LIBRI: “IL DUELLO OVVERO SAGGIO DELLA VITA DI G. C. VENEZIANO” DI GIACOMO CASANOVA

“Il duello ovvero saggio della vita di G.C. Veneziano” venne scritto in lingua italiana da Giacomo Casanova di Seingalt (1725 – 1798) e pubblicato nel numero di giugno degli “Opuscoli miscellanei”, una rivista che egli stesso aveva fondato a Venezia nel gennaio del 1778 e che ebbe breve e poco fortunata vita.

Il racconto non viene svolto in prima persona, ma come la cronaca di eventi capitati a un anonimo “uomo nato a Venezia”, che non è difficile identificare in Casanova stesso.

La parte introduttiva, che qui riportiamo, costituisce una breve biografia dell’autore, anticipatrice di quella, ben più vasta e dettagliata, scritta in francese negli ultimi anni della sua vita e pubblicata postuma, tradotta in tedesco, in Germania negli anni 1822 – 1828.

“Il duello” è una pagina autobiografica avvincente come un romanzo da cui emergono considerazioni che, al di là dell’evento centrale del racconto, ci fanno apparire i modi di pensare e di agire nel Settecento molto meno lontani da quelli odierni di quanto si possa immaginare.

È curioso, per esempio, che Casanova anticipi un’opinione sui giornalisti: “mendacissimi gazzettieri”, tacciati di essere dei manipolatori di notizie, largamente condivisa tuttora e, nella parte finale della narrazione, il Veneziano racconta proprio di una sua vendetta nei confronti di un giornalista di Colonia che lo aveva diffamato.

Alfredo Spanò

AMARE I LIBRI

Claude Raguet Hirst (1855-1942) The Pleasure of Memory

Ognuno ha le sue preferenze in letteratura, ovviamente! Chi si appassiona alla fantascienza, chi è attratto dal romanzo storico, chi dal noir ecc. Io ho avuto i miei periodi. Credo che, dopo i libri per l’infanzia, la mia prima lettura autonoma sia stata Il corsaro nero di Emilio Sàlgari (“… o Salgàri, che dir si voglia!”, sottolineava il preside del mio liceo), che fu una lettura entusiasmante, capace di farmi navigare nelle acque ribollenti del Mar dei Caraibi sui legni della Folgore e in quelle altrettanto agitate dell’Oceano Indiano assieme alle Tigri di Mompracem. Saccheggiai allora la biblioteca di mio zio che aveva conservato molti libri di Salgari e mi immedesimai nelle avventure di quei fantastici personaggi senza poter immaginare che l’autore non aveva mai compiuto un viaggio in quei lidi lontani e senza conoscerne la vita sventurata.

Il mio viaggio nella letteratura ebbe avvio da Salgari nei primi anni dell’età scolare e proseguì attraversando tutti i capisaldi della narrativa avventurosa, che definire “per ragazzi” è limitativo: Jules Verne, Alexandre Dumas, Jack London, Daniel Defoe, Charles Dickens, Rudyard Kipling, l’immancabile Edmondo De Amicis, Ferenc Molnar.

Percorsi poi un lungo itinerario nel romanzo giallo partendo da Londra, dal 221 B di Baker Street (di Conan Doyle credo di avere letto tutto, per lo meno quanto editato in Italia) per traslocare a Whitehaven Mansions e trasferirmi infine a Parigi nell’appartamento del commissario Maigret e signora al 132 di Boulevard Richard-Lenoir, dove mi soffermai per molto tempo.

Ricordo che uscirono all’epoca della mia giovinezza, quando ero alunno del ginnasio e poi del liceo classico, per i tipi di Mondadori, alcune collane di romanzi gialli, una dedicata all’inizio esclusivamente a Sherlock Holmes e successivamente anche a Jules Maigret dal caratteristico dorso in tela applicata e un’altra, che raccoglieva il meglio dei Gialli Mondadori: I Classici del Giallo, con periodicità quattordicinale, che mi recavo puntualmente ad acquistare nella cartolibreria vicino casa e che ho raccolto dal numero 1 fin oltre al 100 conservandoli ancora oggi, come tutti i libri che ho comperato od ho ereditato. Assieme a molti della Serie Gialla Garzanti mi hanno permesso di conoscere tutte le migliori penne di thriller e noir: Edgar Wallace, Rex Stout, Erle Stanley Gardner, Mickey Spillane, Raymond Chandlery, Ellery Queen sono quelli che ho letto più spesso.

