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PERCHÉ UN RACCONTO IN 100 TWEET

Ci ho pensato per un po’ di tempo, poi ho deciso.

La cosa mi stuzzicava perché rappresenta una sfida alle capacità di costruzione del linguaggio. È possibile scrivere, utilizzando 140 caratteri, una o più frasi con cui comporre un racconto capace di riflettere la dignità di questo nome? In tanti anni di scrittura professionale destinata a ogni tipo di media, avevo esercitato sia la capacità di sintesi che l’elasticità compositiva; forse avrei potuto farcela.

Un’altra sfida era quella relativa all’organizzazione del lavoro: avrei scritto l’intera storia in uno stile tale da consentirmi di suddividere il testo in frasi che non superassero le 140 battute e di pubblicarle quotidianamente o avrei scritto un tweet al giorno architettando estemporaneamente la trama? Essendo un perfezionista, abituato a limare i miei componimenti all’infinito, la prima soluzione sarebbe stata quella più confacente alle mie caratteristiche. Ma la trovavo accademica e poco eccitante, un semplice esercizio stilistico preconfezionato in cui la creatività soccombeva insieme al fascino, proprio di questo esperimento, di scrivere una storia “aperta”, a puntate, in cui gli eventi aleggiassero nella mia mente, ma fossero fino all’ultimo suscettibili di variazioni e di cambiamenti di rotta. Magari sull’onda delle critiche e dei suggerimenti di qualche lettore.

Alla fine ho scelto una terza via, quella che dava più spazio alla libertà creativa, decidendo di avanzare nella scrittura senza limiti prefissati, ma in base al tempo disponibile e all’ispirazione, mantenendo la cadenza del tweet quotidiano. Scrivere di volta in volta, più o meno, una cartella mi avrebbe dato modo di controllare la fluidità del testo e la congruità della trama.

E niente “mezzucci”: abbreviazioni, elisioni di vocali e spazi, simboli o cifre al posto di termini completi sono assolutamente banditi. Il testo ricomposto deve essere conforme a quello di un racconto tradizionale.

Naturalmente proiettare ogni giorno su Twitter una frase non avrebbe avuto senso se chi l’avesse letta non avesse avuto modo di capire di cosa si trattava e di contestualizzarla, se non avessi offerto la possibilità di associarla a quanto pubblicato in precedenza. Inserire nel tweet un hashtag e l’indirizzo della pagina del mio sito dove sono raccolti tutti i tweet avrebbe significato ridurre notevolmente le già misere 140 battute e rendere pressoché impossibile l’esperimento; quindi ho deciso di ritwittare il mio tweet inserendo i dati identificativi necessari: il titolo PER CASO, IN LIBRERIA, l’hashtag #1raccontoin100tw e la pagina del sito dove sarà possibile leggere tutti i tweet pubblicati http://capoversi.it/racconti-in-100-tw/.

Il numero 100 è puramente simbolico perché, ovviamente, in partenza non mi è possibile calcolare i tweet necessari al completamento del racconto.

Ho voluto poi documentarmi, andando alla ricerca di pregresse esperienze di questo tipo. Ho scoperto così il termine twitteratura, coniato per indicare la riscrittura sintetica, attraverso un unico twitter, di un’opera letteraria, in genere un classico o un best seller. Non sono riuscito a trovare invece un’esperienza sovrapponibile alla mia. Questo non significa che non sia stata tentata, magari in qualche remota parte del mondo in un’altra lingua. In realtà non mi sono affannato a cercarla più di tanto perché penso che comunque non aggiungerebbe o toglierebbe nulla alla mia “prova”, che avrà il valore che riuscirà a guadagnarsi intrinsecamente.

Un cenno al titolo. Per il momento la scelta è caduta su “Per caso, in libreria”, ma se troverò un titolo più convincente, sarà suscettibile di cambiamento in corso d’opera.

Si comincia il 1 febbraio.

In conclusione, voglio segnalare TwLetteratura in cui mi sono imbattuto durante la mia ricerca, un progetto a cui hanno dato vita Paolo Costa, Edoardo Montenegro e Pierluigi Vaccaneo nel 2012 con il lodevole intento di promuovere la lettura e di divulgare la cultura sfruttando le potenzialità dei social network, in particolare di Twitter. TwLetteratura invita la comunità di partecipanti, che oggi coinvolge migliaia di persone e numerose scuole, a leggere e poi a riscrivere o reinterpretare un libro seguendo regole precise.

http://www.treccani.it/enciclopedia/microletteratura_(Lessico-del-XXI-Secolo)/

http://www.rcseducation.it/scuola/twitteratura/

http://www.twletteratura.org

http://www.doppiozero.com/materiali/web-analysis/twitteratura



UNA STORIA TORBIDA

0 – Era una notte tempestosa e buia.

