COPYWRITING: ANNOTAZIONI SULLA SCRITTURA PROFESSIONALE

Nell’ideazione di qualsiasi prodotto destinato a una qualsiasi forma di pubblicazione è indispensabile che chi scrive applichi un criterio espositivo conforme al mezzo impiegato unificando lo stile e rendendo omogenea la comunicazione in accordo con l’immagine che si vuole proporre.

Le aziende hanno di fronte a sé un mercato sempre più ampio e diversificato, devono comunicare e intendersi con clienti, fornitori, partner che sono situati in aree molto distanti (anche culturalmente) e, contemporaneamente, fronteggiare una competizione esasperata. Perciò è sempre più importante che l’impresa sappia sviluppare e articolare la propria comunicazione per far conoscere le proprie qualità, le opportunità e i servizi che è in grado di offrire.

Quello della scrittura è un ruolo primario che assume una funzione strategica e contribuisce con le altre funzioni aziendali alla realizzazione del fatturato.

Il testo deve essere corretto, comprensibile, concreto e, a esso, deve corrispondere l’oggettività di quanto proposto, se non si vuole compromettere il buon nome dell’azienda.

Un testo inopportuno può esser controproducente, un testo scorretto delinea un profilo scadente non solo di chi lo ha composto, ma di tutte le componenti dell’azienda e si ripercuote sull’immagine della stessa.

Un comunicato stampa lungo e prolisso non verrà tenuto in considerazione dai giornalisti che dovrebbero provvedere a pubblicare la notizia e, nella migliore delle ipotesi, i tagli e le modifiche che ne seguiranno rischieranno di snaturare il messaggio che si voleva trasmettere.

Le parole definiscono l’immagine pubblica di una persona, come di un’azienda, concetto che deve essere tenuto nella massima considerazione.

Oggi sono le stesse enormi potenzialità di Internet, come le facoltà ipertestuali e i collegamenti simultanei, a offrire nuove e più coinvolgenti forme di comunicazione e più articolate modalità di percezione.

Internet moltiplica le occasioni di comunicazione e spesso propone un eccesso di informazioni che può essere dispersivo, offre diversi livelli e sistemi di approfondimento delle conoscenze, muta la percezione della comunicazione e sollecita lo sviluppo di nuove forme di espressione. Di queste trasformazioni chi scrive non può non tener conto; deve lavorare per comprendere, per adeguarsi e, se possibile, per anticipare, adattandosi alla complessità che offre il Web e utilizzandola adeguatamente per dare ricchezza al sistema espressivo e articolare le informazioni.

Parzializzare il testo rendendo indipendente ciascun brano può essere un metodo per mantenere la concentrazione del lettore sui contenuti e facilitargli la comprensione e l’acquisizione dei diversi argomenti che vogliamo proporgli.

Non è detto che chi legge Internet legga anche libri e giornali e, forse, già ora esistono generazioni che leggono esclusivamente lo schermo di un computer o di un e-book.

Questi mutamenti, sollecitati dall’evolversi delle tecnologie, hanno vaste ripercussioni sul modo di comunicare e sulla scrittura, sulla struttura e sulla forma del linguaggio.

Nel caso dell’ipertesto è necessario verificare attentamente gli elementi di rilievo, che vanno approfonditi, illustrati, commentati, organizzare le “porte” dei link e renderle accattivanti in modo che incuriosiscano e non appesantiscano la lettura concentrando immediatamente l’attenzione del lettore sull’argomento focale del testo.

A monte deve esserci un disegno studiato approfonditamente e progettato accuratamente, in grado di esprimere concetti ben definiti e di evocare immagini nitide, quasi palpabili; a valle, l’agilità della scrittura, che permetta una maggiore leggibilità, la facile comprensione dei significati, la corrispondenza tra contenuti e forma d’espressione, concisa, non involuta, che dia forza alle idee e mantenga la concentrazione del lettore sui contenuti.

Necessitano conoscenza delle regole grammaticali e competenze nel campo degli strumenti della comunicazione per adeguare lo stile alle finalità che si intendono raggiungere e al pubblico a cui le informazioni sono rivolte.

