UN RACCONTO IN CENTO TWEET

Amanti

Ci ho pensato per un po’ di tempo, poi ho deciso.

La cosa mi stuzzicava perché rappresenta una sfida alle capacità di costruzione del linguaggio. È possibile scrivere, utilizzando 140 caratteri, una o più frasi con cui comporre un racconto capace di riflettere la dignità di questo nome? In tanti anni di scrittura professionale destinata a ogni tipo di media, avevo esercitato sia la capacità di sintesi che l’elasticità compositiva; forse avrei potuto farcela.

Un’altra sfida era quella relativa all’organizzazione del lavoro: avrei scritto l’intera storia in uno stile tale da consentirmi di suddividere il testo in frasi che non superassero le 140 battute e di pubblicarle quotidianamente o avrei scritto un tweet al giorno architettando estemporaneamente la trama? Essendo un perfezionista, abituato a limare i miei componimenti all’infinito, la prima soluzione sarebbe stata quella più confacente alle mie caratteristiche. Ma la trovavo accademica e poco eccitante, un semplice esercizio stilistico preconfezionato in cui la creatività soccombeva insieme al fascino, proprio di questo esperimento, di scrivere una storia “aperta”, a puntate, in cui gli eventi aleggiassero nella mia mente, ma fossero fino all’ultimo suscettibili di variazioni e di cambiamenti di rotta. Magari sull’onda delle critiche e dei suggerimenti di qualche lettore.

Alla fine ho scelto una terza via, quella che dava più spazio alla libertà creativa, decidendo di avanzare nella scrittura senza limiti prefissati, ma in base al tempo disponibile e all’ispirazione, mantenendo la cadenza del tweet quotidiano. Scrivere di volta in volta, più o meno, una cartella mi avrebbe dato modo di controllare la fluidità del testo e la congruità della trama.

E niente “mezzucci”: abbreviazioni, elisioni di vocali e spazi, simboli o cifre al posto di termini completi sono assolutamente banditi. Il testo ricomposto deve essere conforme a quello di un racconto tradizionale.

Naturalmente proiettare ogni giorno su Twitter una frase non avrebbe avuto senso se chi l’avesse letta non avesse avuto modo di capire di cosa si trattava e di contestualizzarla, se non avessi offerto la possibilità di associarla a quanto pubblicato in precedenza. Inserire nel tweet un hashtag e l’indirizzo della pagina del mio sito dove sono raccolti tutti i tweet avrebbe significato ridurre notevolmente le già misere 140 battute e rendere pressoché impossibile l’esperimento; quindi ho deciso di ritwittare il mio tweet inserendo i dati identificativi necessari: il titolo PER CASO, IN LIBRERIA, l’hashtag #1raccontoin100tw e la pagina del sito dove sarà possibile leggere tutti i tweet pubblicati http://capoversi.it/racconti-in-100-tw/.

Il numero 100 è puramente simbolico perché, ovviamente, in partenza non mi è possibile calcolare i tweet necessari al completamento del racconto.

Ho voluto poi documentarmi, andando alla ricerca di pregresse esperienze di questo tipo. Ho scoperto così il termine twitteratura, coniato per indicare la riscrittura sintetica, attraverso un unico twitter, di un’opera letteraria, in genere un classico o un best seller. Non sono riuscito a trovare invece un’esperienza sovrapponibile alla mia. Questo non significa che non sia stata tentata, magari in qualche remota parte del mondo in un’altra lingua. In realtà non mi sono affannato a cercarla più di tanto perché penso che comunque non aggiungerebbe o toglierebbe nulla alla mia “prova”, che avrà il valore che riuscirà a guadagnarsi intrinsecamente.

Un cenno al titolo. Per il momento la scelta è caduta su “Per caso, in libreria”, ma se troverò un titolo più convincente, sarà suscettibile di cambiamento in corso d’opera.

Si comincia il 1 febbraio.

