MASTER CHEF: LO SBERLEFFO DEL POETA OLINDO GUERRINI

Rileggendo la lettera di Olindo Guerrini che Pellegrino Artusi inserisce all’inizio de “L’arte del mangiar bene”, in cui il poeta si esibisce in un ben riuscito esercizio linguistico con cui si burla del linguaggio proprio di chi si occupava di gastronomia, non ho potuto fare a meno di pensare alle esibizioni glottologiche degli chef “stellati” nostri contemporanei, altrettanto astruse e forzate quanto gli accostamenti e le metodologie usate per imbandire i loro piatti. Alcuni esempi? Linguine con colatura di gamberi rossi, carpaccio di mazzancolle e rapatura di broccoletti; petto d’anatra brasato con purè di sedano rapa, gel di barbabietola, riduzione di balsamico, granella e cialda di focaccia; tartare di salmone con nachos e maionese al wasabi; polpo croccante in due consistenze di caciocavallo e crosta di pane al carbone… e chi più ne ha, più ne metta.

Ecco gli accostamenti più improbabili di ingredienti tipici di Italia, Giappone e Messico espressi in piatti del diametro di parabole, di cui occupano una parte infinitesimale, disposti in architetture audaci, contornati da schizzetti di salse multicolori, ambaradan di erbe profumate, qualche petalo colorato o, elemento classico di quest’”arte” un unico filo di erba cipollina.

Naturalmente i moderni master chef schifano gli utensili della tradizione culinaria e adottano strumenti da laboratorio di biologia o, peggio, da teatro anatomico.

Che dire poi dei più astrusi mezzi di cottura? Come la lavastoviglie, sì, la lavastoviglie, impiegata per cucinare cibi a bassa temperatura.

Olindo Guerrini, contemporaneo e conterraneo di Pellegrino Artusi, nativo di Forlimpopoli, apprezzava la buona cucina, tanto che, nella sua vasta bibliografia, è contemplato anche il manuale di culinaria: “L’arte di utilizzare gli avanzi della mensa”.

La sua ricetta del “grillò abbragiato”, che attribuisce a un tal Vialardi, ma inventa di sana pianta, è un altro esempio dello spirito e dell’abilità di Olindo Guerrini, che scrive all’Artusi: “On. Signor mio,

Ella non può immaginate che gradita sorpresa mi abbia fatto il suo volume, dove si compiacque di ricordarmi! Io sono stato e sono uno degli apostoli più ferventi ed antichi dell’opera sua che ho trovato la migliore, la più pratica, e la più bella, non dico di tutte le italiane che sono vere birbonate, ma anche delle straniere. Ricorda ella il Vialardi che fa testo in Piemonte?

Grillò abbragiato. – La volaglia spennata si abbrustia, non si sboglienta, ma la longia di bue piccata di trifola cesellata e di giambone, si ruola a forma di valigia in una braciera con butirro. Umiditela soventemente con grassa e sgorgate e imbianchite due animelle e fatene una farcia da chenelle grosse un turacciolo, da bordare la longia. Cotta che sia, giusta di sale, verniciatela con salsa di tomatiche ridotta spessa da velare e fate per guarnitura una macedonia di mellonetti e zuccotti e servite in terrina ben caldo.

Non è nel libro, ma i termini ci sono tutti.

Quanto agli altri Re dei Cuochi, Regina delle Cuoche ed altre maestà culinarie, non abbiamo che traduzioni dal francese o compilazioni sgangherate. Per trovare una ricetta pratica e adatta per una famiglia bisogna andare a tentone, indovinare, sbagliare. Quindi benedetto l’Artusi! È un coro questo, un coro che le viene di Romagna, dove ho predicato con vero entusiasmo il suo volume. Da ogni parte me ne vennero elogi. Un mio caro parente mi scriveva: Finalmente abbiamo un libro di cucina e non di cannibalismo, perché tutti gli altri dicono: prendete il vostro fegato, tagliatelo a fette, ecc. e mi ringraziava…

Alfredo Spanò

LIBRI: “LA SCIENZA IN CUCINA E L’ARTE DI MANGIAR BENE” DI PELLEGRINO ARTUSI

Alcuni anni fa Einaudi ha ripubblicato, nella collana I Millenni, “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi. L’opera è accompagnata da una introduzione del compianto professore Piero Camporesi e dai contributi di Giuliano Della Casa ed Emilio Tadini. Un riconoscimento che va, oltre che al talento gastronomico, a quello storico e letterario.

