COPYWRITING: LE FIGURE RETORICHE

Il “Vocabolario della lingua italiana” di Nicola Zingarelli definisce la retorica come “Arte e tecnica del parlare e scrivere con efficacia persuasiva, secondo sistemi di regole espressive varie a seconda delle epoche e delle culture”. Ugualmente, Marcello Sensini ne “La grammatica della lingua italiana” indica la retorica come “arte del parlare e dello scrivere bene” e le figure retoriche come “quei particolari procedimenti espressivi che, utilizzando la lingua secondo schemi inconsueti, tendono ad arricchirne l’efficacia. Considerate un tempo come caratteristiche essenziali ed esclusive del linguaggio letterario e soprattutto poetico, le figure retoriche sono in realtà un espediente espressivo operante in ogni tipo di atto linguistico o di testo.”

A dar retta a queste definizioni è facile comprendere che, se la retorica è nata per convincere un uditorio, in un senato o in un tribunale poco importa, non può non interessare anche un moderno copywriter. “Il linguaggio nelle figure retoriche perde il suo significato oggettivo, la propria funzione denotativa, per acquisirne un altro più psicologico, legato alla funzione espressiva… Parlare per immagini significa allora aggiungere un significato a quello preesistente. Il significato aggiunto mette in gioco la psicologia dell’individuo. Essere creativi comincia da qui, dalla capacità di tradurre in figure retoriche la relazione psicologica tra le cose da dire e l’immagine usata.” (Michelangelo Coviello, “Il mestiere del copy”)
Spesso il copywriter deve addensare in una o poche parole molti concetti e le figure retoriche possono aiutarlo a ottenere l’effetto desiderato o ad accrescere l’efficacia di uno slogan, un titolo, una frase.

Vediamo sinteticamente le caratteristiche di alcune figure retoriche.

ACCUMULAZIONE

Dal tardo latino accumulatio -onis.

È una successione di parole disposte in forma ordinata o caotica allo scopo di enfatizzare il discorso.

Diverse lingue, orribili favelle,


parole di dolore, accenti d’ira,

voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s’aggira

sempre in quell’aura sanza tempo tinta,

come la rena quando turbo spira.

Siamo nel III canto dell’Inferno e Dante è all’inizio della sua avventura; Virgilio gli ha appena fatto attraversare la porta dell’Inferno e lo sta conducendo all’incontro con gli ignavi.

ALLEGORIA

Dal greco ἀλληγορία, parola composta da ἄλλος «altro» e ἀγορεύω «parlo».

L’allegoria è la figura retorica per mezzo della quale, attraverso un’immagine concreta, si esprime un concetto astratto, a volte particolarmente complesso.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di province, ma bordello!

Nel canto VI del Purgatorio Dante incontra il poeta Sordello, vissuto nella seconda metà del Duecento, che gli offre il destro per una lunga digressione sulla situazione politica dell’Italia nel Medioevo, descritta come una nave senza timoniere in balia della tempesta.

La “Divina commedia”, viaggio immaginario nel regno dei morti, è essa stessa, secondo le intenzioni di Dante, l’allegoria del percorso compiuto in direzione della salvezza dell’anima.

Altra splendida allegoria è quella creata da Giacomo Leopardi nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia,” scritto tra il 1829 e 1830, dove il ”vecchierel bianco” rappresenta il corso della vita che si conclude nell’”abisso orrido” della morte.

Vecchierel bianco, infermo,

mezzo vestito e scalzo,

con gravissimo fascio in su le spalle,

per montagna e per valle,

per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

al vento, alla tempesta, e quando avvampa

l’ora, e quando poi gela,

corre via, corre, anela

varca torrenti e stagni,

cade, risorge, e più e più s’affretta,

senza posa o ristoro,

lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

colà dove la via

e dove il tanto faticar fu volto:

abisso orrido, immenso,

ov’ei precipitando, il tutto oblia.

Vergine luna, tale

è la vita mortale…

ALLITTERAZIONE

Dal latino allitteratio -onis.

L’allitterazione consiste nella ripetizione di una lettera o di una sillaba in più parole consecutive o vicine tra loro.

Sine sole sileo” o “Sine sole silet” (“Senza sole taccio” o “Senza sole tace”) è un motto che si trova spesso sulle meridiane.

L’allitterazione è frequente nei messaggi pubblicitari, in cui ha la funzione di colpire l’ascoltatore e di spingerlo a memorizzare il prodotto.

ANADIPLOSI

Dal greco ἀναδίπλωσις, derivato da ἀναδιπλόω «raddoppio».

Consiste nella ripetizione enfatica, all’inizio di un verso o di una frase, di una o più parole poste in conclusione del verso o della frase precedente.

O patria mia, vedo le mura e gli archi

e le colonne e i simulacri e l’erme

torri degli avi nostri,

ma la gloria non vedo,

non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi

i nostri padri antichi. Or fatta inerme,

Nuda la fronte e nudo il petto mostri…

Giacomo Leopardi, “All’Italia”

ANAFORA

Dal tardo latino anaphora -ae e dal greco ἀναϕορά «ripetizione».

Consiste nella ripetizione enfatica di una o più parole poste all’inizio di più versi o proposizioni.

La differenza con l’anadiplosi sta nel fatto che l’anafora ripete una o più parole in principio di verso o di proposizione.

Voi che vivete sicuri

nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera

il cibo caldo e visi amici:

considerate se questo è un uomo

che lavora nel fango

che non conosce pace

che lotta per un pezzo di pane

che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

senza capelli e senza nome

senza più forza di ricordare

vuoti gli occhi e freddo il grembo

come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

stando in casa andando per via,

coricandovi alzandovi;

ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi, “Se questo è un uomo”

ANASTROFE

Dal greco ἀναστροϕή «inversione».

Consiste nell’alterare l’ordine sintattico delle parole che compongono una frase.

Mi scosse, e mi corse


le vene il ribrezzo.

Passata m’è forse

rasente, col rezzo


dell’ombra sua nera, 
la morte…

Giovanni Pascoli, “Il brivido”

ANTIFRASI

Dal greco ἀντί-ϕρασις composto da ἀντί «contro» e ϕράζω «dico».

Consiste nell’usare un’espressione per esprimere l’opposto di quanto significato dalle parole, spesso con intento ironico o drammatico.

E qui si fece a dipinger con colori terribili il brutto incontro; e, nel discorrere, accorgendosi sempre più d’una gran collera che aveva in corpo, e che fin allora era stata nascosta e involta nella paura, e vedendo nello stesso tempo che Renzo, tra la rabbia e la confusione, stava immobile, col capo basso, continuò allegramente: – avete fatta una bella azione! M’avete reso un bel servizio! Un tiro di questa sorte a un galantuomo, al vostro curato! in casa sua! in luogo sacro! Avete fatta una bella prodezza! Per cavarmi di bocca il mio malanno, il vostro malanno! ciò ch’io vi nascondevo per prudenza, per vostro bene!

Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”

ANTITESI

Dal greco ἀντίϑεσις «contrapposizione».

Consiste nel rafforzamento di un concetto attraverso l’accostamento di espressioni di senso opposto.

… La procellosa e trepida

gioia d’un gran disegno,

l’ansia d’un cor che indocile

serve, pensando al regno;

e il giunge, e tiene un premio

ch’era follia sperar;

tutto ei provò: la gloria

maggior dopo il periglio,

la fuga e la vittoria,

la reggia e il tristo esiglio;

due volte nella polvere,

due volte sull’altar…

Alessandro Manzoni, “Il cinque maggio”

ANTONOMASIA

Dal greco ἀντονομασία che significa «il chiamare con nome diverso» da ἀντονομάζω «cambio nome».