1 – Il cielo era solcato da bassi nuvoloni bigi da cui si riversavano sui tetti delle case e sul selciato violenti scrosci d’acqua.

2 – Al biancore dei lampi improvvisi che fendevano l’oscurità seguiva il cupo boato dei tuoni.

3 – Una donna fu vista allontanarsi in fretta da Palazzo Thoss e le sue tracce si persero in uno degli stretti vicoli della città dormiente.

4 – Erano rare le abitazioni nel centro storico di quella città di provincia che in epoche antecedenti aveva conosciuto vacche grasse.

5 – Il boom aveva spinto molti a migrare altrove mentre la città si reggeva ancora sull’agricoltura e su piccole attività commerciali.

6 – Molte case del centro erano state trasformate in uffici e negozi, vuoti a quell’ora di un venerdì di marzo freddo, piovoso e ventoso.

7 – E non c’era altri per strada. “La donna stringeva con ambedue le mani inguantate il manico di un piccolo ombrello blu.

8 – Lo teneva attaccato alla spalla per non farselo strappare dal vento.” … E per non farsi riconoscere, pensai io.

9 – La latteria di Emerenziana Girone era a pochi passi dal portone del grande palazzo settecentesco, in un piccolo vano della casa adiacente.

10 – Proprio quel venerdì sera l’anziana lattaia aveva deciso che era ora di ripulire il negozio e di disporre sugli scaffali le uova pasquali.

11 – Aveva visto quella figura femminile aggrappata all’ombrello attraversare il fascio di luce che proveniva dall’interno del negozio.

12 – L’aveva spinta a voltarsi il ticchettio dei tacchi sulla pietra, che per un attimo si era sovrapposto al frangere della pioggia.

13 – Poi la campana del duomo batté undici rintocchi. Alla fine non potei cavarle altro che il colore dell’ombrello: blu, e della giacca: nero.

14 – Da un altro testimone venne qualche informazione in più: la donna era alta circa un metro e settanta e indossava un paio di jeans aderenti.

15 – Alex Hublot, uno studente belga che rientrava dopo aver cenato a casa della fidanzata, l’aveva incrociata poche decine di metri più avanti.

16 – Ricordò i capelli biondi, gli stivaletti neri con il tacco e l’immagine delle dita inguantate avvinghiate al manico dell’ombrello.

17 – L’ombrello celava quasi completamente la testa, ma aveva notato i capelli biondi di media lunghezza e le labbra tinte di rosso.

18 – Descrisse anche una sciarpa avvolta attorno al collo e a protezione del mento di colore nero, con alcuni indecifrabili disegni grigi.

19 – Anche secondo il giovane la donna percuoteva con forza sulla pietra del marciapiede i tacchi, camminando veloce e decisa.

20 – Fin qui i pochi dati che il commissario Strano poté raccogliere dai due testimoni. Ma come erano andate le cose quella notte?

21 – La donna, superato il giovane Hublot, era svoltata improvvisamente e aveva percorso in discesa, a lunghi passi, una breve piaggia.

22 – Raggiunta una piazzetta tra le antiche case, si era fermata accanto a una Mini MK4 verde scuro e aveva aperto lo sportello.

23 – Gettato l’ombrello nello spazio antistante il sedile del passeggero, era salita e si era allontanata tranquillamente verso la periferia.

24 – Prima di raggiungere un borgo di poche case ai margini della città, si era fermata in un tratto di strada poco illuminato rasente un campo.

25 – Abbassato il finestrino del lato destro, lanciò l’ombrello in un profondo fosso pieno d’acqua che separava il campo dalla strada.

26 – Pochi minuti dopo aveva parcheggiato a pochi passi dal portoncino d’ingresso di una vecchia casa in mattoni, accosto al muro.

27 – Spenti i fari, spento il motore, era scesa chiudendo lo sportello dell’utilitaria senza far rumore.

28 – Dallo stesso mazzo a cui era fissata la chiave della macchina, scelse una grossa chiave in ferro e aperse il portoncino di legno massiccio.

29 – Entrò, lo richiuse adagio alle proprie spalle e, senza accendere la luce, salì una stretta rampa di scalini in pietra.

30 – Raggiunto il pianerottolo, aperse la porta di casa, si diresse verso il bagno e raccolse da un armadietto un sacchetto di plastica nero.

31 – Vi ripose, dopo averli meticolosamente piegati, gli abiti man mano che se li levava di dosso; alla fine si tolse la parrucca e i guanti.

32 – Li sostituì con un paio in gomma e con quelli terminò di confezionare il fagotto, che richiuse con un nodo.

33 – Finì di spogliarsi ed entrò nella doccia, aperse i rubinetti e lasciò che l’acqua bollente scorresse a lungo sul suo giovane corpo.

