L’ANGELO OSCENO DI LEONARDO DA VINCI

Le mie lacune nel campo, peraltro immenso, dell’arte o forse una subdola e dilatata censura tesa a sottrarre la figura di Leonardo da Vinci, autore dell’Ultima cena e di tanti capolavori di soggetto sacro, dalla contaminazione con un’opera profana, quasi blasfema, hanno fatto sì che scoprissi soltanto ora l’esistenza dell’Angelo incarnato, un disegno eseguito dal Maestro a carboncino su foglio azzurro intorno al 1503.

Ricomparso in Germania nel 1991 dopo essere stato sottratto dalle raccolte reali britanniche custodite nel Castello di Windsor, si suppone con il consenso della regina Vittoria, turbata dall’immagine dell’angelo che esibisce una imbarazzante erezione, appartiene attualmente a una famiglia tedesca che per oltre cent’anni lo ha tenuto nascosto. Nel 1994 venne esposto a Stoccolma, successivamente in altre città del mondo e a Stia, in Italia, nel 2001.

E nella figurazione dell’invisibile, Leonardo rappresentò con questi caratteri l’ermafrodito o l’”Angelo incarnato” allorché emerge, come un languido adolescente, dall’oscurità con tratti perversi e demoniaci in un’ambiguità strutturale anatomica e morale, per il seno dal taglio tipicamente femminile, il sorriso beffardo e compiaciuto nella sua ostentata virilità, complice di un ideale di bellezza inequivocabilmente sensuale ed erotica.

La testa è reclinata a sinistra, il braccio destro, piegato ad angolo retto, è teso verticalmente con l’indice alzato verso il cielo, mentre la sinistra trattiene con le dita la veste, da cui traspare il membro maschile in forte erezione. (Carlo Starnazzi)

L’angelo incarnato è Gian Giacomo Caprotti, garzone di bottega, allievo, modello e, si suppone, amante di Leonardo, ritratto in altri capolavori come San Giovanni Battista, tra le ultime opere del Maestro e, secondo alcuni, anche nella Gioconda, di cui Caprotti dipinse, forse con il contributo dello stesso Leonardo, una versione nuda, dai tratti androgini, intitolata Monna Vanna o Gioconda nuda. Questa tesi è avvalorata da una rilevante somiglianza con i ritratti del Salaj (nomignolo derivato da “Saladino”, nel senso di infedele, assegnato a Caprotti per la sua malizia e slealtà) eseguiti da Leonardo.

Gian Giacomo Caprotti entrò nella sua bottega milanese il 22 luglio del 1490, come annota il Maestro sul primo foglio del Codice C, conservato a Parigi: “Iacomo venne a stare con meco il dì della Madonna del 1490, d’età d’anni 10” e non si comportava bene se lo stesso Leonardo aggiunse poi: “Il secondo dì gli feci tagliare due camicie, un paro di calze e un giubbone, e quando mi posi i dinari a lato per pagare dette cose, lui mi rubò detti dinari della scarsella, e mai fu possibile farglielo confessare, bench’io n’avessi vera certezza” e ancora: “ladro, bugiardo, ostinato, ghiotto”.

Evidentemente il Caprotti aveva anche delle caratteristiche positive se Leonardo lo trattenne con sé per lungo tempo e Salaj lo raggiunse in Francia quando era vicino alla fine.

A chi volesse approfondire il tema dell’Angelo incarnato suggerisco l’interessante intervista a Carlo Pedretti, uno dei maggiori studiosi di Leonardo Da Vinci, su Stilearte.it:

http://www.stilearte.it/leonardo-il-ghigno-conturbante-dellangelo-bisex/

Alfredo Spanò