un vecchio borgo contadino abbandonato, tra le antiche case in pietra cadenti, soffocate dalle acacie e dall’edera, scoprire i porticati, le imboccature dei forni, le stalle, tracce di una vita di lavoro ininterrotto, faticosa e ingrata, legata ai ritmi naturali e condotta in stretta comunità, tanto dissimile dalla nostra, guardarsi attorno dagli spalti di un castello che è stato parte della storia, centro di vita e di cultura, scudo per gli uomini di una parte o di un’altra, strumento di potere dei Malatesta, dei Montefeltro, dei Medici o di onnipotenti pontefici, sostare all’ombra delle mura di chiese millenarie, spesso costruite con pietre di templi ancora più antichi, che hanno accolto papi, santi ed eremiti, e leggere racconti ambientati in tempi lontani, rievocandone le atmosfere, offre emozioni impareggiabili e concede ali al pensiero. Per questo chiamo questi posti singolari e affascinanti “spazi del pensiero libero”, spazi in cui è possibile recuperare il senso della vita e del presente di fronte al tempo e alla storia, spazi che riflettono i nostri limiti di fronte all’universo, spazi senza confini che ci aiutano ad abbattere i confini ristretti della nostra mente e della nostra società.

Alfredo Spanò

LIBRI: “LA SCIENZA IN CUCINA E L’ARTE DI MANGIAR BENE” DI PELLEGRINO ARTUSI

Alcuni anni fa Einaudi ha ripubblicato, nella collana I Millenni, “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi. L’opera è accompagnata da una introduzione del compianto professore Piero Camporesi e dai contributi di Giuliano Della Casa ed Emilio Tadini. Un riconoscimento che va, oltre che al talento gastronomico, a quello storico e letterario.

Ho recuperato la vecchia copia del libro, slabbrato e unto, che avevo visto aperto sul marmo del tavolo nella cucina di mia nonna e, poi, di mia madre e che avevo già sfogliato con qualche curiosità. Ho letto le vicissitudini che hanno accompagnato la sua pubblicazione e le prefazioni e sono andato a spulciare le ricette, soffermandomi sui ricordi e le considerazioni personali, le citazione dotte e popolari, le descrizioni delle consuetudini dell’epoca, gli aneddoti curiosi raccontati con arguzia in un italiano elegante e garbato che, immediato e comprensibile nonostante i 150 anni trascorsi, rievoca le atmosfere più diverse: da quella delle novelle boccaccesche, con i loro personaggi crapuloni e burleschi, a quella della giovane Italia, da poco uscita dalle guerre di Indipendenza, borghese e popolana, delle sale da pranzo e dei salotti, dei mercati e delle osterie.

Pellegrino Artusi nacque a Forlimpopoli nel 1820. Terminati gli studi, affiancò il padre nell’attività di commerciante, ma un evento segnò la sua vita e quella dei suoi familiari: nel gennaio del 1851, Stefano Pelloni, il Passatore, irruppe nel teatro di Forlimpopoli per predare i cittadini che assistevano a una recita mentre altri suoi uomini penetravano in alcune case, tra cui quella degli Artusi, vuotandole del denaro e degli oggetti preziosi. Gertrude, sorella di Pellegrino, non resse allo spavento e impazzì.

L’anno successivo la famiglia si trasferì a Firenze, dove il padre proseguì nella propria attività commerciale, a cui Pellegrino contribuì con tanto successo da fondare un banco che incrementò il suo patrimonio fino a consentirgli di ritirarsi, cinquantenne, a vita privata per dedicarsi, con scarsa fortuna, alla letteratura. Le due opere: “Vita di Ugo Foscolo, con note al carme dei Sepolcri e ristampa del Viaggio sentimentale di Yorick” del 1878 e “Le osservazioni in appendice a trenta lettere di Giuseppe Giusti” del 1881, pubblicate a proprie spese, passarono pressoché inosservate.

