LIBRI: “L’OBBEDIENZA NON È PIÙ UNA VIRTÙ” DI DON LORENZO MILANI

“L’obbedienza non è più una virtù” propone l’attualità e la forza del pensiero di Don Lorenzo Milani.

Tre sono i testi editi nella breve antologia: l’ordine del giorno dei cappellani militari della Toscana in congedo, pubblicato dalla Nazione il 12 febbraio 1965, la risposta ai cappellani militari di don Milani del 23 febbraio 1965, pubblicata il 6 marzo da Rinascita, la lettera del 18 ottobre 1965 ai giudici del processo avviato dopo una denuncia per apologia di reato, presentata da un gruppo di ex combattenti alla procura di Firenze.

Nel febbraio del 1965, i cappellani militari della Toscana emisero un comunicato in cui definivano l’obiezione di coscienza “espressione di viltà”. Don Lorenzo Milani scrisse la sua risposta, stampata in 1000 copie, in cui difendeva il diritto di obiettare, ma soprattutto svolgeva una lezione di dignità e di libertà di pensiero di valore universale. La pubblicazione del testo da parte di Rinascita fece esplodere la polemica e il sacerdote venne denunciato da alcuni ex combattenti alla procura di Firenze. Don Lorenzo Milani aveva confidato alla madre: “Sto scrivendo una lettera ai cappellani militari… Spero di tirarmi addosso tutte le grane possibili.” E le grane arrivarono: lettere minatorie, polemiche giornalistiche, la reprimenda dell’autorità ecclesiastica, la denuncia e il processo per apologia di reato in cui venne coinvolto assieme al vicedirettore di Rinascita, Luca Pavolini. Il processo si svolse a Roma, dove la rivista comunista si stampava; non potendo partecipare alle udienze a causa delle pessime condizioni di salute, il sacerdote rivolse una lettera ai giudici che assolsero lui e Luca Pavolini.

Lorenzo Milani morirà prima del processo d’appello in cui la corte sentenzierà la condanna di Pavolini a cinque mesi e dieci giorni e decreterà, per il priore di Barbiana: “il reato è estinto per morte del reo”.

Anche in questa dura polemica, il fine di don Milani è quello di dare una lezione di libertà e di autonomia di pensiero nei confronti delle istituzioni più consolidate, delle convenzioni più radicate, che poggiano su una retorica vetusta e sono accettate acriticamente: “… il processo può essere solo una nuova cattedra per fare scuola…”.

Sorretto da una lucida razionalità, da una radicata convinzione nelle proprie idee, il priore di Barbiana traduce il suo pensiero schietto, il suo logico ragionamento in una espressione tagliente, arguta, spesso ironica, talvolta aggressiva; la sua parola non ha nulla del linguaggio clericale, “pastorale”, si basa sulla certezza, di cattolico credente e sacerdote votato alla propria missione, che la verità si mostra, è inconfutabile e non può non essere palese a tutti.

Lorenzo Milani non poteva che essere toscano, uno di quei “maledetti toscani” il cui profilo così bene aveva saputo tracciare Curzio Malaparte.

Lorenzo Milani proviene da una famiglia della borghesia intellettuale fiorentina. Nasce a Firenze il 27 maggio del 1923 da Alice Weiss, di origine ebrea e da Albano Milani, chimico e filologo. Nel 1930 la famiglia si trasferisce a Milano e nel 1933 i coniugi Milani, che erano sposati civilmente, celebrano il matrimonio in chiesa e battezzano i tre figli (assieme a Lorenzo, il maggiore Adriano e la minore Elena), per timore delle leggi razziali. Nel 1934 Lorenzo si iscrive alla prima ginnasiale al Berchet e, poi, con qualche difficoltà, frequenta il liceo; ottenuta la maturità, rifiuta d’andare all’università per dedicarsi alla pittura. Superando l’opposizione del padre, diviene allievo dell’artista Hans Joachim Staude, a Firenze. Più tardi torna a Milano e apre uno studio. Risale al 1943, dopo l’incontro con don Raffaele Bensi, che diventerà il suo consigliere spirituale, la conversione.

Già al suo ingresso nel seminario di Cestello in Oltrarno, il carattere estroverso e spavaldo gli provoca i primi contrasti col rettore, monsignor Giulio Lorini, e con don Mario Tirapani, che più tardi, in qualità di vicario generale della diocesi, lo confinerà a Barbiana. Il 13 luglio 1947 viene ordinato sacerdote a Santa Maria del Fiore e, poco dopo, è destinato ad affiancare il parroco don Daniele Pugi nel borgo operaio di San Donato, a Calenzano. Qui inizia l’elaborazione del catechismo storico, fonda la scuola popolare, crea il nucleo di Esperienze pastorali.

Alla morte di don Pugi, viene nominato priore di Sant’Andrea a Barbiana, nei monti del Mugello, sopra Firenze, dove arriva il 6 dicembre 1954. La strada è poco più che una mulattiera, mancano la luce e l’acqua. Tutta la parrocchia raccoglie poche povere famiglie sparse sui monti per i ragazzi delle quali crea una nuova scuola.

Nel 1958 viene pubblicato “Esperienze pastorali”, in cui il priore di Barbiana affronta il tema di una nuova pastorale che ricostruisca il rapporto con le classi umili. Il libro suscita polemiche e poco dopo il Sant’Uffizio ne ordina il ritiro.

Nel 1960 compaiono i primi sintomi della malattia ai polmoni, un linfogranuloma maligno, che lo porterà alla morte.

Nonostante la grave malattia viene preparata collettivamente dalla scuola di Barbiana “Lettera a una professoressa”, contro la scuola classista che emargina i poveri. Il libello sullo stato della scuola italiana è un j’accuse agli intellettuali al servizio di una sola classe. L’opera viene pubblicata nel maggio del ’67 ed è tradotta in più lingue.

Lorenzo Milani muore nella casa della madre, a Firenze, il 26 giugno 1967. Ha 44 anni.

Alfredo Spanò

LIBRI: “DEI DELITTI E DELLE PENE” DI CESARE BECCARIA

“Cesare Beccaria non appartiene né alla storia letteraria né a quella del diritto: egli appartiene alla storia.

Le idee delle quali egli si fece apostolo preesistevano alla sua comparsa. Ma esse avevano forse bisogno di chi sapesse scioglierle dal ghiaccio dei puri trattati scientifici, trarle dal chiuso ambiente di dotti e di sapienti nel quale erano imprigionate, e dar loro palpito e ali per diffondersi ovunque…

Questa del Beccaria è una delle opere che han rinnovato l’umanità, talché si stenterebbe a credere che il quadro che egli traccia sia quello di neanche due secoli fa. Né l’uomo potrà mai più, pur tra sperdimenti ed errori, sempre passeggieri, dimenticarne l’insegnamento.”

Non si potrebbe introdurre meglio l’opera di Cesare Beccaria “Dei delitti e delle pene” di quanto non faccia l’anonimo autore della nota introduttiva all’edizione nelle mie mani, pubblicata dalla gloriosa Biblioteca Universale Rizzoli nel 1950.

