THERESIENSTADT: LA CITTÀ CHE IL FÜHRER REGALÒ AGLI EBREI

In prossimità del Giorno della Memoria ripropongo un articolo in cui ricordo Terezin, un campo di concentramento poco noto ai più, che è stato luogo di eventi straordinari, in memoria di tutte le vittime del Terzo Reich: non solo ebrei, ma anche zingari, omosessuali, malati psichici, partigiani e oppositori politici travolti dalla feroce fabbrica della morte escogitata dal Nazismo.

Tra il 1780 e il 1790 l’imperatore d’Austria Giuseppe II fece erigere a nord di Praga un’imponente fortezza, capace di ospitare 7000 persone, e la chiamò Theresienstadt (oggi Terezin, in territorio ceco) in onore della madre, l’imperatrice Maria Teresa d’Austria.

La storia contraddisse le intenzioni di Giuseppe II e Theresienstadt non fu mai protagonista di eventi bellici, venne abbandonata dal presidio militare e adibita a prigione.

Tra il novembre e il dicembre 1941, 3000 ebrei cechi furono adibiti dai tedeschi a trasformare Theresienstadt in un lager, in cui, dalla fine del 1941 alla fine del 1942, vennero deportate 109 mila persone. Nel gennaio 1942 partirono da Theresienstadt i treni carichi di prigionieri destinati ai ghetti orientali e, più tardi, a Treblinka e Auschwitz. In circa un anno vennero trasferite nei campi di sterminio 44 mila persone.

Pur non essendo un campo di sterminio come Auschwitz o Treblinka, l’affollamento e le misere condizioni di vita rendevano difficile la sopravvivenza nella fortezza di Theresienstadt. Scarsità di cibo, promiscuità, lavori forzati, condizioni igieniche disastrose (lo stesso carretto serviva per il trasporto dei cadaveri e del pane) provocavano gravi malattie infettive, tra le quali il tifo. Per far fronte alla elevata mortalità, il comandante del campo Siegfried Seidl fece costruire dei forni crematori capaci di incenerire i corpi di 200 persone in un giorno.

Nell’ottobre del 1943 vennero deportati a Theresienstadt 456 ebrei danesi. La maggior parte degli ebrei che risiedevano in Danimarca era riuscita a fuggire in Svezia grazie all’appoggio della popolazione, mentre una piccola parte era stata catturata dai nazisti. La Croce Rossa danese e svedese chiesero di poter verificare le condizioni dei prigionieri.

Nel dicembre 1943 venne dato ordine di risistemare il campo in modo da offrire l’impressione di una cittadina in cui la vita fluiva tranquillamente. Tuttavia l’affollamento era eccessivo e, tra il 15 e il 18 maggio 1944, 7500 prigionieri vennero deportati ad Auschwitz e Bergen Belsen.

A Theresienstadt l’insegnamento era proibito, ma in occasione della visita della Croce Rossa un edificio venne destinato a rappresentare la scuola della città e su di essa venne appeso un cartello con la scritta “chiusa per le vacanze”.

Il giorno prestabilito, il 23 giugno 1944, alla delegazione della Croce Rossa, guidata dallo svizzero Maurice Rossel, venne mostrato un asilo, costruito pochi giorni prima e subito dopo smantellato. Rossel lo fotografò, scrisse nel rapporto di essersi trovato in un ambiente accogliente e pulito, dotato di una cucina spaziosa, e descrisse Theresienstadt come una “normale città di provincia”.

Naturalmente agli abitanti era stato dato ordine di non rivelare le reali condizioni di vita del campo, pena la morte.

La tragica beffa non finì con la visita di una distratta delegazione della Croce Rossa: poco dopo la partenza di Rossel la propaganda nazista girò un film propagandistico intitolato “Il Führer regala una citta agli ebrei”, in cui venne ripresa la commedia inscenata davanti a Rossel. Il cortometraggio venne proiettato nei cinema tedeschi.

