THERESIENSTADT: LA CITTÀ CHE IL FÜHRER REGALÒ AGLI EBREI

In prossimità del Giorno della Memoria ripropongo un articolo in cui ricordo Terezin, un campo di concentramento poco noto ai più, che è stato luogo di eventi straordinari, in memoria di tutte le vittime del Terzo Reich: non solo ebrei, ma anche zingari, omosessuali, malati psichici, partigiani e oppositori politici travolti dalla feroce fabbrica della morte escogitata dal Nazismo.

Tra il 1780 e il 1790 l’imperatore d’Austria Giuseppe II fece erigere a nord di Praga un’imponente fortezza, capace di ospitare 7000 persone, e la chiamò Theresienstadt (oggi Terezin, in territorio ceco) in onore della madre, l’imperatrice Maria Teresa d’Austria.

La storia contraddisse le intenzioni di Giuseppe II e Theresienstadt non fu mai protagonista di eventi bellici, venne abbandonata dal presidio militare e adibita a prigione.

Tra il novembre e il dicembre 1941, 3000 ebrei cechi furono adibiti dai tedeschi a trasformare Theresienstadt in un lager, in cui, dalla fine del 1941 alla fine del 1942, vennero deportate 109 mila persone. Nel gennaio 1942 partirono da Theresienstadt i treni carichi di prigionieri destinati ai ghetti orientali e, più tardi, a Treblinka e Auschwitz. In circa un anno vennero trasferite nei campi di sterminio 44 mila persone.

Pur non essendo un campo di sterminio come Auschwitz o Treblinka, l’affollamento e le misere condizioni di vita rendevano difficile la sopravvivenza nella fortezza di Theresienstadt. Scarsità di cibo, promiscuità, lavori forzati, condizioni igieniche disastrose (lo stesso carretto serviva per il trasporto dei cadaveri e del pane) provocavano gravi malattie infettive, tra le quali il tifo. Per far fronte alla elevata mortalità, il comandante del campo Siegfried Seidl fece costruire dei forni crematori capaci di incenerire i corpi di 200 persone in un giorno.

Nell’ottobre del 1943 vennero deportati a Theresienstadt 456 ebrei danesi. La maggior parte degli ebrei che risiedevano in Danimarca era riuscita a fuggire in Svezia grazie all’appoggio della popolazione, mentre una piccola parte era stata catturata dai nazisti. La Croce Rossa danese e svedese chiesero di poter verificare le condizioni dei prigionieri.

Nel dicembre 1943 venne dato ordine di risistemare il campo in modo da offrire l’impressione di una cittadina in cui la vita fluiva tranquillamente. Tuttavia l’affollamento era eccessivo e, tra il 15 e il 18 maggio 1944, 7500 prigionieri vennero deportati ad Auschwitz e Bergen Belsen.

A Theresienstadt l’insegnamento era proibito, ma in occasione della visita della Croce Rossa un edificio venne destinato a rappresentare la scuola della città e su di essa venne appeso un cartello con la scritta “chiusa per le vacanze”.

Il giorno prestabilito, il 23 giugno 1944, alla delegazione della Croce Rossa, guidata dallo svizzero Maurice Rossel, venne mostrato un asilo, costruito pochi giorni prima e subito dopo smantellato. Rossel lo fotografò, scrisse nel rapporto di essersi trovato in un ambiente accogliente e pulito, dotato di una cucina spaziosa, e descrisse Theresienstadt come una “normale città di provincia”.

Naturalmente agli abitanti era stato dato ordine di non rivelare le reali condizioni di vita del campo, pena la morte.

La tragica beffa non finì con la visita di una distratta delegazione della Croce Rossa: poco dopo la partenza di Rossel la propaganda nazista girò un film propagandistico intitolato “Il Führer regala una citta agli ebrei”, in cui venne ripresa la commedia inscenata davanti a Rossel. Il cortometraggio venne proiettato nei cinema tedeschi.

Fra i prigionieri di Theresienstadt ci furono circa 15 mila bambini, in prevalenza ebrei cechi, deportati insieme ai genitori. La maggior parte di essi morì nel corso del 1944 nelle camere a gas di Auschwitz. Non se ne salvò nemmeno un centinaio e di questi nessuno aveva meno di quattordici anni.

In un primo tempo gli adulti poterono alleviare le pene dei bambini almeno sotto il profilo psicologico. Educatori e insegnanti riuscirono, tra infinite difficoltà, a organizzare clandestinamente l’insegnamento e alcune iniziative culturali, ad allestire compagnie teatrali e gruppi musicali.

I bambini di Theresienstadt scrissero molte poesie, una parte delle quali è stata recuperata. Assieme a queste si è salvata anche una raccolta di circa 4000 disegni, frutto dei corsi di arte figurativa diretti da Friedl Dicker Brandejsovà.

Per poter svolgere questa attività venivano utilizzati i più vari tipi e formati di carta: formulari, prestampati, carte assorbenti.

Sotto il profilo tematico i disegni si possono suddividere in due grandi gruppi: disegni tipici dell’infanzia, come l’ambiente di vita da cui provenivano, i cibi della tradizione familiare, giocattoli, prati, farfalle, immagini fiabesche. Un secondo gruppo è costituito da disegni che rappresentano il ghetto di Theresienstadt e la crudele quotidianità a cui erano costretti: le costruzioni, la vita delle strade e delle baracche con le cuccette a tre piani, i guardiani, i malati, i funerali e perfino un’esecuzione.

Nonostante tutto, i bambini di Theresienstadt sperarono in un domani migliore e spesso raffigurarono il loro ritorno a casa.

Oltre al messaggio che si esplicita nel soggetto raffigurato, nei disegni troviamo la firma, talvolta la data di nascita e quella della deportazione a Theresienstadt o da Theresienstadt e questa è anche l’ultima notizia che i bambini hanno lasciato di sé.

La stragrande maggioranza dei bambini di Theresienstadt morì vittima del nazismo, lasciandoci una toccante testimonianza letteraria e figurativa dell’abisso morale di cui è capace la natura umana.

IL LINGUAGGIO DELL’INNOCENZA E DEL DOLORE

Se le atrocità del nazismo ci colpiscono ancora per la loro efferatezza, una certa consuetudine a letture, immagini, documentari, film hanno forse attutito in parte le emozioni che possiamo provare di fronte a nuovi documenti e testimonianze dell’olocausto.

Ma visitare la mostra dei disegni e delle poesie dei bambini di Theresienstadt, come mi è accaduto nel Giorno della Memoria, provoca un sentimento indescrivibile, confuso, che ti attanaglia le viscere e ti trascina in un unico gorgo nero che confonde e inghiotte stupore, dolore, indignazione, rabbia e non so cos’altro, ti annichilisce mentre ti chiedi di quale tremendo iddio sia figlia la stirpe umana.

Quale istinto bestiale può spingere gli uomini a decidere di sterminare scientemente e scientificamente un’intera razza accanendosi perfino su neonati, bambini e adolescenti?

La storia dei bambini di Theresienstadt è tracciata nei loro disegni, il loro stato d’animo si esprime nelle poesie che ci hanno lasciato: a volte sembra quasi che il destino crudele che li ha travolti non ne abbia scalfito l’innocenza e la certezza della vita, a volte sembrano possedere una consapevolezza propria di un’età ben più matura.

IL LINGUAGGIO DELLA PROPAGANDA NAZISTA

“Theresienstadt. Ein Dokumentarfilm aus dem jüdischen Siedlungsgebiet” (Theresienstadt. Un documentario sul reinsediamento degli ebrei), più noto come “Il Führer regala una città agli ebrei” venne girato da Kurt Gerron, attore e regista ebreo che aveva recitato al fianco di Marlene Dietrich ne “L’angelo azzurro” , internato a Theresienstadt.

Lasciata la Germania per sfuggire alle leggi razziali, Gerron lavorò come regista in Olanda. Quando anche l’Olanda venne occupata dalla Wermacht, fu costretto ad apparire nel film di propaganda antiebrea “Der Ewige Jude” (L’eterno ebreo), voluto da Joseph Goebbels.

Nel 1943 venne internato a Theresienstadt, dove scrisse uno spettacolo di cabaret: “Karoussel”. Successivamente alla visita della Croce Rossa, gli venne imposto di girare un film in cui Theresienstadt apparisse come un normale centro di provincia in cui gli ebrei vivevano da normali cittadini. Terminato il suo lavoro, Gerron venne trasferito ad Auschwitz dove finì in una camera a gas pochi giorni prima dell’arrivo dei liberatori.

Joseph Goebbels si iscrisse al Partito Nazionalsocialista nel 1924; nel 1933 venne chiamato da Hitler a rivestire la carica di Ministro della propaganda, che mantenne fino alla fine del Terzo Reich, quando, uccisi i figli, si suicidò assieme alla moglie nel bunker della Cancelleria.

Goebbels ebbe la completa fiducia del Führer, che gli affidò il controllo dell’informazione e della vita culturale tedesca (cinema, teatro, sport).

Goebbels viene considerato il primo uomo politico moderno che abbia percepito le potenzialità dell’informazione come strumento di propaganda politica e il primo che sia stato capace di gestirla scientificamente sottomettendola ai fini del Terzo Reich.

