LA BARBARIE DELLA REALPOLITIK

Soprattutto due interventi, all’interno del dibattito nato dal caso Regeni, rispecchiano tutta l’ipocrisia, l’inadeguatezza e la barbarie della realpolitik.

Se lo stile e la forma garbati velano i contenuti dell’articolo di Sergio Romano sul Corriere della Sera, le dichiarazioni di Edward Luttwak, intervistato durante una trasmissione radiofonica, rivelano con brutalità e volgarità tutta la violenza e l’opportunismo politico del suo pensiero.

E sappiamo che non vi è purtroppo un forte sistema di sicurezza, in un Paese minacciato dal terrorismo islamista, se il governo non lascia ai suoi servizi di polizia un certo margine di libertà.” Dice Romano, che dietro ai giri di parole nasconde la realtà di una dittatura in cui non esistono margini né per il dissenso né per l’opposizione e in cui la violenza e l’assassinio sono elevati a sistema di governo.

Da quando Al Sisi è al potere, denunciano le organizzazioni per i diritti umani, si contano centinaia di sparizioni, decine di migliaia di arresti e oltre 1700 condanne a morte; la tortura è praticata abitualmente, la libertà d’espressione è pesantemente limitata, i sostenitori dei diritti umani e i giornalisti subiscono persecuzioni e processi.

Secondo Romano e Luttwak dobbiamo rassegnarci al fatto che in Egitto ai cittadini, come Shaimaa el-Sabbagh, l’attivista uccisa da un poliziotto un anno fa durante un corteo pacifico a Il Cairo, non sia consentito di svolgere attività politica e siano negati i più elementari diritti civili. Poiché l’Egitto sta combattendo contro l’Is siamo obbligati a tollerare che venga negato qualsiasi spazio democratico, che non possa esistere libertà di stampa, che vengano usati i mezzi di repressione più barbari e feroci e che qualsiasi tentativo di espressione contraria al regime venga represso nel sangue. Alla faccia del progresso civile e dei diritti dell’uomo internazionalmente riconosciuti.

Che cosa sarebbe successo se avessimo preteso di spiegare al governo britannico quali erano i metodi accettabili per la lotta contro il terrorismo dell’Ira. Che cosa sarebbe successo se le democrazie europee, dopo gli attentati alle Torri Gemelle, avessero detto al governo americano che i metodi della Cia erano intollerabili, che Guantanamo era un orrendo lager, che non era giusto rapire un imam nelle strade di una delle nostre città per trasferirlo in un Paese (spesso, guarda caso, l’Egitto) dove sarebbe stato torturato?” Si chiede Romano. Infatti, in nome della subalternità a Stati Uniti e Gran Bretagna ben poche voci si sono alzate a denunciare le gravi violazioni compiute in quelle occasioni.

L’Italia ha sempre chinato il capo di fronte alla prepotenza dell“alleato” americano (basta pensare all’umiliante comportamento tenuto dopo la strage del Cermis), e se la magistratura, in occasione del rapimento di Abu Omar ha fatto il suo dovere, di recente il nostro ingessato capo dello stato ha provveduto a graziare gli agenti della Cia coinvolti nel sequestro, a cui seguì la consegna dell’imam all’Egitto, dove fu interrogato sotto tortura.

Come non provare disgusto per le affermazioni irridenti di Edward Luttwak che ha trascorso una vita a sostenere la supremazia degli Usa nel mondo con qualsiasi mezzo ed è stato uno degli artefici del golpe del 1973 in Cile?

Magari Regeni è stato ucciso da un’amante, da un poeta o da chissà chi. Il governo egiziano ci sta proteggendo… Un disappunto, una critica o qualsiasi dichiarazione italiana che eroda l’Egitto sono irresponsabili. Il governo italiano non deve dire niente.”

In concreto, non siamo solo alleati di Al Sisi, che il presidente del consiglio Renzi considera “un grande leader” e della cui “amicizia” va fiero, ma complici e, come nel caso di Abu Omar, lasciamo che sia l’Egitto a fare il lavoro sporco per conto nostro.

Questa realpolitik serve a sostenere il sistema di sopraffazione che le nazioni più potenti esercitano su altre più deboli a fini politici ed economici, un sistema di ingiustizie che alimenta gli odi e i movimenti terroristici, provoca le migrazioni di massa, dà spazio alle organizzazioni criminali e alimenta la rete di guerre sciagurate che infiammano continuamente diverse regioni del mondo, “una terza guerra mondiale combattuta a pezzi con crimini e massacri” alla cui base ci sono “la cupidigia, l’intolleranza, l’ambizione al potere”, come ha denunciato chiaramente Papa Bergoglio.

È possibile che non esista altra strada se non quella dell’acquiescenza nei confronti delle superpotenze e dell’alleanza con stati altrettanto barbari e feroci quanto i nostri nemici?

L’Europa sta costruendo attorno a sé un baluardo contro il fanatismo dell’Is e le correnti migratorie costituito da democrazie esautorate, come l’Ucraina, o monarchie assolute e dittature sanguinarie in cui la popolazione non ha diritti, come la Turchia e l’Egitto, l’Arabia Saudita e il Bahrein.

