ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ARTICOLO 1 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Come cittadino di questa Repubblica mi piacerebbe che l’articolo 1 trovasse piena applicazione e non fosse solo una dichiarazione utopica.

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”; queste prime parole della Costituzione mi fanno dubitare della credibilità e dell’affidabilità di questo documento.

Se c’è scritto che questo paese è fondato sul lavoro, perché c’è un tasso di disoccupazione giovanile pari al 44,2%? Perché il tasso complessivo sta al 12,3%?

C’è qualcosa che non quadra…

Se ai piani alti non hanno intenzione di far abbassare queste cifre, almeno abbiano il coraggio di modificare l’articolo 1.

“L’Italia è una repubblica democratica, NON fondata sul lavoro.”

Commentare le sue considerazioni non è impresa da poco e la ringrazio per la fiducia. Ci proverò, punto per punto.

Non lo faccio partendo da conoscenze giuridiche, che non mi appartengono, ma sulla base dell’esperienza personale e di un lungo impegno in ambito sociale e culturale.

La Costituzione è stata scritta a costo di approfondite discussioni e faticose mediazioni dalle intelligenze politiche e culturali più acute e capaci della neonata Repubblica Italiana, appartenenti a tutte le forze che avevano contribuito ad abbattere il fascismo, ma ispirantesi a ideologie contrastanti fra loro e a progetti sociali diversi. Tuttavia, è stata approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947, promulgata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre ed è entrata in vigore il 1 gennaio dell’anno successivo.

La Costituzione è il corpo fondamentale delle leggi dello Stato Italiano a cui tutte le altre leggi devono conformarsi.

Non è dell’affidabilità e della credibilità del documento che dobbiamo dubitare. La Costituzione è stata scritta con l’intento di fissare i capisaldi di una nuova Repubblica ed è chiaro che quanto definisce non può essere se non il risultato di un lungo percorso di ricostruzione materiale, morale, giuridica e civile di un Paese sconfitto e distrutto dalla Seconda Guerra Mondiale.

Si deve dubitare piuttosto dell’affidabilità e della credibilità di una classe politica che in quasi 70 anni non è riuscita a realizzare compiutamente il dettato costituzionale.

Questo è accaduto per incapacità, per subalternità a interessi diversi e perché chi ha governato, soprattutto negli ultimi decenni, non ha condiviso i principi e gli scopi dei padri costituenti.

Dagli anni Settanta in poi è iniziata una profonda ristrutturazione dei criteri e dell’organizzazione del lavoro sulla spinta dell’esplosione tecnologica e della globalizzazione, controllata dai centri di potere economico mondiale, indirizzata alla precarizzazione del lavoro, alla competitività, alla mobilità e allo sfruttamento della manodopera al fine di ridurne i costi, di assottigliare i compensi, di impoverire le garanzie e i servizi sociali, di indebolire le difese dei lavoratori e le organizzazioni sindacali. Anche il cosiddetto Jobs Act (si potrebbe spendere qualche pagina per analizzare le scelte comunicative in lingua straniera, ridondanti e d’effetto) ne è un esempio.

In Italia, in particolare, si è rinunciato a scelte precise in merito agli indirizzi di sviluppo economico, alle pianificazioni a medio e lungo termine nei campi dell’istruzione, della ricerca e della produzione, tali che permettessero di identificare i settori di sviluppo fonte di più vaste opportunità occupazionali. Ciò ha contribuito alla creazione di una vasta area di giovani che non riescono a trovare lavoro nel settore per il quale si sono preparati, ma vanno ad alimentare la massa di manodopera a basso costo destinata ai lavori temporanei, stagionali, irregolari.

Alfredo Spanò

IL PROCURATORE GUARINIELLO LASCIA LA MAGISTRATURA

A 74 anni lascia la magistratura il procuratore di Torino Raffaele Guariniello. Nella sua lunga carriera è stato autore di 30mila inchieste, pubblico ministero nei processi per il doping nel calcio e in quelli a carico di Thyssen Krupp e di Ethernit, strenuo alfiere della sicurezza nei luoghi di lavoro.

