CELIDONIA

In Russia è ancora tradizione popolare utilizzare il lattice di Celidonia per eliminare le verruche: si cosparge il porro con la linfa che fuoriesce dal gambo spezzato, si estirpa la parte inferiore della pianta e la si pone rovesciata sul terreno; quando la radice sarà seccata, sarà scomparso anche il porro. Ma l’azione caustica della linfa di Celidonia è nota anche in Italia dove, fino al secolo scorso era utilizzata per la cura di calli, verruche e porri, tanto da essere conosciuta come “erba da porri” e in tempi più lontani era ampiamente impiegata in campo medico grazie alla capacità di lenire il dolore in quanto i suoi principi attivi sono analoghi a quelli dell’oppio. Tutta la pianta e in particolare la radice è tossica per il contenuto di alcaloidi.

Ritenuta magica, faceva parte delle erbe della notte di San Giovanni, che dovevano essere raccolte all’alba del 24 giugno.

La celidonia (Chelidonium majus) è una pianta erbacea perenne provvista di radice a fittone; il fusto, eretto, cavo, quando viene spezzato emette un lattice arancione; produce piccoli fiori gialli, raccolti in racemi e, come frutto, una siliqua allungata, contenente numerosi semi. È molto diffusa ovunque, da 0 a oltre 1300 m s.l.m., lungo i sentieri, vicino a muretti e macerie, negli incolti. Fiorisce da maggio a ottobre.

Si riteneva che il nome Chelidonium derivasse da “coeli donum” (dono del cielo) mentre, secondo Dioscoride, deriva dal greco “chelidòn” (rondine) in quanto la fioritura inizia con il ritorno delle rondini e cessa in autunno, alla loro ripartenza.

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PRUGNOLO

Il prugnolo (Prunus spinosa) è un arbusto spinoso e caducifoglio, presente in tutte le aree del Mediterraneo dalla chioma molto intricata e irregolare composta di foglioline ellittiche dai margini dentati. I fiorellini bianchi si aprono numerosissimi prima della comparsa delle foglie e il frutto, simile a un prugna lillipuziana, è blu scuro a maturazione, contiene un nocciolo ed è ricoperto di una pruina bianca.

Le prugnole, immangiabili finché non completano la maturazione per l’acidità e l’elevato contenuto di tannino, divengono gradevoli, fresche e dissetanti, a fine autunno e con le prime gelate, ma è nella preparazione di tisane, sciroppi e liquori che questo minuscolo frutto dà il meglio di sé.

Sciroppo di prugnole

Ingredienti: 1 kg di prugnole, 1 kg di zucchero di canna, un limone

Preparazione: lavate i frutti, disponeteli in un contenitore di vetro a chiusura ermetica, che va riempito solo per i 2/3, alternativamente a degli strati di zucchero e aggiungete il succo del limone.

Tenete il vaso al sole o presso una fonte di calore perché lo zucchero si sciolga ed estragga il succo dai frutti.

Di tanto in tanto agitate il vaso.

Dopo un mese o più, quando lo zucchero sarà completamente sciolto, filtrate e utilizzate allungando con acqua.

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MONTETIFFI: IL PONTE SULL’USO

L’antico ponte, restaurato nel 2006, è situato ai piedi del monte di Montetiffi, ha una luce di 10 m e una larghezza di 2. Un unico ampio arco, realizzato in pietra concia, scavalca la gola scavata nella roccia dall’Uso.

Alla base del ponte resistono al tempo i ruderi di un mulino di epoca medievale.

La costruzione del ponte viene correlata a quella della vicina Abbazia di Montetiffi, nei secoli XI – XII, quale elemento di congiunzione tra le valli del Rubicone, dell’Uso e la Valmarecchia. Per la sua funzione strategica è stato conteso tra le diverse comunità religiose del Montefeltro e infine tra i Malatesta e i Montefeltro.

