LIBRI: “LA SCIENZA IN CUCINA E L’ARTE DI MANGIAR BENE” DI PELLEGRINO ARTUSI

Alcuni anni fa Einaudi ha ripubblicato, nella collana I Millenni, “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi. L’opera è accompagnata da una introduzione del compianto professore Piero Camporesi e dai contributi di Giuliano Della Casa ed Emilio Tadini. Un riconoscimento che va, oltre che al talento gastronomico, a quello storico e letterario.

Ho recuperato la vecchia copia del libro, slabbrato e unto, che avevo visto aperto sul marmo del tavolo nella cucina di mia nonna e, poi, di mia madre e che avevo già sfogliato con qualche curiosità. Ho letto le vicissitudini che hanno accompagnato la sua pubblicazione e le prefazioni e sono andato a spulciare le ricette, soffermandomi sui ricordi e le considerazioni personali, le citazione dotte e popolari, le descrizioni delle consuetudini dell’epoca, gli aneddoti curiosi raccontati con arguzia in un italiano elegante e garbato che, immediato e comprensibile nonostante i 150 anni trascorsi, rievoca le atmosfere più diverse: da quella delle novelle boccaccesche, con i loro personaggi crapuloni e burleschi, a quella della giovane Italia, da poco uscita dalle guerre di Indipendenza, borghese e popolana, delle sale da pranzo e dei salotti, dei mercati e delle osterie.

Pellegrino Artusi nacque a Forlimpopoli nel 1820. Terminati gli studi, affiancò il padre nell’attività di commerciante, ma un evento segnò la sua vita e quella dei suoi familiari: nel gennaio del 1851, Stefano Pelloni, il Passatore, irruppe nel teatro di Forlimpopoli per predare i cittadini che assistevano a una recita mentre altri suoi uomini penetravano in alcune case, tra cui quella degli Artusi, vuotandole del denaro e degli oggetti preziosi. Gertrude, sorella di Pellegrino, non resse allo spavento e impazzì.

L’anno successivo la famiglia si trasferì a Firenze, dove il padre proseguì nella propria attività commerciale, a cui Pellegrino contribuì con tanto successo da fondare un banco che incrementò il suo patrimonio fino a consentirgli di ritirarsi, cinquantenne, a vita privata per dedicarsi, con scarsa fortuna, alla letteratura. Le due opere: “Vita di Ugo Foscolo, con note al carme dei Sepolcri e ristampa del Viaggio sentimentale di Yorick” del 1878 e “Le osservazioni in appendice a trenta lettere di Giuseppe Giusti” del 1881, pubblicate a proprie spese, passarono pressoché inosservate.

La Scienza in cucina” corse lo stesso rischio, come racconta l’Artusi nell’introduzione della sua celebre opera, in cui ricorda il giudizio di un professore di belle lettere: “Questo è un libro che avrà poco esito” e l’episodio di quei Forlimpopolesi che, vinte due copie del libro in una fiera di beneficenza, “le misero alla berlina e le andarono a vendere al tabaccaio”. Rifiutata da più editori, l’opera venne pubblicata nel 1991 a spese dell’autore in una prima tiratura di 1000 esemplari, a cui seguirono decine di altre in un crescendo di successi. Nel 1931 le edizioni erano 32 e l’Artusi, insieme a “I promessi sposi” e “Pinocchio” era uno dei libri più diffusi nelle case degli italiani.

Pellegrino Artusi morì nel 1911 a 91 anni.

Di lui ha scritto Giorgio Manganelli:

“… Strappando le vivande ai loro luoghi d’origine, disponendole in bell’ordine in un’unica classificazione per generi, egli eseguí l’operazione preliminare alla nascita di una cucina nazionale; e in questo modo agiva, da inconsapevole psicologo, sulla pasta segreta dell’anima nazionale, la agglomerava in un’unica materia ricca, densa; trascriveva le tradizioni gastronomiche locali in un unico codice, un corpus, un catalogo. Questa impresa non gli sarebbe mai riuscita, se non lo avesse assistito la grazia del linguaggio; a Firenze s’era intoscanito, e aveva preso qualche vezzo locale, insistito, da immigrato; ma aveva imparato anche un certo modo di rivolgersi al lettore; infatti, non compilò ricette imperative: ma le raccontò…”

Alfredo Spanò

 

