ROBERT KENNEDY: IL DISCORSO SUL PIL

Di questi tempi in cui non passa giorno senza che si legga sulla prima pagina di un quotidiano o non venga pronunciata da qualche autorevole commentatore la paroletta “Pil”, acronimo di Prodotto interno lordo, credo sia opportuno rileggere cosa ne pensasse Robert Kennedy, lo statista americano, che, come il fratello John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti, per le sue idee e le sue iniziative politiche venne assassinato nel 1968.

Robert Francis Kennedy, soprannominato Bob, nacque a Brookline, nel Massachusetts, il 20 novembre 1925 da Rose Fitzgerald e Joseph Kennedy. Si sposò nel 1950 ed ebbe undici figli dalla moglie Ethel; l’ultimo nascerà dopo la sua morte.

Laureatosi in legge a Harvard nel 1948, lavorò alla sezione della sicurezza interna del dipartimento della giustizia; il 6 giugno 1952 si dimise per guidare la campagna elettorale del fratello John, che aspirava a diventare senatore e, quando questi vinse le elezioni presidenziali del 1968, gli affidò il ministero delle giustizia.

Dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, si candidò al Senato. Fu vicino al movimento per i diritti civili di Martin Luther King, si oppose alla guerra in Vietnam e, convinto sostenitore dei diritti civili, ricevette l’appoggio dei pacifisti e degli afroamericani anche dopo l’assassinio di King.

Morì in seguito a un attentato all’indomani della vittoria nelle elezioni primarie del Partito Democratico in California e Sud Dakota. Della sua morte venne incolpato un uomo di origine giordana, Sirhan B. Sirhan, ma si presume che sia stato vittima di un complotto a cui parteciparono anche altre persone.

Il 18 marzo 1968 Robert Kennedy tenne presso l’università del Kansas un memorabile discorso con cui mise in risalto l’inadeguatezza del Pil come indicatore del benessere di una nazione. Tre mesi dopo, il 6 giugno 1968, venne ucciso a Los Angeles durante la campagna elettorale che lo avrebbe portato con ogni probabilità a diventare presidente degli Stati Uniti.

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, nè i successi del Paese sulla base del Prodotto interno lordo.

Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.

Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

ITALIANO: PAROLE E AUTARCHIA

Il 5 agosto 1938, sul primo numero della rivista “La difesa della razza”, voluta da Mussolini in persona, si poteva leggere:

Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista.”

Un documento ignominioso che pose le basi per l’introduzione delle leggi razziali, causa dell’umiliazione e della persecuzione degli ebrei in Italia e presupposto alla collaborazione offerta dal Fascismo al sistematico processo di sterminio messo in atto dal Nazismo.

La responsabilità degli intellettuali italiani fu grave ed è stata poi sancita dalla storia.

Gli intellettuali italiani avevano avuto modo già precedentemente, nel 1932, di distinguersi per una presa di posizione che, se non generò gravi conseguenze, fu indice di acquiescenza al regime fascista e al suo esasperato tentativo di affermare e propagandare un effimero nazionalismo, un’italianità esibizionistica, spesso gettando un velo di ridicolo sui suoi zelanti interpreti.

Roma, 5 luglio 1932

La confederazione nazionale dei sindacati fascisti professionisti e artisti, allo scopo di contribuire all’eliminazione delle parole straniere della lingua in uso, ha richiamato la particolare attenzione delle dipendenti organizzazioni sindacali degli autori e scrittori e dei giornalisti (categoria la cui azione in materia è da ritenersi di notevole importanza ed efficacia anche nei riguardi del parlare corrente) sul seguente elenco di voci straniere e di corrispondenti italiane o italianizzate:

Berceau: chiosco; bonne: bambinaia; brochure: opuscolo; en brochure: non rilegato; buvette: bar; cafè chantant: caffè concerto; châlet: casina; charme: fascino; châssis: telaio; chèque: assegno; klakson: clacson; corvée: corvé (nell’uso militare), sfacchinata, ecc.; dancing: sala da ballo; feuilleton: appendice; frack: marsina; gilet: panciotto; golf: farsetto, maglioncino, maglione; masseuse: massaggiatrice; omelette: frittata; paletot: cappotto, pastrano; parvenu: rifatto, arrivato; pendant: riscontro, simmetria; pied à terre: piede a terra; redingote: finanziera; régisseur: regista; rez de chaussée: pianterreno; silhouette: sagoma, figurina; suite: serie; surtout: soprabito; tabarin: tabarino; taxi: tassi; vermouth: vermut; vis à vis: di fronte; viveur: vitaiolo.