Gli viene attribuita la frase: «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità», un suggerimento che gli uomini politici del nostro tempo non hanno trascurato di cogliere e applicare.

Alfredo Spanò

L’ANGELO OSCENO DI LEONARDO DA VINCI

Le mie lacune nel campo, peraltro immenso, dell’arte o forse una subdola e dilatata censura tesa a sottrarre la figura di Leonardo da Vinci, autore dell’Ultima cena e di tanti capolavori di soggetto sacro, dalla contaminazione con un’opera profana, quasi blasfema, hanno fatto sì che scoprissi soltanto ora l’esistenza dell’Angelo incarnato, un disegno eseguito dal Maestro a carboncino su foglio azzurro intorno al 1503.

Ricomparso in Germania nel 1991 dopo essere stato sottratto dalle raccolte reali britanniche custodite nel Castello di Windsor, si suppone con il consenso della regina Vittoria, turbata dall’immagine dell’angelo che esibisce una imbarazzante erezione, appartiene attualmente a una famiglia tedesca che per oltre cent’anni lo ha tenuto nascosto. Nel 1994 venne esposto a Stoccolma, successivamente in altre città del mondo e a Stia, in Italia, nel 2001.

E nella figurazione dell’invisibile, Leonardo rappresentò con questi caratteri l’ermafrodito o l’”Angelo incarnato” allorché emerge, come un languido adolescente, dall’oscurità con tratti perversi e demoniaci in un’ambiguità strutturale anatomica e morale, per il seno dal taglio tipicamente femminile, il sorriso beffardo e compiaciuto nella sua ostentata virilità, complice di un ideale di bellezza inequivocabilmente sensuale ed erotica.

La testa è reclinata a sinistra, il braccio destro, piegato ad angolo retto, è teso verticalmente con l’indice alzato verso il cielo, mentre la sinistra trattiene con le dita la veste, da cui traspare il membro maschile in forte erezione. (Carlo Starnazzi)

L’angelo incarnato è Gian Giacomo Caprotti, garzone di bottega, allievo, modello e, si suppone, amante di Leonardo, ritratto in altri capolavori come San Giovanni Battista, tra le ultime opere del Maestro e, secondo alcuni, anche nella Gioconda, di cui Caprotti dipinse, forse con il contributo dello stesso Leonardo, una versione nuda, dai tratti androgini, intitolata Monna Vanna o Gioconda nuda. Questa tesi è avvalorata da una rilevante somiglianza con i ritratti del Salaj (nomignolo derivato da “Saladino”, nel senso di infedele, assegnato a Caprotti per la sua malizia e slealtà) eseguiti da Leonardo.

Gian Giacomo Caprotti entrò nella sua bottega milanese il 22 luglio del 1490, come annota il Maestro sul primo foglio del Codice C, conservato a Parigi: “Iacomo venne a stare con meco il dì della Madonna del 1490, d’età d’anni 10” e non si comportava bene se lo stesso Leonardo aggiunse poi: “Il secondo dì gli feci tagliare due camicie, un paro di calze e un giubbone, e quando mi posi i dinari a lato per pagare dette cose, lui mi rubò detti dinari della scarsella, e mai fu possibile farglielo confessare, bench’io n’avessi vera certezza” e ancora: “ladro, bugiardo, ostinato, ghiotto”.

Evidentemente il Caprotti aveva anche delle caratteristiche positive se Leonardo lo trattenne con sé per lungo tempo e Salaj lo raggiunse in Francia quando era vicino alla fine.

A chi volesse approfondire il tema dell’Angelo incarnato suggerisco l’interessante intervista a Carlo Pedretti, uno dei maggiori studiosi di Leonardo Da Vinci, su Stilearte.it:

http://www.stilearte.it/leonardo-il-ghigno-conturbante-dellangelo-bisex/

Alfredo Spanò

LA ROCCA DI MAIOLETTO

di Gaetano Dini

C’era una volta un paese posto dove adesso c’è la Rocca di Maioletto, chiamato Maiolo e formato da un borgo di case sottostanti ad un bel castello eretto in cima a quel monte. Era chiamato Castrum Maiulus inteso come castello meno grande rispetto al Castrum Maius, il castello grande, quello di Monteferetrio, San Leo che gli era molto vicino in linea d’aria. Entrambi i castelli eretti su rupi scoscese, erano all’epoca imprendibili.

Fin dall’VIII – IX sec. tra le mura delle due fortezze di Maiolo e San Leo, si svolgevano i Parlamenti Feretrani dove si dirimevano controversie e si amministrava la giustizia per le popolazioni del luogo.

Il castello di Maiolo importante per la sua posizione strategica che dominava la valle, appartenne alla Chiesa, in seguito fu dei conti di Faggiola di Casteldelci, poi dei conti Montefeltro di San Leo passando anche nelle mani dei conti Malatesta di Rimini fino ad appartenere al Ducato d’Urbino. Il borgo e la rocca seguirono le vicende storiche del Ducato d’Urbino fino alla devoluzione di quest’ultimo allo Stato Pontificio nel 1631.

Sulla rocca di Maiolo nel 1647 cadde un fulmine che colpì l’edificio contenente la polveriera, distruggendo parte della vicina muraglia costeggiante la strada che conduceva al forte.

Tra il 29 e 30 maggio 1700, il paese venne distrutto da una gigantesca frana alimentata da un diluvio durato quasi due giorni che cancellò completamente il borgo fortificato. La frana interessò infatti la parte superiore ed inferiore del monte con crollo di massi e smottamenti sotto il castello. Rimase intatta solo la chiesetta di San Rocco non toccata dalla frana perché si trova alla pendice destra del monte.

La leggenda attribuisce il tragico evento alla punizione divina causata dai balli angelici (balli pagani orgiastici) che si erano tenuti nel castello per di più in tempo di Quaresima.

La popolazione sopravvissuta si spostò nella sottostante Valmarecchia e su alla Serra dove oggi sorge Maiolo che ereditò quel nome dal paese andato distrutto.

La rupe dove sorgeva il castello di Maiolo si chiamò col tempo Rocca di Maioletto traendo il nome dalla piccola località che era posta tra la rupe stessa e la Serra dove intanto era sorto il nuovo paese di Maiolo.

Racconta una cronaca manoscritta dell’epoca che «staccossi dal monte il terreno ove era posta questa nostra terra, e rovinò tutto sottosopra, restando solo quattro piccole case verso tramontana, restando sotto le rovine della medesima morti gran parte degli abitanti».

Prossimo alla rupe c’è oggi un cippo posto dall’amministrazione di Maiolo con una scritta tratta certamente da un testo risalente all’epoca dei fatti:

Majolo

Terra del Montefeltro, Stato d’Urbino,

lieto soggiorno e fruttifero paese, ora

affatto rovinato e sepolto per uno

staccamento di terra del monte

superiore e rupina della parte inferiore,

seguito li ventinove maggio, in tempo di

notte, l’anno del Giubileo 1700,

regnante Innocenzo XII, nel mentre che

cadeva dirottissima pioggia, durata per

lo spazio di ore quaranta, restando sotto

le rovine morti gran parte degli abitanti.

Il monte su cui sorge la Rocca di Maioletto è a componente argillosa, quindi soggetto a smottamenti. Una domenica di marzo 1964 non ricordo quale, verso le 7 di mattina si verificò un altro smottamento del costone sotto i ruderi del castello, creando la conformazione attuale della Rocca. Noi avevamo la casa in alto a Novafeltria, in linea d’aria proprio di fronte alla Rocca di Maioletto, quindi in un attimo dopo il boato abbiamo visto cambiata la morfologia del monte.

SAN LEO CAPITALE D’ITALIA

di Gaetano Dini

Dal 931 erano re d’Italia e imperatori Ugo di Provenza e suo figlio Lotario II. Il loro potere però era debole. Così i feudatari italiani contrapposero a loro un contendente sempre italiano, Berengario II Marchese d’Ivrea.

Berengario era per linea maschile di ascendenza franca, come lo erano quasi tutti i nobili del nord Italia. In più suo nonno materno era addirittura Berengario I Marchese del Friuli, anche lui di ascendenza franca il quale era stato re d’Italia ed imperatore.

Berengario II fin dal 941 era rimasto in Germania alla corte di Ottone I, accreditandosi presso di lui. Nel 945 Berengario, rientrato in Italia, destituì Ugo di ogni potere mentre rimase re d’Italia ed imperatore suo figlio Lotario II. Per Ugo rimanere senza potere era insopportabile, così nel 947 tornò in Provenza lasciando il figlio Lotario in Italia il quale conferì a Berengario in quello stesso anno il titolo di correggente.

