Il “Vocabolario della lingua italiana” di Nicola Zingarelli definisce la retorica come “Arte e tecnica del parlare e scrivere con efficacia persuasiva, secondo sistemi di regole espressive varie a seconda delle epoche e delle culture”. Ugualmente, Marcello Sensini ne “La grammatica della lingua italiana” indica la retorica come “arte del parlare e dello scrivere bene” e le figure retoriche come “quei particolari procedimenti espressivi che, utilizzando la lingua secondo schemi inconsueti, tendono ad arricchirne l’efficacia. Considerate un tempo come caratteristiche essenziali ed esclusive del linguaggio letterario e soprattutto poetico, le figure retoriche sono in realtà un espediente espressivo operante in ogni tipo di atto linguistico o di testo.”

A dar retta a queste definizioni è facile comprendere che, se la retorica è nata per convincere un uditorio, in un senato o in un tribunale poco importa, non può non interessare anche un moderno copywriter. “Il linguaggio nelle figure retoriche perde il suo significato oggettivo, la propria funzione denotativa, per acquisirne un altro più psicologico, legato alla funzione espressiva… Parlare per immagini significa allora aggiungere un significato a quello preesistente. Il significato aggiunto mette in gioco la psicologia dell’individuo. Essere creativi comincia da qui, dalla capacità di tradurre in figure retoriche la relazione psicologica tra le cose da dire e l’immagine usata.” (Michelangelo Coviello, “Il mestiere del copy”)
Spesso il copywriter deve addensare in una o poche parole molti concetti e le figure retoriche possono aiutarlo a ottenere l’effetto desiderato o ad accrescere l’efficacia di uno slogan, un titolo, una frase.

Vediamo sinteticamente le caratteristiche di alcune figure retoriche.

ACCUMULAZIONE

Dal tardo latino accumulatio -onis.

È una successione di parole disposte in forma ordinata o caotica allo scopo di enfatizzare il discorso.

Diverse lingue, orribili favelle,


parole di dolore, accenti d’ira,

voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s’aggira

sempre in quell’aura sanza tempo tinta,

come la rena quando turbo spira.

Siamo nel III canto dell’Inferno e Dante è all’inizio della sua avventura; Virgilio gli ha appena fatto attraversare la porta dell’Inferno e lo sta conducendo all’incontro con gli ignavi.

ALLEGORIA

Dal greco ἀλληγορία, parola composta da ἄλλος «altro» e ἀγορεύω «parlo».

L’allegoria è la figura retorica per mezzo della quale, attraverso un’immagine concreta, si esprime un concetto astratto, a volte particolarmente complesso.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di province, ma bordello!

Nel canto VI del Purgatorio Dante incontra il poeta Sordello, vissuto nella seconda metà del Duecento, che gli offre il destro per una lunga digressione sulla situazione politica dell’Italia nel Medioevo, descritta come una nave senza timoniere in balia della tempesta.

La “Divina commedia”, viaggio immaginario nel regno dei morti, è essa stessa, secondo le intenzioni di Dante, l’allegoria del percorso compiuto in direzione della salvezza dell’anima.

Altra splendida allegoria è quella creata da Giacomo Leopardi nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia,” scritto tra il 1829 e 1830, dove il ”vecchierel bianco” rappresenta il corso della vita che si conclude nell’”abisso orrido” della morte.

Vecchierel bianco, infermo,

mezzo vestito e scalzo,

con gravissimo fascio in su le spalle,

per montagna e per valle,

per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

al vento, alla tempesta, e quando avvampa

l’ora, e quando poi gela,

corre via, corre, anela

varca torrenti e stagni,

cade, risorge, e più e più s’affretta,

senza posa o ristoro,

lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

colà dove la via

e dove il tanto faticar fu volto:

abisso orrido, immenso,

ov’ei precipitando, il tutto oblia.

Vergine luna, tale

è la vita mortale…

ALLITTERAZIONE

Dal latino allitteratio -onis.

L’allitterazione consiste nella ripetizione di una lettera o di una sillaba in più parole consecutive o vicine tra loro.

Sine sole sileo” o “Sine sole silet” (“Senza sole taccio” o “Senza sole tace”) è un motto che si trova spesso sulle meridiane.

L’allitterazione è frequente nei messaggi pubblicitari, in cui ha la funzione di colpire l’ascoltatore e di spingerlo a memorizzare il prodotto.

