Claude Raguet Hirst (1855-1942) The Pleasure of Memory

Ognuno ha le sue preferenze in letteratura, ovviamente! Chi si appassiona alla fantascienza, chi è attratto dal romanzo storico, chi dal noir ecc. Io ho avuto i miei periodi. Credo che, dopo i libri per l’infanzia, la mia prima lettura autonoma sia stata Il corsaro nero di Emilio Sàlgari (“… o Salgàri, che dir si voglia!”, sottolineava il preside del mio liceo), che fu una lettura entusiasmante, capace di farmi navigare nelle acque ribollenti del Mar dei Caraibi sui legni della Folgore e in quelle altrettanto agitate dell’Oceano Indiano assieme alle Tigri di Mompracem. Saccheggiai allora la biblioteca di mio zio che aveva conservato molti libri di Salgari e mi immedesimai nelle avventure di quei fantastici personaggi senza poter immaginare che l’autore non aveva mai compiuto un viaggio in quei lidi lontani e senza conoscerne la vita sventurata.

Il mio viaggio nella letteratura ebbe avvio da Salgari nei primi anni dell’età scolare e proseguì attraversando tutti i capisaldi della narrativa avventurosa, che definire “per ragazzi” è limitativo: Jules Verne, Alexandre Dumas, Jack London, Daniel Defoe, Charles Dickens, Rudyard Kipling, l’immancabile Edmondo De Amicis, Ferenc Molnar.

Percorsi poi un lungo itinerario nel romanzo giallo partendo da Londra, dal 221 B di Baker Street (di Conan Doyle credo di avere letto tutto, per lo meno quanto editato in Italia) per traslocare a Whitehaven Mansions e trasferirmi infine a Parigi nell’appartamento del commissario Maigret e signora al 132 di Boulevard Richard-Lenoir, dove mi soffermai per molto tempo.

Ricordo che uscirono all’epoca della mia giovinezza, quando ero alunno del ginnasio e poi del liceo classico, per i tipi di Mondadori, alcune collane di romanzi gialli, una dedicata all’inizio esclusivamente a Sherlock Holmes e successivamente anche a Jules Maigret dal caratteristico dorso in tela applicata e un’altra, che raccoglieva il meglio dei Gialli Mondadori: I Classici del Giallo, con periodicità quattordicinale, che mi recavo puntualmente ad acquistare nella cartolibreria vicino casa e che ho raccolto dal numero 1 fin oltre al 100 conservandoli ancora oggi, come tutti i libri che ho comperato od ho ereditato. Assieme a molti della Serie Gialla Garzanti mi hanno permesso di conoscere tutte le migliori penne di thriller e noir: Edgar Wallace, Rex Stout, Erle Stanley Gardner, Mickey Spillane, Raymond Chandlery, Ellery Queen sono quelli che ho letto più spesso.

In quegli anni affrontavo contemporaneamente la letteratura classica mondiale grazie agli eleganti volumetti di tela verde della Biblioteca Romantica Mondadori posseduta da mia madre, che mi diede la possibilità di leggere, tra gli altri, Edgard Allan Poe, Gogol, Tolstoi e Dostoyevski. Degli scrittori stranieri conobbi, insieme a tanti altri, William Faulkner, William Somerset Maugham, Ernest Hemingway, John Steinbeck, Graham Greene, Jerome Salinger, Aleksandr Solgenitsin e, più di recente, Mordecai Richler e La versione di Barney, per me uno splendido romanzo giallo. D’altronde, io non ho mai pensato che quella poliziesca sia una letteratura di secondo ordine.

Intanto andavo sviluppando una grande passione per la letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento: da Verga a D’Annunzio a Pirandello, una luce ineguagliabile sulle miserie della natura umana, a Svevo, Tomasi di Lampedusa, Gadda, Berto, Cassola, Tobino, Pratolini, Levi, Bassani, Fenoglio, Marotta, Malaparte, Ginsburg, Bevilacqua, le cui opere ho divorato, spesso preferendole ai libri di scuola. E poi Sciascia, un maestro sotto il profilo dell’onestà intellettuale e della serietà professionale, Bufalino, D’Arzo, intrigante quanto inesplorato e trascurato dalla critica e dagli editori.

In seguito, deluso e tediato dai nomi nuovi e ridondanti della narrativa contemporanea e da quell’editoria sbandierata nelle trasmissioni di una televisione prepotente e non più ragionata, che usava copertine di cartoncino sottile con i titoli a grandi lettere metallizzate e pessima carta, rinunciai sempre più spesso alle visite nelle librerie calde e odorose di legno, cellulosa e polvere, sempre più rare e sempre più lontane, e cominciai a ordinare i libri attraverso Internet orientandomi verso quelli che potevano migliorare l’attività primaria della mia professione: la scrittura.

Mi rifornii di molti manuali e lessi Calvino, Carver e alcuni saggi sulla lingua italiana, appassionanti a volte quanto un romanzo, contemporaneamente a un buon numero di raccolte di aforismi e citazioni. Voglio ricordare Tra le pieghe delle parole di Gian Luigi Beccaria, viaggio indiscreto e avvincente nei recessi della nostra lingua.

Qualcuno mi fece conoscere Il pane selvaggio di Piero Camporesi, letterato e studioso della storia minima e del dramma quotidiano che sfugge alla storiografia, di cui lessi poi diversi altri titoli prima di dedicarmi ad approfondire i lati oscuri della nostra storia e i tanti crimini compiuti nelle nostre guerre e mai puniti, della cui testimonianza rendo merito allo storico Angelo Del Boca.

La letteratura ha per ciascuno di noi anche dei colori, quelli delle collane che occupano gli scaffali della nostra biblioteca. Per me sono il verde della Biblioteca Romantica e della Medusa, il grigio della BMM, la Biblioteca Moderna Mondadori, e della BUR, la Biblioteca Universale Rizzoli, che ebbe il merito di consentire a tutti di impadronirsi con poche lire di capolavori dell’antichità latina e greca e della letteratura classica italiana e straniera di ogni tempo, il blu della deliziosa La Memoria di Sellerio, il bianco degli antichi Coralli Einaudi e la fantasmagoria di tonalità degli Adelphi.

De La Memoria di Sellerio voglio ricordare la piacevole sensazione della scoperta che ho provato leggendo tante piccole perle della letteratura italiana e straniera e alcune opere curiose come Del furore di aver libri di Gaetano Volpi; tra Gli Adelphi non dimentico Il duello, di Giacomo Casanova, dallo stile moderno e coinvolgente.

Ho attraversato pressoché indenne l’epoca dei libri scritti dai comici e cabarettisti di grido, per lo più figli di Zelig, che rappresentarono un bel salto di qualità, verso il basso, dell’editoria italiana che allora stava passando di mano. Ricordo di essere cascato un paio di volte in fallo. A quei tempi, preso da uno spontaneo moto di simpatia, lessi anche la prima opera letteraria di Fabio Volo e di Tiziano Sclavi, furono probabilmente gli unici libri di cui mi sia sbarazzato in vita mia. La delusione che mi provocarono stile e contenuto fu tanta che, da quel punto in poi, fatte salve poche eccezioni, abbandonai la ricerca di riferimenti tra le opere contemporanee, un mio limite sicuramente, che però ancora non sono riuscito a superare.

Alfredo Spanò

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