In tempi di “sperdimenti ed errori” come gli attuali, in cui il sistema giudiziario italiano mostra tutte le sue crepe, l’autonomia decisoria della magistratura è sottoposta ad attacchi irosi, la nostra legislazione viene assoggettata al tornaconto di pochi e il diritto internazionale è condizionato dai centri forti del potere politico ed economico, una rilettura del trattato scritto fra il 1763 e il 1764 dal giurista milanese può servire a rammentarci alcuni criteri basilari del diritto da cui una società civile non può derogare.

Brevemente, i principi fondamentali di cui Cesare Beccaria invoca l’applicazione prevedono:

  • che la definizione dei delitti e delle pene non sia arbitraria, ma perfettamente determinata dalle leggi
  • che agli accusati vengano risparmiate umiliazioni, minacce e crudeltà prima del processo che ne accerterà la colpevolezza
  • che i giudizi si svolgano pubblicamente
  • che non si tenga conto di accuse anonime, spesso figlie del tradimento o della vendetta
  • che venga abolita la tortura, un metodo inumano e di dubbia efficacia ai fini dell’ottenimento della verità
  • che le pene non siano spietate, ma proporzionate al male procurato
  • che venga abolita la barbarie della pena di morte
  • che la pena sia pronta onde rendere evidente la consequenzialità di colpa e castigo
  • che venga soppressa l’istituzione della grazia che infirma l’autorità della legge e non ha ragion d’essere in uno stato che applica correttamente il diritto
  • che le leggi siano chiare e possano essere comprese per essere rispettate da tutti

In conclusione, sostiene Cesare Beccaria: “Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi.”

Beccaria parte dal concetto di “contratto sociale” espresso da Jean Jacques Rousseau per affermare la necessità che le leggi siano conformate al fine di ottenere lo scopo attraverso la minima severità necessaria, non sulla base di criteri punitivi, ma di autodifesa della società, nei quali non possono essere contemplate la tortura e la pena di morte.

L’opera, tradotta immediatamente in molte lingue, ebbe una grande ripercussione, non solo in Italia, e ottenne un grande successo, dovuto all’attesa per le riforme che auspicava, tanto che l’autore venne apprezzato da filosofi e giuristi quali D’Alembert, Diderot, Voltaire, che commentò l’edizione francese dell’opera, Helvetius, Hegel, Hume, e fu invitato in Francia e in Russia dalla zarina Caterina II.

Tra i meriti di Cesare Beccaria vi fu quello di avere sostenuto che non vi può essere libertà laddove non vi sia rispetto per l’imputato.

Dei delitti e delle pene” fu inserito nell’Indice dei libri proibiti dalla Chiesa, schierata sulle posizioni più conservatrici.

Di famiglia nobile, Cesare Beccaria nacque a Milano nel 1738, vi morì nel 1794. Laureatosi in giurisprudenza a Pavia nel 1758, nel 1761 sposò Teresa De Blasco dalla quale ebbe due figlie: Maria e Giulia, che sarà madre di Alessandro Manzoni.

Cesare Beccaria si legò d’amicizia con i fratelli Alessandro e Pietro Verri, che nel 1776 scriverà “Osservazioni sulla tortura”, il cui salotto accoglieva i più brillanti e anticonformisti membri della società milanese del tempo, con i quali collaborò alla pubblicazione della rivista “Il caffè”.

Alfredo Spanò

OGNUNO HA IL SUO PASSO

Ognuno ha il suo passo e camminare da soli consente di farlo nel modo più consono alla propria natura e ai propri interessi realizzando profittevolmente un personale rapporto con il territorio. Così, chi predilige l’aspetto sportivo del camminare assumerà un passo spedito, chi invece desidera unire all’attività salutare del movimento altre passioni, come la lettura, la fotografia, l’osservazione della flora e della fauna, la raccolta di erbe, funghi e frutti alternerà il camminare a pause più o meno brevi.

Dopo aver praticato il trekking nell’ambito di gruppi che sembravano avere come scopo principale quello di arrivare quanto prima alla meta, mi sono chiesto che senso avesse raggiungere di notte la cima di un monte senza potersi fermare a contemplare i panorami circostanti, resi magici e surreali dalla luce diafana della luna piena, o percorrere speditamente un sentiero sassoso a occhi bassi senza guardarsi intorno per non mettere a repentaglio i garretti o sfiorare macchie di noccioli, prati di fragole e roveti carichi di more senza poterle raccogliere o rasentare boschi e radure popolati da splendidi animali, in cui non sarebbe stato possibile incappare in compagnia di una combriccola chiassosa e celiante, o ancora incrociare qualche invitante via traversa sconosciuta senza poterla esplorare.

Accortomi che avevo la fortuna di vivere in una regione, il Montefeltro, che, estendendosi dagli Appennini all’Adriatico a quote digradanti, offre una singolare ricchezza di tipologie orografiche, una natura scarsamente contaminata, depositaria di una sorprendente varietà floreale e faunistica, costellata di piccoli borghi antichi ben conservati e di città custodi di patrimoni d’arte e di tradizioni secolari, ho deciso di imprimere una svolta al mio andar per strade e sentieri e di accompagnarmi da me solo o con chi condividesse la mia filosofia e i miei interessi.

Ogni sortita è preceduta da uno studio del territorio sorretto da una piacevole ansia di conoscenza, vive degli interessi che ogni stagione sa suscitare, legati alla scoperta di piante, fiori, frutti, insetti e animali che vi albergano e di luoghi naturali oppure esito dell’opera dell’uomo, è costellata di incontri inattesi con persone che hanno piacere di raccontare le tradizioni, le esperienze, i mestieri del luogo, ed è seguita dal ritocco e dalla registrazione delle fotografie scattate e, a volte, dall’approfondimento del profilo scientifico o storico dei siti visitati o dalla pulizia, dalla preparazione e dalla ghiotta fruizione dei prodotti naturali raccolti.

Sostare tra i ruderi di un vecchio borgo contadino abbandonato, tra le antiche case in pietra cadenti, soffocate dalle acacie e dall’edera, scoprire i porticati, le imboccature dei forni, le stalle, tracce di una vita di lavoro ininterrotto, faticosa e ingrata, legata ai ritmi naturali e condotta in stretta comunità, tanto dissimile dalla nostra, guardarsi attorno dagli spalti di un castello che è stato parte della storia, centro di vita e di cultura, scudo per gli uomini di una parte o di un’altra, strumento di potere dei Malatesta, dei Montefeltro, dei Medici o di onnipotenti pontefici, sostare all’ombra delle mura di chiese millenarie, spesso costruite con pietre di templi ancora più antichi, che hanno accolto papi, santi ed eremiti, e leggere racconti ambientati in tempi lontani, rievocandone le atmosfere, offre emozioni impareggiabili e concede ali al pensiero. Per questo chiamo questi posti singolari e affascinanti “spazi del pensiero libero”, spazi in cui è possibile recuperare il senso della vita e del presente di fronte al tempo e alla storia, spazi che riflettono i nostri limiti di fronte all’universo, spazi senza confini che ci aiutano ad abbattere i confini ristretti della nostra mente e della nostra società.

Alfredo Spanò

LIBRI: “LA SCIENZA IN CUCINA E L’ARTE DI MANGIAR BENE” DI PELLEGRINO ARTUSI

Alcuni anni fa Einaudi ha ripubblicato, nella collana I Millenni, “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi. L’opera è accompagnata da una introduzione del compianto professore Piero Camporesi e dai contributi di Giuliano Della Casa ed Emilio Tadini. Un riconoscimento che va, oltre che al talento gastronomico, a quello storico e letterario.

