IL TESORO DEL MONTEFELTRO

di Gaetano Dini

Circolava una voce nell’800 che nel Montefeltro vicino San Leo era stato trovato un tesoro. La voce popolare diceva che poteva essere solo il tesoro di Berengario II re d’Italia assediato a San Leo da Ottone I dal 961 al 963.

Un erudito un tal Moroni nel 1847 in un suo libro riporta questa informazione “Nel 1823 presso le vicinanze di San Leo in certi scavi sul Colle Acquiro, si trovò una gran cassa rinchiudente vasi e scettri d’oro, fornita di diamanti, vari candelabri, pezzi di stoffe d’amianto ornate d’oro e arnesi muliebri in gran numero. Si crede che questi effetti appartenessero a Berengario II che si difese per lungo tempo sul monte San Leo, prima di cadere nelle mani di Ottone I, essendovisi recato co’ suoi tesori.”

La notizia fu rilanciata nel 1862 in un passo del libro di tal Dorilo Magarese “Il Tesoro di cui parlaron le Gazzette di Roma nella State del 1823, rinvenutosi in uno de’ Colli del Montefeltro detto Acquiro, probabilmente fece parte delle ricchezze di Berengario e della regina Willa, onde si favella.” Subito si cercò di localizzare questo Colle Acquiro vicino San Leo, senza risultato. Neanche consultando le carte dell’Istituto Geografico Militare si trovò il toponimo Colle Acquiro o Monte Acquiro.

Si dovette risalire allo scritto di un erudito del 600 tal Pier Antonio Guerrieri “Del Castello già di Monte Aguino. Al riscontro di Monte Tassi sopra la destra riva del fiume Conca dalla parte verso il meridiano è un Monticello, sopra di quale anticamente era un castelletto nominato con l’istesso nome di Monte Aguino….”

Gli abitanti attuali chiamano quel monticello dove non si vedono più neppure i ruderi del castello, Monte Jacquino.

Finalmente si riuscì a localizzare la zona interessata che quella volta nell’800 era posta nel territorio di Macerata Feltria, nella parrocchia di S. Maria Valcava, di fronte alle case della frazione di Conca di Monte Grimano che si trovano a nord del fiume Conca.

Oggi quel sito sia con la frazione di Conca di Monte Grimano che con quella di Monte Tassi fa parte del Comune di Monte Grimano Terme.

La cassa con vari preziosi dentro non fu mai trovata.

Ci fu anche un processo contro i presunti scopritori della cassa di preziosi.

Uno scritto del 1867 di un sacerdote del luogo, Francesco Dominici, parla genericamente dell’epilogo del processo dicendo che gli imputati furono condannati “ed ebbero a soffrire lunga carcerazione, e molto dispendio (soldi spesi) per le proprie difese: talché ne furono rovinati nei loro interessi, e si ridussero a povertà, mentre prima erano possidenti abbastanza agiati nel loro Stato…”

Tesoro di Berengario II? Certo che la zona del presunto ritrovamento è piuttosto lontana da San Leo e trasportare lì una pesante cassa piena di preziosi da una San Leo cinta da assedio serrato era cosa poco fattibile.

Tesoro forse degli Ostrogoti, occultato durante gli anni della guerra greco/gotica?

Oppure tesoro d’epoca romana trovato in quello che potrebbe essere stato un avamposto della città di Pitinum Pisaurense (l’odierna Macerata Feltria)?

Questo a tutt’oggi non ci è dato sapere.

SAN LEO CAPITALE D’ITALIA

di Gaetano Dini

Dal 931 erano re d’Italia e imperatori Ugo di Provenza e suo figlio Lotario II. Il loro potere però era debole. Così i feudatari italiani contrapposero a loro un contendente sempre italiano, Berengario II Marchese d’Ivrea.

Berengario era per linea maschile di ascendenza franca, come lo erano quasi tutti i nobili del nord Italia. In più suo nonno materno era addirittura Berengario I Marchese del Friuli, anche lui di ascendenza franca il quale era stato re d’Italia ed imperatore.