Si ha quando si sostituisce un nome proprio con un nome comune o una perifrasi che definisce il personaggio.

Nel linguaggio comune:

L’eroe dei due mondi = Giuseppe Garibaldi

Il sommo poeta = Dante Alighieri

Il maligno = Il demonio

Il bel paese = L’Italia

L’arma = I carabinieri

I mille = I garibaldini

APOSTROFE

Dal greco ἀποστροϕή, derivato da ἀποστρέϕω «volgo altrove».

Chi parla interrompe la forma espositiva del discorso per rivolgersi direttamente a un soggetto che non è presente.

Italia mia, benché ’l parlar sia indarno

a le piaghe mortali

che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,

piacemi almen che ’ miei sospir’ sian quali

spera ’l Tevero et l’Arno,


e ’l Po, dove doglioso et grave or seggio…

Francesco Petrarca, “Canzoniere”

ASINDETO

Dal greco ἀσύνδετον, composto da -ἀ privativo e συνδέω «lego insieme».

Consiste nel coordinare più componenti di una frase senza congiunzioni.

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,


le cortesie, l’audaci imprese io canto,


che furo al tempo che passaro i Mori


d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,


seguendo l’ire e i giovenil furori


d’Agramante lor re, che si dié vanto


di vendicar la morte di Troiano


sopra re Carlo imperator romano…

Ludovico Ariosto, “Orlando furioso”

EPANALESSI

Dal greco ἐπανάληψις «ripresa».

Ripetizione di una o più parole per sottolineare un concetto.

Cristo perdona ogni peccato: usuria

cortellate, tumurti der paese,

bucìe, golosità, caluggne, offese,

sgrassazione in campagna e in ne la curia

tutto: ma ‘in vita sua la prima ingiuria

ch’ebbe a vede ar rispetto de le chiese,

lui je prese una buggera, je prese,

ch’escì de sesto e diventò una furia…

Giuseppe Gioachino Belli, “Sonetti”

Con anadiplosi (la ripetizione, all’inizio di un verso o di una frase, di una o più parole poste in conclusione del verso o della frase precedente), l’anafora (la ripetizione di una o più parole poste all’inizio di più versi o proposizioni), l’epanalessi (la ripetizione di una o più parole per sottolineare un concetto) è la terza figura retorica che classifica una ripetizione nel testo di una poesia o di un brano di prosa.

EUFEMISMO

Dal greco εὐϕημισμός, derivato da εὐϕημίζω «dico parole di buon augurio», composto da εὖ «bene» e ϕημί «dico».

Consiste nel sostituire la descrizione di una situazione spiacevole o l’espressione di un giudizio negativo in forma meno sgradevole.

Angelica a Medor la prima rosa


coglier lasciò, non ancor tocca inante:


né persona fu mai sì aventurosa,


ch’in quel giardin potesse por le piante.


Ludovico Ariosto, “Orlando furioso”

IPERBOLE

Dal greco ὑπερβολή, da ὑπερβάλλω «getto oltre».

È l’uso di un’espressione inverosimile, esagerata, per difetto o per eccesso, con cui si vuole dare maggior efficacia al discorso.

Come sei più lontana della luna,

ora che sale il giorno

e sulle pietre batte il piede dei cavalli!

Salvatore Quasimodo, “Ora che sale il giorno”

LITOTE

Dal greco λιτότης, che significa «semplicità», derivato da λιτός «semplice».

Attenuazione di un concetto mediante la negazione del contrario. Rappresenta un’alternativa all’eufemismo.

Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone.

Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”

METAFORA

Dal greco μεταϕορά «trasferimento», derivato da μεταϕέρω «trasferisco».

Espressione di un concetto per mezzo di una parola o di una frase il cui significato letterale è lontano da quello espresso.

Non ho voglia di tuffarmi

in un gomitolo

di strade.

Ho tanta stanchezza

sulle spalle.

Lasciatemi così come una

cosa posata

in un angolo

e dimenticata.

Qui non si sente

altro che il caldo buono.

Sto con le quattro

capriole di fumo

del focolare.

Giuseppe Ungaretti, “Natale”

METONIMIA

Dal greco μετωνυμία «scambio di nome», composto dal prefisso μετα e ὄνομα «nome».

Consiste nell’utilizzo in senso figurato di una parola che ne sostituisce un’altra sulla base di un rapporto di contiguità logica, a differenza della metafora, che è molto più libera.

I casi più frequenti di metonimia.

Il contenitore con il contenuto (Bevo un bicchiere per: bevo il contenuto del bicchiere)

La causa per l’effetto (Ha una bella mano per: dipinge bene)

L’effetto per la causa (La mia gioia per: chi mi procura gioia)

L’astratto per il concreto (I soprusi della nobiltà per: i soprusi dei nobili)

Il concreto per l’astratto (È un uomo di buon cuore per: è un uomo buono)

L’autore per l’opera (Leggiamo Dante per: leggiamo un’opera di Dante)

Il luogo o il mezzo per chi lo occupa (L’ammutinamento del Bounty per: l’ammutinamento dei marinai del Bounty)

La località di origine per il prodotto (Abbiamo bevuto un ottimo Franciacorta per: abbiamo bevuto un ottimo spumante prodotto in Franciacorta)

La materia per l’oggetto (L’acciaio solca la terra: l’aratro solca la terra)

Il simbolo per ciò che rappresenta (La croce uncinata per il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori)

ONOMATOPEA

Dal greco ὀνοματοποιία, derivato da ὀνοματοποιέω, composto di ὄνομα -ατος «nome» e ποιέω «faccio».

L’onomatopea si prefigge di riprodurre per mezzo del suono di una o più parole l’effetto fonico del racconto.

Clof, clop, cloch,

cloffete,

cloppete,

clocchette,

chchch…

È giù,

nel cortile,

la povera

fontana

malata;

che spasimo!

sentirla

tossire.

Tossisce,

tossisce,

un poco

si tace…

Aldo Palazzeschi, “La fontana”

OSSIMORO

Dal greco ὀξύμωρον, composto da ὀξύς «acuto» e μωρός «stupido», con allusione al forte contrasto.

Consiste nell’accostamento di due termini di significato opposto in contraddizione fra loro.

I fanciulli battono le monete rosse


contro il muro. (Cadono distanti


per terra con dolce rumore.) Gridano


a squarciagola in un fuoco di guerra.


Si scambiano motti superbi


e dolcissime ingiurie. La sera

incendia le fronti, infuria i capelli.

Sulle selci calda è come sangue.

Il piazzale torna calmo.

Una moneta battuta si posa


vicino all’altra alla misura di un palmo.


Il fanciullo preme sulla terra
 la sua mano vittoriosa.

Leonardo Sinisgalli, “Monete rosse”

PERIFRASI

Dal greco περίϕρασις, derivato da περιϕράζω «parlo con circonlocuzioni», composto da περι e ϕράζω «dico».

Consiste nell’indicare una persona o una cosa attraverso una sequenza di più parole.

… A egregie cose il forte animo accendono

l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella


e santa fanno al peregrin la terra


che le ricetta. Io quando il monumento


vidi ove posa il corpo di quel grande


che temprando lo scettro a’ regnatori


gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela


di che lagrime grondi e di che sangue;


e l’arca di colui che nuovo Olimpo


alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide


sotto l’etereo padiglion rotarsi


piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,


onde all’Anglo che tanta ala vi stese


sgombrò primo le vie del firmamento:


Te beata, gridai, per le felici

aure pregne di vita, e pe’ lavacri


che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!…

Ugo Foscolo, “Dei sepolcri”

RETICENZA

Dal latino reticentia.