Fra i prigionieri di Theresienstadt ci furono circa 15 mila bambini, in prevalenza ebrei cechi, deportati insieme ai genitori. La maggior parte di essi morì nel corso del 1944 nelle camere a gas di Auschwitz. Non se ne salvò nemmeno un centinaio e di questi nessuno aveva meno di quattordici anni.

In un primo tempo gli adulti poterono alleviare le pene dei bambini almeno sotto il profilo psicologico. Educatori e insegnanti riuscirono, tra infinite difficoltà, a organizzare clandestinamente l’insegnamento e alcune iniziative culturali, ad allestire compagnie teatrali e gruppi musicali.

I bambini di Theresienstadt scrissero molte poesie, una parte delle quali è stata recuperata. Assieme a queste si è salvata anche una raccolta di circa 4000 disegni, frutto dei corsi di arte figurativa diretti da Friedl Dicker Brandejsovà.

Per poter svolgere questa attività venivano utilizzati i più vari tipi e formati di carta: formulari, prestampati, carte assorbenti.

Sotto il profilo tematico i disegni si possono suddividere in due grandi gruppi: disegni tipici dell’infanzia, come l’ambiente di vita da cui provenivano, i cibi della tradizione familiare, giocattoli, prati, farfalle, immagini fiabesche. Un secondo gruppo è costituito da disegni che rappresentano il ghetto di Theresienstadt e la crudele quotidianità a cui erano costretti: le costruzioni, la vita delle strade e delle baracche con le cuccette a tre piani, i guardiani, i malati, i funerali e perfino un’esecuzione.

Nonostante tutto, i bambini di Theresienstadt sperarono in un domani migliore e spesso raffigurarono il loro ritorno a casa.

Oltre al messaggio che si esplicita nel soggetto raffigurato, nei disegni troviamo la firma, talvolta la data di nascita e quella della deportazione a Theresienstadt o da Theresienstadt e questa è anche l’ultima notizia che i bambini hanno lasciato di sé.

La stragrande maggioranza dei bambini di Theresienstadt morì vittima del nazismo, lasciandoci una toccante testimonianza letteraria e figurativa dell’abisso morale di cui è capace la natura umana.

IL LINGUAGGIO DELL’INNOCENZA E DEL DOLORE

Se le atrocità del nazismo ci colpiscono ancora per la loro efferatezza, una certa consuetudine a letture, immagini, documentari, film hanno forse attutito in parte le emozioni che possiamo provare di fronte a nuovi documenti e testimonianze dell’olocausto.

Ma visitare la mostra dei disegni e delle poesie dei bambini di Theresienstadt, come mi è accaduto nel Giorno della Memoria, provoca un sentimento indescrivibile, confuso, che ti attanaglia le viscere e ti trascina in un unico gorgo nero che confonde e inghiotte stupore, dolore, indignazione, rabbia e non so cos’altro, ti annichilisce mentre ti chiedi di quale tremendo iddio sia figlia la stirpe umana.

Quale istinto bestiale può spingere gli uomini a decidere di sterminare scientemente e scientificamente un’intera razza accanendosi perfino su neonati, bambini e adolescenti?

La storia dei bambini di Theresienstadt è tracciata nei loro disegni, il loro stato d’animo si esprime nelle poesie che ci hanno lasciato: a volte sembra quasi che il destino crudele che li ha travolti non ne abbia scalfito l’innocenza e la certezza della vita, a volte sembrano possedere una consapevolezza propria di un’età ben più matura.

IL LINGUAGGIO DELLA PROPAGANDA NAZISTA

“Theresienstadt. Ein Dokumentarfilm aus dem jüdischen Siedlungsgebiet” (Theresienstadt. Un documentario sul reinsediamento degli ebrei), più noto come “Il Führer regala una città agli ebrei” venne girato da Kurt Gerron, attore e regista ebreo che aveva recitato al fianco di Marlene Dietrich ne “L’angelo azzurro” , internato a Theresienstadt.

