SAN LEO CAPITALE D’ITALIA

di Gaetano Dini

Dal 931 erano re d’Italia e imperatori Ugo di Provenza e suo figlio Lotario II. Il loro potere però era debole. Così i feudatari italiani contrapposero a loro un contendente sempre italiano, Berengario II Marchese d’Ivrea.

Berengario era per linea maschile di ascendenza franca, come lo erano quasi tutti i nobili del nord Italia. In più suo nonno materno era addirittura Berengario I Marchese del Friuli, anche lui di ascendenza franca il quale era stato re d’Italia ed imperatore.

Berengario II fin dal 941 era rimasto in Germania alla corte di Ottone I, accreditandosi presso di lui. Nel 945 Berengario, rientrato in Italia, destituì Ugo di ogni potere mentre rimase re d’Italia ed imperatore suo figlio Lotario II. Per Ugo rimanere senza potere era insopportabile, così nel 947 tornò in Provenza lasciando il figlio Lotario in Italia il quale conferì a Berengario in quello stesso anno il titolo di correggente.

Alla morte di Lotario II nel 950, forse fatto avvelenare dallo stesso Berengario, questi aveva imprigionato Adelaide vedova di Lotario, spogliandola di parte dei suoi beni. Moglie dell’ultimo imperatore e figlia del re Rodolfo di Borgogna, Adelaide vantava diritti dinastici sulla corona italiana. Berengario II come nuovo re d’Italia, con la sua condotta politica si era invece alienato le simpatie dei feudatari italiani e del clero che adesso gli doveva versare dei tributi. Così papa Giovanni II chiamò in suo soccorso Ottone I. Entrato in Italia nel settembre 951, Ottone marciò su Pavia capitale del regno senza incontrare resistenze. Ottone assunse il titolo di re d’Italia per diritto di conquista e sposò Adelaide che gli portava in dote i propri diritti dinastici. Berengario II si rifugiava allora nelle montagne del Montefeltro, a San Leo.

Era tradizione che chi volesse diventare imperatore doveva essere anche re d’Italia e cingere la corona di ferro che era custodita in una delle regge italiane, quella di Monza. Quindi sia il re di Germania che il re di Francia per essere imperatore doveva diventare anche re d’Italia. Esercitava il potere diretto sulla propria nazione e sull’Italia ed era riconosciuto imperatore dall’altro re che continuava ed esercitare il potere nella propria nazione. Il re d’Italia poteva invece essere eletto imperatore governando solo l’Italia, avendo il riconoscimento formale di imperatore dagli altri due re.

Ottone dovette rientrare in Germania per problemi interni, così Berengario intavolò trattative diplomatiche con lui fino a quando nella Dieta di Colonia dell’agosto 952, alla presenza dei grandi di Germania e di una rappresentanza di grandi feudatari italiani, Berengario II e suo figlio Adalberto prestarono giuramento di fedeltà ad Ottone che li investì del titolo di re d’Italia. Intanto Ottone in quegli anni dovette affrontare in Germania una rivolta interna e le incursioni degli Ungari e degli Slavi. Berengario e suo figlio ritennero quindi non più valido il loro atto di sottomissione a lui, governando l’Italia in maniera autonoma.

Ottone riuscì a sconfiggere tutti gli avversari e chiamato di nuovo da papa Giovanni II scese ancora in Italia. Era il 961.

Raggiunse di nuovo Pavia come nella sua prima calata in suolo italico e riprese per se la corona del regno. Berengario intanto abbandonato nel nord Italia dal suo esercito, si rifugiò con pochi fedeli di nuovo a San Leo come aveva fatto una decina d’anni prima. Sua moglie Willa, regina consorte si asserragliò invece nel castello dell’isola di San Giulio nel lago d’Orta. Ottone espugnò il castello ma cavallerescamente permise a Willa di raggiungere suo marito a San Leo nel luglio del 962.