In quegli anni affrontavo contemporaneamente la letteratura classica mondiale grazie agli eleganti volumetti di tela verde della Biblioteca Romantica Mondadori posseduta da mia madre, che mi diede la possibilità di leggere, tra gli altri, Edgard Allan Poe, Gogol, Tolstoi e Dostoyevski. Degli scrittori stranieri conobbi, insieme a tanti altri, William Faulkner, William Somerset Maugham, Ernest Hemingway, John Steinbeck, Graham Greene, Jerome Salinger, Aleksandr Solgenitsin e, più di recente, Mordecai Richler e La versione di Barney, per me uno splendido romanzo giallo. D’altronde, io non ho mai pensato che quella poliziesca sia una letteratura di secondo ordine.

Intanto andavo sviluppando una grande passione per la letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento: da Verga a D’Annunzio a Pirandello, una luce ineguagliabile sulle miserie della natura umana, a Svevo, Tomasi di Lampedusa, Gadda, Berto, Cassola, Tobino, Pratolini, Levi, Bassani, Fenoglio, Marotta, Malaparte, Ginsburg, Bevilacqua, le cui opere ho divorato, spesso preferendole ai libri di scuola. E poi Sciascia, un maestro sotto il profilo dell’onestà intellettuale e della serietà professionale, Bufalino, D’Arzo, intrigante quanto inesplorato e trascurato dalla critica e dagli editori.

In seguito, deluso e tediato dai nomi nuovi e ridondanti della narrativa contemporanea e da quell’editoria sbandierata nelle trasmissioni di una televisione prepotente e non più ragionata, che usava copertine di cartoncino sottile con i titoli a grandi lettere metallizzate e pessima carta, rinunciai sempre più spesso alle visite nelle librerie calde e odorose di legno, cellulosa e polvere, sempre più rare e sempre più lontane, e cominciai a ordinare i libri attraverso Internet orientandomi verso quelli che potevano migliorare l’attività primaria della mia professione: la scrittura.

Mi rifornii di molti manuali e lessi Calvino, Carver e alcuni saggi sulla lingua italiana, appassionanti a volte quanto un romanzo, contemporaneamente a un buon numero di raccolte di aforismi e citazioni. Voglio ricordare Tra le pieghe delle parole di Gian Luigi Beccaria, viaggio indiscreto e avvincente nei recessi della nostra lingua.

Qualcuno mi fece conoscere Il pane selvaggio di Piero Camporesi, letterato e studioso della storia minima e del dramma quotidiano che sfugge alla storiografia, di cui lessi poi diversi altri titoli prima di dedicarmi ad approfondire i lati oscuri della nostra storia e i tanti crimini compiuti nelle nostre guerre e mai puniti, della cui testimonianza rendo merito allo storico Angelo Del Boca.

La letteratura ha per ciascuno di noi anche dei colori, quelli delle collane che occupano gli scaffali della nostra biblioteca. Per me sono il verde della Biblioteca Romantica e della Medusa, il grigio della BMM, la Biblioteca Moderna Mondadori, e della BUR, la Biblioteca Universale Rizzoli, che ebbe il merito di consentire a tutti di impadronirsi con poche lire di capolavori dell’antichità latina e greca e della letteratura classica italiana e straniera di ogni tempo, il blu della deliziosa La Memoria di Sellerio, il bianco degli antichi Coralli Einaudi e la fantasmagoria di tonalità degli Adelphi.

De La Memoria di Sellerio voglio ricordare la piacevole sensazione della scoperta che ho provato leggendo tante piccole perle della letteratura italiana e straniera e alcune opere curiose come Del furore di aver libri di Gaetano Volpi; tra Gli Adelphi non dimentico Il duello, di Giacomo Casanova, dallo stile moderno e coinvolgente.