34 – Lasciò scivolar via assieme ai rivoli di acqua calda che lo percorrevano la tensione e il dolore che la pervadevano intimamente.

35 – L’angoscia di cui era preda non era dovuta al gesto che aveva compiuto né al timore delle conseguenze, se fosse stata scoperta.

36 – Svanivano lentamente il malessere con cui aveva convissuto per anni, l’odio che ne aveva intriso giorno dopo giorno ogni nervo, ogni fibra.

37 – Sentì i muscoli contratti rilassarsi, chiuse il rubinetto, afferrò uno spesso asciugamano bianco e si strofinò vigorosamente.

38 – Indossò l’accappatoio e con il cappuccio terminò di asciugare i fitti capelli neri.

39 – Vestì sulla pelle un paio di jeans e un maglioncino blu, scarpe da tennis e guanti di lana neri e con il sacchetto in mano scese le scale.

40 – Aperse appena il portoncino, sbirciò dalla fessura e, visto che non passava nessuno, andò rasente al muro fino al cassone dei rifiuti.

41 – Vi fece scivolare il fagotto, poi si ritirò rapidamente in casa, si spogliò e, rannicchiata sotto le coperte, si addormentò immediatamente.

42 – Come ogni mattina, la donna di servizio della famiglia Filangieri si era alzata alle 6, si era sistemata e aveva indossato il grembiule.

43 – Rosa aveva rifatto il letto e preparato il caffellatte in cui aveva inzuppato qualche tozzo di pane, avanzo del giorno precedente.

44 – Ripulita la cucina, era uscita dal suo minuto appartamento al piano terra chiudendosi l’uscio alle spalle.

45 – Come ogni mattina, era risalita lungo i gradini dello scalone di marmo che portava al piano nobile.

46 – Giunta sul pianerottolo, aveva aperto la grande porta a vetri da cui si accedeva all’appartamento dell’avvocato Cesare Filangieri.

47 – Entrata in cucina, aveva preparato il caffè e lo aveva disposto, accanto alla tazza in porcellana di Limoges, sul vassoio ovale d’argento.

48 – Aveva aggiunto posate e tovagliolo, le fette biscottate, la marmellata d’arance che faceva lei stessa e alcuni fiocchi di burro.

49 – Poi era andata nella stanza da letto, ma il letto era vuoto, le coltri perfettamente ripiegate, come le aveva lasciate il giorno precedente.

50 – Allora uscì richiudendo la porta. Non era la prima volta che l’avvocato, attardandosi, si addormentava sulla poltrona della scrivania.

51 – Rosa fece nel corridoio i pochi passi che la separavano dall’ingresso dello studio e aprì la porta in mogano rivestita di pelle bordeaux.

52 – La prima luce del giorno che filtrava dalle persiane socchiuse le permise di vedere la poltrona dell’avvocato oltre la scrivania.

53 – O meglio, ne vide lo schienale in quanto era rivolta verso il salottino retrostante. Si avvicinò con il vassoio tra le mani.

54 – La scena che le si presentò agli occhi le tolse il respiro e non riuscì neppure a emettere il grido che le stava esplodendo nel petto.

55 – L’uomo a cui aveva dedicato la vita, rinunciando alla propria, giaceva di traverso sulla poltrona: un profondo squarcio gli apriva la gola.

56 – Tutto attorno un lago di sangue. Presa da un violento tremito, la donna lasciò cadere il vassoio sulla scrivania, arretrò e fuggì di corsa.

57 – Raggiunse il piano sottostante rischiando di cadere lungo lo scalone e si precipitò nel suo appartamento.

58 – Si impossessò dell’elenco telefonico e lo sfogliò con le mani tremanti alla ricerca del numero della polizia.

59 – Al funzionario che le rispose raccontò affannosamente quello che aveva visto e chiese aiuto implorandolo di fare presto.

60 – La prima gazzella arrivò dopo quindici minuti. Rosa spiegò a Soru dove doveva andare, ma non lo volle accompagnare a nessun costo.

61 – Quando arrivai io, dieci minuti dopo, era seduta su una panca nell’atrio e tremava ancora, il capo chino, le braccia conserte.

62 – Stringeva nervosamente tra le mani bianche il grande mazzo di chiavi che ne faceva la domina dell’intero palazzo.

63 – Teneva lo sguardo basso e non lo alzò neppure quando le passai accanto dirigendomi alla volta dello scalone di marmo.

64 – Quando mi affacciai dalla porta dello studio vidi il medico legale accanto alla poltrona che stava esaminando il cadavere.

65 – Con la coda dell’occhio scorsi Soru che si stava pulendo gli scarponi d’ordinanza su un angolo dell’antico tappeto persiano.

66 – Appena mi vide si ricompose e mi salutò con ostentata deferenza, che gli era propria particolarmente quando combinava qualche guaio.