ANADIPLOSI

Dal greco ἀναδίπλωσις, derivato da ἀναδιπλόω «raddoppio».

Consiste nella ripetizione enfatica, all’inizio di un verso o di una frase, di una o più parole poste in conclusione del verso o della frase precedente.

O patria mia, vedo le mura e gli archi

e le colonne e i simulacri e l’erme

torri degli avi nostri,

ma la gloria non vedo,

non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi

i nostri padri antichi. Or fatta inerme,

Nuda la fronte e nudo il petto mostri…

Giacomo Leopardi, “All’Italia”

ANAFORA

Dal tardo latino anaphora -ae e dal greco ἀναϕορά «ripetizione».

Consiste nella ripetizione enfatica di una o più parole poste all’inizio di più versi o proposizioni.

La differenza con l’anadiplosi sta nel fatto che l’anafora ripete una o più parole in principio di verso o di proposizione.

Voi che vivete sicuri

nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera

il cibo caldo e visi amici:

considerate se questo è un uomo

che lavora nel fango

che non conosce pace

che lotta per un pezzo di pane

che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

senza capelli e senza nome

senza più forza di ricordare

vuoti gli occhi e freddo il grembo

come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

stando in casa andando per via,

coricandovi alzandovi;

ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi, “Se questo è un uomo”

ANASTROFE

Dal greco ἀναστροϕή «inversione».

Consiste nell’alterare l’ordine sintattico delle parole che compongono una frase.

Mi scosse, e mi corse


le vene il ribrezzo.

Passata m’è forse

rasente, col rezzo


dell’ombra sua nera, 
la morte…

Giovanni Pascoli, “Il brivido”

ANTIFRASI

Dal greco ἀντί-ϕρασις composto da ἀντί «contro» e ϕράζω «dico».

Consiste nell’usare un’espressione per esprimere l’opposto di quanto significato dalle parole, spesso con intento ironico o drammatico.

E qui si fece a dipinger con colori terribili il brutto incontro; e, nel discorrere, accorgendosi sempre più d’una gran collera che aveva in corpo, e che fin allora era stata nascosta e involta nella paura, e vedendo nello stesso tempo che Renzo, tra la rabbia e la confusione, stava immobile, col capo basso, continuò allegramente: – avete fatta una bella azione! M’avete reso un bel servizio! Un tiro di questa sorte a un galantuomo, al vostro curato! in casa sua! in luogo sacro! Avete fatta una bella prodezza! Per cavarmi di bocca il mio malanno, il vostro malanno! ciò ch’io vi nascondevo per prudenza, per vostro bene!

Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”

ANTITESI

Dal greco ἀντίϑεσις «contrapposizione».

Consiste nel rafforzamento di un concetto attraverso l’accostamento di espressioni di senso opposto.

… La procellosa e trepida

gioia d’un gran disegno,

l’ansia d’un cor che indocile

serve, pensando al regno;

e il giunge, e tiene un premio

ch’era follia sperar;

tutto ei provò: la gloria

maggior dopo il periglio,

la fuga e la vittoria,

la reggia e il tristo esiglio;

due volte nella polvere,

due volte sull’altar…

Alessandro Manzoni, “Il cinque maggio”

ANTONOMASIA

Dal greco ἀντονομασία che significa «il chiamare con nome diverso» da ἀντονομάζω «cambio nome».

Si ha quando si sostituisce un nome proprio con un nome comune o una perifrasi che definisce il personaggio.

Nel linguaggio comune:

L’eroe dei due mondi = Giuseppe Garibaldi

Il sommo poeta = Dante Alighieri

Il maligno = Il demonio

Il bel paese = L’Italia

L’arma = I carabinieri

I mille = I garibaldini

APOSTROFE

Dal greco ἀποστροϕή, derivato da ἀποστρέϕω «volgo altrove».

Chi parla interrompe la forma espositiva del discorso per rivolgersi direttamente a un soggetto che non è presente.

Italia mia, benché ’l parlar sia indarno

a le piaghe mortali

che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,

piacemi almen che ’ miei sospir’ sian quali

spera ’l Tevero et l’Arno,


e ’l Po, dove doglioso et grave or seggio…

Francesco Petrarca, “Canzoniere”

ASINDETO

Dal greco ἀσύνδετον, composto da -ἀ privativo e συνδέω «lego insieme».

Consiste nel coordinare più componenti di una frase senza congiunzioni.