Pubblico di seguito una mia intervista realizzata nel 2012 in occasione di Ambiente Lavoro Convention.

AMBIENTE LAVORO CONVENTION 2012

Bologna, 12 ottobre 2012

Intervista al dottor Raffaele Guariniello, coordinatore del gruppo Salute e sicurezza presso la Procura della Repubblica di Torino

Il dottor Raffaele Guariniello, protagonista di importanti inchieste, tra cui quelle che hanno coinvolto le multinazionali Eternit e Thyssen Krupp, ha partecipato a Ambiente Lavoro Convention, intervenendo al convegno “RSPP e consulenti della sicurezza: compiti e responsabilità penali”, promosso dalla rivista Ambiente & Sicurezza sul Lavoro in collaborazione con l’Istituto Informa.

Abbiamo colto l’occasione per rivolgergli alcune domande.

La legislazione italiana attribuisce agli RLS compiti precisi. Attualmente questa figura è in grado di svolgerli nella loro completezza?

I compiti degli RLS previsti dal Decreto Legislativo 9 aprile 2008, n. 81 sono molto importanti, a volte, complessi, come quello del controllo dell’adeguatezza delle misure di prevenzione e protezione, e richiedono una preparazione adeguata, tanto è vero che il legislatore si è posto il problema della preparazione degli RLS attraverso i corsi di formazione. Nella realtà constatiamo che non sempre gli RLS posseggono gli strumenti culturali e scientifici indispensabili ad affrontare i compiti previsti dal legislatore.

La preparazione non sempre adeguata degli RLS è dovuta anche all’avvicendamento nel ruolo, che si verifica di frequente e interrompe la trasmissione della memoria storica degli eventi che si succedono in una fabbrica.

Come è possibile affrontare i gravi problemi posti dal Documento di Valutazione dei Rischi senza gli strumenti culturali necessari a colloquiare in funzione dialettica con il datore di lavoro?

Qual è il rimedio?

Vedo la necessità che gli RLS abbiano un retroterra culturale nell’organizzazione sindacale. I sindacati non debbono lasciare soli gli RLS.

L’impresa sicura è prevista dalla legislazione italiana, giudicata molto valida; perché allora è ancora così alto il numero degli incidenti sul lavoro e delle malattie professionali?

Noi abbiamo le leggi migliori al mondo, è l’applicazione concreta che lascia a desiderare. L’impresa sicura ha dei capisaldi e uno di questi è indubbiamente il Servizio di Prevenzione e Protezione dei Rischi; nella realtà delle aziende spesso questo servizio non riesce a raggiungere tutti gli obiettivi indicati dalla legge per mancanza di organizzazione o perché, a volte, gli RLS sono indotti ad autocensurarsi, in quanto la loro azione li porrebbe in contrasto con il datore di lavoro.

La sicurezza è un elemento fondamentale nei luoghi di lavoro; che rischi corre in questo periodo in cui la crisi tende a metterla in secondo piano?

Se guardiamo all’applicazione concreta delle leggi sulla sicurezza, mi sembra che il Paese sia stato sempre in crisi. La difficoltà a realizzare condizioni di lavoro sicure era presente anche in tempi passati e non vorrei che la crisi diventasse un comodo alibi per dimenticare un principio scritto nella nostra Costituzione e cioè che un’iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. È importante che lo ricordi anche l’attuale governo, per due ragioni. La prima è che nel nostro Paese vi sono aree in cui la giustizia in materia di sicurezza non funziona oppure ci sono processi che vengono fatti con troppa lentezza e si risolvono con la prescrizione del reato. Ci vuole una nuova organizzazione giudiziaria che consideri l’istituzione di una procura nazionale sulla sicurezza del lavoro, che tarda a essere presa in considerazione. D’altra parte, alcuni progetti di modifica delle leggi sulla sicurezza del lavoro lasciano molto perplessi perché potrebbero portare a una riduzione dei livelli fondamentali di sicurezza.