67 – Mi accorsi allora delle impronte che aveva sparso sul tappeto e sulla veneziana dopo aver pestato la chiazza del sangue perso dalla vittima.

68 – Mi venne in mente: «Sete na massa de burini! Brutti caprari de la Sgurgola!» Ma tacqui. Era già successo e sarebbe successo ancora.

69 – Ravajoli, il medico legale, mi guardò in cagnesco. “Proprio quella bestia doveva mandarmi?” “Non l’ho mandato io!”

70 – “Gente così non dovrebbe entrare nella Polizia di Stato!” “Già, dovrebbe fare il medico legale!” Scosse la testa e si rimise al lavoro.

71 – “Soru, l’unica cosa che sai fare è usare il manganello! Esci di qui e rimani nell’ingresso.” Gli ordinai seccamente.

72 – Lui lo interpretò come un volgare doppio senso, rise e uscì; mi avvicinai alla scena del delitto badando a non combinare guai.

73 – L’avvocato, professione che non aveva mai praticato, Filangieri giaceva di traverso sulla poltrona del suo studio con il capo riverso.

74 – Presumibilmente, nel momento in cui era stato colpito da un fendente che gli aveva reciso la carotide, aveva cercato di alzarsi.

75 – La mano dell’omicida aveva tracciato un arco ampio, veloce e preciso, tanto da non dare il tempo alla vittima di proteggersi o fuggire.

76 – L’avvocato, sorpreso da quel gesto improvviso e inatteso, aveva sentito venir meno ogni forza e la vita.

77 – Si era portato le mani al collo per tentare di arginare l’emorragia e aveva cercato di sfuggire alla sua assassina.

78 – Le ginocchia gli avevano ceduto ed era scivolato nel baratro della morte mentre dalla ferita sgorgava copioso il sangue rosso vivo.

79 – L’arma che l’aveva ucciso, una preziosa Janbiya dalla lama affilatissima, era posata sulle pagine di un grosso libro.

80 – Era un’antica Bibbia, rilegata in pelle, aperta sulla scrivania come se Filangieri, prima di morire, la stesse leggendo.

81 – La Janbiya, dal manico d’argento incastonato di pietre dure, l’aveva lordata di sangue. “Quella almeno non l’ha toccata nessuno.”

82 – Mi apostrofò Ravajoli, indicandola con un cenno del mento e dopo una breve pausa: “È stato sgozzato intorno alla mezzanotte.”

83 – Entrò Minosse con la macchina fotografica, si mise la mano che gli restava libera tra i pochi capelli che aveva in testa e storse il naso.

84 – Dopo un “Oh maronna mia!”, esclamazione con cui segnalava il suo arrivo sullo scenario di ogni delitto, si mise al lavoro.

85 – Mi guardai intorno; la sala rettangolare era divisa in tre parti: a sinistra dell’ingresso lo studio e, alle spalle di questo, un salottino.

86 – A destra la biblioteca: sui tre lati le pareti, esclusi i vani delle finestre, erano ricoperte da scaffali colmi di libri di ogni epoca.

87 – Dei cartigli scolpiti nello stesso legno scuro con cui era realizzata la libreria indicavano gli argomenti dei libri.

88 – Sparsi sul piano del grande tavolo di noce massiccio al centro della biblioteca alcuni antichi volumi; apersi quello che mi era più vicino.

89 – Era “Le bordel de Venise” del Marquis De Sade, edito nel 1931, illustrato con alcune tavole di Couperyn esplicitamente erotiche.

90 – Minosse si affacciò alle mie spalle, sbirciò l’illustrazione sulla pagina aperta del libro e ironizzò: “Alla ricerca di indizi, dotto’?”

91 – Su un lato del tavolo un sottomano in pelle, fogli e buste color avorio, una Omas, un flacone di inchiostro e un tampone di carta assorbente.

92 – A giudicare dall’usura e dalle macchioline di inchiostro che segnavano il sottomano, Filangeri era solito tenere una fitta corrispondenza.



PER CASO, IN LIBRERIA 

1 – Si svegliò sudato, morso da un incubo. Distese il braccio, non la trovò. La chiamò, non rispose. Nella penombra vide il letto vuoto.

2 – Capì e sprofondò nello sconforto. Pensò all’errore che aveva commesso: amarla, sì amarla!

3 – Era stato facile all’inizio averla. In fondo lei non desiderava altro.

4 – Il libro era stato un buon pretesto, che aveva colto al volo quando l’aveva vista al banco della libreria chinare il capo contrariata.

5 – Il testo, un’opera di Ugo Ojetti, era irreperibile, aveva sentenziato il libraio, fuori catalogo da 15 anni almeno.

6 – Lui le era alle spalle. Quando si girò, i lunghi capelli biondi ondulati gli sfiorarono il viso e un profumo asciutto e intenso lo inebriò.