Ho recuperato la vecchia copia del libro, slabbrato e unto, che avevo visto aperto sul marmo del tavolo nella cucina di mia nonna e, poi, di mia madre e che avevo già sfogliato con qualche curiosità. Ho letto le vicissitudini che hanno accompagnato la sua pubblicazione e le prefazioni e sono andato a spulciare le ricette, soffermandomi sui ricordi e le considerazioni personali, le citazione dotte e popolari, le descrizioni delle consuetudini dell’epoca, gli aneddoti curiosi raccontati con arguzia in un italiano elegante e garbato che, immediato e comprensibile nonostante i 150 anni trascorsi, rievoca le atmosfere più diverse: da quella delle novelle boccaccesche, con i loro personaggi crapuloni e burleschi, a quella della giovane Italia, da poco uscita dalle guerre di Indipendenza, borghese e popolana, delle sale da pranzo e dei salotti, dei mercati e delle osterie.

Pellegrino Artusi nacque a Forlimpopoli nel 1820. Terminati gli studi, affiancò il padre nell’attività di commerciante, ma un evento segnò la sua vita e quella dei suoi familiari: nel gennaio del 1851, Stefano Pelloni, il Passatore, irruppe nel teatro di Forlimpopoli per predare i cittadini che assistevano a una recita mentre altri suoi uomini penetravano in alcune case, tra cui quella degli Artusi, vuotandole del denaro e degli oggetti preziosi. Gertrude, sorella di Pellegrino, non resse allo spavento e impazzì.

L’anno successivo la famiglia si trasferì a Firenze, dove il padre proseguì nella propria attività commerciale, a cui Pellegrino contribuì con tanto successo da fondare un banco che incrementò il suo patrimonio fino a consentirgli di ritirarsi, cinquantenne, a vita privata per dedicarsi, con scarsa fortuna, alla letteratura. Le due opere: “Vita di Ugo Foscolo, con note al carme dei Sepolcri e ristampa del Viaggio sentimentale di Yorick” del 1878 e “Le osservazioni in appendice a trenta lettere di Giuseppe Giusti” del 1881, pubblicate a proprie spese, passarono pressoché inosservate.

La Scienza in cucina” corse lo stesso rischio, come racconta l’Artusi nell’introduzione della sua celebre opera, in cui ricorda il giudizio di un professore di belle lettere: “Questo è un libro che avrà poco esito” e l’episodio di quei Forlimpopolesi che, vinte due copie del libro in una fiera di beneficenza, “le misero alla berlina e le andarono a vendere al tabaccaio”. Rifiutata da più editori, l’opera venne pubblicata nel 1991 a spese dell’autore in una prima tiratura di 1000 esemplari, a cui seguirono decine di altre in un crescendo di successi. Nel 1931 le edizioni erano 32 e l’Artusi, insieme a “I promessi sposi” e “Pinocchio” era uno dei libri più diffusi nelle case degli italiani.

Pellegrino Artusi morì nel 1911 a 91 anni.

Di lui ha scritto Giorgio Manganelli:

“… Strappando le vivande ai loro luoghi d’origine, disponendole in bell’ordine in un’unica classificazione per generi, egli eseguí l’operazione preliminare alla nascita di una cucina nazionale; e in questo modo agiva, da inconsapevole psicologo, sulla pasta segreta dell’anima nazionale, la agglomerava in un’unica materia ricca, densa; trascriveva le tradizioni gastronomiche locali in un unico codice, un corpus, un catalogo. Questa impresa non gli sarebbe mai riuscita, se non lo avesse assistito la grazia del linguaggio; a Firenze s’era intoscanito, e aveva preso qualche vezzo locale, insistito, da immigrato; ma aveva imparato anche un certo modo di rivolgersi al lettore; infatti, non compilò ricette imperative: ma le raccontò…”

Alfredo Spanò

 

STORIA: I FESCENNINI

di Gaetano Dini

I Fescennini versus sono un genere arcaico di poesia popolare rurale consistente in motti rozzi e pungenti che gli agricoltori etruschi solevano lanciarsi a vicenda durante le loro chiassose feste campagnole svolte nelle aie. Quelle feste agresti erano tenute per festeggiare la fecondità dei campi, l’abbondanza del raccolto, della vendemmia e per ringraziare le divinità protettrici della natura. I contadini vi recitavano proverbi, formule di scongiuro, vi intonavano canti di lavoro e si scambiavano tra loro battute licenziose recitando all’impronta e portando spesso “in giro” anche il pubblico presente. Mentre squadre di contadini si scambiavano tra loro battute mordaci, queste feste andavano quasi sempre incontro ad un crescendo emotivo collettivo con i contadini etruschi che si tinteggiavano il volto di mosto o che si mascheravano con cortecce d’albero incise come a richiamare il personaggio di Phersu, figura etrusca inquietante simboleggiante forse la maschera di una divinità istrionica dal cui nome deriva in italiano il termine “persona”. Questi contadini, ebbri di vino, durante le feste potevano anche travestirsi ed improvvisare danze semplici e ridicole con l’esibizione tra loro di oggetti fallici indecenti.

I Fescennini venivano recitati anche durante i banchetti nuziali nei matrimoni di campagna.

Di questo retaggio rimane ancora oggi in Italia l’uso durante i matrimoni sia di fare auguri sinceri di fecondità alla coppia che di indirizzare da parte degli invitati delle stornellate salaci in rima allo sposo con allusione ai suoi trascorsi prematrimoniali.

Per l’eccessiva mordacità dovuta alla rozzezza popolare, questi versi fescennini degenerarono sempre più spesso in licenza ingiuriosa e furono vietati in epoca repubblicana dalla legge romana, cadendo poi in disuso.

Il nome Fescennino sembra derivare dalla cittadina di Fescennium, antica città falisca posta nell’Etruria meridionale al confine con il Lazio dove pare sia nato questo genere di poesia popolare. Non è prassi infrequente infatti collegare un fatto scenico al suo luogo di origine, visto che le Atellane, commedie rustiche, sono collegate nel proprio nome alla città di Atella in Campania. Il sito dell’antica Fescennium viene dai più riconosciuto nel luogo dove oggi si trova la cittadina di Corchiano VT.

Altra interpretazione fa derivare il nome Fescennino dal termine Fascinum che in lingua latina significa malocchio, sortilegio. Il Fascinum consisteva frequentemente in un amuleto fallico con funzioni apotropaiche contro il malocchio e gli influssi maligni e lo stesso doveva portare fortuna e prosperità a chi lo possedeva. Nulla vieta però che l’antica Fescennium abbia preso il proprio nome da quello di Fascinum.

I Fescennini sono artisticamente classificati come arcaiche forme preletterarie anonime nelle quali viene però rintracciata l’impronta italica più genuina, fatta questa di Vis comica, di Italicum acetum, indicante questo un modo astuto e mordace di rapportarsi con gli altri, modo che lascia sempre tutti gli astanti con l’amaro in bocca.

Lo spirito dei Fescennini versus è in seguito penetrato come per osmosi nei Carmina Nuptialia romani con frizzi e lazzi rivolti allo sposo durante il matrimonio e nei Carmina Triumphalia romani, canti con cui i soldati accompagnavano il trionfo del generale vittorioso. Erano questi, canti a botta e risposta. Mentre una parte dei soldati cantava gli elogi del comandante, l’altra lanciava contro di lui frasi licenziose fino allo scherno. Famose le frasi lanciate a Cesare durante i suoi trionfi, tra le quali c’era: “sei il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti”.