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VIOLA

La viola mammola (Viola odorata), detta comunemente violetta, è una specie della famiglia delle Violaceae, molto diffusa in Europa e Asia. È una piantina perenne molto nota per le sue caratteristiche estetiche e per l’utilizzo in profumeria oltre che in ambito gastronomico e officinale. Cresce all’ombra in terreni umidi, fiorisce da febbraio a maggio e si propaga facilmente grazie all’apparato radicale formato da stoloni. Le tipiche foglie cuoriformi di colore verde brillante circondano i piccoli fiori pentapetali dal bel colore viola.

In passato la viola veniva candita e abbinata ai marron glacé. Chi non è più giovane ricorderà che in autunno nelle vetrine delle migliori pasticcerie della città comparivano grandi vassoi di marron glacé a cui facevano da contrappunto cromatico le macchie viola delle mammole candite, una prelibatezza di cui si è quasi persa traccia. In cucina la violetta può anche essere inserita nelle insalate a cui dà colore, profumo e sapore.

In erboristeria della violetta si usano fiori, foglie e rizomi. Con i primi si ottengono tisane e sciroppi che possiedono doti antinfiammatorie e sono considerati un ottimo rimedio contro tosse e catarro.

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LAUROCERASO

Il lauroceraso (Prunus laurocerasus) è un elegante arbusto sempreverde che può raggiungere dimensioni imponenti, simili a quelle di un albero. Le foglie sono allungate, di un bel verde brillante e dai fiori bianchi, riuniti in racemi, originano drupe simili a piccole olive nere. Il portamento e la caratteristica di non spogliarsi delle foglie in inverno lo fanno prediligere nell’esecuzione di siepi da recinzione.

In passato il lauroceraso veniva utilizzato in erboristeria, ma tale impiego è stato abbandonato e addirittura proibito anche in ambito cosmetico in quanto contiene glucosidi cianogenetici, i quali liberano acido cianidrico, altamente tossico fino a divenire letale a seconda della dose ingerita.

Tuttavia appartiene alla tradizione popolare un piacevole liquore, il laurino, che ho bevuto senza subire danni, e di cui posseggo la ricetta, che finora però non ho ancora mai preparato.

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ACETO DEI QUATTRO LADRONI

Questa leggenda (o storia vera che sia) viene tramandata in più versioni e viene ambientata in località diverse.

A Tolosa, nel 1630, durante un’epidemia di peste, quattro ladri saccheggiarono le abitazioni dei malati e dei defunti depredandole senza contagiarsi. Arrestati, furono condannati all’impiccagione, ma fu loro promessa la grazia se avessero rivelato cosa li rendeva immuni dalla malattia. I quattro confessarono di cospargersi il corpo con un aceto in cui venivano fatte macerare varie erbe, tra cui timo, salvia, lavanda e rosmarino. La ricetta (anch’essa descritta diversamente a seconda delle fonti), ha subito molte rielaborazioni ed è passata alla storia con il nome di “aceto dei quattro ladroni”, capace di proteggere dalle malattie infettive.

La ricetta originale, elaborata successivamente con l’aggiunta di altri ingredienti, è la seguente.

Ingredienti: salvia, rosmarino, alloro, timo, lavanda, aglio, noce, chiodi di garofano, cannella, ginepro (ramoscelli e bacche), 1 cucchiaio di miele, 1 l di aceto bianco o rosso.

Preparazione: mettete in un vaso un cucchiaio di foglie di salvia, un cucchiaio di foglie di rosmarino, un cucchiaio di foglie di timo, un cucchiaio di foglie e di fiori di lavanda dopo averli tutti triturati; aggiungete uno spicchio d’aglio schiacciato. Questa sarebbe la ricetta più antica, ma potete integrarla con un cucchiaio di foglie di noce e un cucchiaio di foglie di alloro triturate, un cucchiaio di ramoscelli e bacche di ginepro triturati, un cucchiaio di chiodi di garofano e una stecca di cannella pestati. Aggiungete il miele, ricoprite tutto con 1 litro di aceto, lasciate macerare per sette giorni e filtrate. Questo aceto preparato a freddo può essere conservato a lungo; ha proprietà antisettiche e per prevenire le malattie si consiglia di bagnare con qualche goccia i polsi e le tempie due volte al giorno.

