LA ROCCA DI MAIOLETTO

di Gaetano Dini

C’era una volta un paese posto dove adesso c’è la Rocca di Maioletto, chiamato Maiolo e formato da un borgo di case sottostanti ad un bel castello eretto in cima a quel monte. Era chiamato Castrum Maiulus inteso come castello meno grande rispetto al Castrum Maius, il castello grande, quello di Monteferetrio, San Leo che gli era molto vicino in linea d’aria. Entrambi i castelli eretti su rupi scoscese, erano all’epoca imprendibili.

Fin dall’VIII – IX sec. tra le mura delle due fortezze di Maiolo e San Leo, si svolgevano i Parlamenti Feretrani dove si dirimevano controversie e si amministrava la giustizia per le popolazioni del luogo.

Il castello di Maiolo importante per la sua posizione strategica che dominava la valle, appartenne alla Chiesa, in seguito fu dei conti di Faggiola di Casteldelci, poi dei conti Montefeltro di San Leo passando anche nelle mani dei conti Malatesta di Rimini fino ad appartenere al Ducato d’Urbino. Il borgo e la rocca seguirono le vicende storiche del Ducato d’Urbino fino alla devoluzione di quest’ultimo allo Stato Pontificio nel 1631.

Sulla rocca di Maiolo nel 1647 cadde un fulmine che colpì l’edificio contenente la polveriera, distruggendo parte della vicina muraglia costeggiante la strada che conduceva al forte.

Tra il 29 e 30 maggio 1700, il paese venne distrutto da una gigantesca frana alimentata da un diluvio durato quasi due giorni che cancellò completamente il borgo fortificato. La frana interessò infatti la parte superiore ed inferiore del monte con crollo di massi e smottamenti sotto il castello. Rimase intatta solo la chiesetta di San Rocco non toccata dalla frana perché si trova alla pendice destra del monte.

La leggenda attribuisce il tragico evento alla punizione divina causata dai balli angelici (balli pagani orgiastici) che si erano tenuti nel castello per di più in tempo di Quaresima.

La popolazione sopravvissuta si spostò nella sottostante Valmarecchia e su alla Serra dove oggi sorge Maiolo che ereditò quel nome dal paese andato distrutto.

La rupe dove sorgeva il castello di Maiolo si chiamò col tempo Rocca di Maioletto traendo il nome dalla piccola località che era posta tra la rupe stessa e la Serra dove intanto era sorto il nuovo paese di Maiolo.

Racconta una cronaca manoscritta dell’epoca che «staccossi dal monte il terreno ove era posta questa nostra terra, e rovinò tutto sottosopra, restando solo quattro piccole case verso tramontana, restando sotto le rovine della medesima morti gran parte degli abitanti».

Prossimo alla rupe c’è oggi un cippo posto dall’amministrazione di Maiolo con una scritta tratta certamente da un testo risalente all’epoca dei fatti:

Majolo

Terra del Montefeltro, Stato d’Urbino,

lieto soggiorno e fruttifero paese, ora

affatto rovinato e sepolto per uno

staccamento di terra del monte

superiore e rupina della parte inferiore,

seguito li ventinove maggio, in tempo di

notte, l’anno del Giubileo 1700,

regnante Innocenzo XII, nel mentre che

cadeva dirottissima pioggia, durata per

lo spazio di ore quaranta, restando sotto

le rovine morti gran parte degli abitanti.

Il monte su cui sorge la Rocca di Maioletto è a componente argillosa, quindi soggetto a smottamenti. Una domenica di marzo 1964 non ricordo quale, verso le 7 di mattina si verificò un altro smottamento del costone sotto i ruderi del castello, creando la conformazione attuale della Rocca. Noi avevamo la casa in alto a Novafeltria, in linea d’aria proprio di fronte alla Rocca di Maioletto, quindi in un attimo dopo il boato abbiamo visto cambiata la morfologia del monte.

IL TESORO DEL MONTEFELTRO

di Gaetano Dini

Circolava una voce nell’800 che nel Montefeltro vicino San Leo era stato trovato un tesoro. La voce popolare diceva che poteva essere solo il tesoro di Berengario II re d’Italia assediato a San Leo da Ottone I dal 961 al 963.