Lasciata la Germania per sfuggire alle leggi razziali, Gerron lavorò come regista in Olanda. Quando anche l’Olanda venne occupata dalla Wermacht, fu costretto ad apparire nel film di propaganda antiebrea “Der Ewige Jude” (L’eterno ebreo), voluto da Joseph Goebbels.

Nel 1943 venne internato a Theresienstadt, dove scrisse uno spettacolo di cabaret: “Karoussel”. Successivamente alla visita della Croce Rossa, gli venne imposto di girare un film in cui Theresienstadt apparisse come un normale centro di provincia in cui gli ebrei vivevano da normali cittadini. Terminato il suo lavoro, Gerron venne trasferito ad Auschwitz dove finì in una camera a gas pochi giorni prima dell’arrivo dei liberatori.

Joseph Goebbels si iscrisse al Partito Nazionalsocialista nel 1924; nel 1933 venne chiamato da Hitler a rivestire la carica di Ministro della propaganda, che mantenne fino alla fine del Terzo Reich, quando, uccisi i figli, si suicidò assieme alla moglie nel bunker della Cancelleria.

Goebbels ebbe la completa fiducia del Führer, che gli affidò il controllo dell’informazione e della vita culturale tedesca (cinema, teatro, sport).

Goebbels viene considerato il primo uomo politico moderno che abbia percepito le potenzialità dell’informazione come strumento di propaganda politica e il primo che sia stato capace di gestirla scientificamente sottomettendola ai fini del Terzo Reich.

Gli viene attribuita la frase: «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità», un suggerimento che gli uomini politici del nostro tempo non hanno trascurato di cogliere e applicare.

Alfredo Spanò

LA ROCCA DI MAIOLETTO

di Gaetano Dini

C’era una volta un paese posto dove adesso c’è la Rocca di Maioletto, chiamato Maiolo e formato da un borgo di case sottostanti ad un bel castello eretto in cima a quel monte. Era chiamato Castrum Maiulus inteso come castello meno grande rispetto al Castrum Maius, il castello grande, quello di Monteferetrio, San Leo che gli era molto vicino in linea d’aria. Entrambi i castelli eretti su rupi scoscese, erano all’epoca imprendibili.

Fin dall’VIII – IX sec. tra le mura delle due fortezze di Maiolo e San Leo, si svolgevano i Parlamenti Feretrani dove si dirimevano controversie e si amministrava la giustizia per le popolazioni del luogo.

Il castello di Maiolo importante per la sua posizione strategica che dominava la valle, appartenne alla Chiesa, in seguito fu dei conti di Faggiola di Casteldelci, poi dei conti Montefeltro di San Leo passando anche nelle mani dei conti Malatesta di Rimini fino ad appartenere al Ducato d’Urbino. Il borgo e la rocca seguirono le vicende storiche del Ducato d’Urbino fino alla devoluzione di quest’ultimo allo Stato Pontificio nel 1631.

Sulla rocca di Maiolo nel 1647 cadde un fulmine che colpì l’edificio contenente la polveriera, distruggendo parte della vicina muraglia costeggiante la strada che conduceva al forte.

Tra il 29 e 30 maggio 1700, il paese venne distrutto da una gigantesca frana alimentata da un diluvio durato quasi due giorni che cancellò completamente il borgo fortificato. La frana interessò infatti la parte superiore ed inferiore del monte con crollo di massi e smottamenti sotto il castello. Rimase intatta solo la chiesetta di San Rocco non toccata dalla frana perché si trova alla pendice destra del monte.

La leggenda attribuisce il tragico evento alla punizione divina causata dai balli angelici (balli pagani orgiastici) che si erano tenuti nel castello per di più in tempo di Quaresima.

La popolazione sopravvissuta si spostò nella sottostante Valmarecchia e su alla Serra dove oggi sorge Maiolo che ereditò quel nome dal paese andato distrutto.

La rupe dove sorgeva il castello di Maiolo si chiamò col tempo Rocca di Maioletto traendo il nome dalla piccola località che era posta tra la rupe stessa e la Serra dove intanto era sorto il nuovo paese di Maiolo.

