LIBRI: “LA SCIENZA IN CUCINA E L’ARTE DI MANGIAR BENE” DI PELLEGRINO ARTUSI

Alcuni anni fa Einaudi ha ripubblicato, nella collana I Millenni, “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi. L’opera è accompagnata da una introduzione del compianto professore Piero Camporesi e dai contributi di Giuliano Della Casa ed Emilio Tadini. Un riconoscimento che va, oltre che al talento gastronomico, a quello storico e letterario.

Ho recuperato la vecchia copia del libro, slabbrato e unto, che avevo visto aperto sul marmo del tavolo nella cucina di mia nonna e, poi, di mia madre e che avevo già sfogliato con qualche curiosità. Ho letto le vicissitudini che hanno accompagnato la sua pubblicazione e le prefazioni e sono andato a spulciare le ricette, soffermandomi sui ricordi e le considerazioni personali, le citazione dotte e popolari, le descrizioni delle consuetudini dell’epoca, gli aneddoti curiosi raccontati con arguzia in un italiano elegante e garbato che, immediato e comprensibile nonostante i 150 anni trascorsi, rievoca le atmosfere più diverse: da quella delle novelle boccaccesche, con i loro personaggi crapuloni e burleschi, a quella della giovane Italia, da poco uscita dalle guerre di Indipendenza, borghese e popolana, delle sale da pranzo e dei salotti, dei mercati e delle osterie.

Pellegrino Artusi nacque a Forlimpopoli nel 1820. Terminati gli studi, affiancò il padre nell’attività di commerciante, ma un evento segnò la sua vita e quella dei suoi familiari: nel gennaio del 1851, Stefano Pelloni, il Passatore, irruppe nel teatro di Forlimpopoli per predare i cittadini che assistevano a una recita mentre altri suoi uomini penetravano in alcune case, tra cui quella degli Artusi, vuotandole del denaro e degli oggetti preziosi. Gertrude, sorella di Pellegrino, non resse allo spavento e impazzì.

L’anno successivo la famiglia si trasferì a Firenze, dove il padre proseguì nella propria attività commerciale, a cui Pellegrino contribuì con tanto successo da fondare un banco che incrementò il suo patrimonio fino a consentirgli di ritirarsi, cinquantenne, a vita privata per dedicarsi, con scarsa fortuna, alla letteratura. Le due opere: “Vita di Ugo Foscolo, con note al carme dei Sepolcri e ristampa del Viaggio sentimentale di Yorick” del 1878 e “Le osservazioni in appendice a trenta lettere di Giuseppe Giusti” del 1881, pubblicate a proprie spese, passarono pressoché inosservate.

La Scienza in cucina” corse lo stesso rischio, come racconta l’Artusi nell’introduzione della sua celebre opera, in cui ricorda il giudizio di un professore di belle lettere: “Questo è un libro che avrà poco esito” e l’episodio di quei Forlimpopolesi che, vinte due copie del libro in una fiera di beneficenza, “le misero alla berlina e le andarono a vendere al tabaccaio”. Rifiutata da più editori, l’opera venne pubblicata nel 1991 a spese dell’autore in una prima tiratura di 1000 esemplari, a cui seguirono decine di altre in un crescendo di successi. Nel 1931 le edizioni erano 32 e l’Artusi, insieme a “I promessi sposi” e “Pinocchio” era uno dei libri più diffusi nelle case degli italiani.

Pellegrino Artusi morì nel 1911 a 91 anni.

Di lui ha scritto Giorgio Manganelli:

“… Strappando le vivande ai loro luoghi d’origine, disponendole in bell’ordine in un’unica classificazione per generi, egli eseguí l’operazione preliminare alla nascita di una cucina nazionale; e in questo modo agiva, da inconsapevole psicologo, sulla pasta segreta dell’anima nazionale, la agglomerava in un’unica materia ricca, densa; trascriveva le tradizioni gastronomiche locali in un unico codice, un corpus, un catalogo. Questa impresa non gli sarebbe mai riuscita, se non lo avesse assistito la grazia del linguaggio; a Firenze s’era intoscanito, e aveva preso qualche vezzo locale, insistito, da immigrato; ma aveva imparato anche un certo modo di rivolgersi al lettore; infatti, non compilò ricette imperative: ma le raccontò…”

Alfredo Spanò

 

LIBRI: “IL DUELLO OVVERO SAGGIO DELLA VITA DI G. C. VENEZIANO” DI GIACOMO CASANOVA

“Il duello ovvero saggio della vita di G.C. Veneziano” venne scritto in lingua italiana da Giacomo Casanova di Seingalt (1725 – 1798) e pubblicato nel numero di giugno degli “Opuscoli miscellanei”, una rivista che egli stesso aveva fondato a Venezia nel gennaio del 1778 e che ebbe breve e poco fortunata vita.

Il racconto non viene svolto in prima persona, ma come la cronaca di eventi capitati a un anonimo “uomo nato a Venezia”, che non è difficile identificare in Casanova stesso.