CULTURANATURA: UTILIZZARE IL TERRITORIO PER SVILUPPARE LA CREATIVITÀ

Seguire i sentieri che fiancheggiano gli scenari più suggestivi del Montefeltro, riconoscere le piante, gli arbusti, i frutti, i funghi, coltivare i frutti dimenticati, le erbe aromatiche, trasformarli in corroboranti tisane, gustose marmellate, liquori salutari, sviluppare l’espressività attraverso originali excursus letterari, migliorare la qualità della propria scrittura: sono questi i percorsi suggeriti da CulturaNatura, un articolato programma di incontri condotti da Alfredo Spanò, che ha fatto delle sue passioni personali e delle esperienze di giornalista la summa della filosofia di Otium per condividerla con chi è alla ricerca di armonia interiore, stimoli alla creatività e alle capacità espressive, interazioni positive con gli uomini e la natura.

Guardo le cassette di mele verdi, tutte perfettamente uguali: stessa forma, stesse dimensioni, stesso colore, stesso bollino e penso a come le regole del commercio ci impongano scelte povere e uniformi.

Penso alla tante varietà di mele che, in tempi andati, si succedevano sulla tavola nel corso dell’anno e al gusto inconfondibile delle biricoccole, dalla pelle vellutata e sensuale, come di donna, al colore rosso e al sapore zuccherino dei corbezzoli, che nascono da grappoli di delicati fiorellini color avorio su un arbusto sempreverde, bello e forte, alle nostre nespole, da cui si ricava una marmellata sapida e pastosa che accompagna magnificamente l’Ambra di Talamello appena risorto dalla fossa. Frutti antichi, selezionati nei secoli da mani ruvide e sapienti, che si offrono ancora oggi a chi sa apprezzarne forme, colori, profumi, sapori, che richiedono pochi metri quadrati di terra e poche cure, come le infinite varietà di erbe aromatiche, con cui è possibile creare un giardino, ricco di fragranze e sfumature, anche semplicemente disponendo qualche vaso sul terrazzo di casa.

Penso alle lente passeggiate lungo i sentieri tra le macchie segnate dai calanchi che si irraggiano attorno ai Sassi Simone e Simoncello, al profumo dei ginepri, alle siepi spinose del prugnolo che proteggono piccoli, aspri frutti da cui si ricava un piacevole rosolio.

Penso alle tracce di storia minima lasciate dagli uomini e dal tempo sulle mura antiche: impronte di usi, mestieri, fedi, passioni, che stimolano curiosità, eccitano fantasie, evocano ricordi, suscitano emozioni.

Grandi piaceri per chi sa coglierli, senza prezzo ma di nessun costo, che soddisfano la vista, l’olfatto, il gusto, ritemprano il corpo, stuzzicano la mente, rasserenano lo spirito.”

Alfredo Spanò

AMARE I LIBRI

Claude Raguet Hirst (1855-1942) The Pleasure of Memory

Ognuno ha le sue preferenze in letteratura, ovviamente! Chi si appassiona alla fantascienza, chi è attratto dal romanzo storico, chi dal noir ecc. Io ho avuto i miei periodi. Credo che, dopo i libri per l’infanzia, la mia prima lettura autonoma sia stata Il corsaro nero di Emilio Sàlgari (“… o Salgàri, che dir si voglia!”, sottolineava il preside del mio liceo), che fu una lettura entusiasmante, capace di farmi navigare nelle acque ribollenti del Mar dei Caraibi sui legni della Folgore e in quelle altrettanto agitate dell’Oceano Indiano assieme alle Tigri di Mompracem. Saccheggiai allora la biblioteca di mio zio che aveva conservato molti libri di Salgari e mi immedesimai nelle avventure di quei fantastici personaggi senza poter immaginare che l’autore non aveva mai compiuto un viaggio in quei lidi lontani e senza conoscerne la vita sventurata.

Il mio viaggio nella letteratura ebbe avvio da Salgari nei primi anni dell’età scolare e proseguì attraversando tutti i capisaldi della narrativa avventurosa, che definire “per ragazzi” è limitativo: Jules Verne, Alexandre Dumas, Jack London, Daniel Defoe, Charles Dickens, Rudyard Kipling, l’immancabile Edmondo De Amicis, Ferenc Molnar.