Alla morte di Lotario II nel 950, forse fatto avvelenare dallo stesso Berengario, questi aveva imprigionato Adelaide vedova di Lotario, spogliandola di parte dei suoi beni. Moglie dell’ultimo imperatore e figlia del re Rodolfo di Borgogna, Adelaide vantava diritti dinastici sulla corona italiana. Berengario II come nuovo re d’Italia, con la sua condotta politica si era invece alienato le simpatie dei feudatari italiani e del clero che adesso gli doveva versare dei tributi. Così papa Giovanni II chiamò in suo soccorso Ottone I. Entrato in Italia nel settembre 951, Ottone marciò su Pavia capitale del regno senza incontrare resistenze. Ottone assunse il titolo di re d’Italia per diritto di conquista e sposò Adelaide che gli portava in dote i propri diritti dinastici. Berengario II si rifugiava allora nelle montagne del Montefeltro, a San Leo.

Era tradizione che chi volesse diventare imperatore doveva essere anche re d’Italia e cingere la corona di ferro che era custodita in una delle regge italiane, quella di Monza. Quindi sia il re di Germania che il re di Francia per essere imperatore doveva diventare anche re d’Italia. Esercitava il potere diretto sulla propria nazione e sull’Italia ed era riconosciuto imperatore dall’altro re che continuava ed esercitare il potere nella propria nazione. Il re d’Italia poteva invece essere eletto imperatore governando solo l’Italia, avendo il riconoscimento formale di imperatore dagli altri due re.

Ottone dovette rientrare in Germania per problemi interni, così Berengario intavolò trattative diplomatiche con lui fino a quando nella Dieta di Colonia dell’agosto 952, alla presenza dei grandi di Germania e di una rappresentanza di grandi feudatari italiani, Berengario II e suo figlio Adalberto prestarono giuramento di fedeltà ad Ottone che li investì del titolo di re d’Italia. Intanto Ottone in quegli anni dovette affrontare in Germania una rivolta interna e le incursioni degli Ungari e degli Slavi. Berengario e suo figlio ritennero quindi non più valido il loro atto di sottomissione a lui, governando l’Italia in maniera autonoma.

Ottone riuscì a sconfiggere tutti gli avversari e chiamato di nuovo da papa Giovanni II scese ancora in Italia. Era il 961.

Raggiunse di nuovo Pavia come nella sua prima calata in suolo italico e riprese per se la corona del regno. Berengario intanto abbandonato nel nord Italia dal suo esercito, si rifugiò con pochi fedeli di nuovo a San Leo come aveva fatto una decina d’anni prima. Sua moglie Willa, regina consorte si asserragliò invece nel castello dell’isola di San Giulio nel lago d’Orta. Ottone espugnò il castello ma cavallerescamente permise a Willa di raggiungere suo marito a San Leo nel luglio del 962.

Ottone intanto nel 961 aveva posto sotto assedio San Leo e Berengario II capitolò per fame nel 963.

Berengario e la moglie Willa erano quindi rimasti re e regina d’Italia dal 952 al 963, anche se gli ultimi anni resistendo in armi. San Leo invece ultima roccaforte di Berengario, divenne di fatto capitale d’Italia dal 961 al 963.

Dopo la loro resa Berengario II e Willa lasciarono definitivamente San Leo nel 964, condotti prigionieri a Bamberga in Germania. Willa rimase vedova nel 966 e subito si ritirò in un monastero prendendo i voti ecclesiastici.

Intanto il 2 febbraio 962 Ottone I era stato consacrato Imperatore a Roma da papa Giovanni II.

LIBRI: “DEI DELITTI E DELLE PENE” DI CESARE BECCARIA

“Cesare Beccaria non appartiene né alla storia letteraria né a quella del diritto: egli appartiene alla storia.

Le idee delle quali egli si fece apostolo preesistevano alla sua comparsa. Ma esse avevano forse bisogno di chi sapesse scioglierle dal ghiaccio dei puri trattati scientifici, trarle dal chiuso ambiente di dotti e di sapienti nel quale erano imprigionate, e dar loro palpito e ali per diffondersi ovunque…

Questa del Beccaria è una delle opere che han rinnovato l’umanità, talché si stenterebbe a credere che il quadro che egli traccia sia quello di neanche due secoli fa. Né l’uomo potrà mai più, pur tra sperdimenti ed errori, sempre passeggieri, dimenticarne l’insegnamento.”

Non si potrebbe introdurre meglio l’opera di Cesare Beccaria “Dei delitti e delle pene” di quanto non faccia l’anonimo autore della nota introduttiva all’edizione nelle mie mani, pubblicata dalla gloriosa Biblioteca Universale Rizzoli nel 1950.

In tempi di “sperdimenti ed errori” come gli attuali, in cui il sistema giudiziario italiano mostra tutte le sue crepe, l’autonomia decisoria della magistratura è sottoposta ad attacchi irosi, la nostra legislazione viene assoggettata al tornaconto di pochi e il diritto internazionale è condizionato dai centri forti del potere politico ed economico, una rilettura del trattato scritto fra il 1763 e il 1764 dal giurista milanese può servire a rammentarci alcuni criteri basilari del diritto da cui una società civile non può derogare.

Brevemente, i principi fondamentali di cui Cesare Beccaria invoca l’applicazione prevedono:

  • che la definizione dei delitti e delle pene non sia arbitraria, ma perfettamente determinata dalle leggi
  • che agli accusati vengano risparmiate umiliazioni, minacce e crudeltà prima del processo che ne accerterà la colpevolezza
  • che i giudizi si svolgano pubblicamente
  • che non si tenga conto di accuse anonime, spesso figlie del tradimento o della vendetta
  • che venga abolita la tortura, un metodo inumano e di dubbia efficacia ai fini dell’ottenimento della verità
  • che le pene non siano spietate, ma proporzionate al male procurato
  • che venga abolita la barbarie della pena di morte
  • che la pena sia pronta onde rendere evidente la consequenzialità di colpa e castigo
  • che venga soppressa l’istituzione della grazia che infirma l’autorità della legge e non ha ragion d’essere in uno stato che applica correttamente il diritto
  • che le leggi siano chiare e possano essere comprese per essere rispettate da tutti

In conclusione, sostiene Cesare Beccaria: “Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi.”

Beccaria parte dal concetto di “contratto sociale” espresso da Jean Jacques Rousseau per affermare la necessità che le leggi siano conformate al fine di ottenere lo scopo attraverso la minima severità necessaria, non sulla base di criteri punitivi, ma di autodifesa della società, nei quali non possono essere contemplate la tortura e la pena di morte.

L’opera, tradotta immediatamente in molte lingue, ebbe una grande ripercussione, non solo in Italia, e ottenne un grande successo, dovuto all’attesa per le riforme che auspicava, tanto che l’autore venne apprezzato da filosofi e giuristi quali D’Alembert, Diderot, Voltaire, che commentò l’edizione francese dell’opera, Helvetius, Hegel, Hume, e fu invitato in Francia e in Russia dalla zarina Caterina II.

Tra i meriti di Cesare Beccaria vi fu quello di avere sostenuto che non vi può essere libertà laddove non vi sia rispetto per l’imputato.

Dei delitti e delle pene” fu inserito nell’Indice dei libri proibiti dalla Chiesa, schierata sulle posizioni più conservatrici.

Di famiglia nobile, Cesare Beccaria nacque a Milano nel 1738, vi morì nel 1794. Laureatosi in giurisprudenza a Pavia nel 1758, nel 1761 sposò Teresa De Blasco dalla quale ebbe due figlie: Maria e Giulia, che sarà madre di Alessandro Manzoni.

Cesare Beccaria si legò d’amicizia con i fratelli Alessandro e Pietro Verri, che nel 1776 scriverà “Osservazioni sulla tortura”, il cui salotto accoglieva i più brillanti e anticonformisti membri della società milanese del tempo, con i quali collaborò alla pubblicazione della rivista “Il caffè”.

Alfredo Spanò

STORIA: UN’ENCLAVE TOSCANA IN TERRA ROMAGNOLA

di Gaetano Dini

Monterotondo è una frazione del comune di Badia Tedalda che con le altre frazioni di Santa Sofia, Cà Raffaello, Cicognaia, rappresenta un’enclave toscana in terra romagnola.

Nel 1207 Castrum Montis Rotundis apparteneva alla famiglia dei conti di Montedoglio della Valtiberina.

Dal Libro dei Censi, nel sesto anno di pontificato del Papa Gregorio IX (1233) un certo Ugutio Dadei de castro Aldicae donò pro anima sua alla santa sede apostolica vari possedimenti tra cui Villa Montis Rotondi.

Nel 1285 era signore di Monterotondo Rainerio Lancia, figlio di Alberico. E ancora nel 1311 i signori del luogo Ubaldo, Battista e Cionino Manfredi, vennero nominati col titolo di Dominus di Monterotondo in un atto di compravendita stipulato coi conti di Carpegna.

Con la pace di Sarzana del 10 gennaio 1353 Castrum de M. Rotundo fu posto sotto la signoria di Neri (o Nerio) della Faggiola.

Il territorio di Santa Sofia e quindi anche il Castello di Monterotondo, tornò poi in potere dei Montedoglio. Donna Paola, figlia del Conte Prinzivalle di Guido unico primogenito maschio del casato dei Montedoglio, alla fine del secolo XV sposò un Gonzaga, conte di Novellara, portando in dote questa località. Il Granduca di Toscana Ferdinando I dei Medici, con rogito in data 5 giugno 1607, lo comprò dai pronipoti di donna Paola Monterotondo con vari territori annessi per il prezzo di 7000 scudi.