Ottone intanto nel 961 aveva posto sotto assedio San Leo e Berengario II capitolò per fame nel 963.

Berengario e la moglie Willa erano quindi rimasti re e regina d’Italia dal 952 al 963, anche se gli ultimi anni resistendo in armi. San Leo invece ultima roccaforte di Berengario, divenne di fatto capitale d’Italia dal 961 al 963.

Dopo la loro resa Berengario II e Willa lasciarono definitivamente San Leo nel 964, condotti prigionieri a Bamberga in Germania. Willa rimase vedova nel 966 e subito si ritirò in un monastero prendendo i voti ecclesiastici.

Intanto il 2 febbraio 962 Ottone I era stato consacrato Imperatore a Roma da papa Giovanni II.

STORIA: LA VALMARECCHIA, PIETRACUTA

di Gaetano Dini

Nell’area dove si trova oggi Pietracuta c’era in epoca tardoromana solo il centro abitato della odierna frazione di Libiano. Nei secoli successivi si formò una comunità di persone sul monte sopra l’odierna Pietracuta, monte a pareti scoscese, appunto una “pietra acuta”, consistente in una rocca con piccolo borgo annesso. Questo territorio l’imperatore Ottone I nel 962 d.C. lo fece confluire nel feudo del conte Ulderico di Carpegna detto Ulderico il Sassone, già infeudato come conte dall’imperatore stesso in quanto Ulderico aveva fedelmente servito Ottone durante la campagna imperiale in Italia contro Berengario II.

Il figlio di Ulderico, Nolfo conte di Pietracuta, nel 996 fortificò il proprio castello sia nella rocca che nelle mura. Su un’architrave della rocca si leggeva “Nulfus Carpineus Comes”, cioè Nolfo conte di Carpegna. I discendenti di Nolfo hanno posseduto il castello fino al 1221 quando la popolazione di Pietracuta lo riscattò dai conti di Carpegna dietro pagamento.

Il territorio della rocca di Pietracuta con borgo annesso passò in seguito ai duchi di Urbino che erano dei discendenti dei Carpegna, territorio incluso nella giurisdizione di San Leo. Successivamente la rocca fu per circa 70 anni inglobata in territorio sammarinese per poi ritornare a quello di San Leo. Il sito è oggi abbandonato.

Le famiglie ricche di San Leo verso la fine del ‘700 iniziarono a costruire le proprie ville in pianura nel luogo dove oggi sorge il paese di Pietracuta. Le costruirono per avere sia un soggiorno più gradevole in una zona amena vicina al fiume Marecchia e con un clima invernale meno rigido rispetto a quello di San Leo sia per comodità logistica in quanto da lì passava la strada che dall’alta Valmarecchia portava a Rimini. Si ricorda che il cambio di posta dei cavalli era all’altezza dell’odierna frazione di Ponte Verucchio. Così a poco a poco si sviluppò il centro abitato di Pietracuta, con residenze abitative divenute fisse.

Gli abitanti di Pietracuta sono stati i primi animatori del referendum che nell’anno 2009 ha portato i 7 comuni dell’Alta Valmarecchia in provincia di Rimini e nella Emilia-Romagna.

STORIA: L’ALTA VALMARECCHIA

di Gaetano Dini

Abitata dal popolo degli antichi Umbri (già dal 9°-8° sec. a.C.) che vivevano anche nell’attuale Provincia di Rimini ed avevano come loro territorio più a nord la Valle del Savio con città più importante Sarsina, venne poi conquistata dai galli Senoni (intorno al 400 a.C.) al pari del territorio delle attuali province di Rimini e Pesaro.

Il minimo comun denominatore dei territori dell’Alta Valmarecchia (i sette comuni: San Leo, Novafeltria, Talamello, Maiolo, Sant’Agata Feltria, Pennabilli, Casteldelci) con la provincia di Rimini è quindi storicamente a base prima umbra e poi gallica.