La confederazione professionisti e artisti ha vivamente raccomandato ai dirigenti i sindacati che l’eliminazione delle voci straniere secondo l’elenco di cui sopra avvenga non solo negli atti e pubblicazioni ufficiali, ma in ogni manifestazione dell’attività giornalistica e letteraria.

Interessante notare come ci si sia arresi di fronte a klakson (per la precisione, la parola originale inglese è “klaxon”, ma guai a usare la x anglosassone) e corvée, per i quali non si sono trovati sinonimi adeguati.

In quanto a: piede a terra, tabarino e vitaiolo, è facile immaginare l’humour, pardon la comicità, suscitata da una loro adozione al posto degli originali.

Alfredo Spanò

RIDURRE IL LIVELLO CULTURALE PER GOVERNARE MEGLIO

Mi hanno colpito alcuni dati proposti da Domenico De Masi in un’intervista ad Antonello Caporale su il Fatto del 9 luglio. Dice De Masi: “Negli Stati Uniti 94 studenti su 100 che completano il ciclo scolastico proseguono per l’università. In Germania sono 78 su 100. In Italia siamo inchiodati al 36 per cento. E di questa minoranza 22 si fermano alla triennale e 14 proseguono per la laurea magistrale.” Conclude il sociologo: “Come si fa a non capire che il livello della cultura generale è direttamente proporzionale al livello della partecipazione democratica? Più sei colto più ti appassioni alla politica. Washington ha il 49 per cento dei suoi cittadini che sono laureati. Alle elezioni la soglia dei votanti è del 70 per cento. Yuma, e siamo sempre negli Usa, ha l’11 per cento dei suoi cittadini laureati. I votanti si fermano al 30 per cento. Se sei colto hai minori possibilità di essere razzista, di essere violento. Anche la criminalità subisce la dura relazione con la cultura… Ma la cultura media occorrente per una società complessa dev’essere elevata. Altrimenti non la governi.”

Io penso invece che la cultura è un ostacolo al governo di un Paese, quando questo non persegue gli interessi del popolo e il suo sviluppo, ma quelli dei politici, delle lobby, dei potentati, delle mafie che assicurano serbatoi di voti ai politici e delle nazioni che hanno il predominio economico e militare nel mondo. In questo caso la scarsa partecipazione alla vita democratica del Paese e l’astensionismo elettorale costituiscono un beneficio per i partiti e le classi al potere che consapevolmente tendono a ridurne il peso ai minimi termini.

Alfredo Spanò

L’Italia è diventata una Repubblica fondata sugli asini” da: Il Fatto Quotidiano, 9 luglio 2016

 

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ARTICOLO 1 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Come cittadino di questa Repubblica mi piacerebbe che l’articolo 1 trovasse piena applicazione e non fosse solo una dichiarazione utopica.

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”; queste prime parole della Costituzione mi fanno dubitare della credibilità e dell’affidabilità di questo documento.

Se c’è scritto che questo paese è fondato sul lavoro, perché c’è un tasso di disoccupazione giovanile pari al 44,2%? Perché il tasso complessivo sta al 12,3%?

C’è qualcosa che non quadra…

Se ai piani alti non hanno intenzione di far abbassare queste cifre, almeno abbiano il coraggio di modificare l’articolo 1.

“L’Italia è una repubblica democratica, NON fondata sul lavoro.”

Commentare le sue considerazioni non è impresa da poco e la ringrazio per la fiducia. Ci proverò, punto per punto.

Non lo faccio partendo da conoscenze giuridiche, che non mi appartengono, ma sulla base dell’esperienza personale e di un lungo impegno in ambito sociale e culturale.

La Costituzione è stata scritta a costo di approfondite discussioni e faticose mediazioni dalle intelligenze politiche e culturali più acute e capaci della neonata Repubblica Italiana, appartenenti a tutte le forze che avevano contribuito ad abbattere il fascismo, ma ispirantesi a ideologie contrastanti fra loro e a progetti sociali diversi. Tuttavia, è stata approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947, promulgata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre ed è entrata in vigore il 1 gennaio dell’anno successivo.

La Costituzione è il corpo fondamentale delle leggi dello Stato Italiano a cui tutte le altre leggi devono conformarsi.