Consiste nel troncare una frase e nel lasciarla in sospeso per provocare maggiore interesse e colpire il lettore.

Mi dica un poco vostra paternità, schiettamente, da buon amico… questo soggetto… questo padre… Di persona io non lo conosco; e sì che de’ padri cappuccini ne conosco parecchi: uomini d’oro, zelanti, prudenti, umili: sono stato amico dell’ordine fin da ragazzo… Ma in tutte le famiglie un po’ numerose… c’è sempre qualche individuo, qualche testa…

Alessandro Manzoni, “I promessi sposi”

SIMILITUDINE

Dal latino similitudo -dĭnis.

Esprime un concetto attraverso un’associazione di idee, paragonando una persona, una cosa, un’idea a un’altra con caratteristiche simili.

… Ed io pensavo: Di tante parvenze

che s’ammirano al mondo, io ben so a quali

posso la mia bambina assomigliare.

Certo alla schiuma, alla marina schiuma

che sull’onde biancheggia, a quella scia

ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;

anche alle nubi, insensibili nubi

che si fanno e disfanno in chiaro cielo;

e ad altre cose leggere e vaganti.

Umberto Saba, “Ritratto della mia bambina”

SINESTESIA

Dal greco συναίσϑησις «percezione simultanea», composto da σύν «con, insieme» e αἴσϑησις «sensazione».

Accostamento di due parole il cui significato fa riferimento a sfere sensoriali diverse.

… le parole


tra noi leggere cadono. Ti guardo


in un molle riverbero. Non so


se ti conosco; so che mai diviso


fui da te come accade in questo tardo


ritorno. Pochi istanti hanno bruciato


tutto di noi: fuorché due volti, due


maschere che s’incidono, sforzate 
di un sorriso.

Eugenio Montale, “Due nel crepuscolo”

ZEUGMA

Dal greco ζεῦγμα, «legame, unione».

Consiste nel riferire un unico verbo a due o più parole che invece ne richiederebbero ciascuna uno diverso.

… Leva in roseo fulgor la cattedrale


le mille guglie bianche e i santi d’oro,


osannando irraggiata: intorno, il coro


bruno dei falchi agita i gridi e l’ale…

Giosuè Carducci, “Sole e amore”

Alfredo Spanò

COPYWRITING: ANNOTAZIONI SULLA SCRITTURA PROFESSIONALE

Nell’ideazione di qualsiasi prodotto destinato a una qualsiasi forma di pubblicazione è indispensabile che chi scrive applichi un criterio espositivo conforme al mezzo impiegato unificando lo stile e rendendo omogenea la comunicazione in accordo con l’immagine che si vuole proporre.

Le aziende hanno di fronte a sé un mercato sempre più ampio e diversificato, devono comunicare e intendersi con clienti, fornitori, partner che sono situati in aree molto distanti (anche culturalmente) e, contemporaneamente, fronteggiare una competizione esasperata. Perciò è sempre più importante che l’impresa sappia sviluppare e articolare la propria comunicazione per far conoscere le proprie qualità, le opportunità e i servizi che è in grado di offrire.

Quello della scrittura è un ruolo primario che assume una funzione strategica e contribuisce con le altre funzioni aziendali alla realizzazione del fatturato.

Il testo deve essere corretto, comprensibile, concreto e, a esso, deve corrispondere l’oggettività di quanto proposto, se non si vuole compromettere il buon nome dell’azienda.

Un testo inopportuno può esser controproducente, un testo scorretto delinea un profilo scadente non solo di chi lo ha composto, ma di tutte le componenti dell’azienda e si ripercuote sull’immagine della stessa.

Un comunicato stampa lungo e prolisso non verrà tenuto in considerazione dai giornalisti che dovrebbero provvedere a pubblicare la notizia e, nella migliore delle ipotesi, i tagli e le modifiche che ne seguiranno rischieranno di snaturare il messaggio che si voleva trasmettere.

Le parole definiscono l’immagine pubblica di una persona, come di un’azienda, concetto che deve essere tenuto nella massima considerazione.

Oggi sono le stesse enormi potenzialità di Internet, come le facoltà ipertestuali e i collegamenti simultanei, a offrire nuove e più coinvolgenti forme di comunicazione e più articolate modalità di percezione.

Internet moltiplica le occasioni di comunicazione e spesso propone un eccesso di informazioni che può essere dispersivo, offre diversi livelli e sistemi di approfondimento delle conoscenze, muta la percezione della comunicazione e sollecita lo sviluppo di nuove forme di espressione. Di queste trasformazioni chi scrive non può non tener conto; deve lavorare per comprendere, per adeguarsi e, se possibile, per anticipare, adattandosi alla complessità che offre il Web e utilizzandola adeguatamente per dare ricchezza al sistema espressivo e articolare le informazioni.

Parzializzare il testo rendendo indipendente ciascun brano può essere un metodo per mantenere la concentrazione del lettore sui contenuti e facilitargli la comprensione e l’acquisizione dei diversi argomenti che vogliamo proporgli.

Non è detto che chi legge Internet legga anche libri e giornali e, forse, già ora esistono generazioni che leggono esclusivamente lo schermo di un computer o di un e-book.

Questi mutamenti, sollecitati dall’evolversi delle tecnologie, hanno vaste ripercussioni sul modo di comunicare e sulla scrittura, sulla struttura e sulla forma del linguaggio.

Nel caso dell’ipertesto è necessario verificare attentamente gli elementi di rilievo, che vanno approfonditi, illustrati, commentati, organizzare le “porte” dei link e renderle accattivanti in modo che incuriosiscano e non appesantiscano la lettura concentrando immediatamente l’attenzione del lettore sull’argomento focale del testo.

A monte deve esserci un disegno studiato approfonditamente e progettato accuratamente, in grado di esprimere concetti ben definiti e di evocare immagini nitide, quasi palpabili; a valle, l’agilità della scrittura, che permetta una maggiore leggibilità, la facile comprensione dei significati, la corrispondenza tra contenuti e forma d’espressione, concisa, non involuta, che dia forza alle idee e mantenga la concentrazione del lettore sui contenuti.

Necessitano conoscenza delle regole grammaticali e competenze nel campo degli strumenti della comunicazione per adeguare lo stile alle finalità che si intendono raggiungere e al pubblico a cui le informazioni sono rivolte.

Facebook, Twitter e gli altri social consentono di comunicare per mezzo di ipertesti, in genere brevi, semplici e incisivi: ne fanno parte testo, fotografie, inserti vocali e musicali, gif, hashtag, emoji, che vale la pena di sfruttare per colpire l’attenzione di coloro ai quali il messaggio è indirizzato.

Alfredo Spanò

LIBRI: “IL DUELLO OVVERO SAGGIO DELLA VITA DI G. C. VENEZIANO” DI GIACOMO CASANOVA

“Il duello ovvero saggio della vita di G.C. Veneziano” venne scritto in lingua italiana da Giacomo Casanova di Seingalt (1725 – 1798) e pubblicato nel numero di giugno degli “Opuscoli miscellanei”, una rivista che egli stesso aveva fondato a Venezia nel gennaio del 1778 e che ebbe breve e poco fortunata vita.

Il racconto non viene svolto in prima persona, ma come la cronaca di eventi capitati a un anonimo “uomo nato a Venezia”, che non è difficile identificare in Casanova stesso.