Racconta una cronaca manoscritta dell’epoca che «staccossi dal monte il terreno ove era posta questa nostra terra, e rovinò tutto sottosopra, restando solo quattro piccole case verso tramontana, restando sotto le rovine della medesima morti gran parte degli abitanti».

Prossimo alla rupe c’è oggi un cippo posto dall’amministrazione di Maiolo con una scritta tratta certamente da un testo risalente all’epoca dei fatti:

Majolo

Terra del Montefeltro, Stato d’Urbino,

lieto soggiorno e fruttifero paese, ora

affatto rovinato e sepolto per uno

staccamento di terra del monte

superiore e rupina della parte inferiore,

seguito li ventinove maggio, in tempo di

notte, l’anno del Giubileo 1700,

regnante Innocenzo XII, nel mentre che

cadeva dirottissima pioggia, durata per

lo spazio di ore quaranta, restando sotto

le rovine morti gran parte degli abitanti.

Il monte su cui sorge la Rocca di Maioletto è a componente argillosa, quindi soggetto a smottamenti. Una domenica di marzo 1964 non ricordo quale, verso le 7 di mattina si verificò un altro smottamento del costone sotto i ruderi del castello, creando la conformazione attuale della Rocca. Noi avevamo la casa in alto a Novafeltria, in linea d’aria proprio di fronte alla Rocca di Maioletto, quindi in un attimo dopo il boato abbiamo visto cambiata la morfologia del monte.

OGNUNO HA IL SUO PASSO

Ognuno ha il suo passo e camminare da soli consente di farlo nel modo più consono alla propria natura e ai propri interessi realizzando profittevolmente un personale rapporto con il territorio. Così, chi predilige l’aspetto sportivo del camminare assumerà un passo spedito, chi invece desidera unire all’attività salutare del movimento altre passioni, come la lettura, la fotografia, l’osservazione della flora e della fauna, la raccolta di erbe, funghi e frutti alternerà il camminare a pause più o meno brevi.

Dopo aver praticato il trekking nell’ambito di gruppi che sembravano avere come scopo principale quello di arrivare quanto prima alla meta, mi sono chiesto che senso avesse raggiungere di notte la cima di un monte senza potersi fermare a contemplare i panorami circostanti, resi magici e surreali dalla luce diafana della luna piena, o percorrere speditamente un sentiero sassoso a occhi bassi senza guardarsi intorno per non mettere a repentaglio i garretti o sfiorare macchie di noccioli, prati di fragole e roveti carichi di more senza poterle raccogliere o rasentare boschi e radure popolati da splendidi animali, in cui non sarebbe stato possibile incappare in compagnia di una combriccola chiassosa e celiante, o ancora incrociare qualche invitante via traversa sconosciuta senza poterla esplorare.

Accortomi che avevo la fortuna di vivere in una regione, il Montefeltro, che, estendendosi dagli Appennini all’Adriatico a quote digradanti, offre una singolare ricchezza di tipologie orografiche, una natura scarsamente contaminata, depositaria di una sorprendente varietà floreale e faunistica, costellata di piccoli borghi antichi ben conservati e di città custodi di patrimoni d’arte e di tradizioni secolari, ho deciso di imprimere una svolta al mio andar per strade e sentieri e di accompagnarmi da me solo o con chi condividesse la mia filosofia e i miei interessi.

Ogni sortita è preceduta da uno studio del territorio sorretto da una piacevole ansia di conoscenza, vive degli interessi che ogni stagione sa suscitare, legati alla scoperta di piante, fiori, frutti, insetti e animali che vi albergano e di luoghi naturali oppure esito dell’opera dell’uomo, è costellata di incontri inattesi con persone che hanno piacere di raccontare le tradizioni, le esperienze, i mestieri del luogo, ed è seguita dal ritocco e dalla registrazione delle fotografie scattate e, a volte, dall’approfondimento del profilo scientifico o storico dei siti visitati o dalla pulizia, dalla preparazione e dalla ghiotta fruizione dei prodotti naturali raccolti.