Ah, sembra che il giudice non sia stato di parola e, una volta rivelata la composizione del rimedio, abbia fatto impiccare i quattro ladroni senza nessuna indulgenza.

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BORRAGINE

Con il sopraggiungere della primavera, presto si noteranno ai margini dei prati, a ridosso degli incolti e dei terreni abbandonati, lungo i margini dei campi e delle strade, dal livello del mare fino a un’altitudine di circa 1000 m, delle screziature di azzurro intenso che segnalano la presenza della borragine (Borago officinalis), una pianta di altezza massima di poco superiore ai 50 cm., ricoperta di una fitta peluria argentea. Da un fusto principale eretto si originano i rami secondari portanti i caratteristici fiori dal vivace colore ceruleo.

Nonostante l’aspetto ispido, la borragine è molto apprezzata in diverse regioni d’Italia; le foglie più tenere e i fiori (il sapore ricorda vagamente quello del cetriolo) sono ottimi crudi, in insalata, e cotti, in minestre, fritti in pastella o elaborati come farcia per i ravioli.

Tuttavia l’uso della borragine, soprattutto cruda, viene sconsigliato sempre più spesso, in particolare alle donne in gravidanza e a chi soffre di problemi di natura epatica, per la presenza nelle parti aeree della pianta di alcaloidi pirrolizidinici con attività epatotossica, genotossica e carcinogenica.

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TISANA DI FRUTTA SELVATICA

Se avete la buona abitudine di fare delle camminate in zone in cui la natura offre i suoi frutti selvatici, dove crescono il rovo, il prugnolo, il nespolo, la rosa canina, il crespino, il corniolo ecc., o dove persistono campi e frutteti abbandonati, in cui potrete trovare viti, meli e peri di tipi non più presenti nei mercati, cotogne, melograni, sorbi ecc., portate con voi un cestino e riempitelo con i frutti che vi offrono le diverse stagioni dell’anno. Non tutti questi frutti possono piacere, mele e pere selvatiche spesso sono dure e di sapore aspro, altri, come le nespole e le sorbe (che devono essere ammezzite), hanno molti semi e mangiarle richiede un esercizio di pazienza. In questo caso, lavateli, metteteli in una pentola con dell’acqua e lasciateli bollire lentamente per una trentina di minuti. Ne ricaverete un succo profumato e lievemente agro, salutare e dissetante, che potrete addolcire a piacere con del miele e bere tiepido o freddo.

Io di recente ne ho preparato uno con i seguenti ingredienti, ma potete sbizzarrirvi mescolando ciò che riuscirete a trovare.

Ingredienti: 300 gr di nespole, 200 gr di azzeruole, 100 gr di prugnole, 50 gr di cinorrodi (le bacche della rosa canina), 2 mele, 2 pere, 1/2 melagrana, 2 chiodi di garofano, 1 rametto di finocchio selvatico, 2 l d’acqua.

Preparazione: sciacquate la frutta e controllate che non abbia dei parassiti, tagliate le mele e le pere a tocchi, ricavate gli arilli (i chicchi) della melagrana e metteteli assieme agli altri ingredienti in una pentola con l’acqua. Accendete il fuoco e fate bollire per mezz’ora a fuoco moderato. Lasciate raffreddare, filtrate, aggiungete del miele a piacere e la bevanda è pronta.

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COTOGNATA

Presto le cotogne verranno a maturazione e sarà ora di raccoglierle e preparare la cotognata. Questa è la mia ricetta.