La Scienza in cucina” corse lo stesso rischio, come racconta l’Artusi nell’introduzione della sua celebre opera, in cui ricorda il giudizio di un professore di belle lettere: “Questo è un libro che avrà poco esito” e l’episodio di quei Forlimpopolesi che, vinte due copie del libro in una fiera di beneficenza, “le misero alla berlina e le andarono a vendere al tabaccaio”. Rifiutata da più editori, l’opera venne pubblicata nel 1991 a spese dell’autore in una prima tiratura di 1000 esemplari, a cui seguirono decine di altre in un crescendo di successi. Nel 1931 le edizioni erano 32 e l’Artusi, insieme a “I promessi sposi” e “Pinocchio” era uno dei libri più diffusi nelle case degli italiani.

Pellegrino Artusi morì nel 1911 a 91 anni.

Di lui ha scritto Giorgio Manganelli:

“… Strappando le vivande ai loro luoghi d’origine, disponendole in bell’ordine in un’unica classificazione per generi, egli eseguí l’operazione preliminare alla nascita di una cucina nazionale; e in questo modo agiva, da inconsapevole psicologo, sulla pasta segreta dell’anima nazionale, la agglomerava in un’unica materia ricca, densa; trascriveva le tradizioni gastronomiche locali in un unico codice, un corpus, un catalogo. Questa impresa non gli sarebbe mai riuscita, se non lo avesse assistito la grazia del linguaggio; a Firenze s’era intoscanito, e aveva preso qualche vezzo locale, insistito, da immigrato; ma aveva imparato anche un certo modo di rivolgersi al lettore; infatti, non compilò ricette imperative: ma le raccontò…”

Alfredo Spanò

 

STORIA: I FESCENNINI

di Gaetano Dini

I Fescennini versus sono un genere arcaico di poesia popolare rurale consistente in motti rozzi e pungenti che gli agricoltori etruschi solevano lanciarsi a vicenda durante le loro chiassose feste campagnole svolte nelle aie. Quelle feste agresti erano tenute per festeggiare la fecondità dei campi, l’abbondanza del raccolto, della vendemmia e per ringraziare le divinità protettrici della natura. I contadini vi recitavano proverbi, formule di scongiuro, vi intonavano canti di lavoro e si scambiavano tra loro battute licenziose recitando all’impronta e portando spesso “in giro” anche il pubblico presente. Mentre squadre di contadini si scambiavano tra loro battute mordaci, queste feste andavano quasi sempre incontro ad un crescendo emotivo collettivo con i contadini etruschi che si tinteggiavano il volto di mosto o che si mascheravano con cortecce d’albero incise come a richiamare il personaggio di Phersu, figura etrusca inquietante simboleggiante forse la maschera di una divinità istrionica dal cui nome deriva in italiano il termine “persona”. Questi contadini, ebbri di vino, durante le feste potevano anche travestirsi ed improvvisare danze semplici e ridicole con l’esibizione tra loro di oggetti fallici indecenti.

I Fescennini venivano recitati anche durante i banchetti nuziali nei matrimoni di campagna.

Di questo retaggio rimane ancora oggi in Italia l’uso durante i matrimoni sia di fare auguri sinceri di fecondità alla coppia che di indirizzare da parte degli invitati delle stornellate salaci in rima allo sposo con allusione ai suoi trascorsi prematrimoniali.

Per l’eccessiva mordacità dovuta alla rozzezza popolare, questi versi fescennini degenerarono sempre più spesso in licenza ingiuriosa e furono vietati in epoca repubblicana dalla legge romana, cadendo poi in disuso.

Il nome Fescennino sembra derivare dalla cittadina di Fescennium, antica città falisca posta nell’Etruria meridionale al confine con il Lazio dove pare sia nato questo genere di poesia popolare. Non è prassi infrequente infatti collegare un fatto scenico al suo luogo di origine, visto che le Atellane, commedie rustiche, sono collegate nel proprio nome alla città di Atella in Campania. Il sito dell’antica Fescennium viene dai più riconosciuto nel luogo dove oggi si trova la cittadina di Corchiano VT.