Sostare tra i ruderi di un vecchio borgo contadino abbandonato, tra le antiche case in pietra cadenti, soffocate dalle acacie e dall’edera, scoprire i porticati, le imboccature dei forni, le stalle, tracce di una vita di lavoro ininterrotto, faticosa e ingrata, legata ai ritmi naturali e condotta in stretta comunità, tanto dissimile dalla nostra, guardarsi attorno dagli spalti di un castello che è stato parte della storia, centro di vita e di cultura, scudo per gli uomini di una parte o di un’altra, strumento di potere dei Malatesta, dei Montefeltro, dei Medici o di onnipotenti pontefici, sostare all’ombra delle mura di chiese millenarie, spesso costruite con pietre di templi ancora più antichi, che hanno accolto papi, santi ed eremiti, e leggere racconti ambientati in tempi lontani, rievocandone le atmosfere, offre emozioni impareggiabili e concede ali al pensiero. Per questo chiamo questi posti singolari e affascinanti “spazi del pensiero libero”, spazi in cui è possibile recuperare il senso della vita e del presente di fronte al tempo e alla storia, spazi che riflettono i nostri limiti di fronte all’universo, spazi senza confini che ci aiutano ad abbattere i confini ristretti della nostra mente e della nostra società.

Alfredo Spanò

STORIA: I FESCENNINI

di Gaetano Dini

I Fescennini versus sono un genere arcaico di poesia popolare rurale consistente in motti rozzi e pungenti che gli agricoltori etruschi solevano lanciarsi a vicenda durante le loro chiassose feste campagnole svolte nelle aie. Quelle feste agresti erano tenute per festeggiare la fecondità dei campi, l’abbondanza del raccolto, della vendemmia e per ringraziare le divinità protettrici della natura. I contadini vi recitavano proverbi, formule di scongiuro, vi intonavano canti di lavoro e si scambiavano tra loro battute licenziose recitando all’impronta e portando spesso “in giro” anche il pubblico presente. Mentre squadre di contadini si scambiavano tra loro battute mordaci, queste feste andavano quasi sempre incontro ad un crescendo emotivo collettivo con i contadini etruschi che si tinteggiavano il volto di mosto o che si mascheravano con cortecce d’albero incise come a richiamare il personaggio di Phersu, figura etrusca inquietante simboleggiante forse la maschera di una divinità istrionica dal cui nome deriva in italiano il termine “persona”. Questi contadini, ebbri di vino, durante le feste potevano anche travestirsi ed improvvisare danze semplici e ridicole con l’esibizione tra loro di oggetti fallici indecenti.

I Fescennini venivano recitati anche durante i banchetti nuziali nei matrimoni di campagna.

Di questo retaggio rimane ancora oggi in Italia l’uso durante i matrimoni sia di fare auguri sinceri di fecondità alla coppia che di indirizzare da parte degli invitati delle stornellate salaci in rima allo sposo con allusione ai suoi trascorsi prematrimoniali.

Per l’eccessiva mordacità dovuta alla rozzezza popolare, questi versi fescennini degenerarono sempre più spesso in licenza ingiuriosa e furono vietati in epoca repubblicana dalla legge romana, cadendo poi in disuso.

Il nome Fescennino sembra derivare dalla cittadina di Fescennium, antica città falisca posta nell’Etruria meridionale al confine con il Lazio dove pare sia nato questo genere di poesia popolare. Non è prassi infrequente infatti collegare un fatto scenico al suo luogo di origine, visto che le Atellane, commedie rustiche, sono collegate nel proprio nome alla città di Atella in Campania. Il sito dell’antica Fescennium viene dai più riconosciuto nel luogo dove oggi si trova la cittadina di Corchiano VT.

Altra interpretazione fa derivare il nome Fescennino dal termine Fascinum che in lingua latina significa malocchio, sortilegio. Il Fascinum consisteva frequentemente in un amuleto fallico con funzioni apotropaiche contro il malocchio e gli influssi maligni e lo stesso doveva portare fortuna e prosperità a chi lo possedeva. Nulla vieta però che l’antica Fescennium abbia preso il proprio nome da quello di Fascinum.