Facebook, Twitter e gli altri social consentono di comunicare per mezzo di ipertesti, in genere brevi, semplici e incisivi: ne fanno parte testo, fotografie, inserti vocali e musicali, gif, hashtag, emoji, che vale la pena di sfruttare per colpire l’attenzione di coloro ai quali il messaggio è indirizzato.

Alfredo Spanò

ITALIANO: PAROLE E AUTARCHIA

Il 5 agosto 1938, sul primo numero della rivista “La difesa della razza”, voluta da Mussolini in persona, si poteva leggere:

Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista.”

Un documento ignominioso che pose le basi per l’introduzione delle leggi razziali, causa dell’umiliazione e della persecuzione degli ebrei in Italia e presupposto alla collaborazione offerta dal Fascismo al sistematico processo di sterminio messo in atto dal Nazismo.

La responsabilità degli intellettuali italiani fu grave ed è stata poi sancita dalla storia.

Gli intellettuali italiani avevano avuto modo già precedentemente, nel 1932, di distinguersi per una presa di posizione che, se non generò gravi conseguenze, fu indice di acquiescenza al regime fascista e al suo esasperato tentativo di affermare e propagandare un effimero nazionalismo, un’italianità esibizionistica, spesso gettando un velo di ridicolo sui suoi zelanti interpreti.

Roma, 5 luglio 1932

La confederazione nazionale dei sindacati fascisti professionisti e artisti, allo scopo di contribuire all’eliminazione delle parole straniere della lingua in uso, ha richiamato la particolare attenzione delle dipendenti organizzazioni sindacali degli autori e scrittori e dei giornalisti (categoria la cui azione in materia è da ritenersi di notevole importanza ed efficacia anche nei riguardi del parlare corrente) sul seguente elenco di voci straniere e di corrispondenti italiane o italianizzate:

Berceau: chiosco; bonne: bambinaia; brochure: opuscolo; en brochure: non rilegato; buvette: bar; cafè chantant: caffè concerto; châlet: casina; charme: fascino; châssis: telaio; chèque: assegno; klakson: clacson; corvée: corvé (nell’uso militare), sfacchinata, ecc.; dancing: sala da ballo; feuilleton: appendice; frack: marsina; gilet: panciotto; golf: farsetto, maglioncino, maglione; masseuse: massaggiatrice; omelette: frittata; paletot: cappotto, pastrano; parvenu: rifatto, arrivato; pendant: riscontro, simmetria; pied à terre: piede a terra; redingote: finanziera; régisseur: regista; rez de chaussée: pianterreno; silhouette: sagoma, figurina; suite: serie; surtout: soprabito; tabarin: tabarino; taxi: tassi; vermouth: vermut; vis à vis: di fronte; viveur: vitaiolo.

La confederazione professionisti e artisti ha vivamente raccomandato ai dirigenti i sindacati che l’eliminazione delle voci straniere secondo l’elenco di cui sopra avvenga non solo negli atti e pubblicazioni ufficiali, ma in ogni manifestazione dell’attività giornalistica e letteraria.

Interessante notare come ci si sia arresi di fronte a klakson (per la precisione, la parola originale inglese è “klaxon”, ma guai a usare la x anglosassone) e corvée, per i quali non si sono trovati sinonimi adeguati.

In quanto a: piede a terra, tabarino e vitaiolo, è facile immaginare l’humour, pardon la comicità, suscitata da una loro adozione al posto degli originali.

Alfredo Spanò

ITALIANO: PAROLE E STAMPA

Delle parole che ascoltiamo, leggiamo o utilizziamo, alcune, pur facendo parte a buon diritto del vocabolario italiano, hanno un suono che tradisce l’etimologia insolita. Eccone alcune che fanno parte del gergo di chi lavora nel settore dell’editoria mischiate assieme a qualche altra curiosità.

& – Questo strano simbolo, utilizzato spesso per unire due nomi nelle intestazioni delle società (Dolce&Gabbana, Standard&Poor’s) ha origini molto antiche ed è il frutto dell’unione in un unico elemento grafico delle lettere “e” e “t” che compongono la congiunzione latina “et”.