La parte introduttiva, che qui riportiamo, costituisce una breve biografia dell’autore, anticipatrice di quella, ben più vasta e dettagliata, scritta in francese negli ultimi anni della sua vita e pubblicata postuma, tradotta in tedesco, in Germania negli anni 1822 – 1828.

“Il duello” è una pagina autobiografica avvincente come un romanzo da cui emergono considerazioni che, al di là dell’evento centrale del racconto, ci fanno apparire i modi di pensare e di agire nel Settecento molto meno lontani da quelli odierni di quanto si possa immaginare.

È curioso, per esempio, che Casanova anticipi un’opinione sui giornalisti: “mendacissimi gazzettieri”, tacciati di essere dei manipolatori di notizie, largamente condivisa tuttora e, nella parte finale della narrazione, il Veneziano racconta proprio di una sua vendetta nei confronti di un giornalista di Colonia che lo aveva diffamato.

Alfredo Spanò

ITALIANO: PAROLE E AUTARCHIA

Il 5 agosto 1938, sul primo numero della rivista “La difesa della razza”, voluta da Mussolini in persona, si poteva leggere:

Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista.”

Un documento ignominioso che pose le basi per l’introduzione delle leggi razziali, causa dell’umiliazione e della persecuzione degli ebrei in Italia e presupposto alla collaborazione offerta dal Fascismo al sistematico processo di sterminio messo in atto dal Nazismo.

La responsabilità degli intellettuali italiani fu grave ed è stata poi sancita dalla storia.

Gli intellettuali italiani avevano avuto modo già precedentemente, nel 1932, di distinguersi per una presa di posizione che, se non generò gravi conseguenze, fu indice di acquiescenza al regime fascista e al suo esasperato tentativo di affermare e propagandare un effimero nazionalismo, un’italianità esibizionistica, spesso gettando un velo di ridicolo sui suoi zelanti interpreti.

Roma, 5 luglio 1932

La confederazione nazionale dei sindacati fascisti professionisti e artisti, allo scopo di contribuire all’eliminazione delle parole straniere della lingua in uso, ha richiamato la particolare attenzione delle dipendenti organizzazioni sindacali degli autori e scrittori e dei giornalisti (categoria la cui azione in materia è da ritenersi di notevole importanza ed efficacia anche nei riguardi del parlare corrente) sul seguente elenco di voci straniere e di corrispondenti italiane o italianizzate:

Berceau: chiosco; bonne: bambinaia; brochure: opuscolo; en brochure: non rilegato; buvette: bar; cafè chantant: caffè concerto; châlet: casina; charme: fascino; châssis: telaio; chèque: assegno; klakson: clacson; corvée: corvé (nell’uso militare), sfacchinata, ecc.; dancing: sala da ballo; feuilleton: appendice; frack: marsina; gilet: panciotto; golf: farsetto, maglioncino, maglione; masseuse: massaggiatrice; omelette: frittata; paletot: cappotto, pastrano; parvenu: rifatto, arrivato; pendant: riscontro, simmetria; pied à terre: piede a terra; redingote: finanziera; régisseur: regista; rez de chaussée: pianterreno; silhouette: sagoma, figurina; suite: serie; surtout: soprabito; tabarin: tabarino; taxi: tassi; vermouth: vermut; vis à vis: di fronte; viveur: vitaiolo.

La confederazione professionisti e artisti ha vivamente raccomandato ai dirigenti i sindacati che l’eliminazione delle voci straniere secondo l’elenco di cui sopra avvenga non solo negli atti e pubblicazioni ufficiali, ma in ogni manifestazione dell’attività giornalistica e letteraria.

Interessante notare come ci si sia arresi di fronte a klakson (per la precisione, la parola originale inglese è “klaxon”, ma guai a usare la x anglosassone) e corvée, per i quali non si sono trovati sinonimi adeguati.

In quanto a: piede a terra, tabarino e vitaiolo, è facile immaginare l’humour, pardon la comicità, suscitata da una loro adozione al posto degli originali.

Alfredo Spanò

ITALIANO: PAROLE E STAMPA

Delle parole che ascoltiamo, leggiamo o utilizziamo, alcune, pur facendo parte a buon diritto del vocabolario italiano, hanno un suono che tradisce l’etimologia insolita. Eccone alcune che fanno parte del gergo di chi lavora nel settore dell’editoria mischiate assieme a qualche altra curiosità.

& – Questo strano simbolo, utilizzato spesso per unire due nomi nelle intestazioni delle società (Dolce&Gabbana, Standard&Poor’s) ha origini molto antiche ed è il frutto dell’unione in un unico elemento grafico delle lettere “e” e “t” che compongono la congiunzione latina “et”.

Colophon – Parola latina, derivata dal greco “kolophon” (cima, sommità).

L’attuale significato (la parola indica lo spazio, posto all’inizio o alla fine di un libro, in cui vengono segnalati il nome dell’editore, l’anno e il luogo di stampa) deriva dalla formula d’encomio, posta a conclusione dei libri del XV e XVI secolo, che riportava il nome dello stampatore, il luogo, la data di stampa e altre notizie sull’opera insieme all’insegna dello stampatore o del libraio.

Corsivo – Chi utilizza programmi word processor sa che il corsivo viene denominato “italic”. Il motivo sta nel fatto che questa tipologia di caratteri venne utilizzata per la prima volta in Italia, a Venezia, dal famoso stampatore Aldo Manuzio, che incaricò della loro creazione e fusione l’incisore bolognese Francesco Griffi.

Elzeviro – Elzevier è il nome di una famiglia di stampatori olandesi che, nel XVII secolo, affidarono a Christoffel Van Dyck la creazione di un nuovo carattere, derivato da quello romano, che influenzerà la storia della stampa fino a tutto il Novecento. L’editore Zanichelli intitolò una collana di libri “Elzeviri” e il carattere, che veniva utilizzato nella composizione dell’articolo di apertura della terza pagina dei quotidiani, la pagina culturale, diede il nome all’articolo stesso, che, in genere, trattava di storia, arte o letteratura.

Facsimile – Anche questo termine deriva dal latino: “fac simile”, cioè: “fai una cosa simile”. Nella terminologia bibliografica la parola è entrata in uso nel 1829 quando venne adottata per indicare la riproduzione esatta di un volume antico ed è la progenitrice del nostro “fax”.

Lay out – Parola inglese adottata dall’italiano, che significa tracciato, schema, e viene utilizzata per indicare la disposizione dei diversi elementi di una composizione grafica.

Menabò – Parola derivata molto probabilmente dall’espressione “mena i buoi” pronunciata in dialetto milanese, da cui ha ricavato il significato di guida. Indica la prova di stampa di una pagina, eseguita montando su un foglio bianco titoli, testo e illustrazioni per verificarne l’effetto finale. Indispensabile in passato, oggi il menabò è stato superato dai moderni sistemi di impaginazione elettronica.

“Il Menabò” è stato anche il titolo dato a un periodico letterario fondato nel 1959 e diretto da Elio Vittorini e Italo Calvino.

Refùso – Dal latino “refusum”, participio passato di “refundere” (rimescolare), indica un errore di stampa. Il primo refuso della storia della stampa sembra essere quello nel colophon dello “Psalmorum codex” (1457) di Fust e Schoffer, in cui si legge “spalmorum” al posto, appunto, di “psalmorum”.