Ho attraversato pressoché indenne l’epoca dei libri scritti dai comici e cabarettisti di grido, per lo più figli di Zelig, che rappresentarono un bel salto di qualità, verso il basso, dell’editoria italiana che allora stava passando di mano. Ricordo di essere cascato un paio di volte in fallo. A quei tempi, preso da uno spontaneo moto di simpatia, lessi anche la prima opera letteraria di Fabio Volo e di Tiziano Sclavi, furono probabilmente gli unici libri di cui mi sia sbarazzato in vita mia. La delusione che mi provocarono stile e contenuto fu tanta che, da quel punto in poi, fatte salve poche eccezioni, abbandonai la ricerca di riferimenti tra le opere contemporanee, un mio limite sicuramente, che però ancora non sono riuscito a superare.

Alfredo Spanò

LIBRI: “IL MALE OSCURO” DI GIUSEPPE BERTO

Il male oscuro è un romanzo che stupisce, per la sua forma innanzitutto, scritto in una prosa senza discontinuità, originale e coinvolgente.

Nato a Mogliano Veneto nel 1914, Giuseppe Berto, compì gli studi presso il liceo classico di Treviso, si arruolò nell’esercito e prese parte ad alcune campagne militari in Africa. Riuscì a laurearsi in lettere presso l’Università di Padova prima di offrirsi nuovamente volontario allo scoppio della seconda guerra mondiale. Venne inviato ancora in Africa e, fatto prigioniero dagli Alleati, venne internato in un campo di concentramento in Texas.

Durante la prigionia iniziò a scrivere e, al suo ritorno in Italia, pubblicò presso Longanesi “Il cielo è rosso” (1947), che riscosse un grande successo internazionale, e successivamente, “Le opere di Dio” (1948) e “Il brigante” (1951).


La nevrosi che lo colse negli anni successivi lo spinse ad affidarsi alla psicanalisi e fu proprio il suo analista a consigliargli di scrivere di sé a fini terapeutici. Nacque così “Il male oscuro”, un romanzo autobiografico che vinse nel 1964 sia il premio Viareggio che il Campiello.


Ne “Il male oscuro” Berto racconta un lungo periodo della propria vita e affronta la tematica del difficile rapporto con il padre, maresciallo dei Carabinieri, ma nonostante la drammaticità di molte delle situazioni vissute in prima persona, dalle pagine del libro trapela una visione pragmatica e ironica delle vicende umane.


Fu trascurato, quando non fu maltrattato, dalla critica contemporanea e venne isolato dall’ambiente della cultura italiana dell’epoca, anche per il suo spirito indipendente e anticonformista che lo tenne lontano dagli schieramenti politici e dalle combriccole letterarie. Al contrario, ricevette molti apprezzamenti all’estero, anche da scrittori di spicco come Ernest Hemingway.


Tra le altre opere di Giuseppe Berto: il romanzo “La cosa buffa” (1966), il pamphlet “Modesta proposta per prevenire” (1971) e, dello stesso anno, “Anonimo veneziano”, da cui venne tratto un film di successo con Florinda Bolkan e Tony Musante. Morì a Roma nel 1978.


Alfredo Spanò

LIBRI: “DICIASSETTE RACCONTI NOTTURNI” DI RAFFAELLA COSTI

Eccolo, finalmente tra le mie mani, il libro di Raffaella con la copertina lucida e le pagine che profumano di carta buona. Contiene, come spiega il titolo, “Diciassette racconti notturni”, Hemingway Editore.

Ero curioso e, insieme, circospetto quando l’ho aperto per leggere il primo racconto e mi sono chiesto se sarebbe stato meglio seguire l’ordine in cui vengono presentati, aprendo una pagina a caso o scegliendo il titolo più accattivante dall’indice. Dopo una veloce ponderazione, ho preferito adeguarmi alla scelta dell’autrice e ho cominciato a leggere “Il numero quattro”.

All’inizio ho centellinato riga dopo riga; poi, blandito dallo scorrere della narrazione, ho accelerato la lettura gustandomi qualche pagina in ogni frazione di tempo libero e ho continuato consumando velocemente il libro fino alla conclusione.