Altra interpretazione fa derivare il nome Fescennino dal termine Fascinum che in lingua latina significa malocchio, sortilegio. Il Fascinum consisteva frequentemente in un amuleto fallico con funzioni apotropaiche contro il malocchio e gli influssi maligni e lo stesso doveva portare fortuna e prosperità a chi lo possedeva. Nulla vieta però che l’antica Fescennium abbia preso il proprio nome da quello di Fascinum.

I Fescennini sono artisticamente classificati come arcaiche forme preletterarie anonime nelle quali viene però rintracciata l’impronta italica più genuina, fatta questa di Vis comica, di Italicum acetum, indicante questo un modo astuto e mordace di rapportarsi con gli altri, modo che lascia sempre tutti gli astanti con l’amaro in bocca.

Lo spirito dei Fescennini versus è in seguito penetrato come per osmosi nei Carmina Nuptialia romani con frizzi e lazzi rivolti allo sposo durante il matrimonio e nei Carmina Triumphalia romani, canti con cui i soldati accompagnavano il trionfo del generale vittorioso. Erano questi, canti a botta e risposta. Mentre una parte dei soldati cantava gli elogi del comandante, l’altra lanciava contro di lui frasi licenziose fino allo scherno. Famose le frasi lanciate a Cesare durante i suoi trionfi, tra le quali c’era: “sei il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti”.

LIBRI: “IL DUELLO OVVERO SAGGIO DELLA VITA DI G. C. VENEZIANO” DI GIACOMO CASANOVA

“Il duello ovvero saggio della vita di G.C. Veneziano” venne scritto in lingua italiana da Giacomo Casanova di Seingalt (1725 – 1798) e pubblicato nel numero di giugno degli “Opuscoli miscellanei”, una rivista che egli stesso aveva fondato a Venezia nel gennaio del 1778 e che ebbe breve e poco fortunata vita.

Il racconto non viene svolto in prima persona, ma come la cronaca di eventi capitati a un anonimo “uomo nato a Venezia”, che non è difficile identificare in Casanova stesso.

La parte introduttiva, che qui riportiamo, costituisce una breve biografia dell’autore, anticipatrice di quella, ben più vasta e dettagliata, scritta in francese negli ultimi anni della sua vita e pubblicata postuma, tradotta in tedesco, in Germania negli anni 1822 – 1828.

“Il duello” è una pagina autobiografica avvincente come un romanzo da cui emergono considerazioni che, al di là dell’evento centrale del racconto, ci fanno apparire i modi di pensare e di agire nel Settecento molto meno lontani da quelli odierni di quanto si possa immaginare.

È curioso, per esempio, che Casanova anticipi un’opinione sui giornalisti: “mendacissimi gazzettieri”, tacciati di essere dei manipolatori di notizie, largamente condivisa tuttora e, nella parte finale della narrazione, il Veneziano racconta proprio di una sua vendetta nei confronti di un giornalista di Colonia che lo aveva diffamato.

Alfredo Spanò

STORIA: I LUPERCALIA

di Gaetano Dini

I Lupercalia erano un’antichissima festa romana in onore del dio Luperco, protettore del bestiame domestico e divinità pastorale invocata a protezione della fertilità in senso lato.

I Lupercalia si celebravano a Roma ogni anno a metà febbraio in presenza del Flamine Diale (Flamen Dialis) sacerdote che rivestiva una particolare importanza e sacralità in quanto personificazione vivente di Giove, i sacerdoti luperci sacrificavano una o più capre e pare anche un cane nel Lupercale, la grotta ai piedi del monte Palatino dove la tradizione vuole che la lupa avesse allattato Romolo e Remo.