Percorsi poi un lungo itinerario nel romanzo giallo partendo da Londra, dal 221 B di Baker Street (di Conan Doyle credo di avere letto tutto, per lo meno quanto editato in Italia) per traslocare a Whitehaven Mansions e trasferirmi infine a Parigi nell’appartamento del commissario Maigret e signora al 132 di Boulevard Richard-Lenoir, dove mi soffermai per molto tempo.

Ricordo che uscirono all’epoca della mia giovinezza, quando ero alunno del ginnasio e poi del liceo classico, per i tipi di Mondadori, alcune collane di romanzi gialli, una dedicata all’inizio esclusivamente a Sherlock Holmes e successivamente anche a Jules Maigret dal caratteristico dorso in tela applicata e un’altra, che raccoglieva il meglio dei Gialli Mondadori: I Classici del Giallo, con periodicità quattordicinale, che mi recavo puntualmente ad acquistare nella cartolibreria vicino casa e che ho raccolto dal numero 1 fin oltre al 100 conservandoli ancora oggi, come tutti i libri che ho comperato od ho ereditato. Assieme a molti della Serie Gialla Garzanti mi hanno permesso di conoscere tutte le migliori penne di thriller e noir: Edgar Wallace, Rex Stout, Erle Stanley Gardner, Mickey Spillane, Raymond Chandlery, Ellery Queen sono quelli che ho letto più spesso.

In quegli anni affrontavo contemporaneamente la letteratura classica mondiale grazie agli eleganti volumetti di tela verde della Biblioteca Romantica Mondadori posseduta da mia madre, che mi diede la possibilità di leggere, tra gli altri, Edgard Allan Poe, Gogol, Tolstoi e Dostoyevski. Degli scrittori stranieri conobbi, insieme a tanti altri, William Faulkner, William Somerset Maugham, Ernest Hemingway, John Steinbeck, Graham Greene, Jerome Salinger, Aleksandr Solgenitsin e, più di recente, Mordecai Richler e La versione di Barney, per me uno splendido romanzo giallo. D’altronde, io non ho mai pensato che quella poliziesca sia una letteratura di secondo ordine.

Intanto andavo sviluppando una grande passione per la letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento: da Verga a D’Annunzio a Pirandello, una luce ineguagliabile sulle miserie della natura umana, a Svevo, Tomasi di Lampedusa, Gadda, Berto, Cassola, Tobino, Pratolini, Levi, Bassani, Fenoglio, Marotta, Malaparte, Ginsburg, Bevilacqua, le cui opere ho divorato, spesso preferendole ai libri di scuola. E poi Sciascia, un maestro sotto il profilo dell’onestà intellettuale e della serietà professionale, Bufalino, D’Arzo, intrigante quanto inesplorato e trascurato dalla critica e dagli editori.

In seguito, deluso e tediato dai nomi nuovi e ridondanti della narrativa contemporanea e da quell’editoria sbandierata nelle trasmissioni di una televisione prepotente e non più ragionata, che usava copertine di cartoncino sottile con i titoli a grandi lettere metallizzate e pessima carta, rinunciai sempre più spesso alle visite nelle librerie calde e odorose di legno, cellulosa e polvere, sempre più rare e sempre più lontane, e cominciai a ordinare i libri attraverso Internet orientandomi verso quelli che potevano migliorare l’attività primaria della mia professione: la scrittura.

Mi rifornii di molti manuali e lessi Calvino, Carver e alcuni saggi sulla lingua italiana, appassionanti a volte quanto un romanzo, contemporaneamente a un buon numero di raccolte di aforismi e citazioni. Voglio ricordare Tra le pieghe delle parole di Gian Luigi Beccaria, viaggio indiscreto e avvincente nei recessi della nostra lingua.

Qualcuno mi fece conoscere Il pane selvaggio di Piero Camporesi, letterato e studioso della storia minima e del dramma quotidiano che sfugge alla storiografia, di cui lessi poi diversi altri titoli prima di dedicarmi ad approfondire i lati oscuri della nostra storia e i tanti crimini compiuti nelle nostre guerre e mai puniti, della cui testimonianza rendo merito allo storico Angelo Del Boca.

La letteratura ha per ciascuno di noi anche dei colori, quelli delle collane che occupano gli scaffali della nostra biblioteca. Per me sono il verde della Biblioteca Romantica e della Medusa, il grigio della BMM, la Biblioteca Moderna Mondadori, e della BUR, la Biblioteca Universale Rizzoli, che ebbe il merito di consentire a tutti di impadronirsi con poche lire di capolavori dell’antichità latina e greca e della letteratura classica italiana e straniera di ogni tempo, il blu della deliziosa La Memoria di Sellerio, il bianco degli antichi Coralli Einaudi e la fantasmagoria di tonalità degli Adelphi.