Non è dell’affidabilità e della credibilità del documento che dobbiamo dubitare. La Costituzione è stata scritta con l’intento di fissare i capisaldi di una nuova Repubblica ed è chiaro che quanto definisce non può essere se non il risultato di un lungo percorso di ricostruzione materiale, morale, giuridica e civile di un Paese sconfitto e distrutto dalla Seconda Guerra Mondiale.

Si deve dubitare piuttosto dell’affidabilità e della credibilità di una classe politica che in quasi 70 anni non è riuscita a realizzare compiutamente il dettato costituzionale.

Questo è accaduto per incapacità, per subalternità a interessi diversi e perché chi ha governato, soprattutto negli ultimi decenni, non ha condiviso i principi e gli scopi dei padri costituenti.

Dagli anni Settanta in poi è iniziata una profonda ristrutturazione dei criteri e dell’organizzazione del lavoro sulla spinta dell’esplosione tecnologica e della globalizzazione, controllata dai centri di potere economico mondiale, indirizzata alla precarizzazione del lavoro, alla competitività, alla mobilità e allo sfruttamento della manodopera al fine di ridurne i costi, di assottigliare i compensi, di impoverire le garanzie e i servizi sociali, di indebolire le difese dei lavoratori e le organizzazioni sindacali. Anche il cosiddetto Jobs Act (si potrebbe spendere qualche pagina per analizzare le scelte comunicative in lingua straniera, ridondanti e d’effetto) ne è un esempio.

In Italia, in particolare, si è rinunciato a scelte precise in merito agli indirizzi di sviluppo economico, alle pianificazioni a medio e lungo termine nei campi dell’istruzione, della ricerca e della produzione, tali che permettessero di identificare i settori di sviluppo fonte di più vaste opportunità occupazionali. Ciò ha contribuito alla creazione di una vasta area di giovani che non riescono a trovare lavoro nel settore per il quale si sono preparati, ma vanno ad alimentare la massa di manodopera a basso costo destinata ai lavori temporanei, stagionali, irregolari.

Alfredo Spanò

LA BARBARIE DELLA REALPOLITIK

Soprattutto due interventi, all’interno del dibattito nato dal caso Regeni, rispecchiano tutta l’ipocrisia, l’inadeguatezza e la barbarie della realpolitik.

Se lo stile e la forma garbati velano i contenuti dell’articolo di Sergio Romano sul Corriere della Sera, le dichiarazioni di Edward Luttwak, intervistato durante una trasmissione radiofonica, rivelano con brutalità e volgarità tutta la violenza e l’opportunismo politico del suo pensiero.

E sappiamo che non vi è purtroppo un forte sistema di sicurezza, in un Paese minacciato dal terrorismo islamista, se il governo non lascia ai suoi servizi di polizia un certo margine di libertà.” Dice Romano, che dietro ai giri di parole nasconde la realtà di una dittatura in cui non esistono margini né per il dissenso né per l’opposizione e in cui la violenza e l’assassinio sono elevati a sistema di governo.

Da quando Al Sisi è al potere, denunciano le organizzazioni per i diritti umani, si contano centinaia di sparizioni, decine di migliaia di arresti e oltre 1700 condanne a morte; la tortura è praticata abitualmente, la libertà d’espressione è pesantemente limitata, i sostenitori dei diritti umani e i giornalisti subiscono persecuzioni e processi.

Secondo Romano e Luttwak dobbiamo rassegnarci al fatto che in Egitto ai cittadini, come Shaimaa el-Sabbagh, l’attivista uccisa da un poliziotto un anno fa durante un corteo pacifico a Il Cairo, non sia consentito di svolgere attività politica e siano negati i più elementari diritti civili. Poiché l’Egitto sta combattendo contro l’Is siamo obbligati a tollerare che venga negato qualsiasi spazio democratico, che non possa esistere libertà di stampa, che vengano usati i mezzi di repressione più barbari e feroci e che qualsiasi tentativo di espressione contraria al regime venga represso nel sangue. Alla faccia del progresso civile e dei diritti dell’uomo internazionalmente riconosciuti.