Colophon – Parola latina, derivata dal greco “kolophon” (cima, sommità).

L’attuale significato (la parola indica lo spazio, posto all’inizio o alla fine di un libro, in cui vengono segnalati il nome dell’editore, l’anno e il luogo di stampa) deriva dalla formula d’encomio, posta a conclusione dei libri del XV e XVI secolo, che riportava il nome dello stampatore, il luogo, la data di stampa e altre notizie sull’opera insieme all’insegna dello stampatore o del libraio.

Corsivo – Chi utilizza programmi word processor sa che il corsivo viene denominato “italic”. Il motivo sta nel fatto che questa tipologia di caratteri venne utilizzata per la prima volta in Italia, a Venezia, dal famoso stampatore Aldo Manuzio, che incaricò della loro creazione e fusione l’incisore bolognese Francesco Griffi.

Elzeviro – Elzevier è il nome di una famiglia di stampatori olandesi che, nel XVII secolo, affidarono a Christoffel Van Dyck la creazione di un nuovo carattere, derivato da quello romano, che influenzerà la storia della stampa fino a tutto il Novecento. L’editore Zanichelli intitolò una collana di libri “Elzeviri” e il carattere, che veniva utilizzato nella composizione dell’articolo di apertura della terza pagina dei quotidiani, la pagina culturale, diede il nome all’articolo stesso, che, in genere, trattava di storia, arte o letteratura.

Facsimile – Anche questo termine deriva dal latino: “fac simile”, cioè: “fai una cosa simile”. Nella terminologia bibliografica la parola è entrata in uso nel 1829 quando venne adottata per indicare la riproduzione esatta di un volume antico ed è la progenitrice del nostro “fax”.

Lay out – Parola inglese adottata dall’italiano, che significa tracciato, schema, e viene utilizzata per indicare la disposizione dei diversi elementi di una composizione grafica.

Menabò – Parola derivata molto probabilmente dall’espressione “mena i buoi” pronunciata in dialetto milanese, da cui ha ricavato il significato di guida. Indica la prova di stampa di una pagina, eseguita montando su un foglio bianco titoli, testo e illustrazioni per verificarne l’effetto finale. Indispensabile in passato, oggi il menabò è stato superato dai moderni sistemi di impaginazione elettronica.

“Il Menabò” è stato anche il titolo dato a un periodico letterario fondato nel 1959 e diretto da Elio Vittorini e Italo Calvino.

Refùso – Dal latino “refusum”, participio passato di “refundere” (rimescolare), indica un errore di stampa. Il primo refuso della storia della stampa sembra essere quello nel colophon dello “Psalmorum codex” (1457) di Fust e Schoffer, in cui si legge “spalmorum” al posto, appunto, di “psalmorum”.

Alfredo Spanò

AMARE I LIBRI

Claude Raguet Hirst (1855-1942) The Pleasure of Memory

Ognuno ha le sue preferenze in letteratura, ovviamente! Chi si appassiona alla fantascienza, chi è attratto dal romanzo storico, chi dal noir ecc. Io ho avuto i miei periodi. Credo che, dopo i libri per l’infanzia, la mia prima lettura autonoma sia stata Il corsaro nero di Emilio Sàlgari (“… o Salgàri, che dir si voglia!”, sottolineava il preside del mio liceo), che fu una lettura entusiasmante, capace di farmi navigare nelle acque ribollenti del Mar dei Caraibi sui legni della Folgore e in quelle altrettanto agitate dell’Oceano Indiano assieme alle Tigri di Mompracem. Saccheggiai allora la biblioteca di mio zio che aveva conservato molti libri di Salgari e mi immedesimai nelle avventure di quei fantastici personaggi senza poter immaginare che l’autore non aveva mai compiuto un viaggio in quei lidi lontani e senza conoscerne la vita sventurata.