I Fescennini sono artisticamente classificati come arcaiche forme preletterarie anonime nelle quali viene però rintracciata l’impronta italica più genuina, fatta questa di Vis comica, di Italicum acetum, indicante questo un modo astuto e mordace di rapportarsi con gli altri, modo che lascia sempre tutti gli astanti con l’amaro in bocca.

Lo spirito dei Fescennini versus è in seguito penetrato come per osmosi nei Carmina Nuptialia romani con frizzi e lazzi rivolti allo sposo durante il matrimonio e nei Carmina Triumphalia romani, canti con cui i soldati accompagnavano il trionfo del generale vittorioso. Erano questi, canti a botta e risposta. Mentre una parte dei soldati cantava gli elogi del comandante, l’altra lanciava contro di lui frasi licenziose fino allo scherno. Famose le frasi lanciate a Cesare durante i suoi trionfi, tra le quali c’era: “sei il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti”.

STORIA: LA VALMARECCHIA, PIETRACUTA

di Gaetano Dini

Nell’area dove si trova oggi Pietracuta c’era in epoca tardoromana solo il centro abitato della odierna frazione di Libiano. Nei secoli successivi si formò una comunità di persone sul monte sopra l’odierna Pietracuta, monte a pareti scoscese, appunto una “pietra acuta”, consistente in una rocca con piccolo borgo annesso. Questo territorio l’imperatore Ottone I nel 962 d.C. lo fece confluire nel feudo del conte Ulderico di Carpegna detto Ulderico il Sassone, già infeudato come conte dall’imperatore stesso in quanto Ulderico aveva fedelmente servito Ottone durante la campagna imperiale in Italia contro Berengario II.

Il figlio di Ulderico, Nolfo conte di Pietracuta, nel 996 fortificò il proprio castello sia nella rocca che nelle mura. Su un’architrave della rocca si leggeva “Nulfus Carpineus Comes”, cioè Nolfo conte di Carpegna. I discendenti di Nolfo hanno posseduto il castello fino al 1221 quando la popolazione di Pietracuta lo riscattò dai conti di Carpegna dietro pagamento.

Il territorio della rocca di Pietracuta con borgo annesso passò in seguito ai duchi di Urbino che erano dei discendenti dei Carpegna, territorio incluso nella giurisdizione di San Leo. Successivamente la rocca fu per circa 70 anni inglobata in territorio sammarinese per poi ritornare a quello di San Leo. Il sito è oggi abbandonato.

Le famiglie ricche di San Leo verso la fine del ‘700 iniziarono a costruire le proprie ville in pianura nel luogo dove oggi sorge il paese di Pietracuta. Le costruirono per avere sia un soggiorno più gradevole in una zona amena vicina al fiume Marecchia e con un clima invernale meno rigido rispetto a quello di San Leo sia per comodità logistica in quanto da lì passava la strada che dall’alta Valmarecchia portava a Rimini. Si ricorda che il cambio di posta dei cavalli era all’altezza dell’odierna frazione di Ponte Verucchio. Così a poco a poco si sviluppò il centro abitato di Pietracuta, con residenze abitative divenute fisse.

Gli abitanti di Pietracuta sono stati i primi animatori del referendum che nell’anno 2009 ha portato i 7 comuni dell’Alta Valmarecchia in provincia di Rimini e nella Emilia-Romagna.

STORIA: L’ALTA VALMARECCHIA

di Gaetano Dini

Abitata dal popolo degli antichi Umbri (già dal 9°-8° sec. a.C.) che vivevano anche nell’attuale Provincia di Rimini ed avevano come loro territorio più a nord la Valle del Savio con città più importante Sarsina, venne poi conquistata dai galli Senoni (intorno al 400 a.C.) al pari del territorio delle attuali province di Rimini e Pesaro.