In conclusione, voglio segnalare TwLetteratura in cui mi sono imbattuto durante la mia ricerca, un progetto a cui hanno dato vita Paolo Costa, Edoardo Montenegro e Pierluigi Vaccaneo nel 2012 con il lodevole intento di promuovere la lettura e di divulgare la cultura sfruttando le potenzialità dei social network, in particolare di Twitter. TwLetteratura invita la comunità di partecipanti, che oggi coinvolge migliaia di persone e numerose scuole, a leggere e poi a riscrivere o reinterpretare un libro seguendo regole precise.

http://www.treccani.it/enciclopedia/microletteratura_(Lessico-del-XXI-Secolo)/

http://www.rcseducation.it/scuola/twitteratura/

http://www.twletteratura.org

http://www.doppiozero.com/materiali/web-analysis/twitteratura

THERESIENSTADT: LA CITTÀ CHE IL FÜHRER REGALÒ AGLI EBREI

Nel 2007 pubblicavo nel mio sito Scrivereperleimprese.it il seguente articolo su Terezin, un campo di concentramento poco noto ai più, non un vero e proprio campo di sterminio, che è stato luogo di eventi straordinari. Lo ripropongo oggi in ricordo di tutte le vittime del Terzo Reich: non solo gli ebrei, ma anche gli zingari, gli omosessuali, i malati psichici, i partigiani e gli oppositori politici travolti dalla feroce fabbrica della morte escogitata dal Nazismo.

Tra il 1780 e il 1790 l’imperatore d’Austria Giuseppe II fece erigere a nord di Praga un’imponente fortezza, capace di ospitare 7000 persone, e la chiamò Theresienstadt (oggi Terezin, in territorio ceco) in onore della madre, l’imperatrice Maria Teresa d’Austria.

La storia contraddisse le intenzioni di Giuseppe II e Theresienstadt non fu mai protagonista di eventi bellici, venne abbandonata dal presidio militare e adibita a prigione.

Tra il novembre e il dicembre 1941, 3000 ebrei cechi furono adibiti dai tedeschi a trasformare Theresienstadt in un lager, in cui, dalla fine del 1941 alla fine del 1942, vennero deportate 109 mila persone. Nel gennaio 1942 partirono da Theresienstadt i treni carichi di prigionieri destinati ai ghetti orientali e, più tardi, a Treblinka e Auschwitz. In circa un anno vennero trasferite nei campi di sterminio 44 mila persone.

Pur non essendo un campo di sterminio come Auschwitz o Treblinka, l’affollamento e le misere condizioni di vita rendevano difficile la sopravvivenza nella fortezza di Theresienstadt. Scarsità di cibo, promiscuità, lavori forzati, condizioni igieniche disastrose (lo stesso carretto serviva per il trasporto dei cadaveri e del pane) provocavano gravi malattie infettive, tra le quali il tifo. Per far fronte alla elevata mortalità, il comandante del campo Siegfried Seidl fece costruire dei forni crematori capaci di incenerire i corpi di 200 persone in un giorno.

Nell’ottobre del 1943 vennero deportati a Theresienstadt 456 ebrei danesi. La maggior parte degli ebrei che risiedevano in Danimarca era riuscita a fuggire in Svezia grazie all’appoggio della popolazione, mentre una piccola parte era stata catturata dai nazisti. La Croce Rossa danese e svedese chiesero di poter verificare le condizioni dei prigionieri.

Nel dicembre 1943 venne dato ordine di risistemare il campo in modo da offrire l’impressione di una cittadina in cui la vita fluiva tranquillamente. Tuttavia l’affollamento era eccessivo e, tra il 15 e il 18 maggio 1944, 7500 prigionieri vennero deportati ad Auschwitz e Bergen Belsen.

A Theresienstadt l’insegnamento era proibito, ma in occasione della visita della Croce Rossa un edificio venne destinato a rappresentare la scuola della città e su di essa venne appeso un cartello con la scritta “chiusa per le vacanze”.

Il giorno prestabilito, il 23 giugno 1944, alla delegazione della Croce Rossa, guidata dallo svizzero Maurice Rossel, venne mostrato un asilo, costruito pochi giorni prima e subito dopo smantellato. Rossel lo fotografò, scrisse nel rapporto di essersi trovato in un ambiente accogliente e pulito, dotato di una cucina spaziosa, e descrisse Theresienstadt come una “normale città di provincia”.

Naturalmente agli abitanti era stato dato ordine di non rivelare le reali condizioni di vita del campo, pena la morte.

La tragica beffa non finì con la visita di una distratta delegazione della Croce Rossa: poco dopo la partenza di Rossel la propaganda nazista girò un film propagandistico intitolato “Il Führer regala una citta agli ebrei”, in cui venne ripresa la commedia inscenata davanti a Rossel. Il cortometraggio venne proiettato nei cinema tedeschi.

Fra i prigionieri di Theresienstadt ci furono circa 15 mila bambini, in prevalenza ebrei cechi, deportati insieme ai genitori. La maggior parte di essi morì nel corso del 1944 nelle camere a gas di Auschwitz. Non se ne salvò nemmeno un centinaio e di questi nessuno aveva meno di quattordici anni.

