STORIA: I LUPERCALIA

di Gaetano Dini

I Lupercalia erano un’antichissima festa romana in onore del dio Luperco, protettore del bestiame domestico e divinità pastorale invocata a protezione della fertilità in senso lato.

I Lupercalia si celebravano a Roma ogni anno a metà febbraio in presenza del Flamine Diale (Flamen Dialis) sacerdote che rivestiva una particolare importanza e sacralità in quanto personificazione vivente di Giove, i sacerdoti luperci sacrificavano una o più capre e pare anche un cane nel Lupercale, la grotta ai piedi del monte Palatino dove la tradizione vuole che la lupa avesse allattato Romolo e Remo.

Poi i sacerdoti luperci coperti con le pelli delle capre sacrificate, correvano per le strade del Palatino e con strisce tagliate dalle pelli stesse colpivano per buon augurio il terreno e le persone che incontravano e di queste soprattutto le donne alle quali questo rito doveva donare fertilità.

I luperci, diretti da un unico Magister, erano divisi in due schiere di dodici membri ciascuna; una schiera era costituita per antica tradizione dai Luperci Fabiani (della famiglia dei Fabi), l’altra schiera era costituita dai Luperci Quinctiales (della famiglia dei Quinti).

I Lupercalia sono state una delle ultime feste romane abolite dai cristiani anche se negli ultimi tempi avevano assunto un significato solamente folcloristico. Gelasio, papa dal 492 al 496, scriveva infatti una lettera di rimostranze al senato romano, lamentandosi che si tenessero ancora i Lupercali, feste pagane a cui partecipavano anche le genti cristiane.

Il rito lupercale era anticamente di ambiente agreste e non urbano, officiato da contadini e pastori proprietari di greggi e di animali da cortile. Realizzata l’urbanizzazione, il rito è stato portato in città assumendo le forme descritte.

In ambiente preurbano arcaico, contadini e pastori con questo rito non si sa se cruento per gli animali domestici, svolgevano un atto di esorcizzazione nei confronti dei branchi di lupi dei boschi e questi riti si svolgevano forse in febbraio e comunque alla fine dell’inverno quando i lupi erano più affamati dopo i forzosi digiuni invernali. Se contadini e pastori di allora sacrificassero una o più capre, il sacrificio avrebbe avuto il significato di placare simbolicamente la fame dei lupi assalitori. Se invece il rito non fosse stato cruento, questo doveva solo servire a tracciare un invisibile perimetro protettore dai lupi attorno alle case coloniche e/o ai terreni di pascolo.

Nel Lupercale urbano le due schiere di sacerdoti rappresentavano simbolicamente due branchi di lupi ed il fatto che gli stessi sacerdoti fossero coperti con le pelli delle capre sacrificate, faceva sì che gli stessi diventassero contemporaneamente lupi e capri e questo significava la volontà di stabilire un pacifico ed armonico ecosistema tra animali selvaggi ed animali domestici. Per saziare la loro fame si auspicava quindi che i lupi trovassero sostentamento con quello che il regno animale e vegetale offriva loro all’interno di boschi e foreste, facendoli astenere dal cercare cibo nei territori abitati e condotti dagli uomini. A tal fine nel Lupercale si sacrificavano in onore dei lupi una o più capre e se anche un cane, si veniva a sacrificare il loro avversario più temibile, il protettore delle greggi e degli animali domestici.

Il Flamen Dialis era presente nello svolgimento del rito all’interno della grotta Lupercale. Questo Flamen per tradizione doveva mantenere continuativamente il contatto fisico con il suolo di Roma da cui non poteva mai allontanarsi; i piedi del suo letto erano spalmati di uno strato di fango ed egli non poteva stare più di tre giorni senza sdraiarvisi.

La presenza di un Flamen così importante e con tali mansioni, aveva senz’altro il compito di trasmettere senso di stabilità permanente e di importanza sacra al rito stesso.

Il culto del lupo ha remote origini indeuropee ed ha trovato grande spazio nel mondo prima italico e poi romano con il mito dell’allattamento di Romolo e Remo.

La figura del lupo come feroce animale combattente ma disciplinato è stata sempre associata dai romani alla figura del dio Marte.

Le pelli di lupo hanno rappresentato nel mondo romano antico un simbolo inquietante di forza, legate sì ad un mondo arcaico in estinzione ma queste pelli sono rimaste comunque sempre prestigiosamente presenti, indossate come furono in epoche più tarde dai Signifer, portainsegne delle legioni romane.

Si deve rispettare il lupo perché conosce la disciplina della foresta e l’onore della vita!

STORIA: LA VALMARECCHIA, LE VILLE ROMANE DEL V-VI SECOLO d.C.

di Gaetano Dini

Villa: casa di campagna, tenuta, fondo.

Praedium: podere, fondo, proprietà.

Le villae erano dei fondi agrari circoscritti e forse parzialmente fortificati, dove viveva il possidente con la sua guarnigione armata e diverse famiglie di contadini che lavoravano la terra e nel contempo ricevevano protezione.

Questi agglomerati sorsero in funzione di difesa da scorrerie barbariche varie. Infatti gli invasori barbari imponevano ai romani il salgamum, strumento tipico della mentalità barbara. Esso consisteva nella suddivisione delle villae dei ricchi latifondisti in tre parti: il proprietario aveva diritto di scelta per la parte di suo uso, i capi militari sceglievano quella che serviva per l’acquartieramento e l’ultima era destinata ai coloni che mantenevano barbari, Romani e se stessi.

Frequenti assalti alle villae romane si ebbero durante la guerra greco-gotica da parte di bande di Ostrogoti e dopo la parziale conquista dell’Italia da parte dei Longobardi.

Villae romane nell’alta Val Marecchia

Lungo la Val Marecchia passava un’importante via, l’Iter Tiberinum che da Rimini portava nella valle del Tevere e dal lì a Roma. La Val Marecchia quindi è stata da sempre molto popolata. Oggi e ieri la via dell’alta Val Marecchia è chiamata Via Maggio, abbreviativo di Via Maggiore.

I nomi latini dell’epoca, trasformandosi nei nomi italiani di oggi, sono andati incontro a sincopi fonetiche varie.

Libiano da Livius Livianus (praedium). Frazione vicino Pietracuta nel comune di San Leo e frazione nel comune di Novafeltria.

Sartiano da Sertorianus Sertorianus (praedium). Frazione nel Comune di Novafeltria.

Maciano da Maccius Maccianus (praedium). Paesino nel comune di Pennabilli.

Maiano da Maccius Maccianus (praedium). Frazione nel comune di S. Agata Feltria.

Pugliano da Paulus Paulanus (praedium). Frazione nel comune di Montecopiolo, famosa per le sue fiere di bestiame.

Savignano di Rigo da Sabinus Sabinianus (praedium). Paesino tra Perticara e Mercato Saraceno in provincia di Forlì Cesena.

Castello/Madonna di Saiano da Savianus Savianus (praedium). Frazione in comune di Torriana.

Gemmano da Geminianus Geminianus (praedium). Paese della Valconca.

Longiano da Longinus Longinianus (praedium). Paese vicino Cesena.