ROBERT KENNEDY: IL DISCORSO SUL PIL

Di questi tempi in cui non passa giorno senza che si legga sulla prima pagina di un quotidiano o non venga pronunciata da qualche autorevole commentatore la paroletta “Pil”, acronimo di Prodotto interno lordo, credo sia opportuno rileggere cosa ne pensasse Robert Kennedy, lo statista americano, che, come il fratello John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti, per le sue idee e le sue iniziative politiche venne assassinato nel 1968.

Robert Francis Kennedy, soprannominato Bob, nacque a Brookline, nel Massachusetts, il 20 novembre 1925 da Rose Fitzgerald e Joseph Kennedy. Si sposò nel 1950 ed ebbe undici figli dalla moglie Ethel; l’ultimo nascerà dopo la sua morte.

Laureatosi in legge a Harvard nel 1948, lavorò alla sezione della sicurezza interna del dipartimento della giustizia; il 6 giugno 1952 si dimise per guidare la campagna elettorale del fratello John, che aspirava a diventare senatore e, quando questi vinse le elezioni presidenziali del 1968, gli affidò il ministero delle giustizia.

Dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, si candidò al Senato. Fu vicino al movimento per i diritti civili di Martin Luther King, si oppose alla guerra in Vietnam e, convinto sostenitore dei diritti civili, ricevette l’appoggio dei pacifisti e degli afroamericani anche dopo l’assassinio di King.

Morì in seguito a un attentato all’indomani della vittoria nelle elezioni primarie del Partito Democratico in California e Sud Dakota. Della sua morte venne incolpato un uomo di origine giordana, Sirhan B. Sirhan, ma si presume che sia stato vittima di un complotto a cui parteciparono anche altre persone.

Il 18 marzo 1968 Robert Kennedy tenne presso l’università del Kansas un memorabile discorso con cui mise in risalto l’inadeguatezza del Pil come indicatore del benessere di una nazione. Tre mesi dopo, il 6 giugno 1968, venne ucciso a Los Angeles durante la campagna elettorale che lo avrebbe portato con ogni probabilità a diventare presidente degli Stati Uniti.

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, nè i successi del Paese sulla base del Prodotto interno lordo.

Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.

Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

CULTURANATURA: UTILIZZARE IL TERRITORIO PER SVILUPPARE LA CREATIVITÀ

Seguire i sentieri che fiancheggiano gli scenari più suggestivi del Montefeltro, riconoscere le piante, gli arbusti, i frutti, i funghi, coltivare i frutti dimenticati, le erbe aromatiche, trasformarli in corroboranti tisane, gustose marmellate, liquori salutari, sviluppare l’espressività attraverso originali excursus letterari, migliorare la qualità della propria scrittura: sono questi i percorsi suggeriti da CulturaNatura, un articolato programma di incontri condotti da Alfredo Spanò, che ha fatto delle sue passioni personali e delle esperienze di giornalista la summa della filosofia di Otium per condividerla con chi è alla ricerca di armonia interiore, stimoli alla creatività e alle capacità espressive, interazioni positive con gli uomini e la natura.

Guardo le cassette di mele verdi, tutte perfettamente uguali: stessa forma, stesse dimensioni, stesso colore, stesso bollino e penso a come le regole del commercio ci impongano scelte povere e uniformi.

Penso alla tante varietà di mele che, in tempi andati, si succedevano sulla tavola nel corso dell’anno e al gusto inconfondibile delle biricoccole, dalla pelle vellutata e sensuale, come di donna, al colore rosso e al sapore zuccherino dei corbezzoli, che nascono da grappoli di delicati fiorellini color avorio su un arbusto sempreverde, bello e forte, alle nostre nespole, da cui si ricava una marmellata sapida e pastosa che accompagna magnificamente l’Ambra di Talamello appena risorto dalla fossa. Frutti antichi, selezionati nei secoli da mani ruvide e sapienti, che si offrono ancora oggi a chi sa apprezzarne forme, colori, profumi, sapori, che richiedono pochi metri quadrati di terra e poche cure, come le infinite varietà di erbe aromatiche, con cui è possibile creare un giardino, ricco di fragranze e sfumature, anche semplicemente disponendo qualche vaso sul terrazzo di casa.

Penso alle lente passeggiate lungo i sentieri tra le macchie segnate dai calanchi che si irraggiano attorno ai Sassi Simone e Simoncello, al profumo dei ginepri, alle siepi spinose del prugnolo che proteggono piccoli, aspri frutti da cui si ricava un piacevole rosolio.

Penso alle tracce di storia minima lasciate dagli uomini e dal tempo sulle mura antiche: impronte di usi, mestieri, fedi, passioni, che stimolano curiosità, eccitano fantasie, evocano ricordi, suscitano emozioni.

Grandi piaceri per chi sa coglierli, senza prezzo ma di nessun costo, che soddisfano la vista, l’olfatto, il gusto, ritemprano il corpo, stuzzicano la mente, rasserenano lo spirito.”

Alfredo Spanò

RIDURRE IL LIVELLO CULTURALE PER GOVERNARE MEGLIO

Mi hanno colpito alcuni dati proposti da Domenico De Masi in un’intervista ad Antonello Caporale su il Fatto del 9 luglio. Dice De Masi: “Negli Stati Uniti 94 studenti su 100 che completano il ciclo scolastico proseguono per l’università. In Germania sono 78 su 100. In Italia siamo inchiodati al 36 per cento. E di questa minoranza 22 si fermano alla triennale e 14 proseguono per la laurea magistrale.” Conclude il sociologo: “Come si fa a non capire che il livello della cultura generale è direttamente proporzionale al livello della partecipazione democratica? Più sei colto più ti appassioni alla politica. Washington ha il 49 per cento dei suoi cittadini che sono laureati. Alle elezioni la soglia dei votanti è del 70 per cento. Yuma, e siamo sempre negli Usa, ha l’11 per cento dei suoi cittadini laureati. I votanti si fermano al 30 per cento. Se sei colto hai minori possibilità di essere razzista, di essere violento. Anche la criminalità subisce la dura relazione con la cultura… Ma la cultura media occorrente per una società complessa dev’essere elevata. Altrimenti non la governi.”

Io penso invece che la cultura è un ostacolo al governo di un Paese, quando questo non persegue gli interessi del popolo e il suo sviluppo, ma quelli dei politici, delle lobby, dei potentati, delle mafie che assicurano serbatoi di voti ai politici e delle nazioni che hanno il predominio economico e militare nel mondo. In questo caso la scarsa partecipazione alla vita democratica del Paese e l’astensionismo elettorale costituiscono un beneficio per i partiti e le classi al potere che consapevolmente tendono a ridurne il peso ai minimi termini.

Alfredo Spanò

L’Italia è diventata una Repubblica fondata sugli asini” da: Il Fatto Quotidiano, 9 luglio 2016

 

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ARTICOLO 1 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Come cittadino di questa Repubblica mi piacerebbe che l’articolo 1 trovasse piena applicazione e non fosse solo una dichiarazione utopica.

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”; queste prime parole della Costituzione mi fanno dubitare della credibilità e dell’affidabilità di questo documento.