Un erudito un tal Moroni nel 1847 in un suo libro riporta questa informazione “Nel 1823 presso le vicinanze di San Leo in certi scavi sul Colle Acquiro, si trovò una gran cassa rinchiudente vasi e scettri d’oro, fornita di diamanti, vari candelabri, pezzi di stoffe d’amianto ornate d’oro e arnesi muliebri in gran numero. Si crede che questi effetti appartenessero a Berengario II che si difese per lungo tempo sul monte San Leo, prima di cadere nelle mani di Ottone I, essendovisi recato co’ suoi tesori.”

La notizia fu rilanciata nel 1862 in un passo del libro di tal Dorilo Magarese “Il Tesoro di cui parlaron le Gazzette di Roma nella State del 1823, rinvenutosi in uno de’ Colli del Montefeltro detto Acquiro, probabilmente fece parte delle ricchezze di Berengario e della regina Willa, onde si favella.” Subito si cercò di localizzare questo Colle Acquiro vicino San Leo, senza risultato. Neanche consultando le carte dell’Istituto Geografico Militare si trovò il toponimo Colle Acquiro o Monte Acquiro.

Si dovette risalire allo scritto di un erudito del 600 tal Pier Antonio Guerrieri “Del Castello già di Monte Aguino. Al riscontro di Monte Tassi sopra la destra riva del fiume Conca dalla parte verso il meridiano è un Monticello, sopra di quale anticamente era un castelletto nominato con l’istesso nome di Monte Aguino….”

Gli abitanti attuali chiamano quel monticello dove non si vedono più neppure i ruderi del castello, Monte Jacquino.

Finalmente si riuscì a localizzare la zona interessata che quella volta nell’800 era posta nel territorio di Macerata Feltria, nella parrocchia di S. Maria Valcava, di fronte alle case della frazione di Conca di Monte Grimano che si trovano a nord del fiume Conca.

Oggi quel sito sia con la frazione di Conca di Monte Grimano che con quella di Monte Tassi fa parte del Comune di Monte Grimano Terme.

La cassa con vari preziosi dentro non fu mai trovata.

Ci fu anche un processo contro i presunti scopritori della cassa di preziosi.

Uno scritto del 1867 di un sacerdote del luogo, Francesco Dominici, parla genericamente dell’epilogo del processo dicendo che gli imputati furono condannati “ed ebbero a soffrire lunga carcerazione, e molto dispendio (soldi spesi) per le proprie difese: talché ne furono rovinati nei loro interessi, e si ridussero a povertà, mentre prima erano possidenti abbastanza agiati nel loro Stato…”

Tesoro di Berengario II? Certo che la zona del presunto ritrovamento è piuttosto lontana da San Leo e trasportare lì una pesante cassa piena di preziosi da una San Leo cinta da assedio serrato era cosa poco fattibile.

Tesoro forse degli Ostrogoti, occultato durante gli anni della guerra greco/gotica?

Oppure tesoro d’epoca romana trovato in quello che potrebbe essere stato un avamposto della città di Pitinum Pisaurense (l’odierna Macerata Feltria)?

Questo a tutt’oggi non ci è dato sapere.

SAN LEO CAPITALE D’ITALIA

di Gaetano Dini

Dal 931 erano re d’Italia e imperatori Ugo di Provenza e suo figlio Lotario II. Il loro potere però era debole. Così i feudatari italiani contrapposero a loro un contendente sempre italiano, Berengario II Marchese d’Ivrea.

Berengario era per linea maschile di ascendenza franca, come lo erano quasi tutti i nobili del nord Italia. In più suo nonno materno era addirittura Berengario I Marchese del Friuli, anche lui di ascendenza franca il quale era stato re d’Italia ed imperatore.

Berengario II fin dal 941 era rimasto in Germania alla corte di Ottone I, accreditandosi presso di lui. Nel 945 Berengario, rientrato in Italia, destituì Ugo di ogni potere mentre rimase re d’Italia ed imperatore suo figlio Lotario II. Per Ugo rimanere senza potere era insopportabile, così nel 947 tornò in Provenza lasciando il figlio Lotario in Italia il quale conferì a Berengario in quello stesso anno il titolo di correggente.