Trascinano la voglia di conoscere l’epilogo di ciascun racconto, per lo più imprevedibile, e la curiosità di affrontare l’argomento del successivo, sedotti dalla capacità di coinvolgere il lettore, di emozionarlo e di indignarlo dell’autrice, che è però molto abile ad apparire fredda e distaccata descrittrice dei fatti.

Spesso i temi affrontati sono tra i più scottanti della nostra contemporaneità e spesso vengono trattati con realismo e crudezza, che l’autrice attenua manovrando sapientemente lo stile della narrazione, con accuratezza ed eleganza.

Raffaella Costi usa abilmente l’ironia, il paradosso, l’eccesso, è capace di stupire, spalancando improvvisamente scenari inusitati e inattesi, sa colpire con spietatezza come usasse arco e frecce intinte nel curaro, che tolgono il respiro, e sa suscitare sensazioni, moti d’animo profondi, sa rinnovare ricordi.

Il filo del racconto a volte sorprende, a volte ferisce, duole ancor più profondamente sullo sfondo di una narrazione garbata, uno stile pacato e accattivante, che rammenta quello dei grandi autori di gialli e noir di lingua inglese. Ma non sono gialli e noir i racconti di Raffaella Costi, non c’è un Auguste Dupin, uno Sherlock Holmes, un Hercule Poirot a svelare l’autore del delitto, che è palese ed è quotidiano e prossimo a noi.

Non sempre è facile, all’inizio della lettura, rendersi conto della strada intrapresa, ma di questo la scrittrice è astutamente consapevole: è lei che traccia il percorso nella penombra della narrazione, che lo rischiara poco a poco fino a illuminare l’epilogo. Forse è per questo che il titolo parla di “racconti notturni” o forse perché alcuni si insinuano nella notte dell’uomo, nelle sue più meschine, incomprensibili discriminazioni, crudeltà e abiezioni. E capita di richiudere le pagine del libro con l’amaro in bocca, ma è la prova che Raffaella ha ottenuto il suo scopo: ha lasciato il segno.

Una cosa non mi è piaciuta di questo libro. Sulla quarta di copertina qualcuno, tracciando il profilo dell’autrice, ha scritto: “Complessivamente, ha un gran brutto carattere.” Non è vero! Raffaella è una delle persone più ammodo e buone che io conosca.

Alfredo Spanò

LIBRI: LA PASSIONE DI SCRIVERE / TRAME

 

Come nasce la trama di una novella o di un racconto? In genere, chi inizia a scrivere una storia, di qualsiasi genere sia, ne conosce la trama e la conclusione.

Avere in mente una traccia ben definita su cui imbastire il racconto può essere vantaggioso e permette di procedere più speditamente nella scrittura, ma è certo meno affascinante di una trama che prende corpo ogni volta che si inizia a scrivere e si intraprende come un viaggio: si sa da dove si parte e, forse, dove si arriverà, ma l’itinerario si costruisce giorno per giorno, parola per parola, virgola dopo virgola, seguendo e sviluppando le vicissitudini di uno o dell’altro personaggio. Nulla vi è di certo quando si alza la penna sulla carta o si accende il computer la mattina e neppure quando il testo compare nero su bianco perché qualcosa può succedere che vi faccia cambiare idea e vi spinga a riscrivere un tratto lungo o breve della narrazione. E sicuramente questo metodo è estremamente più coinvolgente, affascinante e fertile perché pone l’autore in uno stato di tensione febbrile e lo stimola a creare nuove situazioni. È quello che preferisco e su cui mi sto cimentando. È estremamente stimolante e gratificante svegliarsi con un’idea, un tratto del racconto, anche lontano temporalmente e contestualmente da quello che si era scritto il giorno prima, chiaramente definito e buttarlo giù di getto, avendo comunque chiara la sua collocazione nell’iter della narrazione. Si crea così una specie di mosaico che deve poi essere rifinito e armonizzato attraverso le diverse stesure che porteranno alla definiva versione in cui le cesure devono essere assolutamente irriconoscibili e la fluidità della narrazione impeccabile.