Poi i sacerdoti luperci coperti con le pelli delle capre sacrificate, correvano per le strade del Palatino e con strisce tagliate dalle pelli stesse colpivano per buon augurio il terreno e le persone che incontravano e di queste soprattutto le donne alle quali questo rito doveva donare fertilità.

I luperci, diretti da un unico Magister, erano divisi in due schiere di dodici membri ciascuna; una schiera era costituita per antica tradizione dai Luperci Fabiani (della famiglia dei Fabi), l’altra schiera era costituita dai Luperci Quinctiales (della famiglia dei Quinti).

I Lupercalia sono state una delle ultime feste romane abolite dai cristiani anche se negli ultimi tempi avevano assunto un significato solamente folcloristico. Gelasio, papa dal 492 al 496, scriveva infatti una lettera di rimostranze al senato romano, lamentandosi che si tenessero ancora i Lupercali, feste pagane a cui partecipavano anche le genti cristiane.

Il rito lupercale era anticamente di ambiente agreste e non urbano, officiato da contadini e pastori proprietari di greggi e di animali da cortile. Realizzata l’urbanizzazione, il rito è stato portato in città assumendo le forme descritte.

In ambiente preurbano arcaico, contadini e pastori con questo rito non si sa se cruento per gli animali domestici, svolgevano un atto di esorcizzazione nei confronti dei branchi di lupi dei boschi e questi riti si svolgevano forse in febbraio e comunque alla fine dell’inverno quando i lupi erano più affamati dopo i forzosi digiuni invernali. Se contadini e pastori di allora sacrificassero una o più capre, il sacrificio avrebbe avuto il significato di placare simbolicamente la fame dei lupi assalitori. Se invece il rito non fosse stato cruento, questo doveva solo servire a tracciare un invisibile perimetro protettore dai lupi attorno alle case coloniche e/o ai terreni di pascolo.

Nel Lupercale urbano le due schiere di sacerdoti rappresentavano simbolicamente due branchi di lupi ed il fatto che gli stessi sacerdoti fossero coperti con le pelli delle capre sacrificate, faceva sì che gli stessi diventassero contemporaneamente lupi e capri e questo significava la volontà di stabilire un pacifico ed armonico ecosistema tra animali selvaggi ed animali domestici. Per saziare la loro fame si auspicava quindi che i lupi trovassero sostentamento con quello che il regno animale e vegetale offriva loro all’interno di boschi e foreste, facendoli astenere dal cercare cibo nei territori abitati e condotti dagli uomini. A tal fine nel Lupercale si sacrificavano in onore dei lupi una o più capre e se anche un cane, si veniva a sacrificare il loro avversario più temibile, il protettore delle greggi e degli animali domestici.

Il Flamen Dialis era presente nello svolgimento del rito all’interno della grotta Lupercale. Questo Flamen per tradizione doveva mantenere continuativamente il contatto fisico con il suolo di Roma da cui non poteva mai allontanarsi; i piedi del suo letto erano spalmati di uno strato di fango ed egli non poteva stare più di tre giorni senza sdraiarvisi.

La presenza di un Flamen così importante e con tali mansioni, aveva senz’altro il compito di trasmettere senso di stabilità permanente e di importanza sacra al rito stesso.

Il culto del lupo ha remote origini indeuropee ed ha trovato grande spazio nel mondo prima italico e poi romano con il mito dell’allattamento di Romolo e Remo.

La figura del lupo come feroce animale combattente ma disciplinato è stata sempre associata dai romani alla figura del dio Marte.

Le pelli di lupo hanno rappresentato nel mondo romano antico un simbolo inquietante di forza, legate sì ad un mondo arcaico in estinzione ma queste pelli sono rimaste comunque sempre prestigiosamente presenti, indossate come furono in epoche più tarde dai Signifer, portainsegne delle legioni romane.

Si deve rispettare il lupo perché conosce la disciplina della foresta e l’onore della vita!