Alla morte di Lotario II nel 950, forse fatto avvelenare dallo stesso Berengario, questi aveva imprigionato Adelaide vedova di Lotario, spogliandola di parte dei suoi beni. Moglie dell’ultimo imperatore e figlia del re Rodolfo di Borgogna, Adelaide vantava diritti dinastici sulla corona italiana. Berengario II come nuovo re d’Italia, con la sua condotta politica si era invece alienato le simpatie dei feudatari italiani e del clero che adesso gli doveva versare dei tributi. Così papa Giovanni II chiamò in suo soccorso Ottone I. Entrato in Italia nel settembre 951, Ottone marciò su Pavia capitale del regno senza incontrare resistenze. Ottone assunse il titolo di re d’Italia per diritto di conquista e sposò Adelaide che gli portava in dote i propri diritti dinastici. Berengario II si rifugiava allora nelle montagne del Montefeltro, a San Leo.

Era tradizione che chi volesse diventare imperatore doveva essere anche re d’Italia e cingere la corona di ferro che era custodita in una delle regge italiane, quella di Monza. Quindi sia il re di Germania che il re di Francia per essere imperatore doveva diventare anche re d’Italia. Esercitava il potere diretto sulla propria nazione e sull’Italia ed era riconosciuto imperatore dall’altro re che continuava ed esercitare il potere nella propria nazione. Il re d’Italia poteva invece essere eletto imperatore governando solo l’Italia, avendo il riconoscimento formale di imperatore dagli altri due re.

Ottone dovette rientrare in Germania per problemi interni, così Berengario intavolò trattative diplomatiche con lui fino a quando nella Dieta di Colonia dell’agosto 952, alla presenza dei grandi di Germania e di una rappresentanza di grandi feudatari italiani, Berengario II e suo figlio Adalberto prestarono giuramento di fedeltà ad Ottone che li investì del titolo di re d’Italia. Intanto Ottone in quegli anni dovette affrontare in Germania una rivolta interna e le incursioni degli Ungari e degli Slavi. Berengario e suo figlio ritennero quindi non più valido il loro atto di sottomissione a lui, governando l’Italia in maniera autonoma.

Ottone riuscì a sconfiggere tutti gli avversari e chiamato di nuovo da papa Giovanni II scese ancora in Italia. Era il 961.

Raggiunse di nuovo Pavia come nella sua prima calata in suolo italico e riprese per se la corona del regno. Berengario intanto abbandonato nel nord Italia dal suo esercito, si rifugiò con pochi fedeli di nuovo a San Leo come aveva fatto una decina d’anni prima. Sua moglie Willa, regina consorte si asserragliò invece nel castello dell’isola di San Giulio nel lago d’Orta. Ottone espugnò il castello ma cavallerescamente permise a Willa di raggiungere suo marito a San Leo nel luglio del 962.

Ottone intanto nel 961 aveva posto sotto assedio San Leo e Berengario II capitolò per fame nel 963.

Berengario e la moglie Willa erano quindi rimasti re e regina d’Italia dal 952 al 963, anche se gli ultimi anni resistendo in armi. San Leo invece ultima roccaforte di Berengario, divenne di fatto capitale d’Italia dal 961 al 963.

Dopo la loro resa Berengario II e Willa lasciarono definitivamente San Leo nel 964, condotti prigionieri a Bamberga in Germania. Willa rimase vedova nel 966 e subito si ritirò in un monastero prendendo i voti ecclesiastici.

Intanto il 2 febbraio 962 Ottone I era stato consacrato Imperatore a Roma da papa Giovanni II.

Il LAGO DI ANDREUCCIO E LA SUA LEGGENDA

 

di Gaetano Dini

Il Lago di Andreuccio si trova nel comune di Pennabilli vicino alle frazioni di Soanne e Scavolino.

L’anno dei fatti è indicato in un generico 1300.

Il conte Evaristo di Carpegna era anche signore di Soanne e Scavolino. Evaristo aveva una giovane ed incantevole figlia chiamata Elisabetta. Quando da Carpegna andava con la bella stagione nelle residenze paterne di Soanne e Scavolino, Elisabetta soleva fare delle passeggiate nelle amene campagne del luogo. Un giorno, durante una passeggiata, aveva incontrato Andreuccio, giovane e bel pastorello del luogo che governava i propri animali. I due ebbero occasione di vedersi ed incontrarsi altre volte fino a quando Andreuccio non dichiarò ad Elisabetta il suo amore, ricambiato da lei.