Successivamente, il 23 settembre 1615, Cosimo II eresse in feudo con il titolo nobiliare di Marchesato, il territorio di Santa Sofia ed il vicino Castello di Monterotondo, investendone il barone Fabrizio Colloredo (o Collaredo) allora suo maestro di camera e priore di Lunigiana dell’Ordine di Santo Stefano.

Nel XVIII secolo il feudo passò ai Conti Lorenzo e Paola Barbolani di Montauto (FI), signori di origine longobarda. Il 25 novembre 1774, il Conte Bartolomeo Barbolani ed altri coeredi vendettero per la somma di 6000 scudi fiorentini il feudo di Monterotondo a Pietro Leopoldo, Granduca di Toscana che lo unì al Vicariato di Sestino.

Tre anni più tardi, l’amministrazione del Granducato di Toscana vendette i beni allodiali (cioè posseduti in piena proprietà) di Monterotondo a Giuseppe Gambetti di Talamello, per la somma di 1500 scudi. Questi era un taumaturgo, alchimista, medico, veterinario, pranoterapeuta, chimico.

Il 17 dicembre 1788 Monterotondo e gli altri territori limitrofi passarono alla Santa Sede che li incorporò nel Comune di Badia Tedalda di cui amministrativamente fanno tuttora parte.

STORIA: I FESCENNINI

di Gaetano Dini

I Fescennini versus sono un genere arcaico di poesia popolare rurale consistente in motti rozzi e pungenti che gli agricoltori etruschi solevano lanciarsi a vicenda durante le loro chiassose feste campagnole svolte nelle aie. Quelle feste agresti erano tenute per festeggiare la fecondità dei campi, l’abbondanza del raccolto, della vendemmia e per ringraziare le divinità protettrici della natura. I contadini vi recitavano proverbi, formule di scongiuro, vi intonavano canti di lavoro e si scambiavano tra loro battute licenziose recitando all’impronta e portando spesso “in giro” anche il pubblico presente. Mentre squadre di contadini si scambiavano tra loro battute mordaci, queste feste andavano quasi sempre incontro ad un crescendo emotivo collettivo con i contadini etruschi che si tinteggiavano il volto di mosto o che si mascheravano con cortecce d’albero incise come a richiamare il personaggio di Phersu, figura etrusca inquietante simboleggiante forse la maschera di una divinità istrionica dal cui nome deriva in italiano il termine “persona”. Questi contadini, ebbri di vino, durante le feste potevano anche travestirsi ed improvvisare danze semplici e ridicole con l’esibizione tra loro di oggetti fallici indecenti.

I Fescennini venivano recitati anche durante i banchetti nuziali nei matrimoni di campagna.

Di questo retaggio rimane ancora oggi in Italia l’uso durante i matrimoni sia di fare auguri sinceri di fecondità alla coppia che di indirizzare da parte degli invitati delle stornellate salaci in rima allo sposo con allusione ai suoi trascorsi prematrimoniali.

Per l’eccessiva mordacità dovuta alla rozzezza popolare, questi versi fescennini degenerarono sempre più spesso in licenza ingiuriosa e furono vietati in epoca repubblicana dalla legge romana, cadendo poi in disuso.

Il nome Fescennino sembra derivare dalla cittadina di Fescennium, antica città falisca posta nell’Etruria meridionale al confine con il Lazio dove pare sia nato questo genere di poesia popolare. Non è prassi infrequente infatti collegare un fatto scenico al suo luogo di origine, visto che le Atellane, commedie rustiche, sono collegate nel proprio nome alla città di Atella in Campania. Il sito dell’antica Fescennium viene dai più riconosciuto nel luogo dove oggi si trova la cittadina di Corchiano VT.

Altra interpretazione fa derivare il nome Fescennino dal termine Fascinum che in lingua latina significa malocchio, sortilegio. Il Fascinum consisteva frequentemente in un amuleto fallico con funzioni apotropaiche contro il malocchio e gli influssi maligni e lo stesso doveva portare fortuna e prosperità a chi lo possedeva. Nulla vieta però che l’antica Fescennium abbia preso il proprio nome da quello di Fascinum.

I Fescennini sono artisticamente classificati come arcaiche forme preletterarie anonime nelle quali viene però rintracciata l’impronta italica più genuina, fatta questa di Vis comica, di Italicum acetum, indicante questo un modo astuto e mordace di rapportarsi con gli altri, modo che lascia sempre tutti gli astanti con l’amaro in bocca.

Lo spirito dei Fescennini versus è in seguito penetrato come per osmosi nei Carmina Nuptialia romani con frizzi e lazzi rivolti allo sposo durante il matrimonio e nei Carmina Triumphalia romani, canti con cui i soldati accompagnavano il trionfo del generale vittorioso. Erano questi, canti a botta e risposta. Mentre una parte dei soldati cantava gli elogi del comandante, l’altra lanciava contro di lui frasi licenziose fino allo scherno. Famose le frasi lanciate a Cesare durante i suoi trionfi, tra le quali c’era: “sei il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti”.

STORIA: I LUPERCALIA

di Gaetano Dini

I Lupercalia erano un’antichissima festa romana in onore del dio Luperco, protettore del bestiame domestico e divinità pastorale invocata a protezione della fertilità in senso lato.

I Lupercalia si celebravano a Roma ogni anno a metà febbraio in presenza del Flamine Diale (Flamen Dialis) sacerdote che rivestiva una particolare importanza e sacralità in quanto personificazione vivente di Giove, i sacerdoti luperci sacrificavano una o più capre e pare anche un cane nel Lupercale, la grotta ai piedi del monte Palatino dove la tradizione vuole che la lupa avesse allattato Romolo e Remo.

Poi i sacerdoti luperci coperti con le pelli delle capre sacrificate, correvano per le strade del Palatino e con strisce tagliate dalle pelli stesse colpivano per buon augurio il terreno e le persone che incontravano e di queste soprattutto le donne alle quali questo rito doveva donare fertilità.

I luperci, diretti da un unico Magister, erano divisi in due schiere di dodici membri ciascuna; una schiera era costituita per antica tradizione dai Luperci Fabiani (della famiglia dei Fabi), l’altra schiera era costituita dai Luperci Quinctiales (della famiglia dei Quinti).

I Lupercalia sono state una delle ultime feste romane abolite dai cristiani anche se negli ultimi tempi avevano assunto un significato solamente folcloristico. Gelasio, papa dal 492 al 496, scriveva infatti una lettera di rimostranze al senato romano, lamentandosi che si tenessero ancora i Lupercali, feste pagane a cui partecipavano anche le genti cristiane.

Il rito lupercale era anticamente di ambiente agreste e non urbano, officiato da contadini e pastori proprietari di greggi e di animali da cortile. Realizzata l’urbanizzazione, il rito è stato portato in città assumendo le forme descritte.

In ambiente preurbano arcaico, contadini e pastori con questo rito non si sa se cruento per gli animali domestici, svolgevano un atto di esorcizzazione nei confronti dei branchi di lupi dei boschi e questi riti si svolgevano forse in febbraio e comunque alla fine dell’inverno quando i lupi erano più affamati dopo i forzosi digiuni invernali. Se contadini e pastori di allora sacrificassero una o più capre, il sacrificio avrebbe avuto il significato di placare simbolicamente la fame dei lupi assalitori. Se invece il rito non fosse stato cruento, questo doveva solo servire a tracciare un invisibile perimetro protettore dai lupi attorno alle case coloniche e/o ai terreni di pascolo.

Nel Lupercale urbano le due schiere di sacerdoti rappresentavano simbolicamente due branchi di lupi ed il fatto che gli stessi sacerdoti fossero coperti con le pelli delle capre sacrificate, faceva sì che gli stessi diventassero contemporaneamente lupi e capri e questo significava la volontà di stabilire un pacifico ed armonico ecosistema tra animali selvaggi ed animali domestici. Per saziare la loro fame si auspicava quindi che i lupi trovassero sostentamento con quello che il regno animale e vegetale offriva loro all’interno di boschi e foreste, facendoli astenere dal cercare cibo nei territori abitati e condotti dagli uomini. A tal fine nel Lupercale si sacrificavano in onore dei lupi una o più capre e se anche un cane, si veniva a sacrificare il loro avversario più temibile, il protettore delle greggi e degli animali domestici.

Il Flamen Dialis era presente nello svolgimento del rito all’interno della grotta Lupercale. Questo Flamen per tradizione doveva mantenere continuativamente il contatto fisico con il suolo di Roma da cui non poteva mai allontanarsi; i piedi del suo letto erano spalmati di uno strato di fango ed egli non poteva stare più di tre giorni senza sdraiarvisi.

La presenza di un Flamen così importante e con tali mansioni, aveva senz’altro il compito di trasmettere senso di stabilità permanente e di importanza sacra al rito stesso.

Il culto del lupo ha remote origini indeuropee ed ha trovato grande spazio nel mondo prima italico e poi romano con il mito dell’allattamento di Romolo e Remo.

La figura del lupo come feroce animale combattente ma disciplinato è stata sempre associata dai romani alla figura del dio Marte.

