LIBRI: “L’OBBEDIENZA NON È PIÙ UNA VIRTÙ” DI DON LORENZO MILANI

“L’obbedienza non è più una virtù” propone l’attualità e la forza del pensiero di Don Lorenzo Milani.

Tre sono i testi editi nella breve antologia: l’ordine del giorno dei cappellani militari della Toscana in congedo, pubblicato dalla Nazione il 12 febbraio 1965, la risposta ai cappellani militari di don Milani del 23 febbraio 1965, pubblicata il 6 marzo da Rinascita, la lettera del 18 ottobre 1965 ai giudici del processo avviato dopo una denuncia per apologia di reato, presentata da un gruppo di ex combattenti alla procura di Firenze.

Nel febbraio del 1965, i cappellani militari della Toscana emisero un comunicato in cui definivano l’obiezione di coscienza “espressione di viltà”. Don Lorenzo Milani scrisse la sua risposta, stampata in 1000 copie, in cui difendeva il diritto di obiettare, ma soprattutto svolgeva una lezione di dignità e di libertà di pensiero di valore universale. La pubblicazione del testo da parte di Rinascita fece esplodere la polemica e il sacerdote venne denunciato da alcuni ex combattenti alla procura di Firenze. Don Lorenzo Milani aveva confidato alla madre: “Sto scrivendo una lettera ai cappellani militari… Spero di tirarmi addosso tutte le grane possibili.” E le grane arrivarono: lettere minatorie, polemiche giornalistiche, la reprimenda dell’autorità ecclesiastica, la denuncia e il processo per apologia di reato in cui venne coinvolto assieme al vicedirettore di Rinascita, Luca Pavolini. Il processo si svolse a Roma, dove la rivista comunista si stampava; non potendo partecipare alle udienze a causa delle pessime condizioni di salute, il sacerdote rivolse una lettera ai giudici che assolsero lui e Luca Pavolini.

Lorenzo Milani morirà prima del processo d’appello in cui la corte sentenzierà la condanna di Pavolini a cinque mesi e dieci giorni e decreterà, per il priore di Barbiana: “il reato è estinto per morte del reo”.

Anche in questa dura polemica, il fine di don Milani è quello di dare una lezione di libertà e di autonomia di pensiero nei confronti delle istituzioni più consolidate, delle convenzioni più radicate, che poggiano su una retorica vetusta e sono accettate acriticamente: “… il processo può essere solo una nuova cattedra per fare scuola…”.

Sorretto da una lucida razionalità, da una radicata convinzione nelle proprie idee, il priore di Barbiana traduce il suo pensiero schietto, il suo logico ragionamento in una espressione tagliente, arguta, spesso ironica, talvolta aggressiva; la sua parola non ha nulla del linguaggio clericale, “pastorale”, si basa sulla certezza, di cattolico credente e sacerdote votato alla propria missione, che la verità si mostra, è inconfutabile e non può non essere palese a tutti.

Lorenzo Milani non poteva che essere toscano, uno di quei “maledetti toscani” il cui profilo così bene aveva saputo tracciare Curzio Malaparte.

Lorenzo Milani proviene da una famiglia della borghesia intellettuale fiorentina. Nasce a Firenze il 27 maggio del 1923 da Alice Weiss, di origine ebrea e da Albano Milani, chimico e filologo. Nel 1930 la famiglia si trasferisce a Milano e nel 1933 i coniugi Milani, che erano sposati civilmente, celebrano il matrimonio in chiesa e battezzano i tre figli (assieme a Lorenzo, il maggiore Adriano e la minore Elena), per timore delle leggi razziali. Nel 1934 Lorenzo si iscrive alla prima ginnasiale al Berchet e, poi, con qualche difficoltà, frequenta il liceo; ottenuta la maturità, rifiuta d’andare all’università per dedicarsi alla pittura. Superando l’opposizione del padre, diviene allievo dell’artista Hans Joachim Staude, a Firenze. Più tardi torna a Milano e apre uno studio. Risale al 1943, dopo l’incontro con don Raffaele Bensi, che diventerà il suo consigliere spirituale, la conversione.

Già al suo ingresso nel seminario di Cestello in Oltrarno, il carattere estroverso e spavaldo gli provoca i primi contrasti col rettore, monsignor Giulio Lorini, e con don Mario Tirapani, che più tardi, in qualità di vicario generale della diocesi, lo confinerà a Barbiana. Il 13 luglio 1947 viene ordinato sacerdote a Santa Maria del Fiore e, poco dopo, è destinato ad affiancare il parroco don Daniele Pugi nel borgo operaio di San Donato, a Calenzano. Qui inizia l’elaborazione del catechismo storico, fonda la scuola popolare, crea il nucleo di Esperienze pastorali.

Alla morte di don Pugi, viene nominato priore di Sant’Andrea a Barbiana, nei monti del Mugello, sopra Firenze, dove arriva il 6 dicembre 1954. La strada è poco più che una mulattiera, mancano la luce e l’acqua. Tutta la parrocchia raccoglie poche povere famiglie sparse sui monti per i ragazzi delle quali crea una nuova scuola.

Nel 1958 viene pubblicato “Esperienze pastorali”, in cui il priore di Barbiana affronta il tema di una nuova pastorale che ricostruisca il rapporto con le classi umili. Il libro suscita polemiche e poco dopo il Sant’Uffizio ne ordina il ritiro.

Nel 1960 compaiono i primi sintomi della malattia ai polmoni, un linfogranuloma maligno, che lo porterà alla morte.

Nonostante la grave malattia viene preparata collettivamente dalla scuola di Barbiana “Lettera a una professoressa”, contro la scuola classista che emargina i poveri. Il libello sullo stato della scuola italiana è un j’accuse agli intellettuali al servizio di una sola classe. L’opera viene pubblicata nel maggio del ’67 ed è tradotta in più lingue.

Lorenzo Milani muore nella casa della madre, a Firenze, il 26 giugno 1967. Ha 44 anni.

Alfredo Spanò