Il mio viaggio nella letteratura ebbe avvio da Salgari nei primi anni dell’età scolare e proseguì attraversando tutti i capisaldi della narrativa avventurosa, che definire “per ragazzi” è limitativo: Jules Verne, Alexandre Dumas, Jack London, Daniel Defoe, Charles Dickens, Rudyard Kipling, l’immancabile Edmondo De Amicis, Ferenc Molnar.

Percorsi poi un lungo itinerario nel romanzo giallo partendo da Londra, dal 221 B di Baker Street (di Conan Doyle credo di avere letto tutto, per lo meno quanto editato in Italia) per traslocare a Whitehaven Mansions e trasferirmi infine a Parigi nell’appartamento del commissario Maigret e signora al 132 di Boulevard Richard-Lenoir, dove mi soffermai per molto tempo.

Ricordo che uscirono all’epoca della mia giovinezza, quando ero alunno del ginnasio e poi del liceo classico, per i tipi di Mondadori, alcune collane di romanzi gialli, una dedicata all’inizio esclusivamente a Sherlock Holmes e successivamente anche a Jules Maigret dal caratteristico dorso in tela applicata e un’altra, che raccoglieva il meglio dei Gialli Mondadori: I Classici del Giallo, con periodicità quattordicinale, che mi recavo puntualmente ad acquistare nella cartolibreria vicino casa e che ho raccolto dal numero 1 fin oltre al 100 conservandoli ancora oggi, come tutti i libri che ho comperato od ho ereditato. Assieme a molti della Serie Gialla Garzanti mi hanno permesso di conoscere tutte le migliori penne di thriller e noir: Edgar Wallace, Rex Stout, Erle Stanley Gardner, Mickey Spillane, Raymond Chandlery, Ellery Queen sono quelli che ho letto più spesso.

In quegli anni affrontavo contemporaneamente la letteratura classica mondiale grazie agli eleganti volumetti di tela verde della Biblioteca Romantica Mondadori posseduta da mia madre, che mi diede la possibilità di leggere, tra gli altri, Edgard Allan Poe, Gogol, Tolstoi e Dostoyevski. Degli scrittori stranieri conobbi, insieme a tanti altri, William Faulkner, William Somerset Maugham, Ernest Hemingway, John Steinbeck, Graham Greene, Jerome Salinger, Aleksandr Solgenitsin e, più di recente, Mordecai Richler e La versione di Barney, per me uno splendido romanzo giallo. D’altronde, io non ho mai pensato che quella poliziesca sia una letteratura di secondo ordine.

Intanto andavo sviluppando una grande passione per la letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento: da Verga a D’Annunzio a Pirandello, una luce ineguagliabile sulle miserie della natura umana, a Svevo, Tomasi di Lampedusa, Gadda, Berto, Cassola, Tobino, Pratolini, Levi, Bassani, Fenoglio, Marotta, Malaparte, Ginsburg, Bevilacqua, le cui opere ho divorato, spesso preferendole ai libri di scuola. E poi Sciascia, un maestro sotto il profilo dell’onestà intellettuale e della serietà professionale, Bufalino, D’Arzo, intrigante quanto inesplorato e trascurato dalla critica e dagli editori.

In seguito, deluso e tediato dai nomi nuovi e ridondanti della narrativa contemporanea e da quell’editoria sbandierata nelle trasmissioni di una televisione prepotente e non più ragionata, che usava copertine di cartoncino sottile con i titoli a grandi lettere metallizzate e pessima carta, rinunciai sempre più spesso alle visite nelle librerie calde e odorose di legno, cellulosa e polvere, sempre più rare e sempre più lontane, e cominciai a ordinare i libri attraverso Internet orientandomi verso quelli che potevano migliorare l’attività primaria della mia professione: la scrittura.

Mi rifornii di molti manuali e lessi Calvino, Carver e alcuni saggi sulla lingua italiana, appassionanti a volte quanto un romanzo, contemporaneamente a un buon numero di raccolte di aforismi e citazioni. Voglio ricordare Tra le pieghe delle parole di Gian Luigi Beccaria, viaggio indiscreto e avvincente nei recessi della nostra lingua.