Berengario II fin dal 941 era rimasto in Germania alla corte di Ottone I, accreditandosi presso di lui. Nel 945 Berengario, rientrato in Italia, destituì Ugo di ogni potere mentre rimase re d’Italia ed imperatore suo figlio Lotario II. Per Ugo rimanere senza potere era insopportabile, così nel 947 tornò in Provenza lasciando il figlio Lotario in Italia il quale conferì a Berengario in quello stesso anno il titolo di correggente.

Alla morte di Lotario II nel 950, forse fatto avvelenare dallo stesso Berengario, questi aveva imprigionato Adelaide vedova di Lotario, spogliandola di parte dei suoi beni. Moglie dell’ultimo imperatore e figlia del re Rodolfo di Borgogna, Adelaide vantava diritti dinastici sulla corona italiana. Berengario II come nuovo re d’Italia, con la sua condotta politica si era invece alienato le simpatie dei feudatari italiani e del clero che adesso gli doveva versare dei tributi. Così papa Giovanni II chiamò in suo soccorso Ottone I. Entrato in Italia nel settembre 951, Ottone marciò su Pavia capitale del regno senza incontrare resistenze. Ottone assunse il titolo di re d’Italia per diritto di conquista e sposò Adelaide che gli portava in dote i propri diritti dinastici. Berengario II si rifugiava allora nelle montagne del Montefeltro, a San Leo.

Era tradizione che chi volesse diventare imperatore doveva essere anche re d’Italia e cingere la corona di ferro che era custodita in una delle regge italiane, quella di Monza. Quindi sia il re di Germania che il re di Francia per essere imperatore doveva diventare anche re d’Italia. Esercitava il potere diretto sulla propria nazione e sull’Italia ed era riconosciuto imperatore dall’altro re che continuava ed esercitare il potere nella propria nazione. Il re d’Italia poteva invece essere eletto imperatore governando solo l’Italia, avendo il riconoscimento formale di imperatore dagli altri due re.

Ottone dovette rientrare in Germania per problemi interni, così Berengario intavolò trattative diplomatiche con lui fino a quando nella Dieta di Colonia dell’agosto 952, alla presenza dei grandi di Germania e di una rappresentanza di grandi feudatari italiani, Berengario II e suo figlio Adalberto prestarono giuramento di fedeltà ad Ottone che li investì del titolo di re d’Italia. Intanto Ottone in quegli anni dovette affrontare in Germania una rivolta interna e le incursioni degli Ungari e degli Slavi. Berengario e suo figlio ritennero quindi non più valido il loro atto di sottomissione a lui, governando l’Italia in maniera autonoma.

Ottone riuscì a sconfiggere tutti gli avversari e chiamato di nuovo da papa Giovanni II scese ancora in Italia. Era il 961.

Raggiunse di nuovo Pavia come nella sua prima calata in suolo italico e riprese per se la corona del regno. Berengario intanto abbandonato nel nord Italia dal suo esercito, si rifugiò con pochi fedeli di nuovo a San Leo come aveva fatto una decina d’anni prima. Sua moglie Willa, regina consorte si asserragliò invece nel castello dell’isola di San Giulio nel lago d’Orta. Ottone espugnò il castello ma cavallerescamente permise a Willa di raggiungere suo marito a San Leo nel luglio del 962.

Ottone intanto nel 961 aveva posto sotto assedio San Leo e Berengario II capitolò per fame nel 963.

Berengario e la moglie Willa erano quindi rimasti re e regina d’Italia dal 952 al 963, anche se gli ultimi anni resistendo in armi. San Leo invece ultima roccaforte di Berengario, divenne di fatto capitale d’Italia dal 961 al 963.

Dopo la loro resa Berengario II e Willa lasciarono definitivamente San Leo nel 964, condotti prigionieri a Bamberga in Germania. Willa rimase vedova nel 966 e subito si ritirò in un monastero prendendo i voti ecclesiastici.

Intanto il 2 febbraio 962 Ottone I era stato consacrato Imperatore a Roma da papa Giovanni II.