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,


le cortesie, l’audaci imprese io canto,


che furo al tempo che passaro i Mori


d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,


seguendo l’ire e i giovenil furori


d’Agramante lor re, che si dié vanto


di vendicar la morte di Troiano


sopra re Carlo imperator romano…

Ludovico Ariosto, “Orlando furioso”

EPANALESSI

Dal greco ἐπανάληψις «ripresa».

Ripetizione di una o più parole per sottolineare un concetto.

Cristo perdona ogni peccato: usuria

cortellate, tumurti der paese,

bucìe, golosità, caluggne, offese,

sgrassazione in campagna e in ne la curia

tutto: ma ‘in vita sua la prima ingiuria

ch’ebbe a vede ar rispetto de le chiese,

lui je prese una buggera, je prese,

ch’escì de sesto e diventò una furia…

Giuseppe Gioachino Belli, “Sonetti”

Con anadiplosi (la ripetizione, all’inizio di un verso o di una frase, di una o più parole poste in conclusione del verso o della frase precedente), l’anafora (la ripetizione di una o più parole poste all’inizio di più versi o proposizioni), l’epanalessi (la ripetizione di una o più parole per sottolineare un concetto) è la terza figura retorica che classifica una ripetizione nel testo di una poesia o di un brano di prosa.

EUFEMISMO

Dal greco εὐϕημισμός, derivato da εὐϕημίζω «dico parole di buon augurio», composto da εὖ «bene» e ϕημί «dico».

Consiste nel sostituire la descrizione di una situazione spiacevole o l’espressione di un giudizio negativo in forma meno sgradevole.

Angelica a Medor la prima rosa


coglier lasciò, non ancor tocca inante:


né persona fu mai sì aventurosa,


ch’in quel giardin potesse por le piante.


Ludovico Ariosto, “Orlando furioso”

IPERBOLE

Dal greco ὑπερβολή, da ὑπερβάλλω «getto oltre».

È l’uso di un’espressione inverosimile, esagerata, per difetto o per eccesso, con cui si vuole dare maggior efficacia al discorso.

Come sei più lontana della luna,

ora che sale il giorno

e sulle pietre batte il piede dei cavalli!

Salvatore Quasimodo, “Ora che sale il giorno”

LITOTE

Dal greco λιτότης, che significa «semplicità», derivato da λιτός «semplice».

Attenuazione di un concetto mediante la negazione del contrario. Rappresenta un’alternativa all’eufemismo.

Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone.

Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”

METAFORA

Dal greco μεταϕορά «trasferimento», derivato da μεταϕέρω «trasferisco».

Espressione di un concetto per mezzo di una parola o di una frase il cui significato letterale è lontano da quello espresso.

Non ho voglia di tuffarmi

in un gomitolo

di strade.

Ho tanta stanchezza

sulle spalle.

Lasciatemi così come una

cosa posata

in un angolo

e dimenticata.

Qui non si sente

altro che il caldo buono.

Sto con le quattro

capriole di fumo

del focolare.

Giuseppe Ungaretti, “Natale”

METONIMIA

Dal greco μετωνυμία «scambio di nome», composto dal prefisso μετα e ὄνομα «nome».

Consiste nell’utilizzo in senso figurato di una parola che ne sostituisce un’altra sulla base di un rapporto di contiguità logica, a differenza della metafora, che è molto più libera.

I casi più frequenti di metonimia.

Il contenitore con il contenuto (Bevo un bicchiere per: bevo il contenuto del bicchiere)

La causa per l’effetto (Ha una bella mano per: dipinge bene)

L’effetto per la causa (La mia gioia per: chi mi procura gioia)

L’astratto per il concreto (I soprusi della nobiltà per: i soprusi dei nobili)

Il concreto per l’astratto (È un uomo di buon cuore per: è un uomo buono)

L’autore per l’opera (Leggiamo Dante per: leggiamo un’opera di Dante)

Il luogo o il mezzo per chi lo occupa (L’ammutinamento del Bounty per: l’ammutinamento dei marinai del Bounty)

La località di origine per il prodotto (Abbiamo bevuto un ottimo Franciacorta per: abbiamo bevuto un ottimo spumante prodotto in Franciacorta)

La materia per l’oggetto (L’acciaio solca la terra: l’aratro solca la terra)

Il simbolo per ciò che rappresenta (La croce uncinata per il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori)

ONOMATOPEA

Dal greco ὀνοματοποιία, derivato da ὀνοματοποιέω, composto di ὄνομα -ατος «nome» e ποιέω «faccio».