Qualcuno mi fece conoscere Il pane selvaggio di Piero Camporesi, letterato e studioso della storia minima e del dramma quotidiano che sfugge alla storiografia, di cui lessi poi diversi altri titoli prima di dedicarmi ad approfondire i lati oscuri della nostra storia e i tanti crimini compiuti nelle nostre guerre e mai puniti, della cui testimonianza rendo merito allo storico Angelo Del Boca.

La letteratura ha per ciascuno di noi anche dei colori, quelli delle collane che occupano gli scaffali della nostra biblioteca. Per me sono il verde della Biblioteca Romantica e della Medusa, il grigio della BMM, la Biblioteca Moderna Mondadori, e della BUR, la Biblioteca Universale Rizzoli, che ebbe il merito di consentire a tutti di impadronirsi con poche lire di capolavori dell’antichità latina e greca e della letteratura classica italiana e straniera di ogni tempo, il blu della deliziosa La Memoria di Sellerio, il bianco degli antichi Coralli Einaudi e la fantasmagoria di tonalità degli Adelphi.

De La Memoria di Sellerio voglio ricordare la piacevole sensazione della scoperta che ho provato leggendo tante piccole perle della letteratura italiana e straniera e alcune opere curiose come Del furore di aver libri di Gaetano Volpi; tra Gli Adelphi non dimentico Il duello, di Giacomo Casanova, dallo stile moderno e coinvolgente.

Ho attraversato pressoché indenne l’epoca dei libri scritti dai comici e cabarettisti di grido, per lo più figli di Zelig, che rappresentarono un bel salto di qualità, verso il basso, dell’editoria italiana che allora stava passando di mano. Ricordo di essere cascato un paio di volte in fallo. A quei tempi, preso da uno spontaneo moto di simpatia, lessi anche la prima opera letteraria di Fabio Volo e di Tiziano Sclavi, furono probabilmente gli unici libri di cui mi sia sbarazzato in vita mia. La delusione che mi provocarono stile e contenuto fu tanta che, da quel punto in poi, fatte salve poche eccezioni, abbandonai la ricerca di riferimenti tra le opere contemporanee, un mio limite sicuramente, che però ancora non sono riuscito a superare.

Alfredo Spanò

UN RACCONTO IN CENTO TWEET

Amanti

Ci ho pensato per un po’ di tempo, poi ho deciso.

La cosa mi stuzzicava perché rappresenta una sfida alle capacità di costruzione del linguaggio. È possibile scrivere, utilizzando 140 caratteri, una o più frasi con cui comporre un racconto capace di riflettere la dignità di questo nome? In tanti anni di scrittura professionale destinata a ogni tipo di media, avevo esercitato sia la capacità di sintesi che l’elasticità compositiva; forse avrei potuto farcela.

Un’altra sfida era quella relativa all’organizzazione del lavoro: avrei scritto l’intera storia in uno stile tale da consentirmi di suddividere il testo in frasi che non superassero le 140 battute e di pubblicarle quotidianamente o avrei scritto un tweet al giorno architettando estemporaneamente la trama? Essendo un perfezionista, abituato a limare i miei componimenti all’infinito, la prima soluzione sarebbe stata quella più confacente alle mie caratteristiche. Ma la trovavo accademica e poco eccitante, un semplice esercizio stilistico preconfezionato in cui la creatività soccombeva insieme al fascino, proprio di questo esperimento, di scrivere una storia “aperta”, a puntate, in cui gli eventi aleggiassero nella mia mente, ma fossero fino all’ultimo suscettibili di variazioni e di cambiamenti di rotta. Magari sull’onda delle critiche e dei suggerimenti di qualche lettore.

Alla fine ho scelto una terza via, quella che dava più spazio alla libertà creativa, decidendo di avanzare nella scrittura senza limiti prefissati, ma in base al tempo disponibile e all’ispirazione, mantenendo la cadenza del tweet quotidiano. Scrivere di volta in volta, più o meno, una cartella mi avrebbe dato modo di controllare la fluidità del testo e la congruità della trama.

E niente “mezzucci”: abbreviazioni, elisioni di vocali e spazi, simboli o cifre al posto di termini completi sono assolutamente banditi. Il testo ricomposto deve essere conforme a quello di un racconto tradizionale.