COPYWRITING: LE FIGURE RETORICHE

Il “Vocabolario della lingua italiana” di Nicola Zingarelli definisce la retorica come “Arte e tecnica del parlare e scrivere con efficacia persuasiva, secondo sistemi di regole espressive varie a seconda delle epoche e delle culture”. Ugualmente, Marcello Sensini ne “La grammatica della lingua italiana” indica la retorica come “arte del parlare e dello scrivere bene” e le figure retoriche come “quei particolari procedimenti espressivi che, utilizzando la lingua secondo schemi inconsueti, tendono ad arricchirne l’efficacia. Considerate un tempo come caratteristiche essenziali ed esclusive del linguaggio letterario e soprattutto poetico, le figure retoriche sono in realtà un espediente espressivo operante in ogni tipo di atto linguistico o di testo.”

A dar retta a queste definizioni è facile comprendere che, se la retorica è nata per convincere un uditorio, in un senato o in un tribunale poco importa, non può non interessare anche un moderno copywriter. “Il linguaggio nelle figure retoriche perde il suo significato oggettivo, la propria funzione denotativa, per acquisirne un altro più psicologico, legato alla funzione espressiva… Parlare per immagini significa allora aggiungere un significato a quello preesistente. Il significato aggiunto mette in gioco la psicologia dell’individuo. Essere creativi comincia da qui, dalla capacità di tradurre in figure retoriche la relazione psicologica tra le cose da dire e l’immagine usata.” (Michelangelo Coviello, “Il mestiere del copy”)
Spesso il copywriter deve addensare in una o poche parole molti concetti e le figure retoriche possono aiutarlo a ottenere l’effetto desiderato o ad accrescere l’efficacia di uno slogan, un titolo, una frase.

Vediamo sinteticamente le caratteristiche di alcune figure retoriche.

ACCUMULAZIONE

Dal tardo latino accumulatio -onis.

È una successione di parole disposte in forma ordinata o caotica allo scopo di enfatizzare il discorso.

Diverse lingue, orribili favelle,


parole di dolore, accenti d’ira,

voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s’aggira

sempre in quell’aura sanza tempo tinta,

come la rena quando turbo spira.

Siamo nel III canto dell’Inferno e Dante è all’inizio della sua avventura; Virgilio gli ha appena fatto attraversare la porta dell’Inferno e lo sta conducendo all’incontro con gli ignavi.

ALLEGORIA

Dal greco ἀλληγορία, parola composta da ἄλλος «altro» e ἀγορεύω «parlo».

L’allegoria è la figura retorica per mezzo della quale, attraverso un’immagine concreta, si esprime un concetto astratto, a volte particolarmente complesso.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di province, ma bordello!

Nel canto VI del Purgatorio Dante incontra il poeta Sordello, vissuto nella seconda metà del Duecento, che gli offre il destro per una lunga digressione sulla situazione politica dell’Italia nel Medioevo, descritta come una nave senza timoniere in balia della tempesta.

La “Divina commedia”, viaggio immaginario nel regno dei morti, è essa stessa, secondo le intenzioni di Dante, l’allegoria del percorso compiuto in direzione della salvezza dell’anima.

Altra splendida allegoria è quella creata da Giacomo Leopardi nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia,” scritto tra il 1829 e 1830, dove il ”vecchierel bianco” rappresenta il corso della vita che si conclude nell’”abisso orrido” della morte.

Vecchierel bianco, infermo,

mezzo vestito e scalzo,

con gravissimo fascio in su le spalle,

per montagna e per valle,

per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

al vento, alla tempesta, e quando avvampa

l’ora, e quando poi gela,

corre via, corre, anela

varca torrenti e stagni,

cade, risorge, e più e più s’affretta,

senza posa o ristoro,

lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

colà dove la via

e dove il tanto faticar fu volto:

abisso orrido, immenso,

ov’ei precipitando, il tutto oblia.

Vergine luna, tale

è la vita mortale…

ALLITTERAZIONE

Dal latino allitteratio -onis.