Alfredo Spanò

AMARE I LIBRI

Claude Raguet Hirst (1855-1942) The Pleasure of Memory

Ognuno ha le sue preferenze in letteratura, ovviamente! Chi si appassiona alla fantascienza, chi è attratto dal romanzo storico, chi dal noir ecc. Io ho avuto i miei periodi. Credo che, dopo i libri per l’infanzia, la mia prima lettura autonoma sia stata Il corsaro nero di Emilio Sàlgari (“… o Salgàri, che dir si voglia!”, sottolineava il preside del mio liceo), che fu una lettura entusiasmante, capace di farmi navigare nelle acque ribollenti del Mar dei Caraibi sui legni della Folgore e in quelle altrettanto agitate dell’Oceano Indiano assieme alle Tigri di Mompracem. Saccheggiai allora la biblioteca di mio zio che aveva conservato molti libri di Salgari e mi immedesimai nelle avventure di quei fantastici personaggi senza poter immaginare che l’autore non aveva mai compiuto un viaggio in quei lidi lontani e senza conoscerne la vita sventurata.

Il mio viaggio nella letteratura ebbe avvio da Salgari nei primi anni dell’età scolare e proseguì attraversando tutti i capisaldi della narrativa avventurosa, che definire “per ragazzi” è limitativo: Jules Verne, Alexandre Dumas, Jack London, Daniel Defoe, Charles Dickens, Rudyard Kipling, l’immancabile Edmondo De Amicis, Ferenc Molnar.

Percorsi poi un lungo itinerario nel romanzo giallo partendo da Londra, dal 221 B di Baker Street (di Conan Doyle credo di avere letto tutto, per lo meno quanto editato in Italia) per traslocare a Whitehaven Mansions e trasferirmi infine a Parigi nell’appartamento del commissario Maigret e signora al 132 di Boulevard Richard-Lenoir, dove mi soffermai per molto tempo.

Ricordo che uscirono all’epoca della mia giovinezza, quando ero alunno del ginnasio e poi del liceo classico, per i tipi di Mondadori, alcune collane di romanzi gialli, una dedicata all’inizio esclusivamente a Sherlock Holmes e successivamente anche a Jules Maigret dal caratteristico dorso in tela applicata e un’altra, che raccoglieva il meglio dei Gialli Mondadori: I Classici del Giallo, con periodicità quattordicinale, che mi recavo puntualmente ad acquistare nella cartolibreria vicino casa e che ho raccolto dal numero 1 fin oltre al 100 conservandoli ancora oggi, come tutti i libri che ho comperato od ho ereditato. Assieme a molti della Serie Gialla Garzanti mi hanno permesso di conoscere tutte le migliori penne di thriller e noir: Edgar Wallace, Rex Stout, Erle Stanley Gardner, Mickey Spillane, Raymond Chandlery, Ellery Queen sono quelli che ho letto più spesso.

In quegli anni affrontavo contemporaneamente la letteratura classica mondiale grazie agli eleganti volumetti di tela verde della Biblioteca Romantica Mondadori posseduta da mia madre, che mi diede la possibilità di leggere, tra gli altri, Edgard Allan Poe, Gogol, Tolstoi e Dostoyevski. Degli scrittori stranieri conobbi, insieme a tanti altri, William Faulkner, William Somerset Maugham, Ernest Hemingway, John Steinbeck, Graham Greene, Jerome Salinger, Aleksandr Solgenitsin e, più di recente, Mordecai Richler e La versione di Barney, per me uno splendido romanzo giallo. D’altronde, io non ho mai pensato che quella poliziesca sia una letteratura di secondo ordine.

Intanto andavo sviluppando una grande passione per la letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento: da Verga a D’Annunzio a Pirandello, una luce ineguagliabile sulle miserie della natura umana, a Svevo, Tomasi di Lampedusa, Gadda, Berto, Cassola, Tobino, Pratolini, Levi, Bassani, Fenoglio, Marotta, Malaparte, Ginsburg, Bevilacqua, le cui opere ho divorato, spesso preferendole ai libri di scuola. E poi Sciascia, un maestro sotto il profilo dell’onestà intellettuale e della serietà professionale, Bufalino, D’Arzo, intrigante quanto inesplorato e trascurato dalla critica e dagli editori.

In seguito, deluso e tediato dai nomi nuovi e ridondanti della narrativa contemporanea e da quell’editoria sbandierata nelle trasmissioni di una televisione prepotente e non più ragionata, che usava copertine di cartoncino sottile con i titoli a grandi lettere metallizzate e pessima carta, rinunciai sempre più spesso alle visite nelle librerie calde e odorose di legno, cellulosa e polvere, sempre più rare e sempre più lontane, e cominciai a ordinare i libri attraverso Internet orientandomi verso quelli che potevano migliorare l’attività primaria della mia professione: la scrittura.

Mi rifornii di molti manuali e lessi Calvino, Carver e alcuni saggi sulla lingua italiana, appassionanti a volte quanto un romanzo, contemporaneamente a un buon numero di raccolte di aforismi e citazioni. Voglio ricordare Tra le pieghe delle parole di Gian Luigi Beccaria, viaggio indiscreto e avvincente nei recessi della nostra lingua.

Qualcuno mi fece conoscere Il pane selvaggio di Piero Camporesi, letterato e studioso della storia minima e del dramma quotidiano che sfugge alla storiografia, di cui lessi poi diversi altri titoli prima di dedicarmi ad approfondire i lati oscuri della nostra storia e i tanti crimini compiuti nelle nostre guerre e mai puniti, della cui testimonianza rendo merito allo storico Angelo Del Boca.

La letteratura ha per ciascuno di noi anche dei colori, quelli delle collane che occupano gli scaffali della nostra biblioteca. Per me sono il verde della Biblioteca Romantica e della Medusa, il grigio della BMM, la Biblioteca Moderna Mondadori, e della BUR, la Biblioteca Universale Rizzoli, che ebbe il merito di consentire a tutti di impadronirsi con poche lire di capolavori dell’antichità latina e greca e della letteratura classica italiana e straniera di ogni tempo, il blu della deliziosa La Memoria di Sellerio, il bianco degli antichi Coralli Einaudi e la fantasmagoria di tonalità degli Adelphi.

De La Memoria di Sellerio voglio ricordare la piacevole sensazione della scoperta che ho provato leggendo tante piccole perle della letteratura italiana e straniera e alcune opere curiose come Del furore di aver libri di Gaetano Volpi; tra Gli Adelphi non dimentico Il duello, di Giacomo Casanova, dallo stile moderno e coinvolgente.

Ho attraversato pressoché indenne l’epoca dei libri scritti dai comici e cabarettisti di grido, per lo più figli di Zelig, che rappresentarono un bel salto di qualità, verso il basso, dell’editoria italiana che allora stava passando di mano. Ricordo di essere cascato un paio di volte in fallo. A quei tempi, preso da uno spontaneo moto di simpatia, lessi anche la prima opera letteraria di Fabio Volo e di Tiziano Sclavi, furono probabilmente gli unici libri di cui mi sia sbarazzato in vita mia. La delusione che mi provocarono stile e contenuto fu tanta che, da quel punto in poi, fatte salve poche eccezioni, abbandonai la ricerca di riferimenti tra le opere contemporanee, un mio limite sicuramente, che però ancora non sono riuscito a superare.

Alfredo Spanò

LIBRI: “IL MALE OSCURO” DI GIUSEPPE BERTO

Il male oscuro è un romanzo che stupisce, per la sua forma innanzitutto, scritto in una prosa senza discontinuità, originale e coinvolgente.

Nato a Mogliano Veneto nel 1914, Giuseppe Berto, compì gli studi presso il liceo classico di Treviso, si arruolò nell’esercito e prese parte ad alcune campagne militari in Africa. Riuscì a laurearsi in lettere presso l’Università di Padova prima di offrirsi nuovamente volontario allo scoppio della seconda guerra mondiale. Venne inviato ancora in Africa e, fatto prigioniero dagli Alleati, venne internato in un campo di concentramento in Texas.