De La Memoria di Sellerio voglio ricordare la piacevole sensazione della scoperta che ho provato leggendo tante piccole perle della letteratura italiana e straniera e alcune opere curiose come Del furore di aver libri di Gaetano Volpi; tra Gli Adelphi non dimentico Il duello, di Giacomo Casanova, dallo stile moderno e coinvolgente.

Ho attraversato pressoché indenne l’epoca dei libri scritti dai comici e cabarettisti di grido, per lo più figli di Zelig, che rappresentarono un bel salto di qualità, verso il basso, dell’editoria italiana che allora stava passando di mano. Ricordo di essere cascato un paio di volte in fallo. A quei tempi, preso da uno spontaneo moto di simpatia, lessi anche la prima opera letteraria di Fabio Volo e di Tiziano Sclavi, furono probabilmente gli unici libri di cui mi sia sbarazzato in vita mia. La delusione che mi provocarono stile e contenuto fu tanta che, da quel punto in poi, fatte salve poche eccezioni, abbandonai la ricerca di riferimenti tra le opere contemporanee, un mio limite sicuramente, che però ancora non sono riuscito a superare.

Alfredo Spanò

LIBRI: “IL MALE OSCURO” DI GIUSEPPE BERTO

Il male oscuro è un romanzo che stupisce, per la sua forma innanzitutto, scritto in una prosa senza discontinuità, originale e coinvolgente.

Nato a Mogliano Veneto nel 1914, Giuseppe Berto, compì gli studi presso il liceo classico di Treviso, si arruolò nell’esercito e prese parte ad alcune campagne militari in Africa. Riuscì a laurearsi in lettere presso l’Università di Padova prima di offrirsi nuovamente volontario allo scoppio della seconda guerra mondiale. Venne inviato ancora in Africa e, fatto prigioniero dagli Alleati, venne internato in un campo di concentramento in Texas.

Durante la prigionia iniziò a scrivere e, al suo ritorno in Italia, pubblicò presso Longanesi “Il cielo è rosso” (1947), che riscosse un grande successo internazionale, e successivamente, “Le opere di Dio” (1948) e “Il brigante” (1951).


La nevrosi che lo colse negli anni successivi lo spinse ad affidarsi alla psicanalisi e fu proprio il suo analista a consigliargli di scrivere di sé a fini terapeutici. Nacque così “Il male oscuro”, un romanzo autobiografico che vinse nel 1964 sia il premio Viareggio che il Campiello.


Ne “Il male oscuro” Berto racconta un lungo periodo della propria vita e affronta la tematica del difficile rapporto con il padre, maresciallo dei Carabinieri, ma nonostante la drammaticità di molte delle situazioni vissute in prima persona, dalle pagine del libro trapela una visione pragmatica e ironica delle vicende umane.


Fu trascurato, quando non fu maltrattato, dalla critica contemporanea e venne isolato dall’ambiente della cultura italiana dell’epoca, anche per il suo spirito indipendente e anticonformista che lo tenne lontano dagli schieramenti politici e dalle combriccole letterarie. Al contrario, ricevette molti apprezzamenti all’estero, anche da scrittori di spicco come Ernest Hemingway.


Tra le altre opere di Giuseppe Berto: il romanzo “La cosa buffa” (1966), il pamphlet “Modesta proposta per prevenire” (1971) e, dello stesso anno, “Anonimo veneziano”, da cui venne tratto un film di successo con Florinda Bolkan e Tony Musante. Morì a Roma nel 1978.


Alfredo Spanò

INCONTRI: BEPPE COSTA

Incontrarsi con uno straordinario artista, soprattutto una straordinaria persona, non è cosa di tutti i giorni; avere la possibilità di scambiare le proprie opinioni, di ascoltarlo narrare la sua vita e, infine, avere l’opportunità di alternarsi nella lettura, ciascuno delle proprie opere, di fronte a una raccolta, attenta e benevola platea di amici è un’esperienza che appaga e inorgoglisce. E di questa straordinaria occasione devo ringraziare la mia amica, anche lei poetessa sensibile e valente, Rosana Crispim Da Costa.