Se c’è scritto che questo paese è fondato sul lavoro, perché c’è un tasso di disoccupazione giovanile pari al 44,2%? Perché il tasso complessivo sta al 12,3%?

C’è qualcosa che non quadra…

Se ai piani alti non hanno intenzione di far abbassare queste cifre, almeno abbiano il coraggio di modificare l’articolo 1.

“L’Italia è una repubblica democratica, NON fondata sul lavoro.”

Commentare le sue considerazioni non è impresa da poco e la ringrazio per la fiducia. Ci proverò, punto per punto.

Non lo faccio partendo da conoscenze giuridiche, che non mi appartengono, ma sulla base dell’esperienza personale e di un lungo impegno in ambito sociale e culturale.

La Costituzione è stata scritta a costo di approfondite discussioni e faticose mediazioni dalle intelligenze politiche e culturali più acute e capaci della neonata Repubblica Italiana, appartenenti a tutte le forze che avevano contribuito ad abbattere il fascismo, ma ispirantesi a ideologie contrastanti fra loro e a progetti sociali diversi. Tuttavia, è stata approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947, promulgata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre ed è entrata in vigore il 1 gennaio dell’anno successivo.

La Costituzione è il corpo fondamentale delle leggi dello Stato Italiano a cui tutte le altre leggi devono conformarsi.

Non è dell’affidabilità e della credibilità del documento che dobbiamo dubitare. La Costituzione è stata scritta con l’intento di fissare i capisaldi di una nuova Repubblica ed è chiaro che quanto definisce non può essere se non il risultato di un lungo percorso di ricostruzione materiale, morale, giuridica e civile di un Paese sconfitto e distrutto dalla Seconda Guerra Mondiale.

Si deve dubitare piuttosto dell’affidabilità e della credibilità di una classe politica che in quasi 70 anni non è riuscita a realizzare compiutamente il dettato costituzionale.

Questo è accaduto per incapacità, per subalternità a interessi diversi e perché chi ha governato, soprattutto negli ultimi decenni, non ha condiviso i principi e gli scopi dei padri costituenti.

Dagli anni Settanta in poi è iniziata una profonda ristrutturazione dei criteri e dell’organizzazione del lavoro sulla spinta dell’esplosione tecnologica e della globalizzazione, controllata dai centri di potere economico mondiale, indirizzata alla precarizzazione del lavoro, alla competitività, alla mobilità e allo sfruttamento della manodopera al fine di ridurne i costi, di assottigliare i compensi, di impoverire le garanzie e i servizi sociali, di indebolire le difese dei lavoratori e le organizzazioni sindacali. Anche il cosiddetto Jobs Act (si potrebbe spendere qualche pagina per analizzare le scelte comunicative in lingua straniera, ridondanti e d’effetto) ne è un esempio.

In Italia, in particolare, si è rinunciato a scelte precise in merito agli indirizzi di sviluppo economico, alle pianificazioni a medio e lungo termine nei campi dell’istruzione, della ricerca e della produzione, tali che permettessero di identificare i settori di sviluppo fonte di più vaste opportunità occupazionali. Ciò ha contribuito alla creazione di una vasta area di giovani che non riescono a trovare lavoro nel settore per il quale si sono preparati, ma vanno ad alimentare la massa di manodopera a basso costo destinata ai lavori temporanei, stagionali, irregolari.

Alfredo Spanò

LIBRI: “DICIASSETTE RACCONTI NOTTURNI” DI RAFFAELLA COSTI

Eccolo, finalmente tra le mie mani, il libro di Raffaella con la copertina lucida e le pagine che profumano di carta buona. Contiene, come spiega il titolo, “Diciassette racconti notturni”, Hemingway Editore.

Ero curioso e, insieme, circospetto quando l’ho aperto per leggere il primo racconto e mi sono chiesto se sarebbe stato meglio seguire l’ordine in cui vengono presentati, aprendo una pagina a caso o scegliendo il titolo più accattivante dall’indice. Dopo una veloce ponderazione, ho preferito adeguarmi alla scelta dell’autrice e ho cominciato a leggere “Il numero quattro”.

All’inizio ho centellinato riga dopo riga; poi, blandito dallo scorrere della narrazione, ho accelerato la lettura gustandomi qualche pagina in ogni frazione di tempo libero e ho continuato consumando velocemente il libro fino alla conclusione.

Trascinano la voglia di conoscere l’epilogo di ciascun racconto, per lo più imprevedibile, e la curiosità di affrontare l’argomento del successivo, sedotti dalla capacità di coinvolgere il lettore, di emozionarlo e di indignarlo dell’autrice, che è però molto abile ad apparire fredda e distaccata descrittrice dei fatti.

Spesso i temi affrontati sono tra i più scottanti della nostra contemporaneità e spesso vengono trattati con realismo e crudezza, che l’autrice attenua manovrando sapientemente lo stile della narrazione, con accuratezza ed eleganza.

Raffaella Costi usa abilmente l’ironia, il paradosso, l’eccesso, è capace di stupire, spalancando improvvisamente scenari inusitati e inattesi, sa colpire con spietatezza come usasse arco e frecce intinte nel curaro, che tolgono il respiro, e sa suscitare sensazioni, moti d’animo profondi, sa rinnovare ricordi.

Il filo del racconto a volte sorprende, a volte ferisce, duole ancor più profondamente sullo sfondo di una narrazione garbata, uno stile pacato e accattivante, che rammenta quello dei grandi autori di gialli e noir di lingua inglese. Ma non sono gialli e noir i racconti di Raffaella Costi, non c’è un Auguste Dupin, uno Sherlock Holmes, un Hercule Poirot a svelare l’autore del delitto, che è palese ed è quotidiano e prossimo a noi.

Non sempre è facile, all’inizio della lettura, rendersi conto della strada intrapresa, ma di questo la scrittrice è astutamente consapevole: è lei che traccia il percorso nella penombra della narrazione, che lo rischiara poco a poco fino a illuminare l’epilogo. Forse è per questo che il titolo parla di “racconti notturni” o forse perché alcuni si insinuano nella notte dell’uomo, nelle sue più meschine, incomprensibili discriminazioni, crudeltà e abiezioni. E capita di richiudere le pagine del libro con l’amaro in bocca, ma è la prova che Raffaella ha ottenuto il suo scopo: ha lasciato il segno.

Una cosa non mi è piaciuta di questo libro. Sulla quarta di copertina qualcuno, tracciando il profilo dell’autrice, ha scritto: “Complessivamente, ha un gran brutto carattere.” Non è vero! Raffaella è una delle persone più ammodo e buone che io conosca.

Alfredo Spanò

LA BARBARIE DELLA REALPOLITIK

Soprattutto due interventi, all’interno del dibattito nato dal caso Regeni, rispecchiano tutta l’ipocrisia, l’inadeguatezza e la barbarie della realpolitik.

Se lo stile e la forma garbati velano i contenuti dell’articolo di Sergio Romano sul Corriere della Sera, le dichiarazioni di Edward Luttwak, intervistato durante una trasmissione radiofonica, rivelano con brutalità e volgarità tutta la violenza e l’opportunismo politico del suo pensiero.