Le pelli di lupo hanno rappresentato nel mondo romano antico un simbolo inquietante di forza, legate sì ad un mondo arcaico in estinzione ma queste pelli sono rimaste comunque sempre prestigiosamente presenti, indossate come furono in epoche più tarde dai Signifer, portainsegne delle legioni romane.

Si deve rispettare il lupo perché conosce la disciplina della foresta e l’onore della vita!

STORIA: LA VALMARECCHIA, LE VILLE ROMANE DEL V-VI SECOLO d.C.

di Gaetano Dini

Villa: casa di campagna, tenuta, fondo.

Praedium: podere, fondo, proprietà.

Le villae erano dei fondi agrari circoscritti e forse parzialmente fortificati, dove viveva il possidente con la sua guarnigione armata e diverse famiglie di contadini che lavoravano la terra e nel contempo ricevevano protezione.

Questi agglomerati sorsero in funzione di difesa da scorrerie barbariche varie. Infatti gli invasori barbari imponevano ai romani il salgamum, strumento tipico della mentalità barbara. Esso consisteva nella suddivisione delle villae dei ricchi latifondisti in tre parti: il proprietario aveva diritto di scelta per la parte di suo uso, i capi militari sceglievano quella che serviva per l’acquartieramento e l’ultima era destinata ai coloni che mantenevano barbari, Romani e se stessi.

Frequenti assalti alle villae romane si ebbero durante la guerra greco-gotica da parte di bande di Ostrogoti e dopo la parziale conquista dell’Italia da parte dei Longobardi.

Villae romane nell’alta Val Marecchia

Lungo la Val Marecchia passava un’importante via, l’Iter Tiberinum che da Rimini portava nella valle del Tevere e dal lì a Roma. La Val Marecchia quindi è stata da sempre molto popolata. Oggi e ieri la via dell’alta Val Marecchia è chiamata Via Maggio, abbreviativo di Via Maggiore.

I nomi latini dell’epoca, trasformandosi nei nomi italiani di oggi, sono andati incontro a sincopi fonetiche varie.

Libiano da Livius Livianus (praedium). Frazione vicino Pietracuta nel comune di San Leo e frazione nel comune di Novafeltria.

Sartiano da Sertorianus Sertorianus (praedium). Frazione nel Comune di Novafeltria.

Maciano da Maccius Maccianus (praedium). Paesino nel comune di Pennabilli.

Maiano da Maccius Maccianus (praedium). Frazione nel comune di S. Agata Feltria.

Pugliano da Paulus Paulanus (praedium). Frazione nel comune di Montecopiolo, famosa per le sue fiere di bestiame.

Savignano di Rigo da Sabinus Sabinianus (praedium). Paesino tra Perticara e Mercato Saraceno in provincia di Forlì Cesena.

Castello/Madonna di Saiano da Savianus Savianus (praedium). Frazione in comune di Torriana.

Gemmano da Geminianus Geminianus (praedium). Paese della Valconca.

Longiano da Longinus Longinianus (praedium). Paese vicino Cesena.

STORIA: LA VALMARECCHIA, PIETRACUTA

di Gaetano Dini

Nell’area dove si trova oggi Pietracuta c’era in epoca tardoromana solo il centro abitato della odierna frazione di Libiano. Nei secoli successivi si formò una comunità di persone sul monte sopra l’odierna Pietracuta, monte a pareti scoscese, appunto una “pietra acuta”, consistente in una rocca con piccolo borgo annesso. Questo territorio l’imperatore Ottone I nel 962 d.C. lo fece confluire nel feudo del conte Ulderico di Carpegna detto Ulderico il Sassone, già infeudato come conte dall’imperatore stesso in quanto Ulderico aveva fedelmente servito Ottone durante la campagna imperiale in Italia contro Berengario II.

Il figlio di Ulderico, Nolfo conte di Pietracuta, nel 996 fortificò il proprio castello sia nella rocca che nelle mura. Su un’architrave della rocca si leggeva “Nulfus Carpineus Comes”, cioè Nolfo conte di Carpegna. I discendenti di Nolfo hanno posseduto il castello fino al 1221 quando la popolazione di Pietracuta lo riscattò dai conti di Carpegna dietro pagamento.

Il territorio della rocca di Pietracuta con borgo annesso passò in seguito ai duchi di Urbino che erano dei discendenti dei Carpegna, territorio incluso nella giurisdizione di San Leo. Successivamente la rocca fu per circa 70 anni inglobata in territorio sammarinese per poi ritornare a quello di San Leo. Il sito è oggi abbandonato.

Le famiglie ricche di San Leo verso la fine del ‘700 iniziarono a costruire le proprie ville in pianura nel luogo dove oggi sorge il paese di Pietracuta. Le costruirono per avere sia un soggiorno più gradevole in una zona amena vicina al fiume Marecchia e con un clima invernale meno rigido rispetto a quello di San Leo sia per comodità logistica in quanto da lì passava la strada che dall’alta Valmarecchia portava a Rimini. Si ricorda che il cambio di posta dei cavalli era all’altezza dell’odierna frazione di Ponte Verucchio. Così a poco a poco si sviluppò il centro abitato di Pietracuta, con residenze abitative divenute fisse.

Gli abitanti di Pietracuta sono stati i primi animatori del referendum che nell’anno 2009 ha portato i 7 comuni dell’Alta Valmarecchia in provincia di Rimini e nella Emilia-Romagna.

STORIA: L’ALTA VALMARECCHIA

di Gaetano Dini

Abitata dal popolo degli antichi Umbri (già dal 9°-8° sec. a.C.) che vivevano anche nell’attuale Provincia di Rimini ed avevano come loro territorio più a nord la Valle del Savio con città più importante Sarsina, venne poi conquistata dai galli Senoni (intorno al 400 a.C.) al pari del territorio delle attuali province di Rimini e Pesaro.

Il minimo comun denominatore dei territori dell’Alta Valmarecchia (i sette comuni: San Leo, Novafeltria, Talamello, Maiolo, Sant’Agata Feltria, Pennabilli, Casteldelci) con la provincia di Rimini è quindi storicamente a base prima umbra e poi gallica.

Mentre la parlata umbra con i suoi usi e costumi si è persa nel tempo, è il dialetto romagnolo di derivazione gallica che è rimasto nei secoli successivi, assieme ad usi e costumi di impronta gallica.

Nella divisione dell’Italia in regioni attuata dall’imperatore Augusto, gli attuali territori dell’Alta Valmarecchia, dell’alta Valle del Savio e il territorio della Valle del Bidente (corrispondente oggi alla Romagna Bidentina che comprende i comuni di Santa Sofia, Galeata, Civitella di Romagna e Meldola) erano stati inseriti nella regione Umbria mentre il territorio corrispondente all’attuale Provincia di Rimini era stato inserito nella regione Emilia.

Dopo la caduta dell’Impero Romano il territorio dell’attuale Valmarecchia, inclusi i sette comuni in argomento, era stato inserito dai Bizantini nelle terre dell’Esarcato mentre la città di Rimini era stata posta nel territorio della Pentapoli marittima assieme a tutti gli attuali comuni della Provincia di Rimini Sud. La Pentapoli marittima comprendeva le città di Rimini (incluso San Giuliano Borgo dove finivano le mura cittadine), Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona. Le attuali frazioni di San Giuliano Mare, Rivabella, Viserba, Viserbella, Torre Pedrera e gli attuali comuni di Bellaria-Igea M., Santarcangelo di R., Poggio Berni, Torriana, Verucchio erano stati posti anch’essi nel territorio dell’Esarcato che comprendeva anche le attuali province di Forlì Cesena, Ravenna, Bologna e Ferrara (l’antica Romania, da cui il nome Romagna).

Dopo il 1.000 d.C. il territorio dell’attuale Alta Valmarecchia (gli attuali sette comuni) è passato sotto la Marca Anconetana, inserito nel feudo dei conti di Carpegna.

Dal 1200 in poi l’Alta Valmarecchia è stata tenuta con fasi alterne dai conti di Carpegna i quali passarono in seguito sotto l’influsso politico del Ducato di Urbino e dai Malatesta di Rimini che avevano a tal fine il loro castello più strategico nella zona di Pennabilli.

Cadute nei primi anni del ‘500 tutte le signorie di Romagna ad opera di papa Alessandro VI e di suo figlio il Valentino, l’Alta Valmarecchia (gli attuali sette comuni) passa prima al Ducato d’Urbino sempre sotto l’egida del papa, poi con la scomparsa del Ducato d’Urbino nel 1625, rimane all’interno dello Stato Pontificio unita al territorio delle Marche mentre l’attuale Provincia di Rimini è unita al territorio della Romagna, sempre all’interno dello Stato Pontificio.

Durante il Regno Napoleonico il territorio degli attuali sette comuni dell’Alta Valmarecchia viene inserito nel Dipartimento del Rubicone, Distretto di Cesena.

Dopo la caduta del Regno Napoleonico viene restaurato lo Stato Pontificio e papa Pio VII con “motu proprio” del 6 luglio 1816, distacca dalla Romagna il territorio degli attuali sette comuni annettendolo alla Legazione di Urbino, sempre all’interno dello Stato Pontificio. Da allora furono tutti vani i tentativi di ricongiungimento alla Romagna.