L’allitterazione consiste nella ripetizione di una lettera o di una sillaba in più parole consecutive o vicine tra loro.

Sine sole sileo” o “Sine sole silet” (“Senza sole taccio” o “Senza sole tace”) è un motto che si trova spesso sulle meridiane.

L’allitterazione è frequente nei messaggi pubblicitari, in cui ha la funzione di colpire l’ascoltatore e di spingerlo a memorizzare il prodotto.

ANADIPLOSI

Dal greco ἀναδίπλωσις, derivato da ἀναδιπλόω «raddoppio».

Consiste nella ripetizione enfatica, all’inizio di un verso o di una frase, di una o più parole poste in conclusione del verso o della frase precedente.

O patria mia, vedo le mura e gli archi

e le colonne e i simulacri e l’erme

torri degli avi nostri,

ma la gloria non vedo,

non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi

i nostri padri antichi. Or fatta inerme,

Nuda la fronte e nudo il petto mostri…

Giacomo Leopardi, “All’Italia”

ANAFORA

Dal tardo latino anaphora -ae e dal greco ἀναϕορά «ripetizione».

Consiste nella ripetizione enfatica di una o più parole poste all’inizio di più versi o proposizioni.

La differenza con l’anadiplosi sta nel fatto che l’anafora ripete una o più parole in principio di verso o di proposizione.

Voi che vivete sicuri

nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera

il cibo caldo e visi amici:

considerate se questo è un uomo

che lavora nel fango

che non conosce pace

che lotta per un pezzo di pane

che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

senza capelli e senza nome

senza più forza di ricordare

vuoti gli occhi e freddo il grembo

come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

stando in casa andando per via,

coricandovi alzandovi;

ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi, “Se questo è un uomo”

ANASTROFE

Dal greco ἀναστροϕή «inversione».

Consiste nell’alterare l’ordine sintattico delle parole che compongono una frase.

Mi scosse, e mi corse


le vene il ribrezzo.

Passata m’è forse

rasente, col rezzo


dell’ombra sua nera, 
la morte…

Giovanni Pascoli, “Il brivido”

ANTIFRASI

Dal greco ἀντί-ϕρασις composto da ἀντί «contro» e ϕράζω «dico».

Consiste nell’usare un’espressione per esprimere l’opposto di quanto significato dalle parole, spesso con intento ironico o drammatico.

E qui si fece a dipinger con colori terribili il brutto incontro; e, nel discorrere, accorgendosi sempre più d’una gran collera che aveva in corpo, e che fin allora era stata nascosta e involta nella paura, e vedendo nello stesso tempo che Renzo, tra la rabbia e la confusione, stava immobile, col capo basso, continuò allegramente: – avete fatta una bella azione! M’avete reso un bel servizio! Un tiro di questa sorte a un galantuomo, al vostro curato! in casa sua! in luogo sacro! Avete fatta una bella prodezza! Per cavarmi di bocca il mio malanno, il vostro malanno! ciò ch’io vi nascondevo per prudenza, per vostro bene!

Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”

ANTITESI

Dal greco ἀντίϑεσις «contrapposizione».

Consiste nel rafforzamento di un concetto attraverso l’accostamento di espressioni di senso opposto.

… La procellosa e trepida

gioia d’un gran disegno,

l’ansia d’un cor che indocile

serve, pensando al regno;

e il giunge, e tiene un premio

ch’era follia sperar;

tutto ei provò: la gloria

maggior dopo il periglio,

la fuga e la vittoria,

la reggia e il tristo esiglio;

due volte nella polvere,

due volte sull’altar…

Alessandro Manzoni, “Il cinque maggio”

ANTONOMASIA

Dal greco ἀντονομασία che significa «il chiamare con nome diverso» da ἀντονομάζω «cambio nome».

Si ha quando si sostituisce un nome proprio con un nome comune o una perifrasi che definisce il personaggio.