Ingredienti: : 1 kg di cotogne, 800 g di zucchero, 2 limoni, cannella, chiodi di garofano.

Lavate le cotogne e ripulitele della peluria che le ricopre con un panno di cotone.

Ripulitele del picciolo e del torsolo e tagliatele a piccoli pezzi mantenendo la buccia che è ricca di pectina.

Mettete i pezzi in una pentola, aggiungete il succo di un limone e acqua fino a ricoprirli, portate a bollore e cuocete a fuoco lento fino a che non si saranno ammorbiditi.

Scolateli bene e rimetteteli nella pentola, ricopriteli con lo zucchero e aggiungete il succo del secondo limone, cannella e chiodi di garofano a piacere.

Cuocete a pentola scoperta e a fuoco lento e iniziate a mescolare quando lo zucchero comincia a sciogliersi.

Continuate a cuocere a fuoco lento mantenendo la pentola scoperta e mescolando di tanto in tanto per evitare che il composto si attacchi al fondo fino al raggiungimento della giusta consistenza.

Versate il composto bollente nei vasi di vetro precedentemente sterilizzati, chiudeteli perfettamente e poneteli rovesciati a raffreddare.

In alternativa, ricoprite il fondo di una teglia rettangolare a bordo basso con un foglio di carta da forno, versate il composto fino a raggiungere uno spessore di 2 – 3 cm e proteggete con un altro foglio di carta da forno e un telo di cotone.

Lasciate riposare per tre giorni, poi tagliate la cotognata a cubetti, passateli nello zucchero e avrete ottenuto dei gustosissimi dolcetti.

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PERA COCOMERINA

L’albero che produce la pera cocomerina, conosciuta anche come pera briaca (Pyrus communis), è particolarmente rustico e resistente e predilige quote superiori ai 600 m; fiorendo a maggio, sfugge alle recrudescenze del freddo.

Il frutto, i cui nomi derivano dal particolare colore rosso vinoso della polpa, giunge a maturazione a fine agosto, è granuloso, di sapore molto gradevole, ma scarsamente serbevole.

Fino a pochi anni fa rimanevano pochi esemplari di alberi sparsi in prossimità delle case coloniche o nei campi, poi è stato creato un Presidio Slow Food in cura all’Associazione Pro Ville di Montecoronaro (http://www.peracocomerina.it), che ha il compito di valorizzare e incrementare la coltivazione della pera cocomerina nelle campagne dell’appennino cesenate creando una rete di coltivatori che si occupano di raccogliere il prodotto, di trasformarlo in confetture e liquori e di commercializzarlo.

Con la pera cocomerina si producono ottime marmellate.

Marmellata di pera cocomerina

Ingredienti: 1 kg di pere cocomerina, 500 gr di zucchero, 1 arancia, cannella.

Preparazione: lavate, sbucciate e private del torsolo le pere, tagliatele a pezzi e mettetele in una pentola con un po’ di cannella e la buccia dell’arancia grattugiata, aggiungete 250 cl di acqua e fate cuocere per 15 minuti. Unite lo zucchero, mescolate e continuate la cottura finché la marmellata non avrà raggiunto la giusta consistenza, quindi versatela in vasi di vetro sterilizzati.

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CRESPINO

I crespino (Berberis vulgaris) è un arbusto spontaneo dal gradevole aspetto utilizzato per la creazione di siepi divisorie. Il nome deriva dal latino (acrispinum) e si riferisce agli appuntiti aculei che lo difendono. Diffuso in tutta Europa, porta rami striati longitudinalmente e piccoli fiori gialli a grappolo. I frutti, ovoidali, di un vivace colore rosso, maturano a fine estate, hanno un gradevole sapore acidulo e sono ricchi di vitamina C. Si possono consumare freschi o utilizzare per ricavare una confettura molto apprezzata e ottime bibite dissetanti.