I sette comuni dell’Alta Valmarecchia esprimono ai sensi di legge, la volontà di distaccarsi dalla regione Marche con referendum del 2006. Nel 2009 il Parlamento italiano con propria legge approva l’aggregazione dei suddetti sette comuni alla regione Emilia-Romagna, Provincia di Rimini.

Con sentenza n. 246 depositata l’ 8.7.2010, la Corte Costituzionale ha giudicato infondato il ricorso presentato dalla regione Marche sulla presunta illegittimità costituzionale della legge del 2009 relativa all’aggregazione dei sette comuni alla Regione Emilia-Romagna.

ROBERT KENNEDY: IL DISCORSO SUL PIL

Di questi tempi in cui non passa giorno senza che si legga sulla prima pagina di un quotidiano o non venga pronunciata da qualche autorevole commentatore la paroletta “Pil”, acronimo di Prodotto interno lordo, credo sia opportuno rileggere cosa ne pensasse Robert Kennedy, lo statista americano, che, come il fratello John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti, per le sue idee e le sue iniziative politiche venne assassinato nel 1968.

Robert Francis Kennedy, soprannominato Bob, nacque a Brookline, nel Massachusetts, il 20 novembre 1925 da Rose Fitzgerald e Joseph Kennedy. Si sposò nel 1950 ed ebbe undici figli dalla moglie Ethel; l’ultimo nascerà dopo la sua morte.

Laureatosi in legge a Harvard nel 1948, lavorò alla sezione della sicurezza interna del dipartimento della giustizia; il 6 giugno 1952 si dimise per guidare la campagna elettorale del fratello John, che aspirava a diventare senatore e, quando questi vinse le elezioni presidenziali del 1968, gli affidò il ministero delle giustizia.

Dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, si candidò al Senato. Fu vicino al movimento per i diritti civili di Martin Luther King, si oppose alla guerra in Vietnam e, convinto sostenitore dei diritti civili, ricevette l’appoggio dei pacifisti e degli afroamericani anche dopo l’assassinio di King.

Morì in seguito a un attentato all’indomani della vittoria nelle elezioni primarie del Partito Democratico in California e Sud Dakota. Della sua morte venne incolpato un uomo di origine giordana, Sirhan B. Sirhan, ma si presume che sia stato vittima di un complotto a cui parteciparono anche altre persone.

Il 18 marzo 1968 Robert Kennedy tenne presso l’università del Kansas un memorabile discorso con cui mise in risalto l’inadeguatezza del Pil come indicatore del benessere di una nazione. Tre mesi dopo, il 6 giugno 1968, venne ucciso a Los Angeles durante la campagna elettorale che lo avrebbe portato con ogni probabilità a diventare presidente degli Stati Uniti.

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, nè i successi del Paese sulla base del Prodotto interno lordo.

Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.

Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

ITALIANO: PAROLE E AUTARCHIA

Il 5 agosto 1938, sul primo numero della rivista “La difesa della razza”, voluta da Mussolini in persona, si poteva leggere:

Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista.”

Un documento ignominioso che pose le basi per l’introduzione delle leggi razziali, causa dell’umiliazione e della persecuzione degli ebrei in Italia e presupposto alla collaborazione offerta dal Fascismo al sistematico processo di sterminio messo in atto dal Nazismo.

La responsabilità degli intellettuali italiani fu grave ed è stata poi sancita dalla storia.

Gli intellettuali italiani avevano avuto modo già precedentemente, nel 1932, di distinguersi per una presa di posizione che, se non generò gravi conseguenze, fu indice di acquiescenza al regime fascista e al suo esasperato tentativo di affermare e propagandare un effimero nazionalismo, un’italianità esibizionistica, spesso gettando un velo di ridicolo sui suoi zelanti interpreti.

Roma, 5 luglio 1932

La confederazione nazionale dei sindacati fascisti professionisti e artisti, allo scopo di contribuire all’eliminazione delle parole straniere della lingua in uso, ha richiamato la particolare attenzione delle dipendenti organizzazioni sindacali degli autori e scrittori e dei giornalisti (categoria la cui azione in materia è da ritenersi di notevole importanza ed efficacia anche nei riguardi del parlare corrente) sul seguente elenco di voci straniere e di corrispondenti italiane o italianizzate:

Berceau: chiosco; bonne: bambinaia; brochure: opuscolo; en brochure: non rilegato; buvette: bar; cafè chantant: caffè concerto; châlet: casina; charme: fascino; châssis: telaio; chèque: assegno; klakson: clacson; corvée: corvé (nell’uso militare), sfacchinata, ecc.; dancing: sala da ballo; feuilleton: appendice; frack: marsina; gilet: panciotto; golf: farsetto, maglioncino, maglione; masseuse: massaggiatrice; omelette: frittata; paletot: cappotto, pastrano; parvenu: rifatto, arrivato; pendant: riscontro, simmetria; pied à terre: piede a terra; redingote: finanziera; régisseur: regista; rez de chaussée: pianterreno; silhouette: sagoma, figurina; suite: serie; surtout: soprabito; tabarin: tabarino; taxi: tassi; vermouth: vermut; vis à vis: di fronte; viveur: vitaiolo.

La confederazione professionisti e artisti ha vivamente raccomandato ai dirigenti i sindacati che l’eliminazione delle voci straniere secondo l’elenco di cui sopra avvenga non solo negli atti e pubblicazioni ufficiali, ma in ogni manifestazione dell’attività giornalistica e letteraria.

Interessante notare come ci si sia arresi di fronte a klakson (per la precisione, la parola originale inglese è “klaxon”, ma guai a usare la x anglosassone) e corvée, per i quali non si sono trovati sinonimi adeguati.

In quanto a: piede a terra, tabarino e vitaiolo, è facile immaginare l’humour, pardon la comicità, suscitata da una loro adozione al posto degli originali.

Alfredo Spanò

AMARE I LIBRI

Claude Raguet Hirst (1855-1942) The Pleasure of Memory

Ognuno ha le sue preferenze in letteratura, ovviamente! Chi si appassiona alla fantascienza, chi è attratto dal romanzo storico, chi dal noir ecc. Io ho avuto i miei periodi. Credo che, dopo i libri per l’infanzia, la mia prima lettura autonoma sia stata Il corsaro nero di Emilio Sàlgari (“… o Salgàri, che dir si voglia!”, sottolineava il preside del mio liceo), che fu una lettura entusiasmante, capace di farmi navigare nelle acque ribollenti del Mar dei Caraibi sui legni della Folgore e in quelle altrettanto agitate dell’Oceano Indiano assieme alle Tigri di Mompracem. Saccheggiai allora la biblioteca di mio zio che aveva conservato molti libri di Salgari e mi immedesimai nelle avventure di quei fantastici personaggi senza poter immaginare che l’autore non aveva mai compiuto un viaggio in quei lidi lontani e senza conoscerne la vita sventurata.

Il mio viaggio nella letteratura ebbe avvio da Salgari nei primi anni dell’età scolare e proseguì attraversando tutti i capisaldi della narrativa avventurosa, che definire “per ragazzi” è limitativo: Jules Verne, Alexandre Dumas, Jack London, Daniel Defoe, Charles Dickens, Rudyard Kipling, l’immancabile Edmondo De Amicis, Ferenc Molnar.

Percorsi poi un lungo itinerario nel romanzo giallo partendo da Londra, dal 221 B di Baker Street (di Conan Doyle credo di avere letto tutto, per lo meno quanto editato in Italia) per traslocare a Whitehaven Mansions e trasferirmi infine a Parigi nell’appartamento del commissario Maigret e signora al 132 di Boulevard Richard-Lenoir, dove mi soffermai per molto tempo.

Ricordo che uscirono all’epoca della mia giovinezza, quando ero alunno del ginnasio e poi del liceo classico, per i tipi di Mondadori, alcune collane di romanzi gialli, una dedicata all’inizio esclusivamente a Sherlock Holmes e successivamente anche a Jules Maigret dal caratteristico dorso in tela applicata e un’altra, che raccoglieva il meglio dei Gialli Mondadori: I Classici del Giallo, con periodicità quattordicinale, che mi recavo puntualmente ad acquistare nella cartolibreria vicino casa e che ho raccolto dal numero 1 fin oltre al 100 conservandoli ancora oggi, come tutti i libri che ho comperato od ho ereditato. Assieme a molti della Serie Gialla Garzanti mi hanno permesso di conoscere tutte le migliori penne di thriller e noir: Edgar Wallace, Rex Stout, Erle Stanley Gardner, Mickey Spillane, Raymond Chandlery, Ellery Queen sono quelli che ho letto più spesso.

In quegli anni affrontavo contemporaneamente la letteratura classica mondiale grazie agli eleganti volumetti di tela verde della Biblioteca Romantica Mondadori posseduta da mia madre, che mi diede la possibilità di leggere, tra gli altri, Edgard Allan Poe, Gogol, Tolstoi e Dostoyevski. Degli scrittori stranieri conobbi, insieme a tanti altri, William Faulkner, William Somerset Maugham, Ernest Hemingway, John Steinbeck, Graham Greene, Jerome Salinger, Aleksandr Solgenitsin e, più di recente, Mordecai Richler e La versione di Barney, per me uno splendido romanzo giallo. D’altronde, io non ho mai pensato che quella poliziesca sia una letteratura di secondo ordine.