7 – Per un istante i loro occhi si incontrarono. Rimase immobile mentre si allontanava.

8 – Quando il libraio lo apostrofò, non rispose; abbandonò sul banco il libro che aveva in mano e la rincorse. “Signorina…” La voce uscì roca.

9 – La raggiunse mentre stava oltrepassando la soglia della libreria. Le toccò appena una spalla e lei finalmente si girò.

10 – Indossava un’elegante giacca di pelle nera, morbida, aderente, sopra un maglioncino di leggera lana color panna.

11 – La scollatura a V metteva in vista la pelle vellutata, appena ambrata, e il solco tra i seni sodi.

12 – La gonna, anch’essa di pelle nera, raggiungeva appena le ginocchia e le fasciava i fianchi.

13 – Le lunghe gambe diritte si esaltavano nelle caviglie sottili e nervose.

14 – Portava scarpe beige, classiche, con il tacco, scollate quel tanto che bastava a lasciare intravedere l’attaccatura delle dita.

15 – Trattenuta da una lunga tracolla, dalla spalla destra pendeva un’ampia borsa dello stesso colore delle scarpe, da cui spuntava un libro blu.

16 – Lo guardò curiosa con i grandi occhi grigi nascosti da un ciuffo di capelli biondi di una tonalità calda, intensa.

17 – “Il libro che cerca – biascicò affannato per l’emozione più che per la corsa tra i banchi della libreria – posso procurarglielo io…

18 – Mia mamma insegna italiano al liceo… è appassionata di letteratura del ‘900. Sono certo di averlo visto nella sua biblioteca.”

19 – Lei rimaneva in silenzio, guardandolo in viso. Continuò: “Mi sembra che quel libro sia molto importante per lei… posso farglielo avere.”

20 – Alessandra sorrise; gli rispose: “Sì. Mi è indispensabile per la tesi. Mi laureo fra un anno.”

21 – “Mi chiamo Samuele.” E le tese la mano. Lei gliela strinse. “Alessandra, piacere.”

22 – “Posso invitarla a prendere un caffè?” “Non ora, ho una lezione tra pochi minuti, devo scappare.”

23 – Lo guardò negli occhi, lesse il suo disappunto, accennò un sorriso. “Mi dia il suo numero di telefono, la chiamerò per il libro.”

24 – Trasse dalla borsa un’agenda, l’aprì e gli indicò un angolo sul retro della copertina.

25 – Tratteneva la borsa sotto il braccio destro e con la mano reggeva l’agenda.

26 – “Lo scriva qui.” gli disse, mentre con l’altra mano si infilava fra i denti bianchissimi il cappuccio di una penna Bic e gliela porgeva.

27 – La pagina era zeppa di numeri telefonici; scarabocchiò il suo e aggiunse il nome Sam, sperando che non lo confondesse con altri.

28 – “Grazie, la chiamerò; ho bisogno di quel libro.” Chiuse l’agenda, rimise il cappuccio alla penna e lasciò cadere entrambe nella borsa.

29 – Si girò e si allontanò a passi veloci. Samuele la guardò ancheggiare finché non scomparve in mezzo al via vai di gente.

30 – Non riuscì a trovarle un difetto.

Soprattutto lo avevano immediatamente colpito i suoi occhi chiari.

31 – Le pupille straordinariamente grandi, la perfezione di quel volto raro, gli zigomi alti, il naso piccolo, grazioso.

32 – La bocca sensuale dal colorito delicato, i folti capelli, mossi, a larghe ciocche ricadenti sulle spalle.

33 – Si diresse verso il vicolo dove aveva lasciato la Cinquecento senza riuscire a cancellare dalla mente la sua immagine.

34 – Quel pomeriggio non volle uscire, tenne la porta della sua camera aperta in modo da poter correre al telefono, che era nel corridoio.

35 – Lo chiamò il giorno dopo, alle 12,30, appena rientrata dall’università. Gli chiese se era ancora valido l’invito per quel caffè.

36 – “Naturalmente!” Rispose Samuele, cercando di dissimulare l’emozione.

37 – Alessandra volle sapere se possedeva una macchina. Allora poteva passare a prenderla “Alle quattro.” E gli diede l’indirizzo.

38 – Viveva nella prima periferia, in una casa anteguerra circondata da un piccolo giardino trasandato, costruita in un sobrio stile Liberty.

39 – Nata come villa a due piani, era stata ristrutturata in modo da ricavarne otto miniappartamenti, affittati ai fuorisede.

40 – La casa faceva angolo con un vialetto; Samuele parcheggiò rasente a un tiglio, scese e si diresse verso l’ingresso.

41 – “Sali.” Udì la voce di lei che lo chiamava da una finestra del primo piano.