STORIA: LA VALMARECCHIA, LE VILLE ROMANE DEL V-VI SECOLO d.C.

di Gaetano Dini

Villa: casa di campagna, tenuta, fondo.

Praedium: podere, fondo, proprietà.

Le villae erano dei fondi agrari circoscritti e forse parzialmente fortificati, dove viveva il possidente con la sua guarnigione armata e diverse famiglie di contadini che lavoravano la terra e nel contempo ricevevano protezione.

Questi agglomerati sorsero in funzione di difesa da scorrerie barbariche varie. Infatti gli invasori barbari imponevano ai romani il salgamum, strumento tipico della mentalità barbara. Esso consisteva nella suddivisione delle villae dei ricchi latifondisti in tre parti: il proprietario aveva diritto di scelta per la parte di suo uso, i capi militari sceglievano quella che serviva per l’acquartieramento e l’ultima era destinata ai coloni che mantenevano barbari, Romani e se stessi.

Frequenti assalti alle villae romane si ebbero durante la guerra greco-gotica da parte di bande di Ostrogoti e dopo la parziale conquista dell’Italia da parte dei Longobardi.

Villae romane nell’alta Val Marecchia

Lungo la Val Marecchia passava un’importante via, l’Iter Tiberinum che da Rimini portava nella valle del Tevere e dal lì a Roma. La Val Marecchia quindi è stata da sempre molto popolata. Oggi e ieri la via dell’alta Val Marecchia è chiamata Via Maggio, abbreviativo di Via Maggiore.

I nomi latini dell’epoca, trasformandosi nei nomi italiani di oggi, sono andati incontro a sincopi fonetiche varie.

Libiano da Livius Livianus (praedium). Frazione vicino Pietracuta nel comune di San Leo e frazione nel comune di Novafeltria.

Sartiano da Sertorianus Sertorianus (praedium). Frazione nel Comune di Novafeltria.

Maciano da Maccius Maccianus (praedium). Paesino nel comune di Pennabilli.

Maiano da Maccius Maccianus (praedium). Frazione nel comune di S. Agata Feltria.

Pugliano da Paulus Paulanus (praedium). Frazione nel comune di Montecopiolo, famosa per le sue fiere di bestiame.

Savignano di Rigo da Sabinus Sabinianus (praedium). Paesino tra Perticara e Mercato Saraceno in provincia di Forlì Cesena.

Castello/Madonna di Saiano da Savianus Savianus (praedium). Frazione in comune di Torriana.

Gemmano da Geminianus Geminianus (praedium). Paese della Valconca.

Longiano da Longinus Longinianus (praedium). Paese vicino Cesena.

STORIA: LA VALMARECCHIA, PIETRACUTA

di Gaetano Dini

Nell’area dove si trova oggi Pietracuta c’era in epoca tardoromana solo il centro abitato della odierna frazione di Libiano. Nei secoli successivi si formò una comunità di persone sul monte sopra l’odierna Pietracuta, monte a pareti scoscese, appunto una “pietra acuta”, consistente in una rocca con piccolo borgo annesso. Questo territorio l’imperatore Ottone I nel 962 d.C. lo fece confluire nel feudo del conte Ulderico di Carpegna detto Ulderico il Sassone, già infeudato come conte dall’imperatore stesso in quanto Ulderico aveva fedelmente servito Ottone durante la campagna imperiale in Italia contro Berengario II.

Il figlio di Ulderico, Nolfo conte di Pietracuta, nel 996 fortificò il proprio castello sia nella rocca che nelle mura. Su un’architrave della rocca si leggeva “Nulfus Carpineus Comes”, cioè Nolfo conte di Carpegna. I discendenti di Nolfo hanno posseduto il castello fino al 1221 quando la popolazione di Pietracuta lo riscattò dai conti di Carpegna dietro pagamento.

Il territorio della rocca di Pietracuta con borgo annesso passò in seguito ai duchi di Urbino che erano dei discendenti dei Carpegna, territorio incluso nella giurisdizione di San Leo. Successivamente la rocca fu per circa 70 anni inglobata in territorio sammarinese per poi ritornare a quello di San Leo. Il sito è oggi abbandonato.