Nel linguaggio comune:

L’eroe dei due mondi = Giuseppe Garibaldi

Il sommo poeta = Dante Alighieri

Il maligno = Il demonio

Il bel paese = L’Italia

L’arma = I carabinieri

I mille = I garibaldini

APOSTROFE

Dal greco ἀποστροϕή, derivato da ἀποστρέϕω «volgo altrove».

Chi parla interrompe la forma espositiva del discorso per rivolgersi direttamente a un soggetto che non è presente.

Italia mia, benché ’l parlar sia indarno

a le piaghe mortali

che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,

piacemi almen che ’ miei sospir’ sian quali

spera ’l Tevero et l’Arno,


e ’l Po, dove doglioso et grave or seggio…

Francesco Petrarca, “Canzoniere”

ASINDETO

Dal greco ἀσύνδετον, composto da -ἀ privativo e συνδέω «lego insieme».

Consiste nel coordinare più componenti di una frase senza congiunzioni.

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,


le cortesie, l’audaci imprese io canto,


che furo al tempo che passaro i Mori


d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,


seguendo l’ire e i giovenil furori


d’Agramante lor re, che si dié vanto


di vendicar la morte di Troiano


sopra re Carlo imperator romano…

Ludovico Ariosto, “Orlando furioso”

EPANALESSI

Dal greco ἐπανάληψις «ripresa».

Ripetizione di una o più parole per sottolineare un concetto.

Cristo perdona ogni peccato: usuria

cortellate, tumurti der paese,

bucìe, golosità, caluggne, offese,

sgrassazione in campagna e in ne la curia

tutto: ma ‘in vita sua la prima ingiuria

ch’ebbe a vede ar rispetto de le chiese,

lui je prese una buggera, je prese,

ch’escì de sesto e diventò una furia…

Giuseppe Gioachino Belli, “Sonetti”

Con anadiplosi (la ripetizione, all’inizio di un verso o di una frase, di una o più parole poste in conclusione del verso o della frase precedente), l’anafora (la ripetizione di una o più parole poste all’inizio di più versi o proposizioni), l’epanalessi (la ripetizione di una o più parole per sottolineare un concetto) è la terza figura retorica che classifica una ripetizione nel testo di una poesia o di un brano di prosa.

EUFEMISMO

Dal greco εὐϕημισμός, derivato da εὐϕημίζω «dico parole di buon augurio», composto da εὖ «bene» e ϕημί «dico».

Consiste nel sostituire la descrizione di una situazione spiacevole o l’espressione di un giudizio negativo in forma meno sgradevole.

Angelica a Medor la prima rosa


coglier lasciò, non ancor tocca inante:


né persona fu mai sì aventurosa,


ch’in quel giardin potesse por le piante.


Ludovico Ariosto, “Orlando furioso”

IPERBOLE

Dal greco ὑπερβολή, da ὑπερβάλλω «getto oltre».

È l’uso di un’espressione inverosimile, esagerata, per difetto o per eccesso, con cui si vuole dare maggior efficacia al discorso.

Come sei più lontana della luna,

ora che sale il giorno

e sulle pietre batte il piede dei cavalli!

Salvatore Quasimodo, “Ora che sale il giorno”

LITOTE

Dal greco λιτότης, che significa «semplicità», derivato da λιτός «semplice».

Attenuazione di un concetto mediante la negazione del contrario. Rappresenta un’alternativa all’eufemismo.

Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone.

Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”

METAFORA

Dal greco μεταϕορά «trasferimento», derivato da μεταϕέρω «trasferisco».

Espressione di un concetto per mezzo di una parola o di una frase il cui significato letterale è lontano da quello espresso.

Non ho voglia di tuffarmi

in un gomitolo

di strade.

Ho tanta stanchezza

sulle spalle.

Lasciatemi così come una

cosa posata

in un angolo

e dimenticata.

Qui non si sente

altro che il caldo buono.

Sto con le quattro

capriole di fumo

del focolare.

Giuseppe Ungaretti, “Natale”

METONIMIA

Dal greco μετωνυμία «scambio di nome», composto dal prefisso μετα e ὄνομα «nome».