Il minimo comun denominatore dei territori dell’Alta Valmarecchia (i sette comuni: San Leo, Novafeltria, Talamello, Maiolo, Sant’Agata Feltria, Pennabilli, Casteldelci) con la provincia di Rimini è quindi storicamente a base prima umbra e poi gallica.

Mentre la parlata umbra con i suoi usi e costumi si è persa nel tempo, è il dialetto romagnolo di derivazione gallica che è rimasto nei secoli successivi, assieme ad usi e costumi di impronta gallica.

Nella divisione dell’Italia in regioni attuata dall’imperatore Augusto, gli attuali territori dell’Alta Valmarecchia, dell’alta Valle del Savio e il territorio della Valle del Bidente (corrispondente oggi alla Romagna Bidentina che comprende i comuni di Santa Sofia, Galeata, Civitella di Romagna e Meldola) erano stati inseriti nella regione Umbria mentre il territorio corrispondente all’attuale Provincia di Rimini era stato inserito nella regione Emilia.

Dopo la caduta dell’Impero Romano il territorio dell’attuale Valmarecchia, inclusi i sette comuni in argomento, era stato inserito dai Bizantini nelle terre dell’Esarcato mentre la città di Rimini era stata posta nel territorio della Pentapoli marittima assieme a tutti gli attuali comuni della Provincia di Rimini Sud. La Pentapoli marittima comprendeva le città di Rimini (incluso San Giuliano Borgo dove finivano le mura cittadine), Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona. Le attuali frazioni di San Giuliano Mare, Rivabella, Viserba, Viserbella, Torre Pedrera e gli attuali comuni di Bellaria-Igea M., Santarcangelo di R., Poggio Berni, Torriana, Verucchio erano stati posti anch’essi nel territorio dell’Esarcato che comprendeva anche le attuali province di Forlì Cesena, Ravenna, Bologna e Ferrara (l’antica Romania, da cui il nome Romagna).

Dopo il 1.000 d.C. il territorio dell’attuale Alta Valmarecchia (gli attuali sette comuni) è passato sotto la Marca Anconetana, inserito nel feudo dei conti di Carpegna.

Dal 1200 in poi l’Alta Valmarecchia è stata tenuta con fasi alterne dai conti di Carpegna i quali passarono in seguito sotto l’influsso politico del Ducato di Urbino e dai Malatesta di Rimini che avevano a tal fine il loro castello più strategico nella zona di Pennabilli.

Cadute nei primi anni del ‘500 tutte le signorie di Romagna ad opera di papa Alessandro VI e di suo figlio il Valentino, l’Alta Valmarecchia (gli attuali sette comuni) passa prima al Ducato d’Urbino sempre sotto l’egida del papa, poi con la scomparsa del Ducato d’Urbino nel 1625, rimane all’interno dello Stato Pontificio unita al territorio delle Marche mentre l’attuale Provincia di Rimini è unita al territorio della Romagna, sempre all’interno dello Stato Pontificio.

Durante il Regno Napoleonico il territorio degli attuali sette comuni dell’Alta Valmarecchia viene inserito nel Dipartimento del Rubicone, Distretto di Cesena.

Dopo la caduta del Regno Napoleonico viene restaurato lo Stato Pontificio e papa Pio VII con “motu proprio” del 6 luglio 1816, distacca dalla Romagna il territorio degli attuali sette comuni annettendolo alla Legazione di Urbino, sempre all’interno dello Stato Pontificio. Da allora furono tutti vani i tentativi di ricongiungimento alla Romagna.

I sette comuni dell’Alta Valmarecchia esprimono ai sensi di legge, la volontà di distaccarsi dalla regione Marche con referendum del 2006. Nel 2009 il Parlamento italiano con propria legge approva l’aggregazione dei suddetti sette comuni alla regione Emilia-Romagna, Provincia di Rimini.

Con sentenza n. 246 depositata l’ 8.7.2010, la Corte Costituzionale ha giudicato infondato il ricorso presentato dalla regione Marche sulla presunta illegittimità costituzionale della legge del 2009 relativa all’aggregazione dei sette comuni alla Regione Emilia-Romagna.