Che cosa sarebbe successo se avessimo preteso di spiegare al governo britannico quali erano i metodi accettabili per la lotta contro il terrorismo dell’Ira. Che cosa sarebbe successo se le democrazie europee, dopo gli attentati alle Torri Gemelle, avessero detto al governo americano che i metodi della Cia erano intollerabili, che Guantanamo era un orrendo lager, che non era giusto rapire un imam nelle strade di una delle nostre città per trasferirlo in un Paese (spesso, guarda caso, l’Egitto) dove sarebbe stato torturato?” Si chiede Romano. Infatti, in nome della subalternità a Stati Uniti e Gran Bretagna ben poche voci si sono alzate a denunciare le gravi violazioni compiute in quelle occasioni.

L’Italia ha sempre chinato il capo di fronte alla prepotenza dell“alleato” americano (basta pensare all’umiliante comportamento tenuto dopo la strage del Cermis), e se la magistratura, in occasione del rapimento di Abu Omar ha fatto il suo dovere, di recente il nostro ingessato capo dello stato ha provveduto a graziare gli agenti della Cia coinvolti nel sequestro, a cui seguì la consegna dell’imam all’Egitto, dove fu interrogato sotto tortura.

Come non provare disgusto per le affermazioni irridenti di Edward Luttwak che ha trascorso una vita a sostenere la supremazia degli Usa nel mondo con qualsiasi mezzo ed è stato uno degli artefici del golpe del 1973 in Cile?

Magari Regeni è stato ucciso da un’amante, da un poeta o da chissà chi. Il governo egiziano ci sta proteggendo… Un disappunto, una critica o qualsiasi dichiarazione italiana che eroda l’Egitto sono irresponsabili. Il governo italiano non deve dire niente.”

In concreto, non siamo solo alleati di Al Sisi, che il presidente del consiglio Renzi considera “un grande leader” e della cui “amicizia” va fiero, ma complici e, come nel caso di Abu Omar, lasciamo che sia l’Egitto a fare il lavoro sporco per conto nostro.

Questa realpolitik serve a sostenere il sistema di sopraffazione che le nazioni più potenti esercitano su altre più deboli a fini politici ed economici, un sistema di ingiustizie che alimenta gli odi e i movimenti terroristici, provoca le migrazioni di massa, dà spazio alle organizzazioni criminali e alimenta la rete di guerre sciagurate che infiammano continuamente diverse regioni del mondo, “una terza guerra mondiale combattuta a pezzi con crimini e massacri” alla cui base ci sono “la cupidigia, l’intolleranza, l’ambizione al potere”, come ha denunciato chiaramente Papa Bergoglio.

È possibile che non esista altra strada se non quella dell’acquiescenza nei confronti delle superpotenze e dell’alleanza con stati altrettanto barbari e feroci quanto i nostri nemici?

L’Europa sta costruendo attorno a sé un baluardo contro il fanatismo dell’Is e le correnti migratorie costituito da democrazie esautorate, come l’Ucraina, o monarchie assolute e dittature sanguinarie in cui la popolazione non ha diritti, come la Turchia e l’Egitto, l’Arabia Saudita e il Bahrein.

Oggi dobbiamo chiederci se è questo che vogliamo: barattare la nostra civiltà e i nostri ideali con una presunta sicurezza fondata su muri e barriere di filo spinato, la cui difesa affidiamo a satrapi senza scrupoli e ai loro tagliagole, rifornendoli di armi che saranno usate per opprimere il proprio popolo e massacrare quelli degli stati con cui sono in guerra per procura nostra.

Abbiamo oggi davanti agli occhi i risultati delle strategie espansionistiche e delle guerre condotte dalle grandi potenze, della complicità degli stati satelliti, come il nostro, della rinuncia a una nostra politica estera. L’instabilità regna sovrana, ogni giorno scoppia un nuovo focolaio di guerra e la realpolitik dimostra chiaramente di essere incapace di risolvere definitivamente i problemi, al contrario, di amplificarli e di creare per il futuro situazioni di maggiore tensione.

Basta guardare come si sia inserita la Russia nella guerra in Siria e come sia riuscita in poche ore, con i suoi bombardamenti indiscriminati (ma certo non possono essere gli Stati Uniti, maestri nei bombardamenti “intelligenti” su popolazioni e ospedali, a fornire lezioni di morale), ad ampliare il fronte della guerra e a destabilizzare ulteriormente l’Europa provocando nuove ondate di immigrazione che creeranno nuove tensioni e fratture fra gli stati.