Che dire poi se questo grande poeta, il giorno dopo, ti racconta che è rimasto sveglio fino alle cinque del mattino per leggere il tuo libercolo di racconti?

Caro Alfredo, dopo la serata da Rosana ho letto tutti i tuoi racconti, così da addormentarmi solo alle cinque … Devo dire che a parte qualcuno molto breve, i tuoi delitti ben scritti e senza fronzoli toccano tutti i punti (lievi) della nostra società malata e si coglie naturalmente una amara ironia che stupisce soprattutto perché unita alla grande sintesi che credo sia la tua caratteristica principale, almeno in questo libro.”

Cos’altro avrebbe potuto farmi sentire più lusingato se chi scrive queste righe è Beppe Costa (http://beppe-costa.blogspot.it)?

Le poesie di Beppe Costa scaturiscono dall’anima, grondano sudore, lacrime e sangue: sudore, lacrime e sangue di una vita vissuta intensamente da un uomo che condivide, con l’istinto di un bambino, le passioni, le debolezze, il dolore, i peccati degli uomini intorno a sé e si esprime con una forza e una capacità di coinvolgimento che pochi poeti del Novecento sono stati capaci di interpretare e che oggi non saprei dove ricercare.

Vi invito a leggere “A te offerto” e soprattutto “Rosso di sensi e di intenti”, dall’intensità lirica e dal ritmo trascinanti. Non sarà mai come ascoltarle dalla voce appassionata e roca (da accanito fumatore) dell’autore, ma ugualmente vi fenderanno anima e mente e non ve ne staccherete più.

Alfredo Spanò

UN RACCONTO IN CENTO TWEET 2

Terminato il 20 giugno con il 141° tweet il primo racconto in 100 tweet “Per caso, in libreria” (http://capoversi.it/racconti-in-100-tw/), ho vissuto un periodo di crisi d’astinenza essendomi venuta a mancare, dopo oltre quattro mesi e mezzo, una pratica quotidiana a cui mi ero piacevolmente assuefatto. E ho subito pensato a un nuovo racconto, di cui in passato avevo già steso una traccia, pur decidendo di lasciar intercorrere una pausa e di concedermi il tempo per concludere altri impegni.

Il titolo del nuovo racconto è “Una storia torbida” e la trama vedrà protagonista un poliziotto sui generis alle prese con un assassinio dai contorni oscuri compiuto in una tranquilla cittadina di provincia (nihil novi sub sole, quindi). Posso svelare l’incipit; il primo tweet sarà assolutamente originale: “Era un notte tempestosa e buia.”, ma vuole essere un omaggio al grande Charles Schulz, un poeta più che un fumettista, come lo definì Umberto Eco, e al suo bracchetto Snoopy.

In definitiva, “Per caso, in libreria” non mi dispiace affatto e l’ho già ripreso e modificato utilizzando una prosa più fluente. Forse non starebbe a me, perché non c’è peggior giudice (e più parziale) di se stessi, esprimere pareri su questa esperienza, ma credo opportuno fare alcune considerazioni soggettive.

I tweet sono stati più di 100, ma è inevitabile allontanarsi dalla meta stabilita se si decide di non preconfezionare il racconto nella sua completezza e di procedere a tratti con libertà creativa ed espressiva.

Il numero di battute inferiore a 140 per ogni periodo è un limite ristretto, ma rappresenta un esercizio di stile che, soprattutto per un giovane, può essere una buona scuola. In quante occasioni per un copywriter o un giornalista la brevità è assunta come un pregio!

Vedo questo come un esercizio di scrittura più proficuo di tanti altri che imperversano sui social network e che mi paiono molto più improduttivi, fine a se stessi e assimilabili a un gioco, più che altro.

In definitiva un’esperienza che mi sento di consigliare a chi ama scrivere, non solo a chi lo fa per passione, ma anche a chi dello scrivere ha fatto, o vuole fare, una professione.

Alfredo Spanò

 

 

LIBRI: “DEL FURORE D’AVER LIBRI” DI GAETANO VOLPI

 

Chi ama i libri non può non leggere il delizioso volumetto “Del furore d’aver libri” – “Varie Avvertenze Utili, e necessarie agli Amatori de’ buoni Libri, disposte per via d’Alfabeto”: da ACQUA a VOLTE DELLE PERGAMENE.