Le famiglie ricche di San Leo verso la fine del ‘700 iniziarono a costruire le proprie ville in pianura nel luogo dove oggi sorge il paese di Pietracuta. Le costruirono per avere sia un soggiorno più gradevole in una zona amena vicina al fiume Marecchia e con un clima invernale meno rigido rispetto a quello di San Leo sia per comodità logistica in quanto da lì passava la strada che dall’alta Valmarecchia portava a Rimini. Si ricorda che il cambio di posta dei cavalli era all’altezza dell’odierna frazione di Ponte Verucchio. Così a poco a poco si sviluppò il centro abitato di Pietracuta, con residenze abitative divenute fisse.

Gli abitanti di Pietracuta sono stati i primi animatori del referendum che nell’anno 2009 ha portato i 7 comuni dell’Alta Valmarecchia in provincia di Rimini e nella Emilia-Romagna.

STORIA: L’ALTA VALMARECCHIA

di Gaetano Dini

Abitata dal popolo degli antichi Umbri (già dal 9°-8° sec. a.C.) che vivevano anche nell’attuale Provincia di Rimini ed avevano come loro territorio più a nord la Valle del Savio con città più importante Sarsina, venne poi conquistata dai galli Senoni (intorno al 400 a.C.) al pari del territorio delle attuali province di Rimini e Pesaro.

Il minimo comun denominatore dei territori dell’Alta Valmarecchia (i sette comuni: San Leo, Novafeltria, Talamello, Maiolo, Sant’Agata Feltria, Pennabilli, Casteldelci) con la provincia di Rimini è quindi storicamente a base prima umbra e poi gallica.

Mentre la parlata umbra con i suoi usi e costumi si è persa nel tempo, è il dialetto romagnolo di derivazione gallica che è rimasto nei secoli successivi, assieme ad usi e costumi di impronta gallica.

Nella divisione dell’Italia in regioni attuata dall’imperatore Augusto, gli attuali territori dell’Alta Valmarecchia, dell’alta Valle del Savio e il territorio della Valle del Bidente (corrispondente oggi alla Romagna Bidentina che comprende i comuni di Santa Sofia, Galeata, Civitella di Romagna e Meldola) erano stati inseriti nella regione Umbria mentre il territorio corrispondente all’attuale Provincia di Rimini era stato inserito nella regione Emilia.

Dopo la caduta dell’Impero Romano il territorio dell’attuale Valmarecchia, inclusi i sette comuni in argomento, era stato inserito dai Bizantini nelle terre dell’Esarcato mentre la città di Rimini era stata posta nel territorio della Pentapoli marittima assieme a tutti gli attuali comuni della Provincia di Rimini Sud. La Pentapoli marittima comprendeva le città di Rimini (incluso San Giuliano Borgo dove finivano le mura cittadine), Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona. Le attuali frazioni di San Giuliano Mare, Rivabella, Viserba, Viserbella, Torre Pedrera e gli attuali comuni di Bellaria-Igea M., Santarcangelo di R., Poggio Berni, Torriana, Verucchio erano stati posti anch’essi nel territorio dell’Esarcato che comprendeva anche le attuali province di Forlì Cesena, Ravenna, Bologna e Ferrara (l’antica Romania, da cui il nome Romagna).

Dopo il 1.000 d.C. il territorio dell’attuale Alta Valmarecchia (gli attuali sette comuni) è passato sotto la Marca Anconetana, inserito nel feudo dei conti di Carpegna.

Dal 1200 in poi l’Alta Valmarecchia è stata tenuta con fasi alterne dai conti di Carpegna i quali passarono in seguito sotto l’influsso politico del Ducato di Urbino e dai Malatesta di Rimini che avevano a tal fine il loro castello più strategico nella zona di Pennabilli.