Mentre la guerra allo Stato Islamico si rivela, almeno in parte, una copertura per altre losche contese, la linea della realpolitik ci trascina piuttosto al disastro che alla salvezza e, se si presenta come furbizia tattica, alla resa dei conti appare autolesionistica e fondamentalmente stupida.

http://www.corriere.it/opinioni/16_febbraio_14/domande-cairo-caso-giulio-regeni-4c1a0402-d293-11e5-be28-b2318c4bf6d8.shtml?refresh_ce-cp

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/02/12/luttwak-choc-regeni-magari-lha-ucciso-unamante-se-uno-fa-cose-pericolose-si-assuma-i-rischi/479596/

RICORDIAMO GIULIO REGENI

 

 

Mi è capitato di ascoltare alcuni interventi dell’onorevole Pier Ferdinando Casini in merito all’uccisione di Giulio Regeni e ai rapporti tra Italia ed Egitto, che probabilmente rispecchiano la visione di buona parte della nostra politica, molto attenta al ruolo del paese mediorientale come baluardo nei confronti dell’Isis e partner commerciale.

Casini chiede piena verità al presidente egiziano Al Sisi, ma giustifica il cinismo dello Stato nei rapporti internazionali. Per lo stesso Al Sisi il presidente del consiglio Matteo Renzi ha avuto recentemente espressioni di grande stima: “Penso che Al Sisi sia un grande leader… In questo momento l’Egitto sarà salvato solo con la leadership di Al Sisi… Sono fiero della mia amicizia con lui.”

Le dichiarazioni di Casini e Renzi suonano come giustificazione o perlomeno indifferenza, in nome della ragion di stato, verso i metodi usati da Al Sisi per mantenere il potere
e debellare le opposizioni. Negli ultimi due anni in Egitto, secondo Amnesty International, sono stati uccisi 1400 oppositori del regime, tra cui numerosi giornalisti; dal nostro governo mai si è alzata una voce forte di esecrazione delle persecuzioni e delle atrocità compiute dalle autorità egiziane, come anche da altri governi “amici” in Arabia Saudita o in Turchia, sempre in nome del ruolo che questi paesi svolgono al nostro fianco nello scacchiere internazionale e degli affari che intrecciamo con loro.

The least we can do is stand here and say that we consider him to be one of us,” one friend, Sally Toma, told The Associated Press. “Unfortunately, he died the same way Egyptians die every day.”: “Giulio Regeni è morto come muoiono gli egiziani ogni giorno” ha detto un suo amico e Casini e il nostro governo dovrebbero tenerne conto.

Alla luce della considerazione di Sally Toma suona beffarda e poco rassicurante la dichiarazione del ministro dell’interno egiziano, Magdi Abdel Ghaffar: “Trattiamo il caso dell’italiano come se fosse egiziano.”

Oggi inorridiamo e ci indigniamo di fronte alle efferatezze rivelate dal referto dell’autopsia sul corpo di Giulio Regeni, ma ricordiamoci della “macelleria messicana” nella scuola Diaz e delle torture nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova, di come sono stati uccisi Stefano Cucchi e tanti altri. I nostri aguzzini e i loro complici, le istituzioni che li coprono non sono migliori di quelli egiziani. Ricordiamoci che stiamo attendendo da trenta anni che il legislatore promulghi una legge contro la tortura, sollecitati anche dalle istituzioni europee, e oggi il dramma di Regeni può suggerirci quanto sia importante raggiungere questo obiettivo e permetterci di onorare la sua memoria dedicandogli una #leggeRegeni che punisca la tortura.

La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci.” Ha detto Isaac Asimov, ma anche di quelli che conoscono la debolezza delle proprie idee.

http://www.nytimes.com/2016/02/08/world/middleeast/egypt-italy-giulio-regeni-cairo.html?mwrsm=Email

http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/10/02/news/l-italia-affossa-il-reato-di-tortura-e-ora-l-europa-prepara-nuove-condanne-1.232727

 

THERESIENSTADT: LA CITTÀ CHE IL FÜHRER REGALÒ AGLI EBREI

Nel 2007 pubblicavo nel mio sito Scrivereperleimprese.it il seguente articolo su Terezin, un campo di concentramento poco noto ai più, non un vero e proprio campo di sterminio, che è stato luogo di eventi straordinari. Lo ripropongo oggi in ricordo di tutte le vittime del Terzo Reich: non solo gli ebrei, ma anche gli zingari, gli omosessuali, i malati psichici, i partigiani e gli oppositori politici travolti dalla feroce fabbrica della morte escogitata dal Nazismo.