Lo sto rileggendo, appassionato, ironico, pungente, dopo 25 anni con lo stesso gusto di allora e sto rileggendo con altrettanto piacere il saggio che lo accompagna, di Gianfranco Dioguardi, anch’esso sistemato per voci. L’edizione è quella di Sellerio Editore “La memoria”, 1991.

L’abate bibliofilo Gaetano Volpi (Padova, 1689 – 1761) fu intelligente e accorto editore. Animato da grande passione, impartisce in quest’opera consigli per il buon uso dei libri infarciti di curiosità e aneddoti e rivela singolari abitudini dell’epoca, come quella di non indicare il titolo dell’opera sul dorso dei libri onde renderne più difficile l’individuazione e scoraggiare i furti.

Scrive alla voce: “ORINA. Di cani, di gatti, e di sorci è pestilenziale pe’ Libri, e nondimeno spesso vengono da essa infestati. Chi poi avrebbe potuto pensare di dover nominare anche quella degli uomini? e pure conviene accennarla; mentre si son trovati alcuni così svergognati, che, tenendosi in capo di certa gran Sala, ornata d’una Pubblica Libreria, tratto tratto erudite Accademie, dall’altro canto l’hanno depositata sulle stesse scanzìe de’ Libri, o tempora! o mores! cosicché si è risoluto anche perciò di mutar luogo alle dette Accademie. Ma non è ciò gran maraviglia, mentre da’ poco timorati di Dio si orina anche sovra i Sagrati, e su le pareti, e su le porte de’ Templi alla Divina Maestà consagrati, con nausea fin degli stessi Turchi, un de’ quali in celebre piazza d’una gran Metropoli schiaffeggiò sonoramente un Cherico, avendolo veduto ciò praticare; con approvazione comune. Vedi il Libro intitolato, l’Ossequio dovuto a’ Sacri Templi del Giupponi.”

E a quella: “TABACCO. Erba usatissima a’ nostri tempi, benché sordida, e bene spesso sporcante le vesti; e massime i Libri con macchie indelebili. Confesso il vero, e in ciò la mia debolezza, io ho sempre temuto che i nostri Libri fossero danneggiati da’ cani, e da’ tabacchisti; quando i primi entrano nella Libreria, e gli altri ne aprono, e maneggiano i Libri, principalmente stampati in carta distinta, rari, e legati con eleganza.

Spiega Gianfranco Dioguardi:

I fratelli Giannantonio e Gaetano Volpi furono editori in Padova dal 1717 al 1756 in quanto pubblicarono a loro spese – quindi con proprio rischio imprenditoriale – libri che stampava Giuseppe Comino, tipografo e libraio. Nacque la tipografia Volpi-Cominiana, vera e propria casa editrice che si affiancò all’attività del Comino quale venditore di libri disponibili nel proprio negozio anche se stampati altrove: un’impresa dunque assai moderna e simile a quelle delle più note odierne case editrici.”

La gustosa narrazione dell’abate Gaetano Volpi aiuta a comprendere la materialità del libro antico e dei suoi componenti: la carta, l’inchiostro, la pergamena, le qualità che danno valore all’oggetto, le calamità a cui è esposto e i danni che possono produrre l’ignoranza e la superficialità di un cattivo padrone.

Nel suo commento, intitolato “Magia editoriale”, Gianfranco Dioguardi traccia la storia della tipografia Volpi-Cominiana e lascia comprendere come, se esercitata con conoscenza e capacità tecnica, equilibrio e passione, al tempo quella della stampa fosse da considerarsi una vera e propria arte, ma anche come fosse articolato il mercato dei possessori di libri, composto da chi li apprezzava per i contenuti e da chi li acquistava solo per apparenza e spiega quale fosse, e sia, la differenza tra un bibliofilo e un bibliomane.

Alfredo Spanò

UN RACCONTO IN CENTO TWEET

Amanti

Ci ho pensato per un po’ di tempo, poi ho deciso.

La cosa mi stuzzicava perché rappresenta una sfida alle capacità di costruzione del linguaggio. È possibile scrivere, utilizzando 140 caratteri, una o più frasi con cui comporre un racconto capace di riflettere la dignità di questo nome? In tanti anni di scrittura professionale destinata a ogni tipo di media, avevo esercitato sia la capacità di sintesi che l’elasticità compositiva; forse avrei potuto farcela.