Oggi dobbiamo chiederci se è questo che vogliamo: barattare la nostra civiltà e i nostri ideali con una presunta sicurezza fondata su muri e barriere di filo spinato, la cui difesa affidiamo a satrapi senza scrupoli e ai loro tagliagole, rifornendoli di armi che saranno usate per opprimere il proprio popolo e massacrare quelli degli stati con cui sono in guerra per procura nostra.

Abbiamo oggi davanti agli occhi i risultati delle strategie espansionistiche e delle guerre condotte dalle grandi potenze, della complicità degli stati satelliti, come il nostro, della rinuncia a una nostra politica estera. L’instabilità regna sovrana, ogni giorno scoppia un nuovo focolaio di guerra e la realpolitik dimostra chiaramente di essere incapace di risolvere definitivamente i problemi, al contrario, di amplificarli e di creare per il futuro situazioni di maggiore tensione.

Basta guardare come si sia inserita la Russia nella guerra in Siria e come sia riuscita in poche ore, con i suoi bombardamenti indiscriminati (ma certo non possono essere gli Stati Uniti, maestri nei bombardamenti “intelligenti” su popolazioni e ospedali, a fornire lezioni di morale), ad ampliare il fronte della guerra e a destabilizzare ulteriormente l’Europa provocando nuove ondate di immigrazione che creeranno nuove tensioni e fratture fra gli stati.

Mentre la guerra allo Stato Islamico si rivela, almeno in parte, una copertura per altre losche contese, la linea della realpolitik ci trascina piuttosto al disastro che alla salvezza e, se si presenta come furbizia tattica, alla resa dei conti appare autolesionistica e fondamentalmente stupida.

http://www.corriere.it/opinioni/16_febbraio_14/domande-cairo-caso-giulio-regeni-4c1a0402-d293-11e5-be28-b2318c4bf6d8.shtml?refresh_ce-cp

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/02/12/luttwak-choc-regeni-magari-lha-ucciso-unamante-se-uno-fa-cose-pericolose-si-assuma-i-rischi/479596/

RICORDIAMO GIULIO REGENI

 

 

Mi è capitato di ascoltare alcuni interventi dell’onorevole Pier Ferdinando Casini in merito all’uccisione di Giulio Regeni e ai rapporti tra Italia ed Egitto, che probabilmente rispecchiano la visione di buona parte della nostra politica, molto attenta al ruolo del paese mediorientale come baluardo nei confronti dell’Isis e partner commerciale.

Casini chiede piena verità al presidente egiziano Al Sisi, ma giustifica il cinismo dello Stato nei rapporti internazionali. Per lo stesso Al Sisi il presidente del consiglio Matteo Renzi ha avuto recentemente espressioni di grande stima: “Penso che Al Sisi sia un grande leader… In questo momento l’Egitto sarà salvato solo con la leadership di Al Sisi… Sono fiero della mia amicizia con lui.”

Le dichiarazioni di Casini e Renzi suonano come giustificazione o perlomeno indifferenza, in nome della ragion di stato, verso i metodi usati da Al Sisi per mantenere il potere
e debellare le opposizioni. Negli ultimi due anni in Egitto, secondo Amnesty International, sono stati uccisi 1400 oppositori del regime, tra cui numerosi giornalisti; dal nostro governo mai si è alzata una voce forte di esecrazione delle persecuzioni e delle atrocità compiute dalle autorità egiziane, come anche da altri governi “amici” in Arabia Saudita o in Turchia, sempre in nome del ruolo che questi paesi svolgono al nostro fianco nello scacchiere internazionale e degli affari che intrecciamo con loro.

The least we can do is stand here and say that we consider him to be one of us,” one friend, Sally Toma, told The Associated Press. “Unfortunately, he died the same way Egyptians die every day.”: “Giulio Regeni è morto come muoiono gli egiziani ogni giorno” ha detto un suo amico e Casini e il nostro governo dovrebbero tenerne conto.

Alla luce della considerazione di Sally Toma suona beffarda e poco rassicurante la dichiarazione del ministro dell’interno egiziano, Magdi Abdel Ghaffar: “Trattiamo il caso dell’italiano come se fosse egiziano.”

Oggi inorridiamo e ci indigniamo di fronte alle efferatezze rivelate dal referto dell’autopsia sul corpo di Giulio Regeni, ma ricordiamoci della “macelleria messicana” nella scuola Diaz e delle torture nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova, di come sono stati uccisi Stefano Cucchi e tanti altri. I nostri aguzzini e i loro complici, le istituzioni che li coprono non sono migliori di quelli egiziani. Ricordiamoci che stiamo attendendo da trenta anni che il legislatore promulghi una legge contro la tortura, sollecitati anche dalle istituzioni europee, e oggi il dramma di Regeni può suggerirci quanto sia importante raggiungere questo obiettivo e permetterci di onorare la sua memoria dedicandogli una #leggeRegeni che punisca la tortura.

La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci.” Ha detto Isaac Asimov, ma anche di quelli che conoscono la debolezza delle proprie idee.

http://www.nytimes.com/2016/02/08/world/middleeast/egypt-italy-giulio-regeni-cairo.html?mwrsm=Email

http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/10/02/news/l-italia-affossa-il-reato-di-tortura-e-ora-l-europa-prepara-nuove-condanne-1.232727