42 – Spinse il cancelletto, attraversò il giardino, aprì il portone e salì in fretta le scale di pietra grigia.

43 – Vide una porta socchiusa da cui si proiettava sul pavimento una linea di luce, vi si diresse e la spinse piano. “Permesso…” Entrò.

44 – Alessandra, si stava mettendo il rossetto davanti a una specchiera. Non si voltò.

45 – Samuele si chiuse la porta alle spalle e fece qualche passo verso di lei. “Sarò pronta in un attimo.” Disse.

46 – La fissava senza riuscire a dire una parola. Indossava un abito azzurro, attillato, sobrio, che lasciava scoperte le braccia e le ginocchia.

47 – Al collo, un corto giro di perle dai riflessi rosa poggiava sulla pelle che la lampo, aperta a metà sulla schiena, lasciava scoperta.

48 – Alta, appariva ancor più slanciata su un paio di scarpe nere, trapuntate, lucide, con i tacchi a spillo e un fiocchetto sulla scollatura.

49 – Smise di darsi il rossetto; si voltò verso Samuele e incontrò i suoi occhi neri: “Per favore, mi chiudi la lampo?”

50 – Poi scosse la testa e passò le dita tra i capelli ancora umidi, scomposti. Samuele, alle sue spalle, la fissava riflessa nella specchiera.

51 – Quando sfiorò gli omeri e accarezzò la linea delle vertebre, Alessandra appoggiò le palme al piano del mobile e sospirò lievemente.

52 – Sentì sotto i polpastrelli la pelle vellutata, tiepida, e la minuta peluria che la ricopriva. Il cuore batté forte.

53 – Compiva ogni gesto con naturalezza, con un’audacia e una disinvoltura che non si riconosceva. Scostò i capelli, avvicinò le labbra al collo.

54 – Respirò il sentore del corpo mischiato a una vaga essenza di agrumi; insinuò le mani sotto i lembi dell’abito e le strinse i fianchi nudi.

55 – Alessandra non si ritrasse; ansimante, inarcò il corpo e lasciò che la baciasse.

56 – Aveva piegato un braccio all’indietro; afferrando i capelli sulla nuca lo tratteneva mentre gli premeva contro; poi si volse.

57 – Samuele chiuse gli occhi e lentamente accostò le labbra alle sue, le sentì morbide e ardenti.

58 – L’abbracciò, la strinse, la baciò sempre più impetuosamente.

59 – Lei rispose, cercò le sue mani, le dita si sfiorarono, si attrassero, si intrecciarono, si serrarono.

60 – Sentì i seni turgidi premere contro il petto, il ventre teso cercarlo.

61 – Svincolò le mani che lei tratteneva ancora nelle sue, aprì del tutto la lampo e fece scivolare l’abito a terra.

62 – Alessandra non aveva addosso altro che la collana e le scarpe.

63 – La prese lì, appoggiata all’antica specchiera, che, nonostante gli anni, resistette all’impeto di ogni urto.

64 – Più tardi si svegliò accanto a lei nel letto di noce. Alessandra gli volgeva le spalle, che nella penombra vedeva sollevarsi a ogni respiro.

65 – Le tende di tulle lo sfiorarono svolazzando dietro la finestra da cui penetrava una brezza leggera, venuta a rinfrescare l’afa della città.

66 – Di nuovo non si trattenne, prese ad accarezzarla con la punta delle dita seguendo le curve dolci del corpo fin dove il lenzuolo le scopriva.

67 – Alessandra si svegliò, si girò verso Samuele che fu costretto a interrompere il suo gioco.

68 – Si erano lasciati solo a notte inoltrata dopo aver cenato in un’osteria poco lontano.

69 – Una bottiglia di vino bianco fresco e profumato era stata complice del reciproco rivelarsi.

70 – L’aveva accompagnata a casa e prima di lasciarla lei gli aveva chiesto: “Il libro?” Samuele era arrossito: “Una scusa!”

71 – Alessandra si rabbuiò, poi ambedue scoppiarono in una risata. “Ma prometto che te lo troverò.”

72 – Samuele se ne era andato, ma nel buio continuava a vedere quel volto, tra i lampi dei fari delle auto che lo incrociavano.

73 – E quegli occhi di una bellezza unica, intensi, da cui si sentiva trascinato in un abbraccio voluttuoso, in cui ardeva scivolare e perdersi.

74 – Nelle ore trascorse assieme, gli aveva detto di sé, svelandosi come a un amico di cui si conosca l’attenzione paziente e il provato riserbo.

75 – Lo avevano colpito la sensibilità, l’agio nel rivelarsi, la disponibilità ad ascoltarlo e la capacità di spingerlo ad aprirle il suo animo.

76 – Sospinta dal fascino che emanava, che ne faceva ormai l’oggetto costante delle sue riflessioni, lo pervadeva un’attrazione indecifrabile.