Cadute nei primi anni del ‘500 tutte le signorie di Romagna ad opera di papa Alessandro VI e di suo figlio il Valentino, l’Alta Valmarecchia (gli attuali sette comuni) passa prima al Ducato d’Urbino sempre sotto l’egida del papa, poi con la scomparsa del Ducato d’Urbino nel 1625, rimane all’interno dello Stato Pontificio unita al territorio delle Marche mentre l’attuale Provincia di Rimini è unita al territorio della Romagna, sempre all’interno dello Stato Pontificio.

Durante il Regno Napoleonico il territorio degli attuali sette comuni dell’Alta Valmarecchia viene inserito nel Dipartimento del Rubicone, Distretto di Cesena.

Dopo la caduta del Regno Napoleonico viene restaurato lo Stato Pontificio e papa Pio VII con “motu proprio” del 6 luglio 1816, distacca dalla Romagna il territorio degli attuali sette comuni annettendolo alla Legazione di Urbino, sempre all’interno dello Stato Pontificio. Da allora furono tutti vani i tentativi di ricongiungimento alla Romagna.

I sette comuni dell’Alta Valmarecchia esprimono ai sensi di legge, la volontà di distaccarsi dalla regione Marche con referendum del 2006. Nel 2009 il Parlamento italiano con propria legge approva l’aggregazione dei suddetti sette comuni alla regione Emilia-Romagna, Provincia di Rimini.

Con sentenza n. 246 depositata l’ 8.7.2010, la Corte Costituzionale ha giudicato infondato il ricorso presentato dalla regione Marche sulla presunta illegittimità costituzionale della legge del 2009 relativa all’aggregazione dei sette comuni alla Regione Emilia-Romagna.

ROBERT KENNEDY: IL DISCORSO SUL PIL

Di questi tempi in cui non passa giorno senza che si legga sulla prima pagina di un quotidiano o non venga pronunciata da qualche autorevole commentatore la paroletta “Pil”, acronimo di Prodotto interno lordo, credo sia opportuno rileggere cosa ne pensasse Robert Kennedy, lo statista americano, che, come il fratello John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti, per le sue idee e le sue iniziative politiche venne assassinato nel 1968.

Robert Francis Kennedy, soprannominato Bob, nacque a Brookline, nel Massachusetts, il 20 novembre 1925 da Rose Fitzgerald e Joseph Kennedy. Si sposò nel 1950 ed ebbe undici figli dalla moglie Ethel; l’ultimo nascerà dopo la sua morte.

Laureatosi in legge a Harvard nel 1948, lavorò alla sezione della sicurezza interna del dipartimento della giustizia; il 6 giugno 1952 si dimise per guidare la campagna elettorale del fratello John, che aspirava a diventare senatore e, quando questi vinse le elezioni presidenziali del 1968, gli affidò il ministero delle giustizia.

Dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, si candidò al Senato. Fu vicino al movimento per i diritti civili di Martin Luther King, si oppose alla guerra in Vietnam e, convinto sostenitore dei diritti civili, ricevette l’appoggio dei pacifisti e degli afroamericani anche dopo l’assassinio di King.

Morì in seguito a un attentato all’indomani della vittoria nelle elezioni primarie del Partito Democratico in California e Sud Dakota. Della sua morte venne incolpato un uomo di origine giordana, Sirhan B. Sirhan, ma si presume che sia stato vittima di un complotto a cui parteciparono anche altre persone.

Il 18 marzo 1968 Robert Kennedy tenne presso l’università del Kansas un memorabile discorso con cui mise in risalto l’inadeguatezza del Pil come indicatore del benessere di una nazione. Tre mesi dopo, il 6 giugno 1968, venne ucciso a Los Angeles durante la campagna elettorale che lo avrebbe portato con ogni probabilità a diventare presidente degli Stati Uniti.

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, nè i successi del Paese sulla base del Prodotto interno lordo.

Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.

Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.