Consiste nell’utilizzo in senso figurato di una parola che ne sostituisce un’altra sulla base di un rapporto di contiguità logica, a differenza della metafora, che è molto più libera.

I casi più frequenti di metonimia.

Il contenitore con il contenuto (Bevo un bicchiere per: bevo il contenuto del bicchiere)

La causa per l’effetto (Ha una bella mano per: dipinge bene)

L’effetto per la causa (La mia gioia per: chi mi procura gioia)

L’astratto per il concreto (I soprusi della nobiltà per: i soprusi dei nobili)

Il concreto per l’astratto (È un uomo di buon cuore per: è un uomo buono)

L’autore per l’opera (Leggiamo Dante per: leggiamo un’opera di Dante)

Il luogo o il mezzo per chi lo occupa (L’ammutinamento del Bounty per: l’ammutinamento dei marinai del Bounty)

La località di origine per il prodotto (Abbiamo bevuto un ottimo Franciacorta per: abbiamo bevuto un ottimo spumante prodotto in Franciacorta)

La materia per l’oggetto (L’acciaio solca la terra: l’aratro solca la terra)

Il simbolo per ciò che rappresenta (La croce uncinata per il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori)

ONOMATOPEA

Dal greco ὀνοματοποιία, derivato da ὀνοματοποιέω, composto di ὄνομα -ατος «nome» e ποιέω «faccio».

L’onomatopea si prefigge di riprodurre per mezzo del suono di una o più parole l’effetto fonico del racconto.

Clof, clop, cloch,

cloffete,

cloppete,

clocchette,

chchch…

È giù,

nel cortile,

la povera

fontana

malata;

che spasimo!

sentirla

tossire.

Tossisce,

tossisce,

un poco

si tace…

Aldo Palazzeschi, “La fontana”

OSSIMORO

Dal greco ὀξύμωρον, composto da ὀξύς «acuto» e μωρός «stupido», con allusione al forte contrasto.

Consiste nell’accostamento di due termini di significato opposto in contraddizione fra loro.

I fanciulli battono le monete rosse


contro il muro. (Cadono distanti


per terra con dolce rumore.) Gridano


a squarciagola in un fuoco di guerra.


Si scambiano motti superbi


e dolcissime ingiurie. La sera

incendia le fronti, infuria i capelli.

Sulle selci calda è come sangue.

Il piazzale torna calmo.

Una moneta battuta si posa


vicino all’altra alla misura di un palmo.


Il fanciullo preme sulla terra
 la sua mano vittoriosa.

Leonardo Sinisgalli, “Monete rosse”

PERIFRASI

Dal greco περίϕρασις, derivato da περιϕράζω «parlo con circonlocuzioni», composto da περι e ϕράζω «dico».

Consiste nell’indicare una persona o una cosa attraverso una sequenza di più parole.

… A egregie cose il forte animo accendono

l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella


e santa fanno al peregrin la terra


che le ricetta. Io quando il monumento


vidi ove posa il corpo di quel grande


che temprando lo scettro a’ regnatori


gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela


di che lagrime grondi e di che sangue;


e l’arca di colui che nuovo Olimpo


alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide


sotto l’etereo padiglion rotarsi


piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,


onde all’Anglo che tanta ala vi stese


sgombrò primo le vie del firmamento:


Te beata, gridai, per le felici

aure pregne di vita, e pe’ lavacri


che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!…

Ugo Foscolo, “Dei sepolcri”

RETICENZA

Dal latino reticentia.

Consiste nel troncare una frase e nel lasciarla in sospeso per provocare maggiore interesse e colpire il lettore.

Mi dica un poco vostra paternità, schiettamente, da buon amico… questo soggetto… questo padre… Di persona io non lo conosco; e sì che de’ padri cappuccini ne conosco parecchi: uomini d’oro, zelanti, prudenti, umili: sono stato amico dell’ordine fin da ragazzo… Ma in tutte le famiglie un po’ numerose… c’è sempre qualche individuo, qualche testa…

Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”

SIMILITUDINE

Dal latino similitudo -dĭnis.