Naturalmente proiettare ogni giorno su Twitter una frase non avrebbe avuto senso se chi l’avesse letta non avesse avuto modo di capire di cosa si trattava e di contestualizzarla, se non avessi offerto la possibilità di associarla a quanto pubblicato in precedenza. Inserire nel tweet un hashtag e l’indirizzo della pagina del mio sito dove sono raccolti tutti i tweet avrebbe significato ridurre notevolmente le già misere 140 battute e rendere pressoché impossibile l’esperimento; quindi ho deciso di ritwittare il mio tweet inserendo i dati identificativi necessari: il titolo PER CASO, IN LIBRERIA, l’hashtag #1raccontoin100tw e la pagina del sito dove sarà possibile leggere tutti i tweet pubblicati http://capoversi.it/racconti-in-100-tw/.

Il numero 100 è puramente simbolico perché, ovviamente, in partenza non mi è possibile calcolare i tweet necessari al completamento del racconto.

Ho voluto poi documentarmi, andando alla ricerca di pregresse esperienze di questo tipo. Ho scoperto così il termine twitteratura, coniato per indicare la riscrittura sintetica, attraverso un unico twitter, di un’opera letteraria, in genere un classico o un best seller. Non sono riuscito a trovare invece un’esperienza sovrapponibile alla mia. Questo non significa che non sia stata tentata, magari in qualche remota parte del mondo in un’altra lingua. In realtà non mi sono affannato a cercarla più di tanto perché penso che comunque non aggiungerebbe o toglierebbe nulla alla mia “prova”, che avrà il valore che riuscirà a guadagnarsi intrinsecamente.

Un cenno al titolo. Per il momento la scelta è caduta su “Per caso, in libreria”, ma se troverò un titolo più convincente, sarà suscettibile di cambiamento in corso d’opera.

Si comincia il 1 febbraio.

In conclusione, voglio segnalare TwLetteratura in cui mi sono imbattuto durante la mia ricerca, un progetto a cui hanno dato vita Paolo Costa, Edoardo Montenegro e Pierluigi Vaccaneo nel 2012 con il lodevole intento di promuovere la lettura e di divulgare la cultura sfruttando le potenzialità dei social network, in particolare di Twitter. TwLetteratura invita la comunità di partecipanti, che oggi coinvolge migliaia di persone e numerose scuole, a leggere e poi a riscrivere o reinterpretare un libro seguendo regole precise.

http://www.treccani.it/enciclopedia/microletteratura_(Lessico-del-XXI-Secolo)/

http://www.rcseducation.it/scuola/twitteratura/

http://www.twletteratura.org

http://www.doppiozero.com/materiali/web-analysis/twitteratura

GIORNALISMO: IL COMUNICATO STAMPA

Il comunicato stampa non è cosa di oggi, come dimostra la lettera di Giuseppe Garibaldi del 4 agosto 1854, pubblicata dall’Italia del Popolo di tre giorni dopo.

Siccome dal mio arrivo in Italia, or sono due volte che io odo il mio nome mischiato a dei movimenti insurrezionali – che io non approvo, – credo mio dovere pubblicamente manifestarlo, e prevenire la gioventù nostra, sempre pronta ad affrontare pericoli per la redenzione della patria, di non lasciarsi così facilmente trascinare dalle fallaci insinuazioni di uomini ingannati od ingannatori, che spingendola a dei tentativi intempestivi, rovinano, e screditano la nostra causa.”

Genova, 4 agosto 1854.

Giuseppe Garibaldi

(Italia del Popolo, 7 agosto 1854.)

E sono sicuro che, andando indietro nel tempo, la storia ce ne renderebbe altri.