In un primo tempo gli adulti poterono alleviare le pene dei bambini almeno sotto il profilo psicologico. Educatori e insegnanti riuscirono, tra infinite difficoltà, a organizzare clandestinamente l’insegnamento e alcune iniziative culturali, ad allestire compagnie teatrali e gruppi musicali.

I bambini di Theresienstadt scrissero molte poesie, una parte delle quali è stata recuperata. Assieme a queste si è salvata anche una raccolta di circa 4000 disegni, frutto dei corsi di arte figurativa diretti da Friedl Dicker Brandejsovà.

Per poter svolgere questa attività venivano utilizzati i più vari tipi e formati di carta: formulari, prestampati, carte assorbenti.

Sotto il profilo tematico i disegni si possono suddividere in due grandi gruppi: disegni tipici dell’infanzia, come l’ambiente di vita da cui provenivano, i cibi della tradizione familiare, giocattoli, prati, farfalle, immagini fiabesche. Un secondo gruppo è costituito da disegni che rappresentano il ghetto di Theresienstadt e la crudele quotidianità a cui erano costretti: le costruzioni, la vita delle strade e delle baracche con le cuccette a tre piani, i guardiani, i malati, i funerali e perfino un’esecuzione.

Nonostante tutto, i bambini di Theresienstadt sperarono in un domani migliore e spesso raffigurarono il loro ritorno a casa.

Oltre al messaggio che si esplicita nel soggetto raffigurato, nei disegni troviamo la firma, talvolta la data di nascita e quella della deportazione a Theresienstadt o da Theresienstadt e questa è anche l’ultima notizia che i bambini hanno lasciato di sé.

La stragrande maggioranza dei bambini di Theresienstadt morì vittima del nazismo, lasciandoci una toccante testimonianza letteraria e figurativa dell’abisso morale di cui è capace la natura umana.

IL LINGUAGGIO DELL’INNOCENZA E DEL DOLORE

Se le atrocità del nazismo ci colpiscono ancora per la loro efferatezza, una certa consuetudine a letture, immagini, documentari, film hanno forse attutito in parte le emozioni che possiamo provare di fronte a nuovi documenti e testimonianze dell’olocausto.

Ma visitare la mostra dei disegni e delle poesie dei bambini di Theresienstadt, come mi è accaduto nel Giorno della Memoria, provoca un sentimento indescrivibile, confuso, che ti attanaglia le viscere e ti trascina in un unico gorgo nero che confonde e inghiotte stupore, dolore, indignazione, rabbia e non so cos’altro, ti annichilisce mentre ti chiedi di quale tremendo iddio sia figlia la stirpe umana.

Quale istinto bestiale può spingere gli uomini a decidere di sterminare scientemente e scientificamente un’intera razza accanendosi perfino su neonati, bambini e adolescenti?

La storia dei bambini di Theresienstadt è tracciata nei loro disegni, il loro stato d’animo si esprime nelle poesie che ci hanno lasciato: a volte sembra quasi che il destino crudele che li ha travolti non ne abbia scalfito l’innocenza e la certezza della vita, a volte sembrano possedere una consapevolezza propria di un’età ben più matura.

IL LINGUAGGIO DELLA PROPAGANDA NAZISTA

“Theresienstadt. Ein Dokumentarfilm aus dem jüdischen Siedlungsgebiet” (Theresienstadt. Un documentario sul reinsediamento degli ebrei), più noto come “Il Führer regala una città agli ebrei” venne girato da Kurt Gerron, attore e regista ebreo che aveva recitato al fianco di Marlene Dietrich ne “L’angelo azzurro” , internato a Theresienstadt.

Lasciata la Germania per sfuggire alle leggi razziali, Gerron lavorò come regista in Olanda. Quando anche l’Olanda venne occupata dalla Wermacht, fu costretto ad apparire nel film di propaganda antiebrea “Der Ewige Jude” (L’eterno ebreo), voluto da Joseph Goebbels.

Nel 1943 venne internato a Theresienstadt, dove scrisse uno spettacolo di cabaret: “Karoussel”. Successivamente alla visita della Croce Rossa, gli venne imposto di girare un film in cui Theresienstadt apparisse come un normale centro di provincia in cui gli ebrei vivevano da normali cittadini. Terminato il suo lavoro, Gerron venne trasferito ad Auschwitz dove finì in una camera a gas pochi giorni prima dell’arrivo dei liberatori.