Ho recuperato la vecchia copia del libro, slabbrato e unto, che avevo visto aperto sul marmo del tavolo nella cucina di mia nonna e, poi, di mia madre e che avevo già sfogliato con qualche curiosità. Ho letto le vicissitudini che hanno accompagnato la sua pubblicazione e le prefazioni e sono andato a spulciare le ricette, soffermandomi sui ricordi e le considerazioni personali, le citazione dotte e popolari, le descrizioni delle consuetudini dell’epoca, gli aneddoti curiosi raccontati con arguzia in un italiano elegante e garbato che, immediato e comprensibile nonostante i 150 anni trascorsi, rievoca le atmosfere più diverse: da quella delle novelle boccaccesche, con i loro personaggi crapuloni e burleschi, a quella della giovane Italia, da poco uscita dalle guerre di Indipendenza, borghese e popolana, delle sale da pranzo e dei salotti, dei mercati e delle osterie.

Pellegrino Artusi nacque a Forlimpopoli nel 1820. Terminati gli studi, affiancò il padre nell’attività di commerciante, ma un evento segnò la sua vita e quella dei suoi familiari: nel gennaio del 1851, Stefano Pelloni, il Passatore, irruppe nel teatro di Forlimpopoli per predare i cittadini che assistevano a una recita mentre altri suoi uomini penetravano in alcune case, tra cui quella degli Artusi, vuotandole del denaro e degli oggetti preziosi. Gertrude, sorella di Pellegrino, non resse allo spavento e impazzì.

L’anno successivo la famiglia si trasferì a Firenze, dove il padre proseguì nella propria attività commerciale, a cui Pellegrino contribuì con tanto successo da fondare un banco che incrementò il suo patrimonio fino a consentirgli di ritirarsi, cinquantenne, a vita privata per dedicarsi, con scarsa fortuna, alla letteratura. Le due opere: “Vita di Ugo Foscolo, con note al carme dei Sepolcri e ristampa del Viaggio sentimentale di Yorick” del 1878 e “Le osservazioni in appendice a trenta lettere di Giuseppe Giusti” del 1881, pubblicate a proprie spese, passarono pressoché inosservate.

La Scienza in cucina” corse lo stesso rischio, come racconta l’Artusi nell’introduzione della sua celebre opera, in cui ricorda il giudizio di un professore di belle lettere: “Questo è un libro che avrà poco esito” e l’episodio di quei Forlimpopolesi che, vinte due copie del libro in una fiera di beneficenza, “le misero alla berlina e le andarono a vendere al tabaccaio”. Rifiutata da più editori, l’opera venne pubblicata nel 1991 a spese dell’autore in una prima tiratura di 1000 esemplari, a cui seguirono decine di altre in un crescendo di successi. Nel 1931 le edizioni erano 32 e l’Artusi, insieme a “I promessi sposi” e “Pinocchio” era uno dei libri più diffusi nelle case degli italiani.

Pellegrino Artusi morì nel 1911 a 91 anni.

Di lui ha scritto Giorgio Manganelli:

“… Strappando le vivande ai loro luoghi d’origine, disponendole in bell’ordine in un’unica classificazione per generi, egli eseguí l’operazione preliminare alla nascita di una cucina nazionale; e in questo modo agiva, da inconsapevole psicologo, sulla pasta segreta dell’anima nazionale, la agglomerava in un’unica materia ricca, densa; trascriveva le tradizioni gastronomiche locali in un unico codice, un corpus, un catalogo. Questa impresa non gli sarebbe mai riuscita, se non lo avesse assistito la grazia del linguaggio; a Firenze s’era intoscanito, e aveva preso qualche vezzo locale, insistito, da immigrato; ma aveva imparato anche un certo modo di rivolgersi al lettore; infatti, non compilò ricette imperative: ma le raccontò…”

Alfredo Spanò