Mentre la parlata umbra con i suoi usi e costumi si è persa nel tempo, è il dialetto romagnolo di derivazione gallica che è rimasto nei secoli successivi, assieme ad usi e costumi di impronta gallica.

Nella divisione dell’Italia in regioni attuata dall’imperatore Augusto, gli attuali territori dell’Alta Valmarecchia, dell’alta Valle del Savio e il territorio della Valle del Bidente (corrispondente oggi alla Romagna Bidentina che comprende i comuni di Santa Sofia, Galeata, Civitella di Romagna e Meldola) erano stati inseriti nella regione Umbria mentre il territorio corrispondente all’attuale Provincia di Rimini era stato inserito nella regione Emilia.

Dopo la caduta dell’Impero Romano il territorio dell’attuale Valmarecchia, inclusi i sette comuni in argomento, era stato inserito dai Bizantini nelle terre dell’Esarcato mentre la città di Rimini era stata posta nel territorio della Pentapoli marittima assieme a tutti gli attuali comuni della Provincia di Rimini Sud. La Pentapoli marittima comprendeva le città di Rimini (incluso San Giuliano Borgo dove finivano le mura cittadine), Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona. Le attuali frazioni di San Giuliano Mare, Rivabella, Viserba, Viserbella, Torre Pedrera e gli attuali comuni di Bellaria-Igea M., Santarcangelo di R., Poggio Berni, Torriana, Verucchio erano stati posti anch’essi nel territorio dell’Esarcato che comprendeva anche le attuali province di Forlì Cesena, Ravenna, Bologna e Ferrara (l’antica Romania, da cui il nome Romagna).

Dopo il 1.000 d.C. il territorio dell’attuale Alta Valmarecchia (gli attuali sette comuni) è passato sotto la Marca Anconetana, inserito nel feudo dei conti di Carpegna.

Dal 1200 in poi l’Alta Valmarecchia è stata tenuta con fasi alterne dai conti di Carpegna i quali passarono in seguito sotto l’influsso politico del Ducato di Urbino e dai Malatesta di Rimini che avevano a tal fine il loro castello più strategico nella zona di Pennabilli.

Cadute nei primi anni del ‘500 tutte le signorie di Romagna ad opera di papa Alessandro VI e di suo figlio il Valentino, l’Alta Valmarecchia (gli attuali sette comuni) passa prima al Ducato d’Urbino sempre sotto l’egida del papa, poi con la scomparsa del Ducato d’Urbino nel 1625, rimane all’interno dello Stato Pontificio unita al territorio delle Marche mentre l’attuale Provincia di Rimini è unita al territorio della Romagna, sempre all’interno dello Stato Pontificio.

Durante il Regno Napoleonico il territorio degli attuali sette comuni dell’Alta Valmarecchia viene inserito nel Dipartimento del Rubicone, Distretto di Cesena.

Dopo la caduta del Regno Napoleonico viene restaurato lo Stato Pontificio e papa Pio VII con “motu proprio” del 6 luglio 1816, distacca dalla Romagna il territorio degli attuali sette comuni annettendolo alla Legazione di Urbino, sempre all’interno dello Stato Pontificio. Da allora furono tutti vani i tentativi di ricongiungimento alla Romagna.

I sette comuni dell’Alta Valmarecchia esprimono ai sensi di legge, la volontà di distaccarsi dalla regione Marche con referendum del 2006. Nel 2009 il Parlamento italiano con propria legge approva l’aggregazione dei suddetti sette comuni alla regione Emilia-Romagna, Provincia di Rimini.

Con sentenza n. 246 depositata l’ 8.7.2010, la Corte Costituzionale ha giudicato infondato il ricorso presentato dalla regione Marche sulla presunta illegittimità costituzionale della legge del 2009 relativa all’aggregazione dei sette comuni alla Regione Emilia-Romagna.