Durante la prigionia iniziò a scrivere e, al suo ritorno in Italia, pubblicò presso Longanesi “Il cielo è rosso” (1947), che riscosse un grande successo internazionale, e successivamente, “Le opere di Dio” (1948) e “Il brigante” (1951).


La nevrosi che lo colse negli anni successivi lo spinse ad affidarsi alla psicanalisi e fu proprio il suo analista a consigliargli di scrivere di sé a fini terapeutici. Nacque così “Il male oscuro”, un romanzo autobiografico che vinse nel 1964 sia il premio Viareggio che il Campiello.


Ne “Il male oscuro” Berto racconta un lungo periodo della propria vita e affronta la tematica del difficile rapporto con il padre, maresciallo dei Carabinieri, ma nonostante la drammaticità di molte delle situazioni vissute in prima persona, dalle pagine del libro trapela una visione pragmatica e ironica delle vicende umane.


Fu trascurato, quando non fu maltrattato, dalla critica contemporanea e venne isolato dall’ambiente della cultura italiana dell’epoca, anche per il suo spirito indipendente e anticonformista che lo tenne lontano dagli schieramenti politici e dalle combriccole letterarie. Al contrario, ricevette molti apprezzamenti all’estero, anche da scrittori di spicco come Ernest Hemingway.


Tra le altre opere di Giuseppe Berto: il romanzo “La cosa buffa” (1966), il pamphlet “Modesta proposta per prevenire” (1971) e, dello stesso anno, “Anonimo veneziano”, da cui venne tratto un film di successo con Florinda Bolkan e Tony Musante. Morì a Roma nel 1978.


Alfredo Spanò

INCONTRI: BEPPE COSTA

Incontrarsi con uno straordinario artista, soprattutto una straordinaria persona, non è cosa di tutti i giorni; avere la possibilità di scambiare le proprie opinioni, di ascoltarlo narrare la sua vita e, infine, avere l’opportunità di alternarsi nella lettura, ciascuno delle proprie opere, di fronte a una raccolta, attenta e benevola platea di amici è un’esperienza che appaga e inorgoglisce. E di questa straordinaria occasione devo ringraziare la mia amica, anche lei poetessa sensibile e valente, Rosana Crispim Da Costa.

Che dire poi se questo grande poeta, il giorno dopo, ti racconta che è rimasto sveglio fino alle cinque del mattino per leggere il tuo libercolo di racconti?

Caro Alfredo, dopo la serata da Rosana ho letto tutti i tuoi racconti, così da addormentarmi solo alle cinque … Devo dire che a parte qualcuno molto breve, i tuoi delitti ben scritti e senza fronzoli toccano tutti i punti (lievi) della nostra società malata e si coglie naturalmente una amara ironia che stupisce soprattutto perché unita alla grande sintesi che credo sia la tua caratteristica principale, almeno in questo libro.”

Cos’altro avrebbe potuto farmi sentire più lusingato se chi scrive queste righe è Beppe Costa (http://beppe-costa.blogspot.it)?

Le poesie di Beppe Costa scaturiscono dall’anima, grondano sudore, lacrime e sangue: sudore, lacrime e sangue di una vita vissuta intensamente da un uomo che condivide, con l’istinto di un bambino, le passioni, le debolezze, il dolore, i peccati degli uomini intorno a sé e si esprime con una forza e una capacità di coinvolgimento che pochi poeti del Novecento sono stati capaci di interpretare e che oggi non saprei dove ricercare.

Vi invito a leggere “A te offerto” e soprattutto “Rosso di sensi e di intenti”, dall’intensità lirica e dal ritmo trascinanti. Non sarà mai come ascoltarle dalla voce appassionata e roca (da accanito fumatore) dell’autore, ma ugualmente vi fenderanno anima e mente e non ve ne staccherete più.

Alfredo Spanò

UN RACCONTO IN CENTO TWEET 2

Terminato il 20 giugno con il 141° tweet il primo racconto in 100 tweet “Per caso, in libreria” (http://capoversi.it/racconti-in-100-tw/), ho vissuto un periodo di crisi d’astinenza essendomi venuta a mancare, dopo oltre quattro mesi e mezzo, una pratica quotidiana a cui mi ero piacevolmente assuefatto. E ho subito pensato a un nuovo racconto, di cui in passato avevo già steso una traccia, pur decidendo di lasciar intercorrere una pausa e di concedermi il tempo per concludere altri impegni.

Il titolo del nuovo racconto è “Una storia torbida” e la trama vedrà protagonista un poliziotto sui generis alle prese con un assassinio dai contorni oscuri compiuto in una tranquilla cittadina di provincia (nihil novi sub sole, quindi). Posso svelare l’incipit; il primo tweet sarà assolutamente originale: “Era un notte tempestosa e buia.”, ma vuole essere un omaggio al grande Charles Schulz, un poeta più che un fumettista, come lo definì Umberto Eco, e al suo bracchetto Snoopy.

In definitiva, “Per caso, in libreria” non mi dispiace affatto e l’ho già ripreso e modificato utilizzando una prosa più fluente. Forse non starebbe a me, perché non c’è peggior giudice (e più parziale) di se stessi, esprimere pareri su questa esperienza, ma credo opportuno fare alcune considerazioni soggettive.

I tweet sono stati più di 100, ma è inevitabile allontanarsi dalla meta stabilita se si decide di non preconfezionare il racconto nella sua completezza e di procedere a tratti con libertà creativa ed espressiva.

Il numero di battute inferiore a 140 per ogni periodo è un limite ristretto, ma rappresenta un esercizio di stile che, soprattutto per un giovane, può essere una buona scuola. In quante occasioni per un copywriter o un giornalista la brevità è assunta come un pregio!

Vedo questo come un esercizio di scrittura più proficuo di tanti altri che imperversano sui social network e che mi paiono molto più improduttivi, fine a se stessi e assimilabili a un gioco, più che altro.

In definitiva un’esperienza che mi sento di consigliare a chi ama scrivere, non solo a chi lo fa per passione, ma anche a chi dello scrivere ha fatto, o vuole fare, una professione.

Alfredo Spanò

 

 

LIBRI: “DICIASSETTE RACCONTI NOTTURNI” DI RAFFAELLA COSTI

Eccolo, finalmente tra le mie mani, il libro di Raffaella con la copertina lucida e le pagine che profumano di carta buona. Contiene, come spiega il titolo, “Diciassette racconti notturni”, Hemingway Editore.

Ero curioso e, insieme, circospetto quando l’ho aperto per leggere il primo racconto e mi sono chiesto se sarebbe stato meglio seguire l’ordine in cui vengono presentati, aprendo una pagina a caso o scegliendo il titolo più accattivante dall’indice. Dopo una veloce ponderazione, ho preferito adeguarmi alla scelta dell’autrice e ho cominciato a leggere “Il numero quattro”.

All’inizio ho centellinato riga dopo riga; poi, blandito dallo scorrere della narrazione, ho accelerato la lettura gustandomi qualche pagina in ogni frazione di tempo libero e ho continuato consumando velocemente il libro fino alla conclusione.

Trascinano la voglia di conoscere l’epilogo di ciascun racconto, per lo più imprevedibile, e la curiosità di affrontare l’argomento del successivo, sedotti dalla capacità di coinvolgere il lettore, di emozionarlo e di indignarlo dell’autrice, che è però molto abile ad apparire fredda e distaccata descrittrice dei fatti.