Tra il 1780 e il 1790 l’imperatore d’Austria Giuseppe II fece erigere a nord di Praga un’imponente fortezza, capace di ospitare 7000 persone, e la chiamò Theresienstadt (oggi Terezin, in territorio ceco) in onore della madre, l’imperatrice Maria Teresa d’Austria.

La storia contraddisse le intenzioni di Giuseppe II e Theresienstadt non fu mai protagonista di eventi bellici, venne abbandonata dal presidio militare e adibita a prigione.

Tra il novembre e il dicembre 1941, 3000 ebrei cechi furono adibiti dai tedeschi a trasformare Theresienstadt in un lager, in cui, dalla fine del 1941 alla fine del 1942, vennero deportate 109 mila persone. Nel gennaio 1942 partirono da Theresienstadt i treni carichi di prigionieri destinati ai ghetti orientali e, più tardi, a Treblinka e Auschwitz. In circa un anno vennero trasferite nei campi di sterminio 44 mila persone.

Pur non essendo un campo di sterminio come Auschwitz o Treblinka, l’affollamento e le misere condizioni di vita rendevano difficile la sopravvivenza nella fortezza di Theresienstadt. Scarsità di cibo, promiscuità, lavori forzati, condizioni igieniche disastrose (lo stesso carretto serviva per il trasporto dei cadaveri e del pane) provocavano gravi malattie infettive, tra le quali il tifo. Per far fronte alla elevata mortalità, il comandante del campo Siegfried Seidl fece costruire dei forni crematori capaci di incenerire i corpi di 200 persone in un giorno.

Nell’ottobre del 1943 vennero deportati a Theresienstadt 456 ebrei danesi. La maggior parte degli ebrei che risiedevano in Danimarca era riuscita a fuggire in Svezia grazie all’appoggio della popolazione, mentre una piccola parte era stata catturata dai nazisti. La Croce Rossa danese e svedese chiesero di poter verificare le condizioni dei prigionieri.

Nel dicembre 1943 venne dato ordine di risistemare il campo in modo da offrire l’impressione di una cittadina in cui la vita fluiva tranquillamente. Tuttavia l’affollamento era eccessivo e, tra il 15 e il 18 maggio 1944, 7500 prigionieri vennero deportati ad Auschwitz e Bergen Belsen.

A Theresienstadt l’insegnamento era proibito, ma in occasione della visita della Croce Rossa un edificio venne destinato a rappresentare la scuola della città e su di essa venne appeso un cartello con la scritta “chiusa per le vacanze”.

Il giorno prestabilito, il 23 giugno 1944, alla delegazione della Croce Rossa, guidata dallo svizzero Maurice Rossel, venne mostrato un asilo, costruito pochi giorni prima e subito dopo smantellato. Rossel lo fotografò, scrisse nel rapporto di essersi trovato in un ambiente accogliente e pulito, dotato di una cucina spaziosa, e descrisse Theresienstadt come una “normale città di provincia”.

Naturalmente agli abitanti era stato dato ordine di non rivelare le reali condizioni di vita del campo, pena la morte.

La tragica beffa non finì con la visita di una distratta delegazione della Croce Rossa: poco dopo la partenza di Rossel la propaganda nazista girò un film propagandistico intitolato “Il Führer regala una citta agli ebrei”, in cui venne ripresa la commedia inscenata davanti a Rossel. Il cortometraggio venne proiettato nei cinema tedeschi.

Fra i prigionieri di Theresienstadt ci furono circa 15 mila bambini, in prevalenza ebrei cechi, deportati insieme ai genitori. La maggior parte di essi morì nel corso del 1944 nelle camere a gas di Auschwitz. Non se ne salvò nemmeno un centinaio e di questi nessuno aveva meno di quattordici anni.

In un primo tempo gli adulti poterono alleviare le pene dei bambini almeno sotto il profilo psicologico. Educatori e insegnanti riuscirono, tra infinite difficoltà, a organizzare clandestinamente l’insegnamento e alcune iniziative culturali, ad allestire compagnie teatrali e gruppi musicali.

I bambini di Theresienstadt scrissero molte poesie, una parte delle quali è stata recuperata. Assieme a queste si è salvata anche una raccolta di circa 4000 disegni, frutto dei corsi di arte figurativa diretti da Friedl Dicker Brandejsovà.

Per poter svolgere questa attività venivano utilizzati i più vari tipi e formati di carta: formulari, prestampati, carte assorbenti.