Esprime un concetto attraverso un’associazione di idee, paragonando una persona, una cosa, un’idea a un’altra con caratteristiche simili.

… Ed io pensavo: Di tante parvenze

che s’ammirano al mondo, io ben so a quali

posso la mia bambina assomigliare.

Certo alla schiuma, alla marina schiuma

che sull’onde biancheggia, a quella scia

ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;

anche alle nubi, insensibili nubi

che si fanno e disfanno in chiaro cielo;

e ad altre cose leggere e vaganti.

Umberto Saba, “Ritratto della mia bambina”

SINESTESIA

Dal greco συναίσϑησις «percezione simultanea», composto da σύν «con, insieme» e αἴσϑησις «sensazione».

Accostamento di due parole il cui significato fa riferimento a sfere sensoriali diverse.

… le parole


tra noi leggere cadono. Ti guardo


in un molle riverbero. Non so


se ti conosco; so che mai diviso


fui da te come accade in questo tardo


ritorno. Pochi istanti hanno bruciato


tutto di noi: fuorché due volti, due


maschere che s’incidono, sforzate 
di un sorriso.

Eugenio Montale, “Due nel crepuscolo”

ZEUGMA

Dal greco ζεῦγμα, «legame, unione».

Consiste nel riferire un unico verbo a due o più parole che invece ne richiederebbero ciascuna uno diverso.

… Leva in roseo fulgor la cattedrale


le mille guglie bianche e i santi d’oro,


osannando irraggiata: intorno, il coro


bruno dei falchi agita i gridi e l’ale…

Giosuè Carducci, “Sole e amore”

Alfredo Spanò

MASTER CHEF: LO SBERLEFFO DEL POETA OLINDO GUERRINI

Rileggendo la lettera di Olindo Guerrini che Pellegrino Artusi inserisce all’inizio de “L’arte del mangiar bene”, in cui il poeta si esibisce in un ben riuscito esercizio linguistico con cui si burla del linguaggio proprio di chi si occupava di gastronomia, non ho potuto fare a meno di pensare alle esibizioni glottologiche degli chef “stellati” nostri contemporanei, altrettanto astruse e forzate quanto gli accostamenti e le metodologie usate per imbandire i loro piatti. Alcuni esempi? Linguine con colatura di gamberi rossi, carpaccio di mazzancolle e rapatura di broccoletti; petto d’anatra brasato con purè di sedano rapa, gel di barbabietola, riduzione di balsamico, granella e cialda di focaccia; tartare di salmone con nachos e maionese al wasabi; polpo croccante in due consistenze di caciocavallo e crosta di pane al carbone… e chi più ne ha, più ne metta.

Ecco gli accostamenti più improbabili di ingredienti tipici di Italia, Giappone e Messico espressi in piatti del diametro di parabole, di cui occupano una parte infinitesimale, disposti in architetture audaci, contornati da schizzetti di salse multicolori, ambaradan di erbe profumate, qualche petalo colorato o, elemento classico di quest’”arte” un unico filo di erba cipollina.

Naturalmente i moderni master chef schifano gli utensili della tradizione culinaria e adottano strumenti da laboratorio di biologia o, peggio, da teatro anatomico.

Che dire poi dei più astrusi mezzi di cottura? Come la lavastoviglie, sì, la lavastoviglie, impiegata per cucinare cibi a bassa temperatura.

Olindo Guerrini, contemporaneo e conterraneo di Pellegrino Artusi, nativo di Forlimpopoli, apprezzava la buona cucina, tanto che, nella sua vasta bibliografia, è contemplato anche il manuale di culinaria: “L’arte di utilizzare gli avanzi della mensa”.

La sua ricetta del “grillò abbragiato”, che attribuisce a un tal Vialardi, ma inventa di sana pianta, è un altro esempio dello spirito e dell’abilità di Olindo Guerrini, che scrive all’Artusi: “On. Signor mio,

Ella non può immaginate che gradita sorpresa mi abbia fatto il suo volume, dove si compiacque di ricordarmi! Io sono stato e sono uno degli apostoli più ferventi ed antichi dell’opera sua che ho trovato la migliore, la più pratica, e la più bella, non dico di tutte le italiane che sono vere birbonate, ma anche delle straniere. Ricorda ella il Vialardi che fa testo in Piemonte?