77 – Le emozioni si moltiplicavano, mutavano in sensazioni fisiche, più profonde e intense di un’eccitazione, e lo coinvolgevano completamente.

78 – Riuscì ad addormentarsi solo quando la prima luce dell’alba prese a filtrare tra le fessure delle persiane.

79 – Lo risvegliò alle otto lo squillo del telefono; si alzò con fatica e avanzò nel corridoio barcollando, ma non fece in tempo a rispondere.

80 – Si infilò sotto la doccia, aprì i rubinetti e lasciò che l’acqua, caldissima, scacciasse il sonno.

81 – Raggiunto uno stato di coscienza accettabile, uscì dalla doccia, si lavò i denti, si rase e si vestì in attesa che passasse il caffè.

82 – Lo bevve lentamente, tra un morso e l’altro di grandi fette di pane tostato, generosamente spalmate di burro e marmellata.

83 – Poi, prese una sedia e si sedette accanto al telefono con la sua agenda, un taccuino e una matita.

84 – Chiamò tutte le persone conosciute che avrebbero potuto aiutarlo a rintracciare quel libro.

85 – Dopo un paio d’ore ebbe l’indirizzo che cercava: un magazzino di libri usati di Arezzo. Corse in strada, salì sulla Cinquecento e partì.

86 – Trovò il negozio chiuso e dovette attendere che riaprisse. Si rifugiò in una tranquilla trattoria, in un vicolo vicino.

87 – Mentre aspettava che gli scottassero una bistecca di chianina, chiese al cameriere un Morellino, fresco di cantina, e un quotidiano.

88 – Lesse degli scontri a Roma e dell’uccisione di Giorgiana Masi.

89 – Quando finalmente il negozio riaprì, perse del tempo a sfogliare alcuni libri che avevano attirato la sua attenzione.

90 – Ne comprò due assieme a quello di Ojetti e ripartì. Il sonno lo colse all’improvviso in una galleria, complici la stanchezza e il vino.

91 – Capì di aver percorso un tratto di autostrada a occhi chiusi; un brivido gli attraversò la schiena e sudò freddo.

92 – Decise di fermarsi nella prima area di servizio e di dormire; così fece. Giunse a casa dopo mezzanotte e non osò chiamarla a quell’ora.

93 – Le telefonò alle otto, mentre beveva il caffè: era ansioso di comunicarle la bella notizia.

94 – Il telefono squillò quando Alessandra era ancora addormentata; si scusò di averla svegliata, ma lei non sembrò dispiacersene.

95 – Le disse che aveva il libro e le raccontò del viaggio ad Arezzo. Lei si rammaricò del rischio corso, lo sgridò, lo ringraziò.

96 – “Quando posso portartelo?” Le chiese Samuele. “Non oggi, studio con alcuni colleghi… stiamo facendo delle ricerche per un esame.”

97 – Samuele si trattenne a fatica dal rivelarle il turbinio di emozioni che lo assaliva. “Risentiamoci domani, mi terrò libera per la sera.

98 – Anch’io desidero rivederti, – aggiunse quasi sottovoce – ma prima non posso.” Samuele sospirò e la salutò rassegnato.

99 – Decise di dedicarsi al lavoro e si sedette alla macchina da scrivere intenzionato a mettere ordine tra le sue idee.

100 – Ma non riusciva a concentrarsi; spesso i pensieri gli sfuggivano di mano e correvano ad Alessandra.

101 – Si rendeva conto di conoscerla poco, anzi di non conoscerla affatto, ma sapeva che non avrebbe potuto dominare i suoi sentimenti.

102 – E poi, perché avrebbe dovuto farlo? Quando si è presi intensamente da qualcuno, nascono dubbi, sorgono titubanze, assalgono paure.

103 – Ci si chiede: durerà? Fino a quando? Anche lei proverà le stesse emozioni? Sapeva che non aveva diritto di porre quelle domande.

104 – Alla fine uscì. Si incamminò lungo un viale alberato che la primavera, complice il sole, faceva sembrare una galleria verde smagliante.

105 – Dall’inferriata che cingeva un giardino sporgevano i rami ricadenti di una rosa muschiata, ricca di fiori di un intenso rosso carminio.

106 – Ne strappò uno e, rientrato a casa, aprì a metà il libro di Ojetti e lo ripose fra le pagine ingiallite dal tempo.

107 – La notte successiva dormì male; la sveglia lo fece sobbalzare. Si preparò in fretta: alle nove aveva un appuntamento in periferia.

108 – Appena terminata la riunione, si mise in cerca di una cabina telefonica. Provò a chiamarla più volte, ma Alessandra non rispondeva.

109 – Riprovò da casa, più tardi, inutilmente. Pranzò di mala voglia. Accese la TV e seguì il notiziario finché non si appisolò sul divano.