Compito dell’ufficio stampa di un ente o un’azienda è quello di comunicare all’esterno i contenuti elaborati dai diversi organismi o dalle figure gerarchiche e istituzionali. Per fare ciò lo strumento principale è il comunicato stampa che si distingue da altre tipologie testuali, come l’articolo, la relazione, la lettera ecc. perché deve essere stilato con precise caratteristiche rispetto ai contenuti e alla forma:

– deve avere un titolo e, a volte, un sommario

– deve contenere notizie assolutamente veritiere e verificate

– deve presentare le informazioni secondo un opportuno ordine

– deve essere scritto in modo chiaro e leggibile

– deve essere svolto sinteticamente

– deve essere composto da periodi brevi

– deve essere articolato in blocchi

Tutto questo per venire incontro alle esigenze dei giornalisti, che decideranno se e come pubblicarlo e lo filtreranno in base a criteri personali, e alle nostre: quelle di raggiungere i cittadini con un’informazione corretta e leggibile riguardo alle nostre idee e azioni.

Ad esempio, se diamo la possibilità al giornalista di ritagliare velocemente il comunicato senza stravolgerne il contenuto, avremo fatto un buon lavoro; quasi mai, per motivi di spazio o per scelta soggettiva, il comunicato viene stampato integralmente.

E avremo fatto un buon lavoro, se avremo individuato in anticipo e inserito nel testo le risposte alle domande che passeranno per la mente del giornalista leggendo il comunicato.

Il comunicato stampa può essere accompagnato da allegati, di particolare importanza in quanto contribuiscono a favorire la pubblicazione delle informazioni o a metterle in maggior risalto agli occhi del lettore:

– fotografie (con le relative didascalie compilate in modo esaustivo)

– profili

– schede tecniche

– grafici

Soprattutto alcuni giornali locali non hanno un archivio fotografico particolarmente ricco e una buona foto può risolvere un problema di impaginazione o arricchire una pagina altrimenti graficamente pesante; d’altra parte, una fotografia indirizza l’occhio del lettore verso l’articolo che la accompagna e ne accresce il peso.

Allo stesso modo sarebbe opportuno realizzare delle foto da allegare al comunicato qualora questo riguardi temi collegati a strutture o avvenimenti riproducibili.

Un comunicato stampa che contenga argomenti validi, redatto professionalmente, bene impaginato e accompagnato da allegati di qualità è il preludio alla pubblicazione e a un rapporto di fiducia tra giornalista e ufficio stampa, che si traduce in disponibilità all’ascolto.

IL PIAZZISTA DI PAROLE

Un comportamento risulta particolarmente insopportabile tra le tante nefandezze della politica in questa cosiddetta Seconda Repubblica, che, con l’avvento di Matteo Renzi e della sua schiera di caudatari, si è diffuso e  affermato: quello di fare asserzioni palesemente scorrette o false e di pretendere di essere creduto, pena l’assegnazione di epiteti denigratori, quale “gufo”, l’equivalente del “remare contro” di berlusconiana memoria. Dovremmo cioè accettare di essere presi bellamente per imbecilli e tacere perché il presidente del consiglio ineletto possa continuare nella sua opera di normalizzazione della Repubblica e di rastrellamento del consenso.

L’ultima perla del Nostro è la dichiarazione secondo la quale “abbassare le tasse è giusto” e non è di destra né di sinistra. A parte la leziosa gaberiana polemica su ciò che sia di destra o di sinistra (… Una bella minestrina è di destra / il minestrone è sempre di sinistra…) non ci vuole molto a capire che eliminare la tassazione sulla prima casa di un povero cristo che possiede un appartamento di 60 mq in un condominio di periferia grazie a un mutuo ventennale non equivale a esentare dal pagamento della medesima tassa il proprietario di Villa San Martino ad Arcore.

Perché è profondamente ingiusto togliere indiscriminatamente a tutti la tassa sulla prima casa? Semplicemente perché, così facendo, le entrate che sarebbero dovute provenire dalle tasche dei contribuenti ricchi e ricchissimi verranno a mancare con un ulteriore aggravio del debito pubblico a carico di tutti o dovranno essere recuperate per altre vie, con l’impoverimento dell’assistenza sanitaria per esempio, colpendo i contribuenti che hanno un reddito fisso e i cittadini meno abbienti. Ecco perché questa manovra è iniqua e, se vogliamo anche, indubitabilmente, di destra.