Il crespino era impiegato fin dall’antichità per la creazione di recinzioni finché, nella seconda metà dell’Ottocento, si è scoperto che è portatore di un parassita: la Puccinia graminea, un fungo microscopico responsabile della ruggine del grano e di altre graminacee; da allora la sua diffusione è stata molto contenuta e in alcune nazioni, come Germania e Francia, la sua eliminazione venne imposta per legge.

Trascrivo la ricetta di un elisir che mi è stato molto decantato, pur non avendo avuto ancora occasione di sperimentarlo.

Grappa al crespino

Ingredienti: 200 gr di frutti di crespino, 1000 ml di grappa “morbida”.

Preparazione: conservate la grappa e i frutti di crespino in un contenitore di vetro trasparente a chiusura ermetica che va riempito solo per i 2/3, collocate il vaso al sole per 20 giorni, quindi filtrate e imbottigliate. Lasciate a riposo al buio e al fresco per 6 mesi prima di assaggiare.

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LE MAESTÀ

Le maestà o edicole o pilastrini, piccole costruzioni sormontate da un tempietto, aperto anteriormente, vere e proprie cappellette che custodiscono un’immagine sacra, sono tuttora molto comuni nel territorio del Montefeltro.

Si tratta della manifestazione di un culto molto antico, che risale almeno al Medioevo come espressione del Cristianesimo, ma rappresenta l’evoluzione di forme di religiosità precedenti, come quella romana, dedicata a Ecate Trivia, la cui raffigurazione veniva collocata all’incrocio di più strade, considerato luogo dotato di proprietà magiche.Anche il vocabolo edicola deriva dal latino aedicula, diminutivo di aedes (tempio) che indica i tempietti al cui interno era custodita l’effigie di una divinità.

Le maestà si trovano ovunque, prevalentemente all’origine dei sentieri, ma anche a lato delle strade, sul bordo di un prato, sulle pareti di un edificio o inserite nei massi erratici: sono il segno di una fede popolare, a volte la testimonianza di una grazia ricevuta.

Sentieri e mulattiere erano percorsi un tempo con grande rischio da pellegrini e viandanti e da chi svolgeva ogni genere di attività: contadini, pastori, boscaioli e carbonai, trafficanti di ogni genere di merci e le maestà favorivano l’orientamento e fungevano da segnavia, ma offrivano anche conforto spirituale e rassicuravano il viaggiatore che doveva affrontare lunghi spostamenti a piedi nelle campagne, nei boschi, tra i monti, con qualsiasi clima, dormendo all’addiaccio o in rifugi di fortuna.

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ERBA TRINITÀ

Il nome di genere dell’erba trinità (Hepatica nobilis) deriva dal latino (hepar = fegato), per il colore della pagina inferiore e la forma della foglia, che ricorda appunto quella del fegato.

La sua antica fama è legata a supposte proprietà farmacologiche probabilmente risalenti alla teoria rinascimentale della “signatura” che attribuiva a colore e forma di una pianta un effetto terapeutico nei confronti di un organo simile del corpo umano. Contiene una sostanza tossica che perde la sua efficacia dopo l’essiccazione. Se ne conosce anche un uso cosmetologico risalente al XVI secolo, quando le donne se ne servivano per sbiancare la pelle.

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ERBE E FRUTTI SPONTANEI

Molte volte una camminata non si conclude nel momento in cui appoggi zaino e bastone e ti togli gli scarponcini, ma continua in cucina. A seconda delle stagioni, la natura offre la possibilità di raccogliere un’infinità di erbe, frutti, funghi con cui realizzare piatti squisiti, energizzanti marmellate, dolci coloratissimi e profumati, bevande dissetanti, giovevoli tisane e saporiti liquori.