Spesso i temi affrontati sono tra i più scottanti della nostra contemporaneità e spesso vengono trattati con realismo e crudezza, che l’autrice attenua manovrando sapientemente lo stile della narrazione, con accuratezza ed eleganza.

Raffaella Costi usa abilmente l’ironia, il paradosso, l’eccesso, è capace di stupire, spalancando improvvisamente scenari inusitati e inattesi, sa colpire con spietatezza come usasse arco e frecce intinte nel curaro, che tolgono il respiro, e sa suscitare sensazioni, moti d’animo profondi, sa rinnovare ricordi.

Il filo del racconto a volte sorprende, a volte ferisce, duole ancor più profondamente sullo sfondo di una narrazione garbata, uno stile pacato e accattivante, che rammenta quello dei grandi autori di gialli e noir di lingua inglese. Ma non sono gialli e noir i racconti di Raffaella Costi, non c’è un Auguste Dupin, uno Sherlock Holmes, un Hercule Poirot a svelare l’autore del delitto, che è palese ed è quotidiano e prossimo a noi.

Non sempre è facile, all’inizio della lettura, rendersi conto della strada intrapresa, ma di questo la scrittrice è astutamente consapevole: è lei che traccia il percorso nella penombra della narrazione, che lo rischiara poco a poco fino a illuminare l’epilogo. Forse è per questo che il titolo parla di “racconti notturni” o forse perché alcuni si insinuano nella notte dell’uomo, nelle sue più meschine, incomprensibili discriminazioni, crudeltà e abiezioni. E capita di richiudere le pagine del libro con l’amaro in bocca, ma è la prova che Raffaella ha ottenuto il suo scopo: ha lasciato il segno.

Una cosa non mi è piaciuta di questo libro. Sulla quarta di copertina qualcuno, tracciando il profilo dell’autrice, ha scritto: “Complessivamente, ha un gran brutto carattere.” Non è vero! Raffaella è una delle persone più ammodo e buone che io conosca.

Alfredo Spanò

UN RACCONTO IN CENTO TWEET

Amanti

Ci ho pensato per un po’ di tempo, poi ho deciso.

La cosa mi stuzzicava perché rappresenta una sfida alle capacità di costruzione del linguaggio. È possibile scrivere, utilizzando 140 caratteri, una o più frasi con cui comporre un racconto capace di riflettere la dignità di questo nome? In tanti anni di scrittura professionale destinata a ogni tipo di media, avevo esercitato sia la capacità di sintesi che l’elasticità compositiva; forse avrei potuto farcela.

Un’altra sfida era quella relativa all’organizzazione del lavoro: avrei scritto l’intera storia in uno stile tale da consentirmi di suddividere il testo in frasi che non superassero le 140 battute e di pubblicarle quotidianamente o avrei scritto un tweet al giorno architettando estemporaneamente la trama? Essendo un perfezionista, abituato a limare i miei componimenti all’infinito, la prima soluzione sarebbe stata quella più confacente alle mie caratteristiche. Ma la trovavo accademica e poco eccitante, un semplice esercizio stilistico preconfezionato in cui la creatività soccombeva insieme al fascino, proprio di questo esperimento, di scrivere una storia “aperta”, a puntate, in cui gli eventi aleggiassero nella mia mente, ma fossero fino all’ultimo suscettibili di variazioni e di cambiamenti di rotta. Magari sull’onda delle critiche e dei suggerimenti di qualche lettore.

Alla fine ho scelto una terza via, quella che dava più spazio alla libertà creativa, decidendo di avanzare nella scrittura senza limiti prefissati, ma in base al tempo disponibile e all’ispirazione, mantenendo la cadenza del tweet quotidiano. Scrivere di volta in volta, più o meno, una cartella mi avrebbe dato modo di controllare la fluidità del testo e la congruità della trama.

E niente “mezzucci”: abbreviazioni, elisioni di vocali e spazi, simboli o cifre al posto di termini completi sono assolutamente banditi. Il testo ricomposto deve essere conforme a quello di un racconto tradizionale.

Naturalmente proiettare ogni giorno su Twitter una frase non avrebbe avuto senso se chi l’avesse letta non avesse avuto modo di capire di cosa si trattava e di contestualizzarla, se non avessi offerto la possibilità di associarla a quanto pubblicato in precedenza. Inserire nel tweet un hashtag e l’indirizzo della pagina del mio sito dove sono raccolti tutti i tweet avrebbe significato ridurre notevolmente le già misere 140 battute e rendere pressoché impossibile l’esperimento; quindi ho deciso di ritwittare il mio tweet inserendo i dati identificativi necessari: il titolo PER CASO, IN LIBRERIA, l’hashtag #1raccontoin100tw e la pagina del sito dove sarà possibile leggere tutti i tweet pubblicati http://capoversi.it/racconti-in-100-tw/.

Il numero 100 è puramente simbolico perché, ovviamente, in partenza non mi è possibile calcolare i tweet necessari al completamento del racconto.

Ho voluto poi documentarmi, andando alla ricerca di pregresse esperienze di questo tipo. Ho scoperto così il termine twitteratura, coniato per indicare la riscrittura sintetica, attraverso un unico twitter, di un’opera letteraria, in genere un classico o un best seller. Non sono riuscito a trovare invece un’esperienza sovrapponibile alla mia. Questo non significa che non sia stata tentata, magari in qualche remota parte del mondo in un’altra lingua. In realtà non mi sono affannato a cercarla più di tanto perché penso che comunque non aggiungerebbe o toglierebbe nulla alla mia “prova”, che avrà il valore che riuscirà a guadagnarsi intrinsecamente.

Un cenno al titolo. Per il momento la scelta è caduta su “Per caso, in libreria”, ma se troverò un titolo più convincente, sarà suscettibile di cambiamento in corso d’opera.

Si comincia il 1 febbraio.

In conclusione, voglio segnalare TwLetteratura in cui mi sono imbattuto durante la mia ricerca, un progetto a cui hanno dato vita Paolo Costa, Edoardo Montenegro e Pierluigi Vaccaneo nel 2012 con il lodevole intento di promuovere la lettura e di divulgare la cultura sfruttando le potenzialità dei social network, in particolare di Twitter. TwLetteratura invita la comunità di partecipanti, che oggi coinvolge migliaia di persone e numerose scuole, a leggere e poi a riscrivere o reinterpretare un libro seguendo regole precise.

http://www.treccani.it/enciclopedia/microletteratura_(Lessico-del-XXI-Secolo)/

http://www.rcseducation.it/scuola/twitteratura/

http://www.twletteratura.org

http://www.doppiozero.com/materiali/web-analysis/twitteratura

LIBRI: LA PASSIONE DI SCRIVERE / TRAME

 

Come nasce la trama di una novella o di un racconto? In genere, chi inizia a scrivere una storia, di qualsiasi genere sia, ne conosce la trama e la conclusione.