Un’altra sfida era quella relativa all’organizzazione del lavoro: avrei scritto l’intera storia in uno stile tale da consentirmi di suddividere il testo in frasi che non superassero le 140 battute e di pubblicarle quotidianamente o avrei scritto un tweet al giorno architettando estemporaneamente la trama? Essendo un perfezionista, abituato a limare i miei componimenti all’infinito, la prima soluzione sarebbe stata quella più confacente alle mie caratteristiche. Ma la trovavo accademica e poco eccitante, un semplice esercizio stilistico preconfezionato in cui la creatività soccombeva insieme al fascino, proprio di questo esperimento, di scrivere una storia “aperta”, a puntate, in cui gli eventi aleggiassero nella mia mente, ma fossero fino all’ultimo suscettibili di variazioni e di cambiamenti di rotta. Magari sull’onda delle critiche e dei suggerimenti di qualche lettore.

Alla fine ho scelto una terza via, quella che dava più spazio alla libertà creativa, decidendo di avanzare nella scrittura senza limiti prefissati, ma in base al tempo disponibile e all’ispirazione, mantenendo la cadenza del tweet quotidiano. Scrivere di volta in volta, più o meno, una cartella mi avrebbe dato modo di controllare la fluidità del testo e la congruità della trama.

E niente “mezzucci”: abbreviazioni, elisioni di vocali e spazi, simboli o cifre al posto di termini completi sono assolutamente banditi. Il testo ricomposto deve essere conforme a quello di un racconto tradizionale.

Naturalmente proiettare ogni giorno su Twitter una frase non avrebbe avuto senso se chi l’avesse letta non avesse avuto modo di capire di cosa si trattava e di contestualizzarla, se non avessi offerto la possibilità di associarla a quanto pubblicato in precedenza. Inserire nel tweet un hashtag e l’indirizzo della pagina del mio sito dove sono raccolti tutti i tweet avrebbe significato ridurre notevolmente le già misere 140 battute e rendere pressoché impossibile l’esperimento; quindi ho deciso di ritwittare il mio tweet inserendo i dati identificativi necessari: il titolo PER CASO, IN LIBRERIA, l’hashtag #1raccontoin100tw e la pagina del sito dove sarà possibile leggere tutti i tweet pubblicati http://capoversi.it/racconti-in-100-tw/.

Il numero 100 è puramente simbolico perché, ovviamente, in partenza non mi è possibile calcolare i tweet necessari al completamento del racconto.

Ho voluto poi documentarmi, andando alla ricerca di pregresse esperienze di questo tipo. Ho scoperto così il termine twitteratura, coniato per indicare la riscrittura sintetica, attraverso un unico twitter, di un’opera letteraria, in genere un classico o un best seller. Non sono riuscito a trovare invece un’esperienza sovrapponibile alla mia. Questo non significa che non sia stata tentata, magari in qualche remota parte del mondo in un’altra lingua. In realtà non mi sono affannato a cercarla più di tanto perché penso che comunque non aggiungerebbe o toglierebbe nulla alla mia “prova”, che avrà il valore che riuscirà a guadagnarsi intrinsecamente.

Un cenno al titolo. Per il momento la scelta è caduta su “Per caso, in libreria”, ma se troverò un titolo più convincente, sarà suscettibile di cambiamento in corso d’opera.

Si comincia il 1 febbraio.

In conclusione, voglio segnalare TwLetteratura in cui mi sono imbattuto durante la mia ricerca, un progetto a cui hanno dato vita Paolo Costa, Edoardo Montenegro e Pierluigi Vaccaneo nel 2012 con il lodevole intento di promuovere la lettura e di divulgare la cultura sfruttando le potenzialità dei social network, in particolare di Twitter. TwLetteratura invita la comunità di partecipanti, che oggi coinvolge migliaia di persone e numerose scuole, a leggere e poi a riscrivere o reinterpretare un libro seguendo regole precise.

http://www.treccani.it/enciclopedia/microletteratura_(Lessico-del-XXI-Secolo)/

http://www.rcseducation.it/scuola/twitteratura/

http://www.twletteratura.org

http://www.doppiozero.com/materiali/web-analysis/twitteratura

LIBRI: LA PASSIONE DI SCRIVERE / TRAME

 

Come nasce la trama di una novella o di un racconto? In genere, chi inizia a scrivere una storia, di qualsiasi genere sia, ne conosce la trama e la conclusione.