Intanto andavo sviluppando una grande passione per la letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento: da Verga a D’Annunzio a Pirandello, una luce ineguagliabile sulle miserie della natura umana, a Svevo, Tomasi di Lampedusa, Gadda, Berto, Cassola, Tobino, Pratolini, Levi, Bassani, Fenoglio, Marotta, Malaparte, Ginsburg, Bevilacqua, le cui opere ho divorato, spesso preferendole ai libri di scuola. E poi Sciascia, un maestro sotto il profilo dell’onestà intellettuale e della serietà professionale, Bufalino, D’Arzo, intrigante quanto inesplorato e trascurato dalla critica e dagli editori.

In seguito, deluso e tediato dai nomi nuovi e ridondanti della narrativa contemporanea e da quell’editoria sbandierata nelle trasmissioni di una televisione prepotente e non più ragionata, che usava copertine di cartoncino sottile con i titoli a grandi lettere metallizzate e pessima carta, rinunciai sempre più spesso alle visite nelle librerie calde e odorose di legno, cellulosa e polvere, sempre più rare e sempre più lontane, e cominciai a ordinare i libri attraverso Internet orientandomi verso quelli che potevano migliorare l’attività primaria della mia professione: la scrittura.

Mi rifornii di molti manuali e lessi Calvino, Carver e alcuni saggi sulla lingua italiana, appassionanti a volte quanto un romanzo, contemporaneamente a un buon numero di raccolte di aforismi e citazioni. Voglio ricordare Tra le pieghe delle parole di Gian Luigi Beccaria, viaggio indiscreto e avvincente nei recessi della nostra lingua.

Qualcuno mi fece conoscere Il pane selvaggio di Piero Camporesi, letterato e studioso della storia minima e del dramma quotidiano che sfugge alla storiografia, di cui lessi poi diversi altri titoli prima di dedicarmi ad approfondire i lati oscuri della nostra storia e i tanti crimini compiuti nelle nostre guerre e mai puniti, della cui testimonianza rendo merito allo storico Angelo Del Boca.

La letteratura ha per ciascuno di noi anche dei colori, quelli delle collane che occupano gli scaffali della nostra biblioteca. Per me sono il verde della Biblioteca Romantica e della Medusa, il grigio della BMM, la Biblioteca Moderna Mondadori, e della BUR, la Biblioteca Universale Rizzoli, che ebbe il merito di consentire a tutti di impadronirsi con poche lire di capolavori dell’antichità latina e greca e della letteratura classica italiana e straniera di ogni tempo, il blu della deliziosa La Memoria di Sellerio, il bianco degli antichi Coralli Einaudi e la fantasmagoria di tonalità degli Adelphi.

De La Memoria di Sellerio voglio ricordare la piacevole sensazione della scoperta che ho provato leggendo tante piccole perle della letteratura italiana e straniera e alcune opere curiose come Del furore di aver libri di Gaetano Volpi; tra Gli Adelphi non dimentico Il duello, di Giacomo Casanova, dallo stile moderno e coinvolgente.

Ho attraversato pressoché indenne l’epoca dei libri scritti dai comici e cabarettisti di grido, per lo più figli di Zelig, che rappresentarono un bel salto di qualità, verso il basso, dell’editoria italiana che allora stava passando di mano. Ricordo di essere cascato un paio di volte in fallo. A quei tempi, preso da uno spontaneo moto di simpatia, lessi anche la prima opera letteraria di Fabio Volo e di Tiziano Sclavi, furono probabilmente gli unici libri di cui mi sia sbarazzato in vita mia. La delusione che mi provocarono stile e contenuto fu tanta che, da quel punto in poi, fatte salve poche eccezioni, abbandonai la ricerca di riferimenti tra le opere contemporanee, un mio limite sicuramente, che però ancora non sono riuscito a superare.

Alfredo Spanò

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ARTICOLO 1 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Come cittadino di questa Repubblica mi piacerebbe che l’articolo 1 trovasse piena applicazione e non fosse solo una dichiarazione utopica.

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”; queste prime parole della Costituzione mi fanno dubitare della credibilità e dell’affidabilità di questo documento.

Se c’è scritto che questo paese è fondato sul lavoro, perché c’è un tasso di disoccupazione giovanile pari al 44,2%? Perché il tasso complessivo sta al 12,3%?

C’è qualcosa che non quadra…

Se ai piani alti non hanno intenzione di far abbassare queste cifre, almeno abbiano il coraggio di modificare l’articolo 1.

“L’Italia è una repubblica democratica, NON fondata sul lavoro.”

Commentare le sue considerazioni non è impresa da poco e la ringrazio per la fiducia. Ci proverò, punto per punto.

Non lo faccio partendo da conoscenze giuridiche, che non mi appartengono, ma sulla base dell’esperienza personale e di un lungo impegno in ambito sociale e culturale.

La Costituzione è stata scritta a costo di approfondite discussioni e faticose mediazioni dalle intelligenze politiche e culturali più acute e capaci della neonata Repubblica Italiana, appartenenti a tutte le forze che avevano contribuito ad abbattere il fascismo, ma ispirantesi a ideologie contrastanti fra loro e a progetti sociali diversi. Tuttavia, è stata approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947, promulgata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre ed è entrata in vigore il 1 gennaio dell’anno successivo.

La Costituzione è il corpo fondamentale delle leggi dello Stato Italiano a cui tutte le altre leggi devono conformarsi.

Non è dell’affidabilità e della credibilità del documento che dobbiamo dubitare. La Costituzione è stata scritta con l’intento di fissare i capisaldi di una nuova Repubblica ed è chiaro che quanto definisce non può essere se non il risultato di un lungo percorso di ricostruzione materiale, morale, giuridica e civile di un Paese sconfitto e distrutto dalla Seconda Guerra Mondiale.

Si deve dubitare piuttosto dell’affidabilità e della credibilità di una classe politica che in quasi 70 anni non è riuscita a realizzare compiutamente il dettato costituzionale.

Questo è accaduto per incapacità, per subalternità a interessi diversi e perché chi ha governato, soprattutto negli ultimi decenni, non ha condiviso i principi e gli scopi dei padri costituenti.

Dagli anni Settanta in poi è iniziata una profonda ristrutturazione dei criteri e dell’organizzazione del lavoro sulla spinta dell’esplosione tecnologica e della globalizzazione, controllata dai centri di potere economico mondiale, indirizzata alla precarizzazione del lavoro, alla competitività, alla mobilità e allo sfruttamento della manodopera al fine di ridurne i costi, di assottigliare i compensi, di impoverire le garanzie e i servizi sociali, di indebolire le difese dei lavoratori e le organizzazioni sindacali. Anche il cosiddetto Jobs Act (si potrebbe spendere qualche pagina per analizzare le scelte comunicative in lingua straniera, ridondanti e d’effetto) ne è un esempio.

In Italia, in particolare, si è rinunciato a scelte precise in merito agli indirizzi di sviluppo economico, alle pianificazioni a medio e lungo termine nei campi dell’istruzione, della ricerca e della produzione, tali che permettessero di identificare i settori di sviluppo fonte di più vaste opportunità occupazionali. Ciò ha contribuito alla creazione di una vasta area di giovani che non riescono a trovare lavoro nel settore per il quale si sono preparati, ma vanno ad alimentare la massa di manodopera a basso costo destinata ai lavori temporanei, stagionali, irregolari.

Alfredo Spanò

LA BARBARIE DELLA REALPOLITIK

Soprattutto due interventi, all’interno del dibattito nato dal caso Regeni, rispecchiano tutta l’ipocrisia, l’inadeguatezza e la barbarie della realpolitik.

Se lo stile e la forma garbati velano i contenuti dell’articolo di Sergio Romano sul Corriere della Sera, le dichiarazioni di Edward Luttwak, intervistato durante una trasmissione radiofonica, rivelano con brutalità e volgarità tutta la violenza e l’opportunismo politico del suo pensiero.

E sappiamo che non vi è purtroppo un forte sistema di sicurezza, in un Paese minacciato dal terrorismo islamista, se il governo non lascia ai suoi servizi di polizia un certo margine di libertà.” Dice Romano, che dietro ai giri di parole nasconde la realtà di una dittatura in cui non esistono margini né per il dissenso né per l’opposizione e in cui la violenza e l’assassinio sono elevati a sistema di governo.

Da quando Al Sisi è al potere, denunciano le organizzazioni per i diritti umani, si contano centinaia di sparizioni, decine di migliaia di arresti e oltre 1700 condanne a morte; la tortura è praticata abitualmente, la libertà d’espressione è pesantemente limitata, i sostenitori dei diritti umani e i giornalisti subiscono persecuzioni e processi.