Avere in mente una traccia ben definita su cui imbastire il racconto può essere vantaggioso e permette di procedere più speditamente nella scrittura, ma è certo meno affascinante di una trama che prende corpo ogni volta che si inizia a scrivere e si intraprende come un viaggio: si sa da dove si parte e, forse, dove si arriverà, ma l’itinerario si costruisce giorno per giorno, parola per parola, virgola dopo virgola, seguendo e sviluppando le vicissitudini di uno o dell’altro personaggio. Nulla vi è di certo quando si alza la penna sulla carta o si accende il computer la mattina e neppure quando il testo compare nero su bianco perché qualcosa può succedere che vi faccia cambiare idea e vi spinga a riscrivere un tratto lungo o breve della narrazione. E sicuramente questo metodo è estremamente più coinvolgente, affascinante e fertile perché pone l’autore in uno stato di tensione febbrile e lo stimola a creare nuove situazioni. È quello che preferisco e su cui mi sto cimentando. È estremamente stimolante e gratificante svegliarsi con un’idea, un tratto del racconto, anche lontano temporalmente e contestualmente da quello che si era scritto il giorno prima, chiaramente definito e buttarlo giù di getto, avendo comunque chiara la sua collocazione nell’iter della narrazione. Si crea così una specie di mosaico che deve poi essere rifinito e armonizzato attraverso le diverse stesure che porteranno alla definiva versione in cui le cesure devono essere assolutamente irriconoscibili e la fluidità della narrazione impeccabile.

 

LIBRI: LA PASSIONE DI SCRIVERE / PERSONAGGI

Chi pensa allo scrivere come a un esercizio freddo e meccanico basato sull’abilità e la volontà, sull’esercizio e la razionalità si sbaglia. Certo, la capacità di scrivere è anche la conseguenza di tutte queste proprietà, che però non bastano a garantire un risultato che non sia solo tecnicamente valido.

Tutti conosciamo la celebre frase di Gustave Flaubert: “Madama Bovary c’est moi”, a indicare che una parte almeno dell’autore si riversa nel personaggio principale, che ne incarna alcuni risvolti caratteriali, ne veste le abitudini, ne sviluppa le pulsioni.

Io direi che, in fondo, l’autore è naturalmente portato a immedesimarsi in ognuno dei suoi personaggi, anche in una semplice comparsa. Per paradosso, quanto più un personaggio è lontano sotto il profilo caratteriale e comportamentale dalla figura dell’autore, tanto più può accadere che lo solleciti a immedesimarsi in una figura che ragiona e agisce come lui mai riuscirebbe a fare. Il personaggio diventa in qualche modo il mister Hyde dello scrittore dottor Jekill.

Come nasce la trama di una novella o di un racconto?

In genere, chi inizia a scrivere una storia, di qualsiasi genere sia, ne conosce la trama è la conclusione.

Avere in mente una traccia ben definita su cui imbastire il racconto può essere vantaggioso e permette di procedere più speditamente nella scrittura, ma è certo meno affascinante di una trama che prende corpo ogni volta che si inizia a scrivere e si intraprende come un viaggio: si sa da dove si parte e, forse, dove si arriverà, ma l’itinerario si costruisce giorno per giorno, parola per parola, virgola dopo virgola, seguendo e sviluppando le vicissitudini di uno o dell’altro personaggio. Nulla vi è di certo quando si alza la penna sulla carta o si accende il computer la mattina e neppure quando il testo compare nero su bianco perché qualcosa può succedere che vi faccia cambiare idea e vi spinga a riscrivere un tratto lungo o breve della narrazione. E sicuramente questo metodo è estremamente più coinvolgente, affascinante e fertile perché pone l’autore in uno stato di tensione febbrile e lo stimola a creare nuove situazioni. È quello che preferisco è su cui mi sto cimentando. È estremamente stimolante e gratificante svegliarsi con un’idea, un tratto del racconto, anche lontano temporalmente e contestualmente da quello che si era scritto il giorno prima, chiaramente definito e buttarlo giù di getto, avendo comunque chiara la sua collocazione nell’iter della narrazione. Si crea così una specie di mosaico che deve poi essere rifinito e armonizzato attraverso le diverse stesure che porteranno alla definiva versione in cui le cesure devono essere assolutamente irriconoscibili e la fluidità della narrazione impeccabile

ITALIANO: ALCUNE NOTE SULLA SCRITTURA PROFESSIONALE

Confesso che mi sono stupito nel leggere su una Cartolina dell’Accademia della Crusca pubblicata su Twitter la risposta a una signora che esponeva le proprie perplessità di fronte a un manifesto pubblicitario in cui, per due volte, si poneva l’apostrofo dopo l’articolo un prima di un sostantivo maschile.

Chi aveva redatto la risposta, nel 1993, (Giovanni Nencioni, che ci ha lasciato nel 2008, uno dei maggiori storici della lingua italiana, presidente dell’Accademia della Crusca e professore alla Normale di Pisa) dopo aver considerato l’errore quale semplice errore di ortografia, si soffermava a elencare una serie di attenuanti.

Mi dispiace prendere spunto proprio dall’intervento di una persona di così alto profilo, che non c’è più, per esporre il mio parere, ma ritengo importante chiare alcune cose.

Intanto, in merito al caso specifico: il copywriter che ha redatto il testo del manifesto (la pubblicità di un rossetto) era evidentemente inadeguato, come l’agenzia pubblicitaria per cui lavorava, incapace di individuare l’errore, e l’azienda che aveva commissionato il lavoro, superficiale nel controllo della propria comunicazione, che avrebbe dovuto ritenersi screditata e bloccare la diffusione del manifesto.

C’è stato un periodo in cui, quando si voleva impiegare qualcuno senza capacità e senza esperienza, ma con buone amicizie, gli si dava una penna in mano e se ne faceva un copywriter, un giornalista o, dio ce ne scampi, uno scrittore. Entrare nel campo minato del self publishing, un’altro fenomeno devastante per la lingua italiana, richiederebbe pagine di considerazioni, da cui mi astengo, non senza ricordare la folla di personaggi pubblici, soprattutto televisivi, che annusato il business assieme a compiacenti case editrici, hanno tappezzato i banchi delle librerie di libri insignificanti, il cui prezzo era calcolato sulla base del peso molto più che della qualità e del contenuto.

Ricordo che, ancora alle elementari, dovetti subire un’accesa reprimenda da parte del maestro di fronte a mia madre per avere scritto “malvidente” invece che “malvivente”, un termine che avevo sentito e che usavo per la prima volta.

Non credo di aver mai scritto “ha piovuto”, ma se lo avessi fatto, mi sarebbe costato due spesse sottolineature blu e l’insufficienza. Quello dell’ausiliare avere accostato a verbi come piovere, nevicare, grandinare, universalmente accettato, ha rappresentato un cedimento all’ignoranza e all’incapacità formativa della scuola (e della famiglia). Tanto che oggi devono essere introdotti a livello universitario corsi di recupero per consentire a futuri dottori, ricercatori, magistrati ecc. di esprimersi in un italiano perlomeno decente.

Questo lassismo, che poco ha a che vedere con l’evoluzione della lingua, ha naturalmente nuociuto a chi ha dedicato studio, passione e tempo al perfezionamento e all’aggiornamento della lingua italiana a fini personali o professionali e ha dovuto competere sul mercato con illustri incapaci.

Del resto l’onda lunga, e probabilmente inarrestabile, dell’ignoranza ha raggiunto ogni campo della vita del Paese, compresa la politica più alta di cui Razzi e Scilipoti rappresentano le ben note vette dell’iceberg.

Per finire, oggi, è il correttore automatico il più perfido degli strumenti, sempre in agguato, pronto a tradire chi scrive. Basta dare una scorsa a Twitter, dove i messaggi vengono inseriti quasi sempre di getto, per rendersene conto.

Per chi ha acquisito un po’ di esperienza e ha un occhio attento è facile individuare questo tipo di errori, che a volte sono giustificabili; non lo sono per un professionista, che dovrebbe essere in grado di lavorare anche escludendo il correttore automatico e ha l’obbligo di controllare e correggere i testi prima di pubblicarli.

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/verbo-piovere-vuole-lausiliare

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/09/ebook-pro-e-contro-del-fenomeno-self-publisher/1114856/