110 – Si svegliò che erano quasi le quattro. Telefonò ripetutamente senza esito fintanto che decise di andare a cercarla.

111 – Appena sceso dalla Cinquecento, si accorse della tenda bianca che svolazzava fuori dalla finestra spalancata della camera da letto.

112 – Il cancello era aperto, raggiunse il portone e suonò il campanello per farsi aprire, ma non successe nulla. Suonò di nuovo, più a lungo.

113 – Stava per rinunciare, quando il portone si aprì e ne uscì una ragazza con un sacchetto della spazzatura e un barboncino bianco in braccio.

114 – “Alessandra è in casa?” Le domandò precipitosamente. “L’ho sentita entrare un quarto d’ora fa, ma è rimasta pochi minuti.

115 – Una macchina l’aspettava ed è ripartita subito.” Samuele si infilò nell’androne prima che il portone si richiudesse.

116 – Salì velocemente le scale; quando raggiunse il pianerottolo, si accorse subito che la porta dell’appartamento di Alessandra non era chiusa.

117 – La spinse senza bussare, girò lo sguardo attorno: nulla pareva cambiato da quando aveva lasciato quella casa due giorni prima.

118 – Si affacciò in cucina: alcune posate e una pila di piatti sporchi riempivano il lavandino. Allora si diresse in camera.

119 – Sul letto disfatto giacevano alcuni abiti, tra cui riconobbe quello che indossava quando l’aveva incontrata la prima volta, in libreria.

120 – L’armadio era spalancato, semivuoto; un paio di jeans era scivolato tra le scatole delle scarpe ammonticchiate alla rinfusa, alcune aperte.

121 – Sul tavolino che fungeva da scrivania, un mucchio di libri, qualche faldone pieno di carte; carte e quaderni anche su una sedia e per terra.

122 – Sbirciò nel bagno: l’armadietto a specchio era aperto, flaconcini e rossetti erano disseminati sulle mensole e attorno al lavandino.

123 – Samuele si sedette sul bordo della vasca, teneva il libro di Ojetti stretto tra le mani appoggiate alle ginocchia e pensava.

124 – Cercava di dare un senso a ciò che aveva visto. Improvvisamente si rese conto di essere entrato in casa di una persona che conosceva appena.

125 – Alessandra sarebbe potuta tornare o la ragazza con il barboncino o chiunque altro gli avrebbe potuto chiedere ragione della sua presenza lì.

126 – Si alzò e si diresse all’uscio; nel fare l’ultimo passo scorse con la coda dell’occhio un foglio sporgere da sotto la base della specchiera.

127 – Ritornò sui suoi passi, non dovette neppure chinarsi, riconobbe subito la stella a cinque punte e la fitta battitura dei comunicati BR.

128 – Lo raccolse, lo piegò e se lo infilò in tasca. Mentre il cuore gli sobbalzava nel petto, uscì chiudendo piano la porta.

129 – Salì in macchina. Le mani gli tremavano, si aggrappò al volante, accese il motore e si allontanò rapidamente.

130 – Percorse alcune centinaia di metri; improvvisamente vide i lampi blu di due pantere venirgli incontro a tutta velocità e a sirene spiegate.

131 – Si fermò a ridosso del marciapiede; le pantere lo superarono, le vide frenare bruscamente davanti alla casa di Alessandra.

132 – Alcuni agenti scesero e si affrettarono, pistola in mano, verso il cancello. Samuele non attese, rimise in moto e ripartì.

133 – Appena arrivato a casa, prese il foglio che aveva in tasca e lo stracciò in mille pezzi che gettò nel gabinetto.

134 – … Udì uno scalpiccio affrettato e subito quattro manine si insinuarono sotto le lenzuola e cominciarono a fargli il solletico.

135 – Poi una vocina squillò: “Babbo, babbo, hai promesso, hai promesso!” E un’altra in coro: “Ci porti allo zoo? Hai promesso, hai promesso!”

136 – Una luce si era accesa e una donna dai capelli biondi, spettinati, dal volto roseo, cicciottello si stava avvicinando al letto.

137 – Indossava una vestaglia di seta bianca, era a piedi nudi e teneva tra le mani un libro aperto che stava leggendo.

138 – “Guarda questo libro, Sam; l’ho trovato in una scatola sotto a dei vecchi giornali degli anni ’70. L’autore è un certo Ojetti…”

139 – I bambini, un maschietto e una femminuccia, fecero a gara per aprire le finestre e Samuele dovette proteggersi gli occhi feriti dalla luce.

140 – Tornarono, salirono sul letto e gli si buttarono addosso; lui li abbracciò. Prese il libro che la donna gli porgeva.

141 – Dalle pagine dischiuse cadde a terra una rosa rossa, sbiadita e rinsecchita.

FINE