La parte introduttiva, che qui riportiamo, costituisce una breve biografia dell’autore, anticipatrice di quella, ben più vasta e dettagliata, scritta in francese negli ultimi anni della sua vita e pubblicata postuma, tradotta in tedesco, in Germania negli anni 1822 – 1828.

“Il duello” è una pagina autobiografica avvincente come un romanzo da cui emergono considerazioni che, al di là dell’evento centrale del racconto, ci fanno apparire i modi di pensare e di agire nel Settecento molto meno lontani da quelli odierni di quanto si possa immaginare.

È curioso, per esempio, che Casanova anticipi un’opinione sui giornalisti: “mendacissimi gazzettieri”, tacciati di essere dei manipolatori di notizie, largamente condivisa tuttora e, nella parte finale della narrazione, il Veneziano racconta proprio di una sua vendetta nei confronti di un giornalista di Colonia che lo aveva diffamato.

Alfredo Spanò

LIBRI: “IL MALE OSCURO” DI GIUSEPPE BERTO

Il male oscuro è un romanzo che stupisce, per la sua forma innanzitutto, scritto in una prosa senza discontinuità, originale e coinvolgente.

Nato a Mogliano Veneto nel 1914, Giuseppe Berto, compì gli studi presso il liceo classico di Treviso, si arruolò nell’esercito e prese parte ad alcune campagne militari in Africa. Riuscì a laurearsi in lettere presso l’Università di Padova prima di offrirsi nuovamente volontario allo scoppio della seconda guerra mondiale. Venne inviato ancora in Africa e, fatto prigioniero dagli Alleati, venne internato in un campo di concentramento in Texas.

Durante la prigionia iniziò a scrivere e, al suo ritorno in Italia, pubblicò presso Longanesi “Il cielo è rosso” (1947), che riscosse un grande successo internazionale, e successivamente, “Le opere di Dio” (1948) e “Il brigante” (1951).


La nevrosi che lo colse negli anni successivi lo spinse ad affidarsi alla psicanalisi e fu proprio il suo analista a consigliargli di scrivere di sé a fini terapeutici. Nacque così “Il male oscuro”, un romanzo autobiografico che vinse nel 1964 sia il premio Viareggio che il Campiello.


Ne “Il male oscuro” Berto racconta un lungo periodo della propria vita e affronta la tematica del difficile rapporto con il padre, maresciallo dei Carabinieri, ma nonostante la drammaticità di molte delle situazioni vissute in prima persona, dalle pagine del libro trapela una visione pragmatica e ironica delle vicende umane.


Fu trascurato, quando non fu maltrattato, dalla critica contemporanea e venne isolato dall’ambiente della cultura italiana dell’epoca, anche per il suo spirito indipendente e anticonformista che lo tenne lontano dagli schieramenti politici e dalle combriccole letterarie. Al contrario, ricevette molti apprezzamenti all’estero, anche da scrittori di spicco come Ernest Hemingway.


Tra le altre opere di Giuseppe Berto: il romanzo “La cosa buffa” (1966), il pamphlet “Modesta proposta per prevenire” (1971) e, dello stesso anno, “Anonimo veneziano”, da cui venne tratto un film di successo con Florinda Bolkan e Tony Musante. Morì a Roma nel 1978.


Alfredo Spanò

UN RACCONTO IN CENTO TWEET 2

Terminato il 20 giugno con il 141° tweet il primo racconto in 100 tweet “Per caso, in libreria” (http://capoversi.it/racconti-in-100-tw/), ho vissuto un periodo di crisi d’astinenza essendomi venuta a mancare, dopo oltre quattro mesi e mezzo, una pratica quotidiana a cui mi ero piacevolmente assuefatto. E ho subito pensato a un nuovo racconto, di cui in passato avevo già steso una traccia, pur decidendo di lasciar intercorrere una pausa e di concedermi il tempo per concludere altri impegni.

Il titolo del nuovo racconto è “Una storia torbida” e la trama vedrà protagonista un poliziotto sui generis alle prese con un assassinio dai contorni oscuri compiuto in una tranquilla cittadina di provincia (nihil novi sub sole, quindi). Posso svelare l’incipit; il primo tweet sarà assolutamente originale: “Era un notte tempestosa e buia.”, ma vuole essere un omaggio al grande Charles Schulz, un poeta più che un fumettista, come lo definì Umberto Eco, e al suo bracchetto Snoopy.

In definitiva, “Per caso, in libreria” non mi dispiace affatto e l’ho già ripreso e modificato utilizzando una prosa più fluente. Forse non starebbe a me, perché non c’è peggior giudice (e più parziale) di se stessi, esprimere pareri su questa esperienza, ma credo opportuno fare alcune considerazioni soggettive.

I tweet sono stati più di 100, ma è inevitabile allontanarsi dalla meta stabilita se si decide di non preconfezionare il racconto nella sua completezza e di procedere a tratti con libertà creativa ed espressiva.

Il numero di battute inferiore a 140 per ogni periodo è un limite ristretto, ma rappresenta un esercizio di stile che, soprattutto per un giovane, può essere una buona scuola. In quante occasioni per un copywriter o un giornalista la brevità è assunta come un pregio!