Sotto il profilo tematico i disegni si possono suddividere in due grandi gruppi: disegni tipici dell’infanzia, come l’ambiente di vita da cui provenivano, i cibi della tradizione familiare, giocattoli, prati, farfalle, immagini fiabesche. Un secondo gruppo è costituito da disegni che rappresentano il ghetto di Theresienstadt e la crudele quotidianità a cui erano costretti: le costruzioni, la vita delle strade e delle baracche con le cuccette a tre piani, i guardiani, i malati, i funerali e perfino un’esecuzione.

Nonostante tutto, i bambini di Theresienstadt sperarono in un domani migliore e spesso raffigurarono il loro ritorno a casa.

Oltre al messaggio che si esplicita nel soggetto raffigurato, nei disegni troviamo la firma, talvolta la data di nascita e quella della deportazione a Theresienstadt o da Theresienstadt e questa è anche l’ultima notizia che i bambini hanno lasciato di sé.

La stragrande maggioranza dei bambini di Theresienstadt morì vittima del nazismo, lasciandoci una toccante testimonianza letteraria e figurativa dell’abisso morale di cui è capace la natura umana.

IL LINGUAGGIO DELL’INNOCENZA E DEL DOLORE

Se le atrocità del nazismo ci colpiscono ancora per la loro efferatezza, una certa consuetudine a letture, immagini, documentari, film hanno forse attutito in parte le emozioni che possiamo provare di fronte a nuovi documenti e testimonianze dell’olocausto.

Ma visitare la mostra dei disegni e delle poesie dei bambini di Theresienstadt, come mi è accaduto nel Giorno della Memoria, provoca un sentimento indescrivibile, confuso, che ti attanaglia le viscere e ti trascina in un unico gorgo nero che confonde e inghiotte stupore, dolore, indignazione, rabbia e non so cos’altro, ti annichilisce mentre ti chiedi di quale tremendo iddio sia figlia la stirpe umana.

Quale istinto bestiale può spingere gli uomini a decidere di sterminare scientemente e scientificamente un’intera razza accanendosi perfino su neonati, bambini e adolescenti?

La storia dei bambini di Theresienstadt è tracciata nei loro disegni, il loro stato d’animo si esprime nelle poesie che ci hanno lasciato: a volte sembra quasi che il destino crudele che li ha travolti non ne abbia scalfito l’innocenza e la certezza della vita, a volte sembrano possedere una consapevolezza propria di un’età ben più matura.

IL LINGUAGGIO DELLA PROPAGANDA NAZISTA

“Theresienstadt. Ein Dokumentarfilm aus dem jüdischen Siedlungsgebiet” (Theresienstadt. Un documentario sul reinsediamento degli ebrei), più noto come “Il Führer regala una città agli ebrei” venne girato da Kurt Gerron, attore e regista ebreo che aveva recitato al fianco di Marlene Dietrich ne “L’angelo azzurro” , internato a Theresienstadt.

Lasciata la Germania per sfuggire alle leggi razziali, Gerron lavorò come regista in Olanda. Quando anche l’Olanda venne occupata dalla Wermacht, fu costretto ad apparire nel film di propaganda antiebrea “Der Ewige Jude” (L’eterno ebreo), voluto da Joseph Goebbels.

Nel 1943 venne internato a Theresienstadt, dove scrisse uno spettacolo di cabaret: “Karoussel”. Successivamente alla visita della Croce Rossa, gli venne imposto di girare un film in cui Theresienstadt apparisse come un normale centro di provincia in cui gli ebrei vivevano da normali cittadini. Terminato il suo lavoro, Gerron venne trasferito ad Auschwitz dove finì in una camera a gas pochi giorni prima dell’arrivo dei liberatori.

Joseph Goebbels si iscrisse al Partito Nazionalsocialista nel 1924; nel 1933 venne chiamato da Hitler a rivestire la carica di Ministro della propaganda, che mantenne fino alla fine del Terzo Reich, quando, uccisi i figli, si suicidò assieme alla moglie nel bunker della Cancelleria.

Goebbels ebbe la completa fiducia del Führer, che gli affidò il controllo dell’informazione e della vita culturale tedesca (cinema, teatro, sport).

Goebbels viene considerato il primo uomo politico moderno che abbia percepito le potenzialità dell’informazione come strumento di propaganda politica e il primo che sia stato capace di gestirla scientificamente sottomettendola ai fini del Terzo Reich.