Joseph Goebbels si iscrisse al Partito Nazionalsocialista nel 1924; nel 1933 venne chiamato da Hitler a rivestire la carica di Ministro della propaganda, che mantenne fino alla fine del Terzo Reich, quando, uccisi i figli, si suicidò assieme alla moglie nel bunker della Cancelleria.

Goebbels ebbe la completa fiducia del Führer, che gli affidò il controllo dell’informazione e della vita culturale tedesca (cinema, teatro, sport).

Goebbels viene considerato il primo uomo politico moderno che abbia percepito le potenzialità dell’informazione come strumento di propaganda politica e il primo che sia stato capace di gestirla scientificamente sottomettendola ai fini del Terzo Reich.

Gli viene attribuita la frase: «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità», un suggerimento che gli uomini politici del nostro tempo non hanno trascurato di cogliere e applicare.

GIORNALISMO: IL COMUNICATO STAMPA

Il comunicato stampa non è cosa di oggi, come dimostra la lettera di Giuseppe Garibaldi del 4 agosto 1854, pubblicata dall’Italia del Popolo di tre giorni dopo.

Siccome dal mio arrivo in Italia, or sono due volte che io odo il mio nome mischiato a dei movimenti insurrezionali – che io non approvo, – credo mio dovere pubblicamente manifestarlo, e prevenire la gioventù nostra, sempre pronta ad affrontare pericoli per la redenzione della patria, di non lasciarsi così facilmente trascinare dalle fallaci insinuazioni di uomini ingannati od ingannatori, che spingendola a dei tentativi intempestivi, rovinano, e screditano la nostra causa.”

Genova, 4 agosto 1854.

Giuseppe Garibaldi

(Italia del Popolo, 7 agosto 1854.)

E sono sicuro che, andando indietro nel tempo, la storia ce ne renderebbe altri.

Compito dell’ufficio stampa di un ente o un’azienda è quello di comunicare all’esterno i contenuti elaborati dai diversi organismi o dalle figure gerarchiche e istituzionali. Per fare ciò lo strumento principale è il comunicato stampa che si distingue da altre tipologie testuali, come l’articolo, la relazione, la lettera ecc. perché deve essere stilato con precise caratteristiche rispetto ai contenuti e alla forma:

– deve avere un titolo e, a volte, un sommario

– deve contenere notizie assolutamente veritiere e verificate

– deve presentare le informazioni secondo un opportuno ordine

– deve essere scritto in modo chiaro e leggibile

– deve essere svolto sinteticamente

– deve essere composto da periodi brevi

– deve essere articolato in blocchi

Tutto questo per venire incontro alle esigenze dei giornalisti, che decideranno se e come pubblicarlo e lo filtreranno in base a criteri personali, e alle nostre: quelle di raggiungere i cittadini con un’informazione corretta e leggibile riguardo alle nostre idee e azioni.

Ad esempio, se diamo la possibilità al giornalista di ritagliare velocemente il comunicato senza stravolgerne il contenuto, avremo fatto un buon lavoro; quasi mai, per motivi di spazio o per scelta soggettiva, il comunicato viene stampato integralmente.

E avremo fatto un buon lavoro, se avremo individuato in anticipo e inserito nel testo le risposte alle domande che passeranno per la mente del giornalista leggendo il comunicato.

Il comunicato stampa può essere accompagnato da allegati, di particolare importanza in quanto contribuiscono a favorire la pubblicazione delle informazioni o a metterle in maggior risalto agli occhi del lettore:

– fotografie (con le relative didascalie compilate in modo esaustivo)

– profili

– schede tecniche

– grafici

Soprattutto alcuni giornali locali non hanno un archivio fotografico particolarmente ricco e una buona foto può risolvere un problema di impaginazione o arricchire una pagina altrimenti graficamente pesante; d’altra parte, una fotografia indirizza l’occhio del lettore verso l’articolo che la accompagna e ne accresce il peso.

Allo stesso modo sarebbe opportuno realizzare delle foto da allegare al comunicato qualora questo riguardi temi collegati a strutture o avvenimenti riproducibili.

Un comunicato stampa che contenga argomenti validi, redatto professionalmente, bene impaginato e accompagnato da allegati di qualità è il preludio alla pubblicazione e a un rapporto di fiducia tra giornalista e ufficio stampa, che si traduce in disponibilità all’ascolto.