L’onomatopea si prefigge di riprodurre per mezzo del suono di una o più parole l’effetto fonico del racconto.

Clof, clop, cloch,

cloffete,

cloppete,

clocchette,

chchch…

È giù,

nel cortile,

la povera

fontana

malata;

che spasimo!

sentirla

tossire.

Tossisce,

tossisce,

un poco

si tace…

Aldo Palazzeschi, “La fontana”

OSSIMORO

Dal greco ὀξύμωρον, composto da ὀξύς «acuto» e μωρός «stupido», con allusione al forte contrasto.

Consiste nell’accostamento di due termini di significato opposto in contraddizione fra loro.

I fanciulli battono le monete rosse


contro il muro. (Cadono distanti


per terra con dolce rumore.) Gridano


a squarciagola in un fuoco di guerra.


Si scambiano motti superbi


e dolcissime ingiurie. La sera

incendia le fronti, infuria i capelli.

Sulle selci calda è come sangue.

Il piazzale torna calmo.

Una moneta battuta si posa


vicino all’altra alla misura di un palmo.


Il fanciullo preme sulla terra
 la sua mano vittoriosa.

Leonardo Sinisgalli, “Monete rosse”

PERIFRASI

Dal greco περίϕρασις, derivato da περιϕράζω «parlo con circonlocuzioni», composto da περι e ϕράζω «dico».

Consiste nell’indicare una persona o una cosa attraverso una sequenza di più parole.

… A egregie cose il forte animo accendono

l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella


e santa fanno al peregrin la terra


che le ricetta. Io quando il monumento


vidi ove posa il corpo di quel grande


che temprando lo scettro a’ regnatori


gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela


di che lagrime grondi e di che sangue;


e l’arca di colui che nuovo Olimpo


alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide


sotto l’etereo padiglion rotarsi


piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,


onde all’Anglo che tanta ala vi stese


sgombrò primo le vie del firmamento:


Te beata, gridai, per le felici

aure pregne di vita, e pe’ lavacri


che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!…

Ugo Foscolo, “Dei sepolcri”

RETICENZA

Dal latino reticentia.

Consiste nel troncare una frase e nel lasciarla in sospeso per provocare maggiore interesse e colpire il lettore.

Mi dica un poco vostra paternità, schiettamente, da buon amico… questo soggetto… questo padre… Di persona io non lo conosco; e sì che de’ padri cappuccini ne conosco parecchi: uomini d’oro, zelanti, prudenti, umili: sono stato amico dell’ordine fin da ragazzo… Ma in tutte le famiglie un po’ numerose… c’è sempre qualche individuo, qualche testa…

Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”

SIMILITUDINE

Dal latino similitudo -dĭnis.

Esprime un concetto attraverso un’associazione di idee, paragonando una persona, una cosa, un’idea a un’altra con caratteristiche simili.

… Ed io pensavo: Di tante parvenze

che s’ammirano al mondo, io ben so a quali

posso la mia bambina assomigliare.

Certo alla schiuma, alla marina schiuma

che sull’onde biancheggia, a quella scia

ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;

anche alle nubi, insensibili nubi

che si fanno e disfanno in chiaro cielo;

e ad altre cose leggere e vaganti.

Umberto Saba, “Ritratto della mia bambina”

SINESTESIA

Dal greco συναίσϑησις «percezione simultanea», composto da σύν «con, insieme» e αἴσϑησις «sensazione».

Accostamento di due parole il cui significato fa riferimento a sfere sensoriali diverse.

… le parole


tra noi leggere cadono. Ti guardo


in un molle riverbero. Non so


se ti conosco; so che mai diviso


fui da te come accade in questo tardo


ritorno. Pochi istanti hanno bruciato


tutto di noi: fuorché due volti, due


maschere che s’incidono, sforzate 
di un sorriso.

Eugenio Montale, “Due nel crepuscolo”

ZEUGMA

Dal greco ζεῦγμα, «legame, unione».

Consiste nel riferire un unico verbo a due o più parole che invece ne richiederebbero ciascuna uno diverso.

… Leva in roseo fulgor la cattedrale


le mille guglie bianche e i santi d’oro,


osannando irraggiata: intorno, il coro


bruno dei falchi agita i gridi e l’ale…

Giosuè Carducci, “Sole e amore”

Alfredo Spanò

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