La sicurezza sul lavoro, ha detto oggi il ministro Elsa Fornero, “è un bene imprenditoriale e la mancanza di sicurezza ha rilevanti costi diretti e indiretti per le imprese”; è un concetto che condivide?

Partiamo da un dato: abbiamo le regole, dobbiamo applicarle compiutamente. Oggi come oggi, l’applicazione lascia a desiderare; gli organi di vigilanza non riescono a fare tutto quello che dovrebbero, la magistratura non fa tutto quello che dovrebbe. Se vogliamo passare dalle parole ai fatti bisogna cambiare approccio; se c’è la volontà, gli strumenti ci sono e qui interviene il ruolo delle istituzioni. Non si può semplicemente dare la croce addosso alle imprese perché non sentono l’impegno morale di garantire la sicurezza o alle organizzazioni sindacali perché non si impegnano a fondo; qui sta il grande ruolo delle istituzioni pubbliche. Se nel nostro Paese vi sono stati tanti morti a causa dell’amianto, questo è avvenuto per colpa, certo delle imprese, ma anche perché le istituzioni non hanno fatto il loro dovere.

Accontentarsi della situazione attuale significa continuare ad avere quel certo numero di morti e di malattie professionali, non c’è un cambiamento effettivo senza una riorganizzazione delle istituzioni pubbliche. È giusto dire che le imprese hanno interesse ad adottare le misure di sicurezza e che garantire la salute dei lavoratori è irrinunciabile, ma bisogna far capire che se non lo si fa, si va incontro a delle responsabilità, altrimenti si sviluppa l’idea devastante che le regole ci sono, ma possono essere violate senza conseguenze.

Alcune modifiche legislative, attualmente allo studio, lasciano molto perplessi perché, con il pretesto di eliminare le formalità, si eliminano elementi sostanziali. Per esempio, la mia preoccupazione è che, per quanto riguarda la valutazione dei rischi, non si intervenga solo per eliminare i formalismi, ma fattori sostanziali.

Lei è fautore di una procura nazionale per la sicurezza sul lavoro e della caduta delle barriere nazionali nelle attività di perseguimento dei reati a livello europeo. Si tratta di ipotesi realizzabili?

La Procura Nazionale non è prevista ancora da alcuna norma, il Pubblico Ministero europeo è previsto dall’art. 86 del trattato dell’Unione Europea, ma non ha avuto concreta attuazione con la conseguenza che l’Europa è un paradiso penale perché le frontiere non esistono per i criminali, ma esistono per i magistrati e i poliziotti che li combattono.

Il crimine ambientale ha ormai una dimensione internazionale e una multinazionale che ha stabilimenti in Italia e in altri paesi, subisce trattamenti differenziati e questo è causa di gravi ingiustizie; inoltre le imprese sono stimolate a trasferirsi dove hanno meno vincoli.

Potrebbe essere perseguita un’azienda italiana che non applica le leggi sulla sicurezza italiane in un altro paese?

È già capitato. Un’azienda italiana che opera in un altro paese e non ha protetto adeguatamente i dipendenti ha dovuto affrontare il processo in Italia e ha subito delle condanne.

Il processo Eternit ha coinvolto anche Rubiera, in provincia di Reggio Emilia, non lontano da qui, dove esisteva uno degli stabilimenti Eternit; qual è lo stato attuale del giudizio contro i responsabili di tante morti?

Il processo si è concluso con una sentenza di primo grado e, il prossimo anno, si dovrà affrontare il grado d’appello, ma contemporaneamente sono in preparazione altri processi: il bis, il ter per altre situazioni di reato che dovremo prendere in considerazione.

http://www.repubblica.it/cronaca/2015/12/12/news/_deluso_dalla_giustizia_l_addio_di_guariniello_pm_da_30mila_inchieste-129304909/