E sappiamo che non vi è purtroppo un forte sistema di sicurezza, in un Paese minacciato dal terrorismo islamista, se il governo non lascia ai suoi servizi di polizia un certo margine di libertà.” Dice Romano, che dietro ai giri di parole nasconde la realtà di una dittatura in cui non esistono margini né per il dissenso né per l’opposizione e in cui la violenza e l’assassinio sono elevati a sistema di governo.

Da quando Al Sisi è al potere, denunciano le organizzazioni per i diritti umani, si contano centinaia di sparizioni, decine di migliaia di arresti e oltre 1700 condanne a morte; la tortura è praticata abitualmente, la libertà d’espressione è pesantemente limitata, i sostenitori dei diritti umani e i giornalisti subiscono persecuzioni e processi.

Secondo Romano e Luttwak dobbiamo rassegnarci al fatto che in Egitto ai cittadini, come Shaimaa el-Sabbagh, l’attivista uccisa da un poliziotto un anno fa durante un corteo pacifico a Il Cairo, non sia consentito di svolgere attività politica e siano negati i più elementari diritti civili. Poiché l’Egitto sta combattendo contro l’Is siamo obbligati a tollerare che venga negato qualsiasi spazio democratico, che non possa esistere libertà di stampa, che vengano usati i mezzi di repressione più barbari e feroci e che qualsiasi tentativo di espressione contraria al regime venga represso nel sangue. Alla faccia del progresso civile e dei diritti dell’uomo internazionalmente riconosciuti.

Che cosa sarebbe successo se avessimo preteso di spiegare al governo britannico quali erano i metodi accettabili per la lotta contro il terrorismo dell’Ira. Che cosa sarebbe successo se le democrazie europee, dopo gli attentati alle Torri Gemelle, avessero detto al governo americano che i metodi della Cia erano intollerabili, che Guantanamo era un orrendo lager, che non era giusto rapire un imam nelle strade di una delle nostre città per trasferirlo in un Paese (spesso, guarda caso, l’Egitto) dove sarebbe stato torturato?” Si chiede Romano. Infatti, in nome della subalternità a Stati Uniti e Gran Bretagna ben poche voci si sono alzate a denunciare le gravi violazioni compiute in quelle occasioni.

L’Italia ha sempre chinato il capo di fronte alla prepotenza dell“alleato” americano (basta pensare all’umiliante comportamento tenuto dopo la strage del Cermis), e se la magistratura, in occasione del rapimento di Abu Omar ha fatto il suo dovere, di recente il nostro ingessato capo dello stato ha provveduto a graziare gli agenti della Cia coinvolti nel sequestro, a cui seguì la consegna dell’imam all’Egitto, dove fu interrogato sotto tortura.

Come non provare disgusto per le affermazioni irridenti di Edward Luttwak che ha trascorso una vita a sostenere la supremazia degli Usa nel mondo con qualsiasi mezzo ed è stato uno degli artefici del golpe del 1973 in Cile?

Magari Regeni è stato ucciso da un’amante, da un poeta o da chissà chi. Il governo egiziano ci sta proteggendo… Un disappunto, una critica o qualsiasi dichiarazione italiana che eroda l’Egitto sono irresponsabili. Il governo italiano non deve dire niente.”

In concreto, non siamo solo alleati di Al Sisi, che il presidente del consiglio Renzi considera “un grande leader” e della cui “amicizia” va fiero, ma complici e, come nel caso di Abu Omar, lasciamo che sia l’Egitto a fare il lavoro sporco per conto nostro.

Questa realpolitik serve a sostenere il sistema di sopraffazione che le nazioni più potenti esercitano su altre più deboli a fini politici ed economici, un sistema di ingiustizie che alimenta gli odi e i movimenti terroristici, provoca le migrazioni di massa, dà spazio alle organizzazioni criminali e alimenta la rete di guerre sciagurate che infiammano continuamente diverse regioni del mondo, “una terza guerra mondiale combattuta a pezzi con crimini e massacri” alla cui base ci sono “la cupidigia, l’intolleranza, l’ambizione al potere”, come ha denunciato chiaramente Papa Bergoglio.

È possibile che non esista altra strada se non quella dell’acquiescenza nei confronti delle superpotenze e dell’alleanza con stati altrettanto barbari e feroci quanto i nostri nemici?

L’Europa sta costruendo attorno a sé un baluardo contro il fanatismo dell’Is e le correnti migratorie costituito da democrazie esautorate, come l’Ucraina, o monarchie assolute e dittature sanguinarie in cui la popolazione non ha diritti, come la Turchia e l’Egitto, l’Arabia Saudita e il Bahrein.

Oggi dobbiamo chiederci se è questo che vogliamo: barattare la nostra civiltà e i nostri ideali con una presunta sicurezza fondata su muri e barriere di filo spinato, la cui difesa affidiamo a satrapi senza scrupoli e ai loro tagliagole, rifornendoli di armi che saranno usate per opprimere il proprio popolo e massacrare quelli degli stati con cui sono in guerra per procura nostra.

Abbiamo oggi davanti agli occhi i risultati delle strategie espansionistiche e delle guerre condotte dalle grandi potenze, della complicità degli stati satelliti, come il nostro, della rinuncia a una nostra politica estera. L’instabilità regna sovrana, ogni giorno scoppia un nuovo focolaio di guerra e la realpolitik dimostra chiaramente di essere incapace di risolvere definitivamente i problemi, al contrario, di amplificarli e di creare per il futuro situazioni di maggiore tensione.

Basta guardare come si sia inserita la Russia nella guerra in Siria e come sia riuscita in poche ore, con i suoi bombardamenti indiscriminati (ma certo non possono essere gli Stati Uniti, maestri nei bombardamenti “intelligenti” su popolazioni e ospedali, a fornire lezioni di morale), ad ampliare il fronte della guerra e a destabilizzare ulteriormente l’Europa provocando nuove ondate di immigrazione che creeranno nuove tensioni e fratture fra gli stati.

Mentre la guerra allo Stato Islamico si rivela, almeno in parte, una copertura per altre losche contese, la linea della realpolitik ci trascina piuttosto al disastro che alla salvezza e, se si presenta come furbizia tattica, alla resa dei conti appare autolesionistica e fondamentalmente stupida.

http://www.corriere.it/opinioni/16_febbraio_14/domande-cairo-caso-giulio-regeni-4c1a0402-d293-11e5-be28-b2318c4bf6d8.shtml?refresh_ce-cp

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/02/12/luttwak-choc-regeni-magari-lha-ucciso-unamante-se-uno-fa-cose-pericolose-si-assuma-i-rischi/479596/

RICORDIAMO GIULIO REGENI

 

 

Mi è capitato di ascoltare alcuni interventi dell’onorevole Pier Ferdinando Casini in merito all’uccisione di Giulio Regeni e ai rapporti tra Italia ed Egitto, che probabilmente rispecchiano la visione di buona parte della nostra politica, molto attenta al ruolo del paese mediorientale come baluardo nei confronti dell’Isis e partner commerciale.

Casini chiede piena verità al presidente egiziano Al Sisi, ma giustifica il cinismo dello Stato nei rapporti internazionali. Per lo stesso Al Sisi il presidente del consiglio Matteo Renzi ha avuto recentemente espressioni di grande stima: “Penso che Al Sisi sia un grande leader… In questo momento l’Egitto sarà salvato solo con la leadership di Al Sisi… Sono fiero della mia amicizia con lui.”