Ma i due giovani erano spiati da un cavaliere del castello che riferì tutto al conte Evaristo. Non sia mai che mia figlia di nobile lignaggio frequenti o addirittura sposi un villico del popolino, così pensava il conte.

Un pomeriggio sul tardi, come aveva fatto altre volte, la bella Elisabetta aspettava di incontrare il suo Andreuccio nei pressi del laghetto. Ma Andreuccio non si vedeva. La contessina alla fine tornò a casa.

I giorni seguenti si venne a sapere che sulla riva del lago erano stati trovati un pugnale e tracce di sangue. Le voci dicevano che il conte aveva fatto uccidere Andreuccio facendo poi sparire il corpo. Allora Elisabetta si precipitò al laghetto e gli chiese dove fosse finito il suo amore. Ma il laghetto non rispose, rimase muto per non darle un dolore. Elisabetta intuendo la verità, vinta dalla disperazione si buttò nelle sue acque affogando.

Il conte disperato per ciò che era successo, decise allora di dare al lago il nome del pastorello, Andreuccio.

Storia questa inventata di sana pianta dalla fantasia popolare del 1500, 1600 o 1700, da raccontare le sere d’inverno accanto al focolare. Oggi i frequentatori del lago generalmente non conoscono l’esistenza di questa leggenda e chi sa che esiste ne conosce la trama in maniera vaga.

Noi che adesso la conosciamo in maniera precisa, proviamo pietà per i due sfortunati amanti e quando andiamo al Lago di Andreuccio lo guardiamo in maniera diversa rispetto a prima.

STORIA: UN’ENCLAVE TOSCANA IN TERRA ROMAGNOLA

di Gaetano Dini

Monterotondo è una frazione del comune di Badia Tedalda che con le altre frazioni di Santa Sofia, Cà Raffaello, Cicognaia, rappresenta un’enclave toscana in terra romagnola.

Nel 1207 Castrum Montis Rotundis apparteneva alla famiglia dei conti di Montedoglio della Valtiberina.

Dal Libro dei Censi, nel sesto anno di pontificato del Papa Gregorio IX (1233) un certo Ugutio Dadei de castro Aldicae donò pro anima sua alla santa sede apostolica vari possedimenti tra cui Villa Montis Rotondi.

Nel 1285 era signore di Monterotondo Rainerio Lancia, figlio di Alberico. E ancora nel 1311 i signori del luogo Ubaldo, Battista e Cionino Manfredi, vennero nominati col titolo di Dominus di Monterotondo in un atto di compravendita stipulato coi conti di Carpegna.

Con la pace di Sarzana del 10 gennaio 1353 Castrum de M. Rotundo fu posto sotto la signoria di Neri (o Nerio) della Faggiola.

Il territorio di Santa Sofia e quindi anche il Castello di Monterotondo, tornò poi in potere dei Montedoglio. Donna Paola, figlia del Conte Prinzivalle di Guido unico primogenito maschio del casato dei Montedoglio, alla fine del secolo XV sposò un Gonzaga, conte di Novellara, portando in dote questa località. Il Granduca di Toscana Ferdinando I dei Medici, con rogito in data 5 giugno 1607, lo comprò dai pronipoti di donna Paola Monterotondo con vari territori annessi per il prezzo di 7000 scudi.

Successivamente, il 23 settembre 1615, Cosimo II eresse in feudo con il titolo nobiliare di Marchesato, il territorio di Santa Sofia ed il vicino Castello di Monterotondo, investendone il barone Fabrizio Colloredo (o Collaredo) allora suo maestro di camera e priore di Lunigiana dell’Ordine di Santo Stefano.

Nel XVIII secolo il feudo passò ai Conti Lorenzo e Paola Barbolani di Montauto (FI), signori di origine longobarda. Il 25 novembre 1774, il Conte Bartolomeo Barbolani ed altri coeredi vendettero per la somma di 6000 scudi fiorentini il feudo di Monterotondo a Pietro Leopoldo, Granduca di Toscana che lo unì al Vicariato di Sestino.