Tra le erbe, molto ricercate in Romagna sono le rosole che, come già descritto, vengono usate per farcire i cassoni, ma anche gli stridoli (Silene vulgaris), dal delicato sapore di pisello fresco, con cui si può preparare un appetitoso sugo da dedicare a casalinghe tagliatelle, e l’asparagina. Tra i funghi, non solo ovoli, porcini, galletti e prugnoli, ma altrettanto buoni, se preparati secondo le ricette che più gli si addicono, spugnole, mazze da tamburo, trombette dei morti, alcuni agarici e altri ancora. Non occorre essere un erborista per riconoscere la menta, la camomilla, la malva, la viola e i fiori di tiglio, con cui preparare salutari tisane. Gli arbusti, come il rovo, la rosa canina, il ginepro, il crespino, il prugnolo, il nocciolo, il corniolo, ci regalano i loro piccoli frutti che entrano a far parte di innumerevoli preparazioni. Ma attenzione, alcune piante potrebbero essere considerate in pericolo di estinzione ed essere protette; quindi la loro raccolta potrebbe costarvi una multa salata. I regolamenti variano di Regione in Regione ed è bene informarsi prima.

Un ottimo liquore è il “prugnolino” realizzato con i frutticini di un arbusto, il prugnolo (Prunus spinosa), dall’aspetto di minuscole prugne, che si raccolgono a fine estate e hanno un sapore molto agro. Ecco la mia ricetta.

Liquore di prugnole

Ingredienti: 500 gr di frutti di prugnolo, 400 gr di zucchero, 500 ml di alcol, 400 ml di acqua; 5 grani di caffè, 1 scheggia di cannella, la scorza di 1/2 limone.

Preparazione: sciogliete lo zucchero nell’acqua intiepidita, mescolate tutti gli ingredienti e conservateli in un contenitore di vetro a chiusura ermetica che va riempito solo per i 2/3, lasciate a riposo al buio per 60 giorni avendo cura di agitare spesso, filtrate e imbottigliate. Avrete ottenuto un ottimo digestivo.

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CASSONE

… o “cascione” è un prodotto tipico della cucina romagnola che si ottiene farcendo una piadina ripiegata a metà e serrandone i bordi in modo da creare una mezzaluna. Lo troverete lungo la costa, ma anche all’interno e lungo tutta la Valmarecchia fino ai confini con la Toscana. Tra i ripieni più comunemente usati per farcire i cassoni vi sono: patate e salsiccia, zucca e patate, pomodoro e mozzarella, spinaci e mozzarella, speck e scamorza, radicchio e gorgonzola, pomodori in gratin, ma il più tradizionale e forse il più appetitoso è quello realizzato con le “erbette” o con le “rosole” che, facendovi accompagnare da chi le sa riconoscere, potrete raccogliere nei campi ai primi cenni di primavera perché non le trovereste al mercato o forse solo in qualche superstite bottega di paese.

Tra le “erbette” sono compresi tarassaco, grespino, cicoria selvatica, caccialepre, aspraggine, farinello e altre erbe selvatiche, tutte dotate di ottime proprietà salutari. Quella degna di costituire un ripieno esclusivo è la “rosola”, cioè la corona di foglie basali del papavero comune o rosolaccio (Papaver rhoeas) appena spuntato, quando le foglie sono più tenere e saporite.

Potete provare a preparare i cassoni seguendo le ricette riportate di seguito, tratte dal libro “Un fiume di sapori”, o piuttosto potete venire ad assaggiarli qui, nella loro regione di origine, accompagnandoli con un bicchiere di buon Sangiovese.

Cassoni con le rosole

Ingredienti: 2 kg di rosole, olio extravergine di oliva, sale e pepe.

Preparazione: pulite e lavate le rosole, battetele finemente a crudo, salatele e lasciatele riposare almeno 3 ore, strizzatele e aggiungete olio, aglio e pepe. Il composto ora è pronto per farcire la piada. Tirate la piada con il mattarello e versate su una metà il composto di rosole, ripiegate l’altra metà e chiudete il cassone premendo leggermente il bordo della mezzaluna con i denti di una forchetta. Cuocete il cassone su ambo i lati su un testo caldo.