Le dichiarazioni di Casini e Renzi suonano come giustificazione o perlomeno indifferenza, in nome della ragion di stato, verso i metodi usati da Al Sisi per mantenere il potere
e debellare le opposizioni. Negli ultimi due anni in Egitto, secondo Amnesty International, sono stati uccisi 1400 oppositori del regime, tra cui numerosi giornalisti; dal nostro governo mai si è alzata una voce forte di esecrazione delle persecuzioni e delle atrocità compiute dalle autorità egiziane, come anche da altri governi “amici” in Arabia Saudita o in Turchia, sempre in nome del ruolo che questi paesi svolgono al nostro fianco nello scacchiere internazionale e degli affari che intrecciamo con loro.

The least we can do is stand here and say that we consider him to be one of us,” one friend, Sally Toma, told The Associated Press. “Unfortunately, he died the same way Egyptians die every day.”: “Giulio Regeni è morto come muoiono gli egiziani ogni giorno” ha detto un suo amico e Casini e il nostro governo dovrebbero tenerne conto.

Alla luce della considerazione di Sally Toma suona beffarda e poco rassicurante la dichiarazione del ministro dell’interno egiziano, Magdi Abdel Ghaffar: “Trattiamo il caso dell’italiano come se fosse egiziano.”

Oggi inorridiamo e ci indigniamo di fronte alle efferatezze rivelate dal referto dell’autopsia sul corpo di Giulio Regeni, ma ricordiamoci della “macelleria messicana” nella scuola Diaz e delle torture nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova, di come sono stati uccisi Stefano Cucchi e tanti altri. I nostri aguzzini e i loro complici, le istituzioni che li coprono non sono migliori di quelli egiziani. Ricordiamoci che stiamo attendendo da trenta anni che il legislatore promulghi una legge contro la tortura, sollecitati anche dalle istituzioni europee, e oggi il dramma di Regeni può suggerirci quanto sia importante raggiungere questo obiettivo e permetterci di onorare la sua memoria dedicandogli una #leggeRegeni che punisca la tortura.

La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci.” Ha detto Isaac Asimov, ma anche di quelli che conoscono la debolezza delle proprie idee.

http://www.nytimes.com/2016/02/08/world/middleeast/egypt-italy-giulio-regeni-cairo.html?mwrsm=Email

http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/10/02/news/l-italia-affossa-il-reato-di-tortura-e-ora-l-europa-prepara-nuove-condanne-1.232727

 

IL PROCURATORE GUARINIELLO LASCIA LA MAGISTRATURA

A 74 anni lascia la magistratura il procuratore di Torino Raffaele Guariniello. Nella sua lunga carriera è stato autore di 30mila inchieste, pubblico ministero nei processi per il doping nel calcio e in quelli a carico di Thyssen Krupp e di Ethernit, strenuo alfiere della sicurezza nei luoghi di lavoro.

Pubblico di seguito una mia intervista realizzata nel 2012 in occasione di Ambiente Lavoro Convention.

AMBIENTE LAVORO CONVENTION 2012

Bologna, 12 ottobre 2012

Intervista al dottor Raffaele Guariniello, coordinatore del gruppo Salute e sicurezza presso la Procura della Repubblica di Torino

Il dottor Raffaele Guariniello, protagonista di importanti inchieste, tra cui quelle che hanno coinvolto le multinazionali Eternit e Thyssen Krupp, ha partecipato a Ambiente Lavoro Convention, intervenendo al convegno “RSPP e consulenti della sicurezza: compiti e responsabilità penali”, promosso dalla rivista Ambiente & Sicurezza sul Lavoro in collaborazione con l’Istituto Informa.

Abbiamo colto l’occasione per rivolgergli alcune domande.

La legislazione italiana attribuisce agli RLS compiti precisi. Attualmente questa figura è in grado di svolgerli nella loro completezza?

I compiti degli RLS previsti dal Decreto Legislativo 9 aprile 2008, n. 81 sono molto importanti, a volte, complessi, come quello del controllo dell’adeguatezza delle misure di prevenzione e protezione, e richiedono una preparazione adeguata, tanto è vero che il legislatore si è posto il problema della preparazione degli RLS attraverso i corsi di formazione. Nella realtà constatiamo che non sempre gli RLS posseggono gli strumenti culturali e scientifici indispensabili ad affrontare i compiti previsti dal legislatore.

La preparazione non sempre adeguata degli RLS è dovuta anche all’avvicendamento nel ruolo, che si verifica di frequente e interrompe la trasmissione della memoria storica degli eventi che si succedono in una fabbrica.

Come è possibile affrontare i gravi problemi posti dal Documento di Valutazione dei Rischi senza gli strumenti culturali necessari a colloquiare in funzione dialettica con il datore di lavoro?

Qual è il rimedio?

Vedo la necessità che gli RLS abbiano un retroterra culturale nell’organizzazione sindacale. I sindacati non debbono lasciare soli gli RLS.

L’impresa sicura è prevista dalla legislazione italiana, giudicata molto valida; perché allora è ancora così alto il numero degli incidenti sul lavoro e delle malattie professionali?

Noi abbiamo le leggi migliori al mondo, è l’applicazione concreta che lascia a desiderare. L’impresa sicura ha dei capisaldi e uno di questi è indubbiamente il Servizio di Prevenzione e Protezione dei Rischi; nella realtà delle aziende spesso questo servizio non riesce a raggiungere tutti gli obiettivi indicati dalla legge per mancanza di organizzazione o perché, a volte, gli RLS sono indotti ad autocensurarsi, in quanto la loro azione li porrebbe in contrasto con il datore di lavoro.

La sicurezza è un elemento fondamentale nei luoghi di lavoro; che rischi corre in questo periodo in cui la crisi tende a metterla in secondo piano?

Se guardiamo all’applicazione concreta delle leggi sulla sicurezza, mi sembra che il Paese sia stato sempre in crisi. La difficoltà a realizzare condizioni di lavoro sicure era presente anche in tempi passati e non vorrei che la crisi diventasse un comodo alibi per dimenticare un principio scritto nella nostra Costituzione e cioè che un’iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. È importante che lo ricordi anche l’attuale governo, per due ragioni. La prima è che nel nostro Paese vi sono aree in cui la giustizia in materia di sicurezza non funziona oppure ci sono processi che vengono fatti con troppa lentezza e si risolvono con la prescrizione del reato. Ci vuole una nuova organizzazione giudiziaria che consideri l’istituzione di una procura nazionale sulla sicurezza del lavoro, che tarda a essere presa in considerazione. D’altra parte, alcuni progetti di modifica delle leggi sulla sicurezza del lavoro lasciano molto perplessi perché potrebbero portare a una riduzione dei livelli fondamentali di sicurezza.

La sicurezza sul lavoro, ha detto oggi il ministro Elsa Fornero, “è un bene imprenditoriale e la mancanza di sicurezza ha rilevanti costi diretti e indiretti per le imprese”; è un concetto che condivide?