Vedo questo come un esercizio di scrittura più proficuo di tanti altri che imperversano sui social network e che mi paiono molto più improduttivi, fine a se stessi e assimilabili a un gioco, più che altro.

In definitiva un’esperienza che mi sento di consigliare a chi ama scrivere, non solo a chi lo fa per passione, ma anche a chi dello scrivere ha fatto, o vuole fare, una professione.

Alfredo Spanò

 

 

LIBRI: LA PASSIONE DI SCRIVERE / TRAME

 

Come nasce la trama di una novella o di un racconto? In genere, chi inizia a scrivere una storia, di qualsiasi genere sia, ne conosce la trama e la conclusione.

Avere in mente una traccia ben definita su cui imbastire il racconto può essere vantaggioso e permette di procedere più speditamente nella scrittura, ma è certo meno affascinante di una trama che prende corpo ogni volta che si inizia a scrivere e si intraprende come un viaggio: si sa da dove si parte e, forse, dove si arriverà, ma l’itinerario si costruisce giorno per giorno, parola per parola, virgola dopo virgola, seguendo e sviluppando le vicissitudini di uno o dell’altro personaggio. Nulla vi è di certo quando si alza la penna sulla carta o si accende il computer la mattina e neppure quando il testo compare nero su bianco perché qualcosa può succedere che vi faccia cambiare idea e vi spinga a riscrivere un tratto lungo o breve della narrazione. E sicuramente questo metodo è estremamente più coinvolgente, affascinante e fertile perché pone l’autore in uno stato di tensione febbrile e lo stimola a creare nuove situazioni. È quello che preferisco e su cui mi sto cimentando. È estremamente stimolante e gratificante svegliarsi con un’idea, un tratto del racconto, anche lontano temporalmente e contestualmente da quello che si era scritto il giorno prima, chiaramente definito e buttarlo giù di getto, avendo comunque chiara la sua collocazione nell’iter della narrazione. Si crea così una specie di mosaico che deve poi essere rifinito e armonizzato attraverso le diverse stesure che porteranno alla definiva versione in cui le cesure devono essere assolutamente irriconoscibili e la fluidità della narrazione impeccabile.

 

LIBRI: LA PASSIONE DI SCRIVERE / PERSONAGGI

Chi pensa allo scrivere come a un esercizio freddo e meccanico basato sull’abilità e la volontà, sull’esercizio e la razionalità si sbaglia. Certo, la capacità di scrivere è anche la conseguenza di tutte queste proprietà, che però non bastano a garantire un risultato che non sia solo tecnicamente valido.

Tutti conosciamo la celebre frase di Gustave Flaubert: “Madama Bovary c’est moi”, a indicare che una parte almeno dell’autore si riversa nel personaggio principale, che ne incarna alcuni risvolti caratteriali, ne veste le abitudini, ne sviluppa le pulsioni.

Io direi che, in fondo, l’autore è naturalmente portato a immedesimarsi in ognuno dei suoi personaggi, anche in una semplice comparsa. Per paradosso, quanto più un personaggio è lontano sotto il profilo caratteriale e comportamentale dalla figura dell’autore, tanto più può accadere che lo solleciti a immedesimarsi in una figura che ragiona e agisce come lui mai riuscirebbe a fare. Il personaggio diventa in qualche modo il mister Hyde dello scrittore dottor Jekill.

Come nasce la trama di una novella o di un racconto?

In genere, chi inizia a scrivere una storia, di qualsiasi genere sia, ne conosce la trama è la conclusione.

Avere in mente una traccia ben definita su cui imbastire il racconto può essere vantaggioso e permette di procedere più speditamente nella scrittura, ma è certo meno affascinante di una trama che prende corpo ogni volta che si inizia a scrivere e si intraprende come un viaggio: si sa da dove si parte e, forse, dove si arriverà, ma l’itinerario si costruisce giorno per giorno, parola per parola, virgola dopo virgola, seguendo e sviluppando le vicissitudini di uno o dell’altro personaggio. Nulla vi è di certo quando si alza la penna sulla carta o si accende il computer la mattina e neppure quando il testo compare nero su bianco perché qualcosa può succedere che vi faccia cambiare idea e vi spinga a riscrivere un tratto lungo o breve della narrazione. E sicuramente questo metodo è estremamente più coinvolgente, affascinante e fertile perché pone l’autore in uno stato di tensione febbrile e lo stimola a creare nuove situazioni. È quello che preferisco è su cui mi sto cimentando. È estremamente stimolante e gratificante svegliarsi con un’idea, un tratto del racconto, anche lontano temporalmente e contestualmente da quello che si era scritto il giorno prima, chiaramente definito e buttarlo giù di getto, avendo comunque chiara la sua collocazione nell’iter della narrazione. Si crea così una specie di mosaico che deve poi essere rifinito e armonizzato attraverso le diverse stesure che porteranno alla definiva versione in cui le cesure devono essere assolutamente irriconoscibili e la fluidità della narrazione impeccabile