Grillò abbragiato. – La volaglia spennata si abbrustia, non si sboglienta, ma la longia di bue piccata di trifola cesellata e di giambone, si ruola a forma di valigia in una braciera con butirro. Umiditela soventemente con grassa e sgorgate e imbianchite due animelle e fatene una farcia da chenelle grosse un turacciolo, da bordare la longia. Cotta che sia, giusta di sale, verniciatela con salsa di tomatiche ridotta spessa da velare e fate per guarnitura una macedonia di mellonetti e zuccotti e servite in terrina ben caldo.

Non è nel libro, ma i termini ci sono tutti.

Quanto agli altri Re dei Cuochi, Regina delle Cuoche ed altre maestà culinarie, non abbiamo che traduzioni dal francese o compilazioni sgangherate. Per trovare una ricetta pratica e adatta per una famiglia bisogna andare a tentone, indovinare, sbagliare. Quindi benedetto l’Artusi! È un coro questo, un coro che le viene di Romagna, dove ho predicato con vero entusiasmo il suo volume. Da ogni parte me ne vennero elogi. Un mio caro parente mi scriveva: Finalmente abbiamo un libro di cucina e non di cannibalismo, perché tutti gli altri dicono: prendete il vostro fegato, tagliatelo a fette, ecc. e mi ringraziava…

Alfredo Spanò

Il LAGO DI ANDREUCCIO E LA SUA LEGGENDA

 

di Gaetano Dini

Il Lago di Andreuccio si trova nel comune di Pennabilli vicino alle frazioni di Soanne e Scavolino.

L’anno dei fatti è indicato in un generico 1300.

Il conte Evaristo di Carpegna era anche signore di Soanne e Scavolino. Evaristo aveva una giovane ed incantevole figlia chiamata Elisabetta. Quando da Carpegna andava con la bella stagione nelle residenze paterne di Soanne e Scavolino, Elisabetta soleva fare delle passeggiate nelle amene campagne del luogo. Un giorno, durante una passeggiata, aveva incontrato Andreuccio, giovane e bel pastorello del luogo che governava i propri animali. I due ebbero occasione di vedersi ed incontrarsi altre volte fino a quando Andreuccio non dichiarò ad Elisabetta il suo amore, ricambiato da lei.

Ma i due giovani erano spiati da un cavaliere del castello che riferì tutto al conte Evaristo. Non sia mai che mia figlia di nobile lignaggio frequenti o addirittura sposi un villico del popolino, così pensava il conte.

Un pomeriggio sul tardi, come aveva fatto altre volte, la bella Elisabetta aspettava di incontrare il suo Andreuccio nei pressi del laghetto. Ma Andreuccio non si vedeva. La contessina alla fine tornò a casa.

I giorni seguenti si venne a sapere che sulla riva del lago erano stati trovati un pugnale e tracce di sangue. Le voci dicevano che il conte aveva fatto uccidere Andreuccio facendo poi sparire il corpo. Allora Elisabetta si precipitò al laghetto e gli chiese dove fosse finito il suo amore. Ma il laghetto non rispose, rimase muto per non darle un dolore. Elisabetta intuendo la verità, vinta dalla disperazione si buttò nelle sue acque affogando.

Il conte disperato per ciò che era successo, decise allora di dare al lago il nome del pastorello, Andreuccio.

Storia questa inventata di sana pianta dalla fantasia popolare del 1500, 1600 o 1700, da raccontare le sere d’inverno accanto al focolare. Oggi i frequentatori del lago generalmente non conoscono l’esistenza di questa leggenda e chi sa che esiste ne conosce la trama in maniera vaga.

Noi che adesso la conosciamo in maniera precisa, proviamo pietà per i due sfortunati amanti e quando andiamo al Lago di Andreuccio lo guardiamo in maniera diversa rispetto a prima.