Piadina riminese

Ingredienti: 400 g di farina bianca, 40 g di strutto o 4 cucchiai di olio extravergine di oliva, un pizzico di bicarbonato, sale, acqua tiepida quanto basta.

Preparazione: disponete la farina a fontana su un tagliere di legno, aggiungete lo strutto o l’olio, il bicarbonato e il sale. Con l’aggiunta dell’acqua amalgamate a mano il tutto fino a formare un impasto di forma sferica sodo ed elastico. Dividete l’impasto in 4 o 5 pagnottelle, stendetele con il mattarello fino a ottenere dei dischi grandi 23 – 30 cm dello spessore di 2 mm. Scaldate un testo di terracotta o ghisa e cuocete ogni piada per 2 – 3 minuti per parte.

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BARTOLOMEO BIMBO

Bartolomeo Bimbo, detto “il Bimbi”, nacque a Settignano nel 1648. Tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento fu pittore di corte di Cosimo III dei Medici, che decise di fare di Villa La Topaia, la meno conosciuta fra le ville medicee, il suo buen retiro e di arricchirla di una quadreria in cui fossero rappresentate “tutte le sorti di frutte, d’agrumi, d’uve e di fiori che finora si sono potute trovare”, come racconta Francesco Saverio Baldinucci, biografo di Bartolomeo Bimbi, comprese le riproduzioni di alcuni “stravaganti e bizzarri aborti della natura”.

Bartolomeo Bimbo, considerato il primo pomologo italiano, ritrasse 10 varietà di albicocca, 26 di pesca, 66 di ciliegia, 30 di fico, 53 di mela, 109 di pera, 75 di susina, 75 di uva e 116 varietà di agrumi, corredando ogni tela con un cartiglio che riporta i nomi di ciascun frutto.

Le sue opere costituiscono un repertorio unico di ogni genere di frutta, ortaggi, fiori e animali presenti nel Granducato di Toscana alla fine del Seicento.

A Pennabilli RN, nel 1990 il poeta Tonino Guerra volle che fosse realizzato “un piccolo museo dei sapori”: l’Orto dei frutti dimenticati. In un terreno abbandonato adiacente al centro storico vennero piantati alberi da frutto delle campagne appenniniche, coltivati negli orti delle vecchie case contadine, che oggi vanno scomparendo: diversi tipi di melo, il pero cotogno, il sorbo, il fico verdino, il giuggiolo, il nespolo, arbusti fruttiferi: il melograno, l’azzeruolo, il corniolo, e piccoli frutti, che l’agricoltura moderna ha abbandonato. Un ambiente magico, in cui chi visita Pennabilli non dovrebbe mancare di soffermarsi.

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MAZZASORDA

Ovunque vi sia una pozza d’acqua ferma, uno stagno, un lago, è facile incontrare una macchia di #tifa o #mazzasorda, una pianta erbacea dal fusto eretto che può raggiungere 2,5 m di altezza, con foglie lineari di colore verde bluastro e tipiche infiorescenze sovrapposte: quella femminile, alta 15 – 25 cm, cilindrica, contigua all’infiorescenza maschile superiore, che è più stretta, grigiastra e conica, di lunghezza simile.

La Typha latifolia si sviluppa fino a 2000 m di altitudine.

Il rizoma, ricco di amido, è stato impiegato a scopo alimentare: tracce di amido di Thypa latifolia sono state rinvenute su macine in pietra risalenti a 30 000 anni a.C. E si suppone che la pianta fosse già ampiamente utilizzata fin dal Paleolitico Superiore. Fino all’avvento della plastica, le foglie erano usate per impagliare i fiaschi e le damigiane e confezionare stuoie; i frutti, i pappi, per imbottire materassi e cuscini.