Gli viene attribuita la frase: «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità», un suggerimento che gli uomini politici del nostro tempo non hanno trascurato di cogliere e applicare.

IL PIAZZISTA DI PAROLE

Un comportamento risulta particolarmente insopportabile tra le tante nefandezze della politica in questa cosiddetta Seconda Repubblica, che, con l’avvento di Matteo Renzi e della sua schiera di caudatari, si è diffuso e  affermato: quello di fare asserzioni palesemente scorrette o false e di pretendere di essere creduto, pena l’assegnazione di epiteti denigratori, quale “gufo”, l’equivalente del “remare contro” di berlusconiana memoria. Dovremmo cioè accettare di essere presi bellamente per imbecilli e tacere perché il presidente del consiglio ineletto possa continuare nella sua opera di normalizzazione della Repubblica e di rastrellamento del consenso.

L’ultima perla del Nostro è la dichiarazione secondo la quale “abbassare le tasse è giusto” e non è di destra né di sinistra. A parte la leziosa gaberiana polemica su ciò che sia di destra o di sinistra (… Una bella minestrina è di destra / il minestrone è sempre di sinistra…) non ci vuole molto a capire che eliminare la tassazione sulla prima casa di un povero cristo che possiede un appartamento di 60 mq in un condominio di periferia grazie a un mutuo ventennale non equivale a esentare dal pagamento della medesima tassa il proprietario di Villa San Martino ad Arcore.

Perché è profondamente ingiusto togliere indiscriminatamente a tutti la tassa sulla prima casa? Semplicemente perché, così facendo, le entrate che sarebbero dovute provenire dalle tasche dei contribuenti ricchi e ricchissimi verranno a mancare con un ulteriore aggravio del debito pubblico a carico di tutti o dovranno essere recuperate per altre vie, con l’impoverimento dell’assistenza sanitaria per esempio, colpendo i contribuenti che hanno un reddito fisso e i cittadini meno abbienti. Ecco perché questa manovra è iniqua e, se vogliamo anche, indubitabilmente, di destra.

LE MAFIE RINGRAZIANO I SERVI SCIOCCHI

L’attenzione di tutti è oggi incentrata sulle polemiche seguite al funerale di Vittorio Casamonica, assurto alla gloria dei Cieli da un carro funebre trainato da sei cavalli, sotto una pioggia di petali di rosa rossi e con l’accompagnamento della colonna sonora del film “Il Padrino”.

Forza Italia e gli altri partiti di opposizione si sono scagliati contro il ministro dell’interno, il prefetto, il sindaco di Roma per un episodio che ha i connotati del capolavoro cinematografico e, come tale, ha guadagnato immediatamente un’eco internazionale che porterà ulteriore discredito a quello che dai tempi dei “nani e delle ballerine” non ha mai smesso di essere un paese da operetta.

Pochi giorni prima, senza che si alzasse una voce a denunciare il fatto, il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Tullio Del Sette, ha rimosso il colonnello Sergio De Caprio, più noto con il nome in codice di Ultimo, artefice nel 1993 dell’arresto di Totò Riina, dalla guida del Nucleo Operativo Ecologico, impegnato a contrastare i reati ambientali, nelle cui reti sono rimasti impigliati nomi di primissimo piano della politica e del management nazionali.

I due fatti, così apparentemente dissimili, rivelano quanto siano radicate, riverite e protette nel nostro Paese tutte le mafie: quelle dei padrini con la croce al collo e l’anello d’oro al mignolo, che gestiscono traffici di ogni genere e hanno le mani sporche di sangue, e quelle dalle mani bianche: delle lobby politiche e finanziarie, imprenditoriali e militari, corrotte dal denaro e dal potere, impegnate a mantenere il Paese nel marciume, a impedirne il riscatto e a eliminare solertemente chiunque possa rappresentare un ostacolo al raggiungimento dei loro interessi e di quelli dei loro compari.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/20/vittorio-casamonica-cavalli-e-rolls-royce-per-il-boss-re-di-roma/1971020/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/21/noe-esautorato-dal-comando-il-capitano-ultimo-coordinava-indagini-su-mafia-politica-e-coop/1972454/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/21/la-lettera-di-ultimo-ai-suoi-uomini-contro-i-servi-sciocchi-grazie-per-la-lotta-ai-poteri-forti/1972469/