Secondo Romano e Luttwak dobbiamo rassegnarci al fatto che in Egitto ai cittadini, come Shaimaa el-Sabbagh, l’attivista uccisa da un poliziotto un anno fa durante un corteo pacifico a Il Cairo, non sia consentito di svolgere attività politica e siano negati i più elementari diritti civili. Poiché l’Egitto sta combattendo contro l’Is siamo obbligati a tollerare che venga negato qualsiasi spazio democratico, che non possa esistere libertà di stampa, che vengano usati i mezzi di repressione più barbari e feroci e che qualsiasi tentativo di espressione contraria al regime venga represso nel sangue. Alla faccia del progresso civile e dei diritti dell’uomo internazionalmente riconosciuti.

Che cosa sarebbe successo se avessimo preteso di spiegare al governo britannico quali erano i metodi accettabili per la lotta contro il terrorismo dell’Ira. Che cosa sarebbe successo se le democrazie europee, dopo gli attentati alle Torri Gemelle, avessero detto al governo americano che i metodi della Cia erano intollerabili, che Guantanamo era un orrendo lager, che non era giusto rapire un imam nelle strade di una delle nostre città per trasferirlo in un Paese (spesso, guarda caso, l’Egitto) dove sarebbe stato torturato?” Si chiede Romano. Infatti, in nome della subalternità a Stati Uniti e Gran Bretagna ben poche voci si sono alzate a denunciare le gravi violazioni compiute in quelle occasioni.

L’Italia ha sempre chinato il capo di fronte alla prepotenza dell“alleato” americano (basta pensare all’umiliante comportamento tenuto dopo la strage del Cermis), e se la magistratura, in occasione del rapimento di Abu Omar ha fatto il suo dovere, di recente il nostro ingessato capo dello stato ha provveduto a graziare gli agenti della Cia coinvolti nel sequestro, a cui seguì la consegna dell’imam all’Egitto, dove fu interrogato sotto tortura.

Come non provare disgusto per le affermazioni irridenti di Edward Luttwak che ha trascorso una vita a sostenere la supremazia degli Usa nel mondo con qualsiasi mezzo ed è stato uno degli artefici del golpe del 1973 in Cile?

Magari Regeni è stato ucciso da un’amante, da un poeta o da chissà chi. Il governo egiziano ci sta proteggendo… Un disappunto, una critica o qualsiasi dichiarazione italiana che eroda l’Egitto sono irresponsabili. Il governo italiano non deve dire niente.”

In concreto, non siamo solo alleati di Al Sisi, che il presidente del consiglio Renzi considera “un grande leader” e della cui “amicizia” va fiero, ma complici e, come nel caso di Abu Omar, lasciamo che sia l’Egitto a fare il lavoro sporco per conto nostro.

Questa realpolitik serve a sostenere il sistema di sopraffazione che le nazioni più potenti esercitano su altre più deboli a fini politici ed economici, un sistema di ingiustizie che alimenta gli odi e i movimenti terroristici, provoca le migrazioni di massa, dà spazio alle organizzazioni criminali e alimenta la rete di guerre sciagurate che infiammano continuamente diverse regioni del mondo, “una terza guerra mondiale combattuta a pezzi con crimini e massacri” alla cui base ci sono “la cupidigia, l’intolleranza, l’ambizione al potere”, come ha denunciato chiaramente Papa Bergoglio.

È possibile che non esista altra strada se non quella dell’acquiescenza nei confronti delle superpotenze e dell’alleanza con stati altrettanto barbari e feroci quanto i nostri nemici?

L’Europa sta costruendo attorno a sé un baluardo contro il fanatismo dell’Is e le correnti migratorie costituito da democrazie esautorate, come l’Ucraina, o monarchie assolute e dittature sanguinarie in cui la popolazione non ha diritti, come la Turchia e l’Egitto, l’Arabia Saudita e il Bahrein.

Oggi dobbiamo chiederci se è questo che vogliamo: barattare la nostra civiltà e i nostri ideali con una presunta sicurezza fondata su muri e barriere di filo spinato, la cui difesa affidiamo a satrapi senza scrupoli e ai loro tagliagole, rifornendoli di armi che saranno usate per opprimere il proprio popolo e massacrare quelli degli stati con cui sono in guerra per procura nostra.

Abbiamo oggi davanti agli occhi i risultati delle strategie espansionistiche e delle guerre condotte dalle grandi potenze, della complicità degli stati satelliti, come il nostro, della rinuncia a una nostra politica estera. L’instabilità regna sovrana, ogni giorno scoppia un nuovo focolaio di guerra e la realpolitik dimostra chiaramente di essere incapace di risolvere definitivamente i problemi, al contrario, di amplificarli e di creare per il futuro situazioni di maggiore tensione.

Basta guardare come si sia inserita la Russia nella guerra in Siria e come sia riuscita in poche ore, con i suoi bombardamenti indiscriminati (ma certo non possono essere gli Stati Uniti, maestri nei bombardamenti “intelligenti” su popolazioni e ospedali, a fornire lezioni di morale), ad ampliare il fronte della guerra e a destabilizzare ulteriormente l’Europa provocando nuove ondate di immigrazione che creeranno nuove tensioni e fratture fra gli stati.

Mentre la guerra allo Stato Islamico si rivela, almeno in parte, una copertura per altre losche contese, la linea della realpolitik ci trascina piuttosto al disastro che alla salvezza e, se si presenta come furbizia tattica, alla resa dei conti appare autolesionistica e fondamentalmente stupida.

http://www.corriere.it/opinioni/16_febbraio_14/domande-cairo-caso-giulio-regeni-4c1a0402-d293-11e5-be28-b2318c4bf6d8.shtml?refresh_ce-cp

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/02/12/luttwak-choc-regeni-magari-lha-ucciso-unamante-se-uno-fa-cose-pericolose-si-assuma-i-rischi/479596/

GIORNALISMO: IL COMUNICATO STAMPA

Il comunicato stampa non è cosa di oggi, come dimostra la lettera di Giuseppe Garibaldi del 4 agosto 1854, pubblicata dall’Italia del Popolo di tre giorni dopo.

Siccome dal mio arrivo in Italia, or sono due volte che io odo il mio nome mischiato a dei movimenti insurrezionali – che io non approvo, – credo mio dovere pubblicamente manifestarlo, e prevenire la gioventù nostra, sempre pronta ad affrontare pericoli per la redenzione della patria, di non lasciarsi così facilmente trascinare dalle fallaci insinuazioni di uomini ingannati od ingannatori, che spingendola a dei tentativi intempestivi, rovinano, e screditano la nostra causa.”

Genova, 4 agosto 1854.

Giuseppe Garibaldi

(Italia del Popolo, 7 agosto 1854.)

E sono sicuro che, andando indietro nel tempo, la storia ce ne renderebbe altri.

Compito dell’ufficio stampa di un ente o un’azienda è quello di comunicare all’esterno i contenuti elaborati dai diversi organismi o dalle figure gerarchiche e istituzionali. Per fare ciò lo strumento principale è il comunicato stampa che si distingue da altre tipologie testuali, come l’articolo, la relazione, la lettera ecc. perché deve essere stilato con precise caratteristiche rispetto ai contenuti e alla forma:

– deve avere un titolo e, a volte, un sommario

– deve contenere notizie assolutamente veritiere e verificate

– deve presentare le informazioni secondo un opportuno ordine

– deve essere scritto in modo chiaro e leggibile

– deve essere svolto sinteticamente

– deve essere composto da periodi brevi

– deve essere articolato in blocchi

Tutto questo per venire incontro alle esigenze dei giornalisti, che decideranno se e come pubblicarlo e lo filtreranno in base a criteri personali, e alle nostre: quelle di raggiungere i cittadini con un’informazione corretta e leggibile riguardo alle nostre idee e azioni.

Ad esempio, se diamo la possibilità al giornalista di ritagliare velocemente il comunicato senza stravolgerne il contenuto, avremo fatto un buon lavoro; quasi mai, per motivi di spazio o per scelta soggettiva, il comunicato viene stampato integralmente.

E avremo fatto un buon lavoro, se avremo individuato in anticipo e inserito nel testo le risposte alle domande che passeranno per la mente del giornalista leggendo il comunicato.

Il comunicato stampa può essere accompagnato da allegati, di particolare importanza in quanto contribuiscono a favorire la pubblicazione delle informazioni o a metterle in maggior risalto agli occhi del lettore:

– fotografie (con le relative didascalie compilate in modo esaustivo)

– profili

– schede tecniche

– grafici

Soprattutto alcuni giornali locali non hanno un archivio fotografico particolarmente ricco e una buona foto può risolvere un problema di impaginazione o arricchire una pagina altrimenti graficamente pesante; d’altra parte, una fotografia indirizza l’occhio del lettore verso l’articolo che la accompagna e ne accresce il peso.

Allo stesso modo sarebbe opportuno realizzare delle foto da allegare al comunicato qualora questo riguardi temi collegati a strutture o avvenimenti riproducibili.

Un comunicato stampa che contenga argomenti validi, redatto professionalmente, bene impaginato e accompagnato da allegati di qualità è il preludio alla pubblicazione e a un rapporto di fiducia tra giornalista e ufficio stampa, che si traduce in disponibilità all’ascolto.