La Typha latifolia veniva utilizzata come rimedio naturale in presenza di calcoli renali, emorragie, diarrea e cistite, ma anche contro la tenia; le radici, ridotte a cataplasma, per trattare ferite, piaghe, infiammazioni e ustioni.

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ACETOSELLA

L’acetosella (Oxalis acetosella) è una graziosa piantina perenne, comune allo stato spontaneo, utilizzata anche nei giardini perché le sue fitte foglioline trilobate, simili a quelle del trifoglio, formano dei piacevoli cuscini verdi da cui spuntano graziosi fiorellini bianchi o rosa. Si incontra soprattutto nelle aree collinari a clima temperato – fresco ed è apprezzata per lo spiccato sapore acidulo che rende più appetitose le insalate. Il suo elevato contenuto in ossalato acido di potassio, però, può nuocere a chi soffre di disturbi renali ed epatici, favorisce la calcolosi, provoca intossicazioni e lesioni renali e ne sconsiglia l’uso.

Caratteristico il comportamento delle foglie che, a sera o con condizioni di brutto tempo, si richiudono come un ombrellino.

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FORMICA RIZZACULO

Durante un’escursione al castello di #Maioletto, che sovrasta #Novafeltria (#Rimini), dopo aver attraversato il sottile sentiero sospeso tra i calanchi, sostando di fianco a San Rocco, mi accorsi dell’andirivieni di numerose formiche che procedevano in fila indiana sulle pietre di arenaria dell’antica costruzione e, attirato dal colore delle loro teste, di un bel rosso scuro, rimasi per un po’ a osservarle. Rientrato a casa, decisi che volevo saperne di più. Una veloce ricerca mi portò a riconoscerle come Crematogaster scutellaris (il loro nome scientifico), mentre appresi con ilarità che erano volgarmente dette formiche “rizzaculo”.

Di medie dimensioni, hanno la testa rossa e l’addome nero a forma di cuore e il loro appellativo popolare deriva dal fatto che, quando avvertono un pericolo, inarcano l’addome da cui secernono una sostanza repulsiva dall’odore acre.

Nidificano nel legno, sotto la corteccia degli alberi morenti, ma anche nelle travi e nelle fessure dei muri in cui creano colonie molto numerose. Si cibano di piccoli insetti e “allevano” gli afidi di cui apprezzano la melata.

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ELLEBORO

Camminando lungo i sentieri del Montefeltro non è difficile imbattersi in una pianta di #elleboro, una ranunculacea alta qualche decina di centimetri, con dei singolari fiori verdi e un corto rizoma nerastro. Le foglie, composte da numerosi segmenti lanceolati e con i margini finemente seghettati, sono di un verde intenso.

I fiori verdi o giallastri, del diametro di pochi centimetri, sono riuniti in gruppi e sono formati da cinque grossi sepali, mentre i petali sono di dimensioni ridotte.

L’elleboro cresce nelle radure, negli incolti e nelle zone umide.

L’Helleborus foetidus prende nome dai fiori, di colore verdastro con i bordi di colore bordeaux, che emanano un odore sgradevole.

L’Helleborus bocconei ha fiori più chiari ornati di venature verdi, mentre l’Helleborus niger (che però non è presente nell’area del Montefeltro) produce dei bellissimi fiori bianchi ed è detto “rosa di Natale” per la sua precoce fioritura.

L’elleboro contiene elleborina ed elleborigenina, glucosidi altamente tossici, i cui effetti collaterali sono gravissimi: vomito, diarrea, arresto cardiaco. In epoche trascorse veniva usato per eliminare i vermi intestinali nei bambini, con conseguenze a volte mortali. È stato utilizzato anche come purgativo e per curare la pazzia e si narra che Alessandro Magno sia stato ucciso da una dose eccessiva di elleboro somministratagli per curare la febbre malarica che lo affliggeva. Insomma, considerato un toccasana, tra i malati a cui è stato somministrato ha fatto forse più vittime di quanti ne abbia salvato!

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