Partiamo da un dato: abbiamo le regole, dobbiamo applicarle compiutamente. Oggi come oggi, l’applicazione lascia a desiderare; gli organi di vigilanza non riescono a fare tutto quello che dovrebbero, la magistratura non fa tutto quello che dovrebbe. Se vogliamo passare dalle parole ai fatti bisogna cambiare approccio; se c’è la volontà, gli strumenti ci sono e qui interviene il ruolo delle istituzioni. Non si può semplicemente dare la croce addosso alle imprese perché non sentono l’impegno morale di garantire la sicurezza o alle organizzazioni sindacali perché non si impegnano a fondo; qui sta il grande ruolo delle istituzioni pubbliche. Se nel nostro Paese vi sono stati tanti morti a causa dell’amianto, questo è avvenuto per colpa, certo delle imprese, ma anche perché le istituzioni non hanno fatto il loro dovere.

Accontentarsi della situazione attuale significa continuare ad avere quel certo numero di morti e di malattie professionali, non c’è un cambiamento effettivo senza una riorganizzazione delle istituzioni pubbliche. È giusto dire che le imprese hanno interesse ad adottare le misure di sicurezza e che garantire la salute dei lavoratori è irrinunciabile, ma bisogna far capire che se non lo si fa, si va incontro a delle responsabilità, altrimenti si sviluppa l’idea devastante che le regole ci sono, ma possono essere violate senza conseguenze.

Alcune modifiche legislative, attualmente allo studio, lasciano molto perplessi perché, con il pretesto di eliminare le formalità, si eliminano elementi sostanziali. Per esempio, la mia preoccupazione è che, per quanto riguarda la valutazione dei rischi, non si intervenga solo per eliminare i formalismi, ma fattori sostanziali.

Lei è fautore di una procura nazionale per la sicurezza sul lavoro e della caduta delle barriere nazionali nelle attività di perseguimento dei reati a livello europeo. Si tratta di ipotesi realizzabili?

La Procura Nazionale non è prevista ancora da alcuna norma, il Pubblico Ministero europeo è previsto dall’art. 86 del trattato dell’Unione Europea, ma non ha avuto concreta attuazione con la conseguenza che l’Europa è un paradiso penale perché le frontiere non esistono per i criminali, ma esistono per i magistrati e i poliziotti che li combattono.

Il crimine ambientale ha ormai una dimensione internazionale e una multinazionale che ha stabilimenti in Italia e in altri paesi, subisce trattamenti differenziati e questo è causa di gravi ingiustizie; inoltre le imprese sono stimolate a trasferirsi dove hanno meno vincoli.

Potrebbe essere perseguita un’azienda italiana che non applica le leggi sulla sicurezza italiane in un altro paese?

È già capitato. Un’azienda italiana che opera in un altro paese e non ha protetto adeguatamente i dipendenti ha dovuto affrontare il processo in Italia e ha subito delle condanne.

Il processo Eternit ha coinvolto anche Rubiera, in provincia di Reggio Emilia, non lontano da qui, dove esisteva uno degli stabilimenti Eternit; qual è lo stato attuale del giudizio contro i responsabili di tante morti?

Il processo si è concluso con una sentenza di primo grado e, il prossimo anno, si dovrà affrontare il grado d’appello, ma contemporaneamente sono in preparazione altri processi: il bis, il ter per altre situazioni di reato che dovremo prendere in considerazione.

http://www.repubblica.it/cronaca/2015/12/12/news/_deluso_dalla_giustizia_l_addio_di_guariniello_pm_da_30mila_inchieste-129304909/

 

IL PIAZZISTA DI PAROLE

Un comportamento risulta particolarmente insopportabile tra le tante nefandezze della politica in questa cosiddetta Seconda Repubblica, che, con l’avvento di Matteo Renzi e della sua schiera di caudatari, si è diffuso e  affermato: quello di fare asserzioni palesemente scorrette o false e di pretendere di essere creduto, pena l’assegnazione di epiteti denigratori, quale “gufo”, l’equivalente del “remare contro” di berlusconiana memoria. Dovremmo cioè accettare di essere presi bellamente per imbecilli e tacere perché il presidente del consiglio ineletto possa continuare nella sua opera di normalizzazione della Repubblica e di rastrellamento del consenso.

L’ultima perla del Nostro è la dichiarazione secondo la quale “abbassare le tasse è giusto” e non è di destra né di sinistra. A parte la leziosa gaberiana polemica su ciò che sia di destra o di sinistra (… Una bella minestrina è di destra / il minestrone è sempre di sinistra…) non ci vuole molto a capire che eliminare la tassazione sulla prima casa di un povero cristo che possiede un appartamento di 60 mq in un condominio di periferia grazie a un mutuo ventennale non equivale a esentare dal pagamento della medesima tassa il proprietario di Villa San Martino ad Arcore.

Perché è profondamente ingiusto togliere indiscriminatamente a tutti la tassa sulla prima casa? Semplicemente perché, così facendo, le entrate che sarebbero dovute provenire dalle tasche dei contribuenti ricchi e ricchissimi verranno a mancare con un ulteriore aggravio del debito pubblico a carico di tutti o dovranno essere recuperate per altre vie, con l’impoverimento dell’assistenza sanitaria per esempio, colpendo i contribuenti che hanno un reddito fisso e i cittadini meno abbienti. Ecco perché questa manovra è iniqua e, se vogliamo anche, indubitabilmente, di destra.

LE MAFIE RINGRAZIANO I SERVI SCIOCCHI

L’attenzione di tutti è oggi incentrata sulle polemiche seguite al funerale di Vittorio Casamonica, assurto alla gloria dei Cieli da un carro funebre trainato da sei cavalli, sotto una pioggia di petali di rosa rossi e con l’accompagnamento della colonna sonora del film “Il Padrino”.

Forza Italia e gli altri partiti di opposizione si sono scagliati contro il ministro dell’interno, il prefetto, il sindaco di Roma per un episodio che ha i connotati del capolavoro cinematografico e, come tale, ha guadagnato immediatamente un’eco internazionale che porterà ulteriore discredito a quello che dai tempi dei “nani e delle ballerine” non ha mai smesso di essere un paese da operetta.

Pochi giorni prima, senza che si alzasse una voce a denunciare il fatto, il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Tullio Del Sette, ha rimosso il colonnello Sergio De Caprio, più noto con il nome in codice di Ultimo, artefice nel 1993 dell’arresto di Totò Riina, dalla guida del Nucleo Operativo Ecologico, impegnato a contrastare i reati ambientali, nelle cui reti sono rimasti impigliati nomi di primissimo piano della politica e del management nazionali.

I due fatti, così apparentemente dissimili, rivelano quanto siano radicate, riverite e protette nel nostro Paese tutte le mafie: quelle dei padrini con la croce al collo e l’anello d’oro al mignolo, che gestiscono traffici di ogni genere e hanno le mani sporche di sangue, e quelle dalle mani bianche: delle lobby politiche e finanziarie, imprenditoriali e militari, corrotte dal denaro e dal potere, impegnate a mantenere il Paese nel marciume, a impedirne il riscatto e a eliminare solertemente chiunque possa rappresentare un ostacolo al raggiungimento dei loro interessi e di quelli dei loro compari.

https://twitter.com/Palomar_CV

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/20/vittorio-casamonica-cavalli-e-rolls-royce-per-il-boss-re-di-roma/1971020/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/21/noe-esautorato-dal-comando-il-capitano-ultimo-coordinava-indagini-su-mafia-politica-e-coop/1972454/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/21/la-lettera-di-ultimo-ai-suoi-uomini-contro-i-servi-sciocchi-grazie-per-la-lotta-ai-poteri-forti/1972469/