Avere in mente una traccia ben definita su cui imbastire il racconto può essere vantaggioso e permette di procedere più speditamente nella scrittura, ma è certo meno affascinante di una trama che prende corpo ogni volta che si inizia a scrivere e si intraprende come un viaggio: si sa da dove si parte e, forse, dove si arriverà, ma l’itinerario si costruisce giorno per giorno, parola per parola, virgola dopo virgola, seguendo e sviluppando le vicissitudini di uno o dell’altro personaggio. Nulla vi è di certo quando si alza la penna sulla carta o si accende il computer la mattina e neppure quando il testo compare nero su bianco perché qualcosa può succedere che vi faccia cambiare idea e vi spinga a riscrivere un tratto lungo o breve della narrazione. E sicuramente questo metodo è estremamente più coinvolgente, affascinante e fertile perché pone l’autore in uno stato di tensione febbrile e lo stimola a creare nuove situazioni. È quello che preferisco e su cui mi sto cimentando. È estremamente stimolante e gratificante svegliarsi con un’idea, un tratto del racconto, anche lontano temporalmente e contestualmente da quello che si era scritto il giorno prima, chiaramente definito e buttarlo giù di getto, avendo comunque chiara la sua collocazione nell’iter della narrazione. Si crea così una specie di mosaico che deve poi essere rifinito e armonizzato attraverso le diverse stesure che porteranno alla definiva versione in cui le cesure devono essere assolutamente irriconoscibili e la fluidità della narrazione impeccabile.

 

LIBRI: LA PASSIONE DI SCRIVERE / PERSONAGGI

Chi pensa allo scrivere come a un esercizio freddo e meccanico basato sull’abilità e la volontà, sull’esercizio e la razionalità si sbaglia. Certo, la capacità di scrivere è anche la conseguenza di tutte queste proprietà, che però non bastano a garantire un risultato che non sia solo tecnicamente valido.

Tutti conosciamo la celebre frase di Gustave Flaubert: “Madama Bovary c’est moi”, a indicare che una parte almeno dell’autore si riversa nel personaggio principale, che ne incarna alcuni risvolti caratteriali, ne veste le abitudini, ne sviluppa le pulsioni.

Io direi che, in fondo, l’autore è naturalmente portato a immedesimarsi in ognuno dei suoi personaggi, anche in una semplice comparsa. Per paradosso, quanto più un personaggio è lontano sotto il profilo caratteriale e comportamentale dalla figura dell’autore, tanto più può accadere che lo solleciti a immedesimarsi in una figura che ragiona e agisce come lui mai riuscirebbe a fare. Il personaggio diventa in qualche modo il mister Hyde dello scrittore dottor Jekill.

Come nasce la trama di una novella o di un racconto?

In genere, chi inizia a scrivere una storia, di qualsiasi genere sia, ne conosce la trama è la conclusione.

Avere in mente una traccia ben definita su cui imbastire il racconto può essere vantaggioso e permette di procedere più speditamente nella scrittura, ma è certo meno affascinante di una trama che prende corpo ogni volta che si inizia a scrivere e si intraprende come un viaggio: si sa da dove si parte e, forse, dove si arriverà, ma l’itinerario si costruisce giorno per giorno, parola per parola, virgola dopo virgola, seguendo e sviluppando le vicissitudini di uno o dell’altro personaggio. Nulla vi è di certo quando si alza la penna sulla carta o si accende il computer la mattina e neppure quando il testo compare nero su bianco perché qualcosa può succedere che vi faccia cambiare idea e vi spinga a riscrivere un tratto lungo o breve della narrazione. E sicuramente questo metodo è estremamente più coinvolgente, affascinante e fertile perché pone l’autore in uno stato di tensione febbrile e lo stimola a creare nuove situazioni. È quello che preferisco è su cui mi sto cimentando. È estremamente stimolante e gratificante svegliarsi con un’idea, un tratto del racconto, anche lontano temporalmente e contestualmente da quello che si era scritto il giorno prima, chiaramente definito e buttarlo giù di getto, avendo comunque chiara la sua collocazione nell’iter della narrazione. Si crea così una specie di mosaico che deve poi essere rifinito e armonizzato attraverso le diverse stesure che porteranno alla definiva versione in cui le cesure devono essere assolutamente irriconoscibili e la fluidità della narrazione impeccabile