Tre anni più tardi, l’amministrazione del Granducato di Toscana vendette i beni allodiali (cioè posseduti in piena proprietà) di Monterotondo a Giuseppe Gambetti di Talamello, per la somma di 1500 scudi. Questi era un taumaturgo, alchimista, medico, veterinario, pranoterapeuta, chimico.

Il 17 dicembre 1788 Monterotondo e gli altri territori limitrofi passarono alla Santa Sede che li incorporò nel Comune di Badia Tedalda di cui amministrativamente fanno tuttora parte.

OGNUNO HA IL SUO PASSO

Ognuno ha il suo passo e camminare da soli consente di farlo nel modo più consono alla propria natura e ai propri interessi realizzando profittevolmente un personale rapporto con il territorio. Così, chi predilige l’aspetto sportivo del camminare assumerà un passo spedito, chi invece desidera unire all’attività salutare del movimento altre passioni, come la lettura, la fotografia, l’osservazione della flora e della fauna, la raccolta di erbe, funghi e frutti alternerà il camminare a pause più o meno brevi.

Dopo aver praticato il trekking nell’ambito di gruppi che sembravano avere come scopo principale quello di arrivare quanto prima alla meta, mi sono chiesto che senso avesse raggiungere di notte la cima di un monte senza potersi fermare a contemplare i panorami circostanti, resi magici e surreali dalla luce diafana della luna piena, o percorrere speditamente un sentiero sassoso a occhi bassi senza guardarsi intorno per non mettere a repentaglio i garretti o sfiorare macchie di noccioli, prati di fragole e roveti carichi di more senza poterle raccogliere o rasentare boschi e radure popolati da splendidi animali, in cui non sarebbe stato possibile incappare in compagnia di una combriccola chiassosa e celiante, o ancora incrociare qualche invitante via traversa sconosciuta senza poterla esplorare.

Accortomi che avevo la fortuna di vivere in una regione, il Montefeltro, che, estendendosi dagli Appennini all’Adriatico a quote digradanti, offre una singolare ricchezza di tipologie orografiche, una natura scarsamente contaminata, depositaria di una sorprendente varietà floreale e faunistica, costellata di piccoli borghi antichi ben conservati e di città custodi di patrimoni d’arte e di tradizioni secolari, ho deciso di imprimere una svolta al mio andar per strade e sentieri e di accompagnarmi da me solo o con chi condividesse la mia filosofia e i miei interessi.

Ogni sortita è preceduta da uno studio del territorio sorretto da una piacevole ansia di conoscenza, vive degli interessi che ogni stagione sa suscitare, legati alla scoperta di piante, fiori, frutti, insetti e animali che vi albergano e di luoghi naturali oppure esito dell’opera dell’uomo, è costellata di incontri inattesi con persone che hanno piacere di raccontare le tradizioni, le esperienze, i mestieri del luogo, ed è seguita dal ritocco e dalla registrazione delle fotografie scattate e, a volte, dall’approfondimento del profilo scientifico o storico dei siti visitati o dalla pulizia, dalla preparazione e dalla ghiotta fruizione dei prodotti naturali raccolti.

Sostare tra i ruderi di un vecchio borgo contadino abbandonato, tra le antiche case in pietra cadenti, soffocate dalle acacie e dall’edera, scoprire i porticati, le imboccature dei forni, le stalle, tracce di una vita di lavoro ininterrotto, faticosa e ingrata, legata ai ritmi naturali e condotta in stretta comunità, tanto dissimile dalla nostra, guardarsi attorno dagli spalti di un castello che è stato parte della storia, centro di vita e di cultura, scudo per gli uomini di una parte o di un’altra, strumento di potere dei Malatesta, dei Montefeltro, dei Medici o di onnipotenti pontefici, sostare all’ombra delle mura di chiese millenarie, spesso costruite con pietre di templi ancora più antichi, che hanno accolto papi, santi ed eremiti, e leggere racconti ambientati in tempi lontani, rievocandone le atmosfere, offre emozioni impareggiabili e concede ali al pensiero. Per questo chiamo questi posti singolari e affascinanti “spazi del pensiero libero”, spazi in cui è possibile recuperare il senso della vita e del presente di fronte al tempo e alla storia, spazi che riflettono i nostri limiti di fronte all’universo, spazi senza confini che ci aiutano ad abbattere i confini ristretti della nostra mente e della nostra società.

Alfredo Spanò