Eccolo, finalmente tra le mie mani, il libro di Raffaella con la copertina lucida e le pagine che profumano di carta buona. Contiene, come spiega il titolo, “Diciassette racconti notturni”, Hemingway Editore.

Ero curioso e, insieme, circospetto quando l’ho aperto per leggere il primo racconto e mi sono chiesto se sarebbe stato meglio seguire l’ordine in cui vengono presentati, aprendo una pagina a caso o scegliendo il titolo più accattivante dall’indice. Dopo una veloce ponderazione, ho preferito adeguarmi alla scelta dell’autrice e ho cominciato a leggere “Il numero quattro”.

All’inizio ho centellinato riga dopo riga; poi, blandito dallo scorrere della narrazione, ho accelerato la lettura gustandomi qualche pagina in ogni frazione di tempo libero e ho continuato consumando velocemente il libro fino alla conclusione.

Trascinano la voglia di conoscere l’epilogo di ciascun racconto, per lo più imprevedibile, e la curiosità di affrontare l’argomento del successivo, sedotti dalla capacità di coinvolgere il lettore, di emozionarlo e di indignarlo dell’autrice, che è però molto abile ad apparire fredda e distaccata descrittrice dei fatti.

Spesso i temi affrontati sono tra i più scottanti della nostra contemporaneità e spesso vengono trattati con realismo e crudezza, che l’autrice attenua manovrando sapientemente lo stile della narrazione, con accuratezza ed eleganza.

Raffaella Costi usa abilmente l’ironia, il paradosso, l’eccesso, è capace di stupire, spalancando improvvisamente scenari inusitati e inattesi, sa colpire con spietatezza come usasse arco e frecce intinte nel curaro, che tolgono il respiro, e sa suscitare sensazioni, moti d’animo profondi, sa rinnovare ricordi.

Il filo del racconto a volte sorprende, a volte ferisce, duole ancor più profondamente sullo sfondo di una narrazione garbata, uno stile pacato e accattivante, che rammenta quello dei grandi autori di gialli e noir di lingua inglese. Ma non sono gialli e noir i racconti di Raffaella Costi, non c’è un Auguste Dupin, uno Sherlock Holmes, un Hercule Poirot a svelare l’autore del delitto, che è palese ed è quotidiano e prossimo a noi.

Non sempre è facile, all’inizio della lettura, rendersi conto della strada intrapresa, ma di questo la scrittrice è astutamente consapevole: è lei che traccia il percorso nella penombra della narrazione, che lo rischiara poco a poco fino a illuminare l’epilogo. Forse è per questo che il titolo parla di “racconti notturni” o forse perché alcuni si insinuano nella notte dell’uomo, nelle sue più meschine, incomprensibili discriminazioni, crudeltà e abiezioni. E capita di richiudere le pagine del libro con l’amaro in bocca, ma è la prova che Raffaella ha ottenuto il suo scopo: ha lasciato il segno.

Una cosa non mi è piaciuta di questo libro. Sulla quarta di copertina qualcuno, tracciando il profilo dell’autrice, ha scritto: “Complessivamente, ha un gran brutto carattere.” Non è vero! Raffaella è una delle persone più ammodo e buone che io conosca.

Alfredo Spanò

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